domenica 30 dicembre 2007

che il nuovo anno cominci meglio...

Torino, Giuseppe Demasi non ce l'ha fatta, era l'unico sopravvissuto
alla strage del 6 dicembre. Era stato sottoposto a tre interventi chirurgici

Thyssen, la tragedia del rogo
morto anche il settimo operaio

Venerdì gli operai dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà
Domani sera alle vittime del lavoro sarà dedicata la tradizionale marcia della pace del Sermig




TORINO - E' morto Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell'incendio del 6 dicembre alla Thyssenkrupp di Torino. Il ragazzo era l'unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell'incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate.

Proprio venerdì gli operaio dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà per il loro compagno che stava lottando fra la vita e la morte e per ricordare le altre sei vittime: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò.

Tra i manifestanti c'erano anche i familiari dello stesso Giuseppe Demasi, il padre Calogero e la sorella Laura, oltre allo zio di Rosario Rodinò, Carlo Cascino, e il padre di Bruno Santino, Antonio. "Giuseppe Demasi si deve salvare per raccontarci quello che è successo, facciamo tutti il tifo per lui", aveva urlato Antonio Santino. Davanti al Cto i manifestanti avevano poi osservato un minuto di silenzio e applaudito a lungo in segno di incoraggiamento per Demasi. Ma il cuore del ragazzo non ha retto. E' morto oggi poco dopo le 13,30.

E sarà dedicata alle vittime del rogo nell'acciaieria della Thyssenkrupp, la marcia della pace del Sermig, che ogni anno da 40 anni la sera del 31 dicembre percorre le vie di Torino e si conclude nell'Arsenale della pace, dove l'associazione del volontariato cattolico tiene la cosiddetta "Cena del digiuno".

Le migliaia di giovani che partecipano alla manifestazione si ritroveranno davanti allo stabilimento di corso Regina Margherita, fermo dal 6 dicembre scorso quando sulla linea di produzione numero 5 le fiamme ustionarono a morte sette. "Scandiremo i nomi di decine di morti sul lavoro - spiega il fondatore del Sermig, Ernesto Olivero - per ricordare che una fabbrica, un cantiere o un ufficio devono essere un luogo di serenità, di promozione umana dove le persone trovano le sostanze per mantenere la propria famiglia e mandare i figli a scuola".

non dimentichiamoli...

Luigi Comencini (8-6-1916, non c'è più dal 6-4-2007)

Michelangelo Antonioni
(29-9-1912, non c'è più dal 30-7-2007)

Ingmar Bergman (14-7-1918, non c'è più dal 30-7-2007)

sabato 29 dicembre 2007

A Bergamo sgominata la «banda» della panda nera

I raid dei carabinieri anti-immigrati

In 21 ogni venerdì sera davano vita a pestaggi contro extracomunitari

tratto dal sito del corriere della sera

BERGAMO — La chiamavano la «caccia grossa» con la Panda nera. Carabinieri e vigili urbani usavano un’auto con una targa rubata e, secondo l’accusa, ogni venerdì sera davano vita a raid punitivi contro extracomunitari. Prima il briefing in caserma a Calcio, nella Bergamasca, poi via. Ma su quella Panda c’era una microspia. E ora le conversazioni concitate, i pestaggi degli stranieri, le urla durante perquisizioni «dure» a caccia di droga (che talvolta spariva con denaro e cellulari dei fermati) sono finite in un dossier della Procura. Il gruppo aveva scelto il venerdì probabilmente per poter apparire sui giornali della domenica. Perché il giorno dopo, ai cronisti, raccontavano di arresti e di «brillanti operazioni antidroga». Solo dopo sono emersi i metodi usati. Una «banda »—così la definiscono gli inquirenti — di 21 persone, (una dozzina i carabinieri) cinque delle quali accusate di associazione per delinquere. Qualcuno è ancora ai domiciliari, altri sono stati sospesi, altri ancora trasferiti. Eppure sono stati rimpianti dagli abitanti di Calcio: poco dopo gli arresti dello scorso luglio, sono comparse scritte del tipo: «Rivogliamo i nostri carabinieri», «Deidda sindaco» e via così. Ora, a sei mesi dagli arresti, arrivano le prime richieste di patteggiamento: un carabiniere di Calcio, Danilo D’Alessandro (1 anno e 8 mesi) e un vigile di Cortenuova, Andrea Merisio (3 anni). Molti hanno chiesto il rito abbreviato, compreso il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant», come lo soprannominavano gli altri della banda. «Il capo indiscusso » del gruppo, per i pm di Bergamo. Un tipo dai modi spicci, carismatico. E’ l’ex comandante della stazione di Calcio, che in questi giorni, fino alla fine del processo (prevista per il 14 febbraio) è stato autorizzato a tornare ai domiciliari proprio nella stazione che comandava.

Le violenze Per l’accusa era tutto studiato, a partire dalla Panda recuperata prima di essere demolita sui cui era stata piazzata una microspia. E dalle vittime: preferibilmente extracomunitari clandestini che difficilmente avrebbero trovato il coraggio di denunciare. Invece qualcuno lo ha fatto. Agivano armati, scrive nella sua ordinanza il giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino, in «un clima di violenza, di esaltazione collettiva e di autocompiacimento», in un paese di neppure cinquemila anime, Calcio, (sindaco leghista), dove le parti si sono invertite: i carabinieri sono diventati delinquenti e i marocchini i loro accusatori. A una vittima viene rotto il naso. A un’altra il timpano. A un’altra ancora i denti. La voce di Deidda, con marcato accento sardo. «Tu sei troppo agitato, mo ti piazzo un cazzotto in testa. Da chi hai comprato? Ti porto in caserma e ti sfondo a mazzate ». Parla di un altro controllo: «Uno di Martinengo... poi si è messo a sputare i denti e l’ho mandato via... perché appena gli ho dato un destro, caz..., ha cominciato a sanguinare, ha sputato i denti». Quando un marocchino, per sfuggire a un inseguimento, si butta da un tetto quelli commentano: «Perché anziché finire nelle nostre mani preferiscono suicidarsi?».

Gli adepti La banda cercava anche nuovi adepti. La filosofia era questa: «Più siamo più danni facciamo », si spinge a dire Andrea Merisio, vigile di Cortemilia a un aspirante «picchiatore». L’8 giugno esordisce nel raid uno studente di 29 anni. Merisio e Deidda sono compiaciuti del nuovo acquisto: « Ci ha chiesto perché non lo abbiamo picchiato quello con la camicia bianca... La mentalità c’è». L’obiettivo della «caccia grossa » era spesso quello di aumentare le statistiche degli stupefacenti sequestrati. Per il capitano Massimo Pani, (che non ha partecipato ai raid), allora comandante della Compagnia di Treviglio, e nel frattempo promosso maggiore, i numeri erano una fissa. Tanto che Monacelli avrebbe mostrato a colleghi un sms di Pani, in cui lo invitava a sequestrare «almeno 25 chili di droga, in modo da poter battere il record del suo predecessore». Avrebbe fatto pressioni su due subordinati, minacciando di farli trasferire perché non testimoniassero contro Monacelli, sospettato di procurata evasione e cessione di droga. Ultimo guaio: avrebbe restituito un chilo di hashish a uno spacciatore che minacciava di raccontare certi metodi.

Il razzismo L’odio per gli extracomunitari emerge nelle conversazioni del gruppo. Mauro Martini, carabiniere di Calcio, al telefono con la fidanzata è esplicito: «’Sti marocchini, li ammazzerei tutti, non muoiono mai». Deidda non è da meno: «... Me ne sbatto i c. e ’sti marocchini di merda mi hanno veramente rotto i c.».

Cristina Marrone
29 dicembre 2007

“In un unico buio” primo romanzo di Marzio Bertotti meglio conosciuto come “Mungo v.r.” mitico chitarrista del Declino

Scusa laido ma divulgo...

Finalmente in libreria “In un unico buio” primo e atteso romanzo di Marzio Bertotti meglio conosciuto come “Mungo v.r.” mitico chitarrista del Declino .

Ringraziandolo profondamente per la concessione riportiamo qui di seguito parte del capitolo “don't crack under pressure” conservando stretta nel cuore la profonda emozione di quando, all'oscuro della inaspettata “citazione” mi trovai, ormai un paio di anni or sono, a leggere una delle prime stesure su dattiloscritto.

.right in sight. , commosso, ringrazia Mungo per aver trasferito su pagina l'intensità delle sue esibizioni live e gli augura un infinito imbocca al lupo per la sua carriera di scrittore.

A voi che leggete questa notizia .right in sight. consiglia di non mancare la lettura di “In un unico buio” alla quale vi introduciamo con questa breve chiacchierata con l'autore.

.xlx. intervista Marzio Bertotti

1. - Cosa ti resta, dal punto di vista dell'approccio alla vita, dell'esperienza Declino a quasi 20 dalla sua conclusione?

Intanto la capacità di circoscrivere un fatto, una lettura, un ascolto… al suo nocciolo senza farmi influenzare troppo dall'eventuale crosta di cui può essere rivestito. E' un percorso certamente riduttivo perché anche la complessità è importante e, spesso, necessaria, però nella valutazione più intima, solo la comprensione del nocciolo duro (l' hardcore …) conta.

In secondo luogo rimane l'attitudine a riciclare e riconvertire ogni stimolo, anche quelli potenzialmente negativi, in cose che, pur se sempre mie, sono condivisibili per chiunque. Quando suonavo con DECLINO molto spesso prendevo spunto, per i riff o per i testi, da idee e soluzioni sonore anche molto lontane dai “canoni” del punk HC propriamente detto. La sovversione totale di ogni legge e di ogni “canone” non implicava forse anche di quello punk?

2. - Come ti si è manifestata la vocazione alla scrittura?

Come tante cose della vita, l'inizio è stato abbastanza banale. Si era con mia moglie e un amico a bere e cazzeggiare. Io, come al solito, bevevo e parlavo e parlavo e bevevo… blah… blah… blah… siccome sono abbastanza prolisso (leggi spaccacazzo) i due mi hanno intimato di non rompere i coglioni e che se proprio avessi voluto continuare con le mie menate sarebbe stato meglio scriverci un libro… chissà che, magari, non ci avessi pure fatto qualche soldo… Un po' a mo di scommessa, un po' per risentimento, ho cominciato veramente a pensare ad una storia. Poi la cosa mi è piaciuta e l'ho cominciata a scrivere. In realtà molto del materiale che poi è finito nel romanzo faceva già parte delle chiacchiere di cui accennavo prima… però il plot , la trama, l'ho buttata giù strada facendo.

3. - E' stata difficile la ricerca di un editore interessato alla pubblicazione del tuo primo libro?

Nel mio caso, siccome si trattava di un noir , la ricerca di un possibile editore si riduceva in fondo a poche decine di indirizzi perché in Italia le case editrici che pubblicano noir sono veramente poche. Ho provato a mandare il dattiloscritto ad una quindicina di editori, tenendomi i restanti nomi per una seconda spedizione nel caso di rifiuto di tutti i primi. Devo dire che quasi tutti mi hanno risposto (i tempi sono stati di 6-8 mesi/un anno) e sebbene la loro opinione per la pubblicazione fosse negativa, bisogna riconoscere che le risposte furono abbastanza personalizzate con, anche, qualche valutazione più dettagliata dell'opera. Alla fine, circa un anno dopo la spedizione del malloppo, sono stato contattato dalle Edizioni Angolo Manzoni di Torino presso la quale oggi il libro vede finalmente la luce.

4. - Dopo la pubblicazione di questo tuo primo romanzo hai in programma nuove pubblicazioni, hai già scritto nuove cose?

Sfortunatamente non decido io il calendario delle mie pubblicazioni, ho però pronto un nuovo romanzo (tostissimo!) e diversi racconti. Al momento, poi, sto raccogliendo idee e materiale per altri due romanzi di cui a grandi linee esistono già lo schema, la trama e alcuni personaggi. Purtroppo il tempo è il vero tiranno. Lavorare su una pagina, dalla sua prima composizione alla sua versione definitiva, significa ore e ore passate sul testo. Lasciare decantare per qualche mese per poi eliminare il superfluo e ricominciare a “riscrivere” il tutto, significa avere un “parco” ore non sempre disponibile.

5. – Parlami del tuo metodo di lavoro, del tuo approccio alla pagina: tempo fa leggevo un'intervista a Nick Cave (per rimanere in ambito musicista-scrittore) nella quale egli affermava che il suo scrivere è frutto di regolari tempi impiegatizi… anche tu ti sottoponi ad una sorta di disciplina di tempi e metodi o segui maggiormente l'ispirazione?

Idealmente vorrei che fosse così. Mi piacerebbe avere a disposizione il tempo che il certosino, con dedizione e disciplina, aveva per lavorare sulle miniature o la “dimensione” spazio/orario del ragioniere implacabile sui conti. Siccome però non ho né il tempo del monaco né lo spazio lavorativo del ragioniere (e tanto meno i soldi di Nick Cave) devo accontentarmi di usare e sfruttare il solo tempo che riesco a ritagliarmi: impazzire per buttare giù qualche riga al volo, in posti provvisori e in situazioni bislacche. Dal tram alle pause sul posto di lavoro, dalla tazza del cesso a ogni piccolo spazio che mi si presenta. Uno dei momenti che preferisco per inventare storie e situazioni, invece, è la notte a letto prima di dormire. Nel buio e nel silenzio della stanza ragiono sulle trame e sui personaggi. Il guaio è che, purtroppo, il mattino dopo spesso non ricordo più nulla!

6. – A proposito di ispirazione: cosa ti stimola maggiormente, la realtà, la cronaca, la fantasia. Si nascondono tratti autobiografici nelle tue storie?

Direi, piuttosto… la pornografia. Ehi! Intendiamoci… non sto parlando di sesso! Quello che intendo, è che dei fatti, della realtà, della cronaca, l'aspetto che mi attrae è il suo lato più marcio. A costo di passare per ingenuo moralista, non mi occupo del lato “corretto” dei fatti, delle buone azioni (o cattive che siano) anche se poi magari ci sono nei miei racconti. Mi interessa piuttosto la dimensione corrotta che sta dietro ai fatti e azioni. La loro dimensione pornografica, appunto. Credo che solo nel peggio di ciascuno è possibile scorgere il lato più sincero e forse più umano di noi. Il resto è crosta, tanto ipocrita quanto fittizia. E' più onesto il dettaglio di una foto hardcore che mille biblioteche di romanzi d'amore.

Per quanto riguarda eventuali tratti autobiografici direi che la domanda è mal posta. Certo che tutto è autobiografico! Sia quando componi sublimi poesie sia quando caghi, stai sempre facendo qualcosa di autobiografico! Però, forse, ciò che volevi sapere era se le situazioni o gli avvenimenti dei miei racconti sono stati vissuti da me in prima persona o se corrispondano precisamente ad eventi realmente accaduti. Direi, allora, che sarebbe più opportuno parlare di contesti autobiografici. A volte sono state esperienze mie altre volte di gente che ho incontrato o frequentato. Nei racconti più recenti, invece, ho lavorato maggiormente sulla finzione. Finzione fino ad un certo punto, però. I fatti riportati sono stati ricostruiti e romanzati per esigenze della trama, ma sono, pur sempre, accaduti in cronaca.

7. – Il tuo scrivere è procedimento che determina la storia, modificandone il percorso o è codifica che traduce in parole una storia già completa e definita nella tua mente?

Avvengono entrambe le cose combinandosi assieme. Però sarebbe necessario premettere e sfatare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la falsa idea che si ha dello “scrivere”. Il lavoro maggiore non è la creazione di un testo. Il vero lavoro comincia dopo e consiste nella sua sistemazione in un continuo procedere, spesso schizofrenico, su e giù lungo la trama, scomponendo e ricomponendo le varie parti come fossero pezzi distinti tra loro che solo alla fine assumeranno forma conclusa e cronologicamente contestuale. C'è la trama, ci sono i capitoli e ci sono i personaggi. Ci sono i tempi e i luoghi della storia ma poi ci si muove da quello e si modella il tutto continuamente. Funziona un po' come si fa per il montaggio di un film. Scrivere un capitolo, o anche semplicemente una frase, comporta un grande lavoro di rifinitura e sintesi. In questa ottica, allora, non è così importante sapere prima se il testo cambierà o quanto cambierà man mano che lo si scrive. E' già nel suo stesso costruirsi e definirsi che la scrittura si “autoinfluenza”. Il punto decisivo è sapere che devi essere disponibile al cambiamento, disponibile a piegarti. E' come per il falegname intagliatore quando, di fronte ad una venatura del legno più dura, può scegliere: di eliminare il “difetto” oppure di valorizzarlo e renderlo parte di una nuova idea che nasce dentro al lavoro originario ma che, pure, lo renderà diverso. Certo, per uniformità della storia, devi rimanere fedele all'idea di fondo di cui volevi trattare, ma flessibilmente. Non si deve avere “paura” di cambiare. C'è da aggiungere, comunque, che non esiste “una storia finita” pensata completamente prima della scrittura. Esiste un'idea di massima, una storia, o più storie, da raccontare, qualche spezzone di immagini e qualche scampolo di dialoghi. Boh, il resto si “assembla” e si accorpa man mano. Un buon metodo è quello di fare una scaletta, un indice degli argomenti e dei temi trattati. Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi, delle azioni e dei ragionamenti, dei dialoghi possono essere pensati e scritti, invece, separatamente. Nel mio caso, poi, mi piace inserire o usare fatti di cronaca vera e ricreare i contesti storici. Quindi, anche se parlo di qualcosa che penso di conoscere, devo sforzarmi di documentarmi ancora di più, andare a cercare altri dettagli e circostanze, provare a rendere il più credibile possibile l'ambientazione.

8. – Parlami del Mullah M: personaggio enigmatico dalle generalità sconosciute e firma di sanguinarie fustigazioni nonché di sagaci intuizioni con le quali mi pare tu sia in particolare sintonia.

Nessuno sa chi sia. Che faccia abbia o quanto vasta sia la sua cultura o ramificata la rete dei suoi adepti e ammiratori. Dovrebbe essere un italiano perché si esprime in italiano, ma anche su questo non ci sono risposte sicure.

Io l'ho scoperto per caso navigando sulla rete. Sono rimasto subito stregato dalla potenza delle sue parole, dall'acuta analisi e profondità del pensiero, dalla sua prosa e poesia così attenta e precisa eppure semplice. Il Mullah M.? Un genio! Tagliente come il bisturi del chirurgo e dirompente come il plastico del kamikaze. Il terrorista culturale che tutti vorremmo essere o almeno averlo come amico.

9. - Infine, senti mai il richiamo del primo amore? Dopo l'esperienza di “In disparte” con Indigesti non senti mai il desiderio di tornare a suonare in un gruppo?

Assolutamente, si! Quasi tutti i giorni! Purtroppo però ci sono impedimenti… intanto l'età… che non aiuta… (va bè che Lemmy ha 60 anni però…), di nuovo il tempo tiranno (considera che “ tengo famigghia …”), ma soprattutto… quale motivazione, urgenza o bisogno potrei mai accampare di fronte ad un pubblico con almeno 20 anni di meno, se non il mio diletto?

Dal romanzo “IN UN UNICO BUIO” di Marzio BERTOTTI –

EDIZIONI ANGOLO MANZONI, Torino 2005 Î . 12,00

“…Don't crack under pressure!”

Torino, la notte dopo, ore una e venti

Compatta e brutale la musica arriva fino al bancone del bar sovrastando ogni possibile dialogo. Nell'oscurità accentuata dal fumo riesco appena ad intravedere il tipo rasato, seminudo e coperto di tatuaggi che, sul palco, urla al microfono contorcendosi tra i fili e i monitor. Dietro, altri tre o quattro ragazzi suonano saltando in continuazione. Il caldo e la mancanza d'aria sono esasperanti. Il volume supera la soglia fisica del dolore, violentando le viscere e i timpani. Intorno la gente continua a bere bottiglie di birra e a farsi canne. Qualcuno discute animatamente, altri si aggirano, insieme ai loro cani pulciosi, per il bar e la piccola biblioteca militante. Le pareti della casa occupata sono coperte di scritte, graffiti e disegni di tubi metallici che si intersecano e si connettono tra loro, animali spaventosi e giganteschi, scritte dai colori fosforescenti. Sulle colonne e sulle porte disegni di ossa, tibie, femori, mascelle sdentate, vermi e lucertole si contorcono nelle orbite vuote dei teschi.

Dal soffitto, fissate con catene, penzolano marmitte sfondate, tubi idraulici flessibili, mascherine di plastica e reti mimetiche. Le uniche luci, sul bancone del bar, rischiarano appena le facce di chi sta servendo da bere. Seduti su una transenna, un gruppo di ragazzi mostra i rispettivi tatuaggi e piercing. Uno spettacolo già visto, altrove, lontano. Nel tempo...

Prendo una birra. L'appuntamento con Top Cat è qui, dopo le due. Sono in anticipo comunque e, poi, non c'è nemmeno da esserne troppo sicuri che arrivi. Rassegnato vado verso il corridoio che porta al piano di sopra. Mobili scassati e pitturati si mescolano a rifiuti e bottiglie vuote. Sulle scale qualcuno sta vomitando. Rinuncio alla ricerca di un angolo più tranquillo.

Finalmente, alla terza birra, entra Top Cat con un altro tipo. Mi vede, mi fa cenno che verrà da me.

Ne approfitto per dare un'occhiata al concerto. Il gruppo è scatenato come non mai. Un bel concerto. Sotto il palco slamming furioso e violento. Gente che si arrampica l'una sull'altra come naufraghi alla ricerca di un rottame in un mare in tempesta. Saliti sul palco si tuffano, a volo d'angelo, su quelli rimasti sotto.

“…In my heart the flame is burning… Don't crack under pressure!”

- urla il cantante mentre frusta le schiene di quelli vicini al palco con il cavo del microfono. Sono tutti prossimi al delirio.

“Ti piacciono?” - la voce di Top Cat, leggermente in falsetto, mi raggiunge alle spalle.

“Beh, tosti lo sono… anche i pezzi mi sembrano buoni”

“Anche a me piacciono” - replica Top Cat - “senti che roba la cassa! Peccato… non ho più l'età per buttarmi là in mezzo”.

“A chi lo dici!”

Bertotti Marzio

Marzio Bertotti è nato a Torino nel 1960 ed è cresciuto nel quartiere popolare di Barriera di Milano (“principale attore non protagonista” del romanzo "In un unico buio") dove abita tuttora. Impegnato politicamente nei circoli del proletariato giovanile, tra il 1979 e il 1987 ha vissuto all'estero (Londra, Amsterdam, San Francisco...) Nel 1984 è il chitarrista del gruppo H.C. Punk “DECLINO. Rientrato in Italia nel 1988, si laurea in Storia, viene assunto in una grande azienda, e svolge una serie di inchieste giornalistiche in Africa (Mali, Senegal, Tunisia e Kenya), collaborando con una rivista tecnica. Successivamente, gestisce una scuola di lingue e informatica e tiene corsi di arti marziali cinesi. Oggi lavora come consulente per una agenzia di cooperazione internazionale, seguendo progetti di cooperazione con paesi in via di sviluppo.

Marzio Bertotti - In un unico buio

Il riscatto della memoria attraverso il delitto

Una serie di omicidi, dissimulati da incidenti, decima il gruppo dirigente di un'azienda del Torinese già al centro di inchieste per presunte infiltrazioni mafiose. Le battaglie di un anziano ribelle piemontese si intrecciano e confondono con i luoghi e le mappe della “sovversione sociale“ giovanile di tutta l'Europa. Un magistrato integerrimo, ma isolato, cerca il successo giudiziario, a costo di venire a patti con la propria coscienza. Sullo sfondo di un quartiere di Torino teatro di lotte feroci e altrettanto feroci repressioni, raccontato attraverso epoche diverse e fatti storici rimossi e misconosciuti, un personaggio misterioso e spietato cerca di cancellare ogni traccia del suo passato per potersi rifare un'altra vita altrove. Ritrova invece la sua identità e l'ambiente abbandonato anni prima. Azione, suspense, storia e tecnologia si fondono in questo noir dalle forti implicazioni emotive, che è anche la storia di un conflitto, la ricerca di un riscatto interiore e di un anelito di riscossa.

“LA STAMPA” - TORINO, 4 FEBBRAIO 2006.
RITROVATO IL CORPO DELL'INGEGNER SEVERI. ALLA VIGILIA DELLE OLIMPIADI INVERNALI, UN'OMBRA INQUIETANTE APPANNA NUOVAMENTE L'IMMAGINE DI CITTÀ VIVIBILE CHE TORINO AVEVA FATICOSAMENTE RITROVATO DOPO ANNI DI DECLINO. L'INGEGNER SEVERI, AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA S.I.R.F., SCOMPARSO DA QUATTRO GIORNI, È STATO RITROVATO IN UN FOSSO NUDO E INCAPRETTATO CON UNA MAZZETTA DI SOLDI IN BOCCA…


http://www.angolo-manzoni.it/

contro l'atomica

Per non scordare cosa provoca il nucleare vedi il documentario Le gru di Sadako

venerdì 28 dicembre 2007

il nepal diventa una repubblica

Addio al re, il Nepal
diventa una repubblica


Ad aprile si riunirà l'Assemblea costituente. la fine di una dinastia al potere dal 1768. Dopo 260 anni il Nepal si prepara a dire addio alla monarchia. E' passato oggi al Parlamento l’emendamento costituzionale che rappresenta il primo passaggio necessario alla transizione verso l’instaurazione di una repubblica federale. L'iter si compirà ad aprile, quando verranno eletti, con il sistema proporzionale, i 601 rappresentanti che daranno vita all’assemblea costituente, l'organo da cui nascerà la carta costituzionale del nuovo Nepal. Già da oggi, però, le funzioni di capo di stato passano dal re al primo ministro. In pratica sono state interamente accettate le richieste degli ex ribelli maoisti, decisi fin dall'inizio ad abolire la figura del monarca che i sette partiti dell’alleanza di governo volevano invece conservare, sia pure in un ruolo puramente di rappresentanza.
Dovrebbe così concludersi la sanguinosa e ultradecennale guerriglia ingaggiata dai movimenti maoisti, che di fatto controllano intere aree del Paese, contro l'esercito regolare nepalese. Tredicimila morti e un clima di violenze e di paura che il Nepal spera di lasciarsi alle spalle insieme al contestato re Gyanendra, salito al trono nel 2001, dopo il misterioso massacro dell'intera famiglia reale compiuto, pare, da Dipendra, uno dei figli del precedente re, Birendra, fratello maggiore di Gyanendra, per cause mai chiarite. Sovrano assai poco popolare, quest'ultimo, che il primo febbraio 2005 aveva cercato di archiviare il Parlamento, «concesso» da Birendra nell'anno di grazia 1990, e di reintrodurre la monarchia assoluta.
Il suo declino era cominciato il 21 aprile 2006 quando, dopo una serie di massicce proteste, aveva dovuto rinunciare al suo progetto di ripristino dell'ancien règime e aprire al dialogo con il movimento rivoluzionario di ispirazione maoista.
Finisce così la dinastia fondata nel 1768 da Prithvi Narayan Shah e che, chiudendo il Paese a ogni influenza straniera e scontrandosi rovinosamente con la Cina e con l'India britannica, riuscì sempre a conservare l'autonomia, sia pure in cambio di tributi e cessioni territoriali. I monarchi nepalesi, che una tradizione locale vuole siano incarnazioni del dio Visnu, erano riusciti a superare anche il colpo di stato del 1846, quando il generale Jang Bahadur Rana aveva preso il potere assicurando alla sua famiglia il controllo del Nepal per oltre un secolo. Tra il 1947 e il 1951, infatti, la famiglia Rana era stata rovesciata, con l'aiuto dell'India, e re Tribhuvan aveva fatto ritorno, con grandi promesse di democrazia. Promesse smentite dal figlio Mahendra, che nel 1962 aveva vietato i partiti politici e reintrodotto il sistema tribale dei panchayat, i consigli dei cinque, sorta di tribunali di villaggio incaricati di amministrare la giustizia locale e vigilare sulla pace sociale. Un ordine medievale, che consentiva anche la schiavitù per debiti, abolita sltanto nel 2000, e che il figlio Birendra era riuscito a conservare intatto fino ai moti del 1990. Ora a re Gyanendra resterà solo il pur fastoso palazzo nel centro di Katmandu. Ma se proverà a influenzare le elezioni, gli è stato detto, per lui si schiuderà la via dell'esilio.

giovedì 27 dicembre 2007

il declino dei salari

La crisi di produttivitŕ dipende dalla improduttivitŕ del capitale e non certo dal costo del lavoro. Ma Confindustria non vuol capire
L'inflazione non č forte, colpisce duro solo perché i redditi bassi sono sotto ogni livello di guardia. E' questa la vera prova di governo

Il vero declino č il declino dei salari
se non si ferma, l'Italia va a picco

Alfonso Gianni
Revenant č un termine francese che puň essere usato, come il piů classico spectre , per dire fantasma. In realtŕ tra i due termini una differenza c'č, anche se č difficile renderla in italiano. Revenant č piuttosto il redivivo, colui che insistentemente ritorna. E' qualcosa di piů e di piů appiccicoso persino del tedesco Gespenst , il celeberrimo fantasma del comunismo che si incontra nel poderoso incipit del "Manifesto del Partito Comunista" di Marx ed Engels. Revenant č il fantasma che ti perseguita, che crea una vera e propria ossessione, ed č in questo molteplice senso che il termine č usato da Jacques Derrida in uno splendido libro di quindici anni fa, "Spettri di Marx".
Ma il fantasma di cui voglio qui parlare č tutt'altro. E' quello della stagflazione che pare perseguitare e ossessionare molti economisti - per fortuna non tutti - in Occidente e sovrintendere con la sua assillante quanto inapparente presenza alle decisioni della stessa Banca Centrale Europea. Come si sa per stagflazione - termine entrato in voga negli anni '60 - si intende la presenza contemporanea di due fenomeni negativi: la stagnazione economica, ovvero l'assenza di crescita, e l'inflazione monetaria, cioč la caduta del potere d'acquisto a causa dell'aumento dei prezzi.
Rispetto ad epoche precedenti, nelle quali i periodi di stagnazione dell'attivitŕ economica erano caratterizzati anche da una relativa caduta dei prezzi dovuta alla contrazione della domanda rispetto all'offerta di merci e di lavoro, la crescita del movimento operaio e sindacale nei mitici anni '60 del secolo scorso aveva infatti determinato la possibilitŕ di conseguire incrementi salariali che facevano valere i loro effetti anche nei periodi di depressione economica. Come č noto nel nostro paese il grande imputato di questo meccanismo, ritenuto perverso soprattutto dalle classi dominanti, fu la scala mobile di buona memoria, che infatti venne eliminata tra gli anni '80 e i '90 a colpi di decreti legge e accordi concertativi fra governo, Confindustria e sindacati.
A questo punto ci si potrebbe chiedere: ma che c'entra tutto ciň con una situazione nella quale, sia effettivamente che percettivamente, siamo non solo a un livello piatto, ma a una diminuzione del valore reale delle retribuzioni? In effetti lo studio recentemente reso noto dall'Ires Cgil sulla diminuzione consistente in termini sia relativi che assoluti delle retribuzioni da lavoro dipendente, ha persino scosso - e non poco - l'opinione pubblica. Ne sono seguite dichiarazioni significative e impegnate da parte del Capo dello Stato, nonché del Presidente del Consiglio che ha promesso un incremento del valore reale delle retribuzioni nell'anno che sta per venire, tramite un'opportuna manovra fiscale sui redditi da lavoro dipendente.
segue a pagina 5

ma non era amico di silvio?

La storia secondo Putin: Stalin? Mica male
Patriottismo a oltranza, rivalutazione dell'Unione Sovietica. Il manuale sostituisce un testo precedente assai critico verso «zar» Vladimir
CARLA RESCHIA

Josif Stalin? Mica male. Breznev? Ha fatto tanto per il Paese. Nella nuova Russia che rischia di assomigliare a quella vecchia a scuola i ragazzi impareranno a rivalutare le purghe staliniane degli Anni ’30 e a stimare più i leader sovietici d'antan del riformatore Boris Eltsin, bollato come incapace. E sopratuttto ad amare sempre più lo «zar» Putin «campione dell’ordine, della stabilità e della ripresa».

Così racconta la «Storia della Russia 1945-2007», il nuovo manuale inserito fra i testi scolastici obbligatori dal ministero della Pubblica istruzione. Una rivalutazione a posteriori resa necessaria, secondo uno degli autori, Aleksandr Filipov - pupillo di Vladislav Surkov, il vicecapo dell’amministrazione presidenziale - dal crescente odio per la Russia che si respira fino alle porte di casa. «I vicini della Federazione russa sono russofobi, e Paesi come la Georgia e l’Ucraina sono totalmente dominati dagli Stati Uniti», ha spiegato lo storico in un'intervista al quotidiano Kommersant. Anzi, peggio: «Le ex repubbliche sovietiche hanno messo in piedi con successo una russofobia pedagogica, nella quale la Russia fa la figura della causa prima di tutte le disgrazie. Dovevamo rispondere».

In realtà, secondo il giornale, dietro la scelta c'è una precisa richiesta del salvatore della patria alloggiato al Cremlino, particolarmente irritato dal fatto che nel testo precedente, del 2003, opera dell’oppositore Igor Dolutski, l’era Putin fosse dipinta come una «dittatura autoritaria». Una caduta di stile a cui il nuovo libro di testo pone riparo tessendo gli elogi di ogni scelta compiuta da Vladimir, comprese quelle più controverse come l’ abolizione delle elezioni dirette per i governatori locali e la vicenda giudiziaria del colosso privato energetico Yukos.

Una svolta «storica» di cui si trova un precedente, appunto in epoca sovietica: dopo il XX congresso del Pcus del 1956, dove Nikita Krushev denunciò gli orrori della dittatura staliniana, i manuali di storia vennero velocemente riscritti.

silvioooooooooooo!

putin in sardegna

feeling

libertà occidentale

Il governo inglese preme per tagliare Internet a chi viola il copyright

Mentre la Fox (della News Corp di Rupert Murdoch) e la Apple si preparano ad annunciare che gli ultimi film della 20th Century Fox saranno disponibili in affitto su Internet attraverso il sito iTunes, l'Ansa riprende un articolo del Times Online molto preoccupante: in Gran Bretagna il governo preme sui fornitori di accesso a Internet perchè sia addirittura tagliato il servizio a chi scarica illegalmente musica, film o serie televisive.

Il governo inglese si sarebbe mosso perchè "la video-pirateria sembra una piaga sempre più diffusa e incontenibile".

Secondo la Uk Film Council nel 2005 l’industria avrebbe perso circa 1.200 milioni di euro a causa del download di copie illegali. Film come ’Star Wars: the Revenge of the Sith’ e ’Shrek 2’ erano disponibili prima in rete che al cinema. Lo stesso è successo a molti film usciti quest’anno e alla famosa serie televisiva britannica ’Doctor who', scaricata da 10 mila utenti in Internet prima ancora di andare in onda.

Altro problema è quello di spettatori dotati di videocamere nelle sale cinematografiche, che riprendono i film per poi diffonderli su dvd pirata e in Internet. Secondo i dati ufficiali, 9 film pirata su 10 appaiono sul mercato illegale proprio grazie alle videocamere nei cinema.
Altro che i nostri spot terroristici con Giorgio Faletti, tutti chiacchiere e distintivo: oltremanica, molti parlamentari britannici chiedono - in sintonia con il governo - che questo tipo di reato passi da civile a penale.

Meno male che secondo un portavoce dell'Ispa - l’associazione che rappresenta i fornitori di accesso a Internet - è però molto difficile, se non impossibile, monitorare la pirateria cinematografica, senza considerare che si rischia di infrangere la privacy degli utenti.
Ma alcuni Internet Provider si sono dichiarati disponibili a negoziare con le autorità.

In Francia - suggerisce oggi il ’Times’ - il problema è stato risolto togliendo l’accesso a Internet a coloro che scaricano musica, film e software: lo stesso vorrebbe fare adesso in Gran Bretagna il governo Brown.

Capita l'antifona, per l'anno nuovo? Altro che David Byrne e il futuro creativo digitale...Tira un ventaccio, in Europa!

e ora?

Pakistan, morta Benazir Bhutto
L'ex premier stava tenendo un comizio a Rawalpindi, vicino Islamabad
Un kamikaze le ha sparato e poi si è fatto esplodere uccidendo almeno 15 persone



Scontri e violenze in tutto il Paese
Rischio caos, Musharraf riunisce il governo. In forse le elezioni in programma per gennaio
Il leader dell'opposizione Sharif annuncia il boicottaggio e chiede le dimissioni del presidente

RAWALPINDI (Pakistan) - Benazir Bhutto, la leader dell'opposizione pachistana, è stata assassinata oggi da un colpo d'arma da fuoco sparato da un kamikaze che si è successivamente fatto saltare in aria nel mezzo di un comizio elettorale a Rawalpindi, vicino alla capitale Islamabad, uccidendo almeno 20 persone, ha riferito la polizia.

Bhutto, ex premier, la prima donna a ricoprire questo ruolo in un Paese musulmano, aveva appena finito di parlare al raduno per le elezioni parlamentari che erano previste per l'8 gennaio, ma saranno forse rinviate. L'attentatore ha sparato contro la vettura, dalla quale la leader stava salutando la folla. Un giornalista pachistano presente sul luogo ha detto di avere sentito due spari, prima dell'esplosione. Secondo un'altra ricostruzione della polizia riferita dalla televisione pachistana Dawn, gli attentatori erano due. Si sono avvicinati in moto all'auto dell'ex premier e hanno sparato almeno cinque colpi con un kalashnikov, colpendola. I due si sarebbero poi fatti esplodere poco lontano. Fonti giornalistiche a Islamabad riferiscono di un numero di morti maggiore, fra i 20 ed i 35 e di una sessantina di feriti.

L'attentato rischia di far precipitare nell'instabilità il Pakistan, un Paese di 160 milioni di musulmani dotato dell'arma nucleare. Subito dopo l'attacco, sostenitori del Partito popolare pachistano, di cui Bhutto era la leader, si sono dati ad atti di violenza, denunciando il regime del presidente Pervez Musharraf. A Karachi, una decina di persone sono rimaste uccise negli scontri e si è udita un'esplosione vicino all'abitazione dell'ex premier assassinata. Decine di persone radunate davanti all'ospedale di Rawalpindi dove era stata portata Bhutto sono scoppiate a piangere all'annuncio della morte. In serata la salma, in una bara di legno chiara, è stata trasportata dall'ospedale ad una base militare per essere trasferita a Larkana, nel sud, dove sorge il mausoleo della sua famiglia.

Nel Paese la tensione è altissima e forze paramilitari sono state messe in "allarme rosso", per sedare ogni violenza. Il presidente pachistano Pervez Musharraf ha condannato con fermezza l'attentato ed ha chiesto al popolo di mantenere la calma e la pace per affrontare questa tragedia per continuare a combattere affinché i "nefasti disegni dei terroristi vengano sconfitti". Ha immediatamente convocato una riunione di emergenza del governo e proclamato tre giorni di lutto nazionale.

Ma dal marito di Benazir Bhutto arrivano dure accuse: "E' opera del governo" è stata la prima dichiarazione alla televisione indiana CNN-IBN di Asif Ali Zardari, poco prima di partire da Dubai, dove una parte della famiglia vive in esilio, alla volta del Pakistan. "Sono i nemici del Pakistan che vogliono disintegrare il Paese, hanno voluto colpire un simbolo di unità", ha commentato Farzana Raja, un dirigente del Partito Popolare della Bhutto.

La leader dell'opposizione, 54 anni, due volte primo ministro, era già sfuggita a ottobre a un attentato a Karachi il giorno del suo rientro in patria, dopo otto anni di esilio volontario. Circa 140 persone vennero uccise nell'attacco nella città del Sud del Paese. Era ben consapevole dei rischi che correva e poco prima di essere stata uccisa oggi ha detto, parlando alla folla a Rawalpindi: "Ho messo in pericolo la mia vita venendo qui perché credo che il Paese sia in pericolo. La gente è preoccupata, porteremo il Paese fuori dalla crisi".

L'attentato a Bhutto è avvenuto quasi in contemporanea con un attacco contro il raduno di un altro partito d'opposizione - al quale avrebbe dovuto partecipare il leader Nawaz Sharif, uno dei suoi principali avversari - in cui sono state uccise cinque persone. Sharif, intanto, ha reso omaggio a Bhutto ed ha annunciato che il suo partito boicotterà le elezioni di gennaio, chiedendo le dimissioni del presidente. "Chiedo a Musharraf di lasciare il potere, senza rimandare di un singolo giorno, per salvare il Pakistan" ha detto Sharif, cui la Commissione elettorale ha vietato di candidarsi alle elezioni. Per l'ex premier il presidente pachistano rappresenta una minaccia alla stabilità del Pakistan e l'origine di "tutti i problemi della nazione". Per domani ha convocato uno sciopero generale.

Da tutto il mondo è arrivata la condanna per l'atto "brutale" contro uno dei personaggi politici del Pakistan più stimati da Stati Uniti e occidente che la consideravano una speranza di moderazione per un Paese già molto irrequieto. Nel 2007 gli attentati in Pakistan sono aumentati notevolmente, e la violenza è sempre maggiore.

Al suo rientro in patria a ottobre Benazir Bhutto aveva accusato il governo di Musharraf di essere coinvolto nell'attentato di Karachi e di non fare abbastanza per la sua protezione. Servizi segreti internazionali hanno detto nei mesi scorsi che Al Qaeda, i Taliban e gruppi jihadisti avevano pronti kamikaze da scatenare contro l'ex premier. Ambedue i fratelli di Bhutto sono stati assassinati in circostanze misteriose e la stessa Benazir aveva detto che Al Qaeda aveva tentato di ucciderla più volte negli anni '90.

...amen

La Procura di Terni ha fatto notificare al sacerdote l'avviso di fine inchiesta
Un collaboratore, un ex assistente ed una terza persona sospettate di favoreggiamento
Don Gelmini, chiuse le indagini
Otto le presunte vittime di abusi

Don Gelmini, chiuse le indagini
Otto le presunte vittime di abusi


TERNI - Sono otto le presunte vittime delle molestie sessuali per le quali è imputato don Pierino Gelmini. La procura della repubblica di Terni ha notificato al sacerdote l'avviso di conclusione delle indagini. Si va verso il rinvio a giudizio del sacerdote. Favoreggiamento personale invece ad altre tre persone, tra cui uno degli attuali collaboratori del religioso della Comunità Incontro, ed un ex assistente.

Le molestie sessuali sarebbero avvenute tra il '99 e il 2004; due delle vittime all'epoca dei fatti sarebbero stati minorenni. Così scrive la Procura; ora il fascicolo passerà al vaglio del giudice che deciderà sulle richieste dell'accusa.

"L'infamia non mi tocca", aveva detto l'ottantaduenne sacerdote davanti a trecento sostenitori venuti ad accoglierlo l'agosto scorso nella casa madre della Comunità Incontro di Amelia sulle colline dell'Umbria. "Credevano che don Pierino mollasse", tuonò l'anziano religioso dal palco. "Pensavano di avere a che fare con un coniglio, invece hanno trovato un cane che morde. Volevano prendersi la comunità", e chiuse il prologo con il gesto dell'ombrello. "Sto portando la croce : sono innocente e per questo assolutamente tranquillo".

Eppure le accuse sembrano circostanziate. "Mi palpava, baciava e in più occasioni mi ha costretto ad atti sessuali", raccontò Michele Iacobbe, ex tossicodipendente, il primo grande accusatore di don Gelmini, già in carcere a Teramo per una serie di reati compresa l'estorsione e la calunnia. "Quell'uomo mi ha rovinato", disse Iacobbe riferendosi a don Gelmini. "Mi ha costretto a fare delle cose che non avrei mai voluto. Mi diceva: tagliati i capelli, dai lo faccio io che corti mi piacciono di più, dammi un bacio per favore".

martedì 25 dicembre 2007

non c'è più oscar peterson

E' morto il pianista Oscar Peterson, una leggenda del mondo del jazz
Il compositore canadese aveva 82 anni e da tempo era malato
Nella sua carriera ha suonato con i più grandi. Inventò uno stile


WASHINGTON - Il pianista e compositore Oscar Peterson, una leggenda del jazz, è morto a Toronto, in Canada, a 82 anni. Lo ha annunciato la rete televisiva pubblica canadese Cbc.

Peterson era nato a Montreal nel 1925 e la sua carriera di virtuoso del piano, che prese il via soprattutto da uno straordinario concerto a New York alla Carnegie Hall nel 1949, lo ha portato prima ad esibirsi con i maggiori nomi della scena del jazz mondiale, poi a diventare un'icona della musica a livello internazionale.

Pianista dalla tecnica straodinaria, fu tra i più prolifici della storia del jazz. Il suo stile, che si richiamava al maestro Art Tatum, restava riconoscibile in ogni session alla quale partecipa va e nella quale lasciava la sua impronta. Ha suonato con mostri sacri del calibro di Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Lester Young, Anita O'Day e Stan Getz. Nella metà degli anni '50 divenne celebre l'Oscar Peterson trio che si completava con il contrabassista Ray Brown e il batterista Ed Yhigpen.

Nel 1997 aveva ricevuto un Grammy alla carriera. Il cattivo stato di salute negli ultimi tempi lo aveva costretto a cancellare più volte eventi sul palcoscenico, compreso un concerto previsto all'ultima edizione del Toronto Jazz Festival.

lavorare ieri e lavorare oggi

Il giorno di Natale del 1977 moriva a Corsier- sur-Vevey,nel cantone svizzero di Vaud, il celebre comico, regista, sceneggiatore, produttore e musicista Charlie Chaplin, «padre» del non meno famoso Charlot, il vagabondo dal cuore tenero e disincantato diventato uno dei personaggi emblematici del 20esimo secolo.
Spezzone di Tempi Moderni

e nei call center oggi...

lunedì 24 dicembre 2007

adriano olivetti 52 anni fa


24 dicembre 1955

Messaggio dell’ ing. Adriano Olivetti ai dipendenti dell’ Organizzazione

Nel « Salone dei 2000 », nel giorno della vigilia di Natale, il nostro Presidente ha tenuto il seguente discorso alle maestranze, agli impiegati e ai dirigenti della Ditta. Amici lavoratori della ICO, della OMO, della Fonderia, dei Cantieri esattamente sei anni or sono, il 24 dicembre 1949 rivolsi a voi, da questo microfono, un breve messaggio in occasione di quel Natale ed iniziai passando in rassegna gli avvenimenti più salienti di quell’anno.

Mi sia consentito anche oggi a tanta distanza di tempo, iniziare riassumendo quanto è passato nella nostra fabbrica negli anni più recenti.

Verso l’estate del 1952 la fabbrica attraversò una crisi di crescenza e di organizzazione che fu appena visibile a tutti, ma che fu non di meno di una notevole gravità. Fu quando riducemmo gli orari; le macchine si accumulavano nei magazzini di Ivrea e delle Filiali, a decine di migliaia. L’equilibrio tra spese e incassi inclinava pericolosamente: mancavano ogni mese centinaia di milioni. A quel punto c’erano solo due soluzioni: diventare più piccoli, diminuire ancora gli orari, non assumere più nessuno; c’erano cinquecento lavoratori di troppo; taluno incominciava a parlare di licenziamenti. L’altra soluzione era difficile e pericolosa: instaurare immediatamente una politica di espansione più dinamica, più audace. Fu scelta senza esitazione la seconda via.

In Italia, in un solo anno, furono assunti 700 nuovi venditori, fu ribassato il prezzo delle macchine, furono create filiali nuove a Messina, Verona, Brescia, alle quali si aggiunsero più tardi quelle di Vicenza e di Cagliari.

La battaglia, condotta dal dottor Galassi, validamente coadiuvato dai suoi collaboratori, fu vinta d’impeto, e diciotto mesi dopo il pericolo di rimanere senza lavoro era ormai scongiurato; la battaglia era costata molte centinaia di milioni che non potevano essere equilibrati se non da una migliore organizzazione delle fabbriche. La lotta continuò in tutto il fronte dell’esportazione: in Germania, in Belgio, in Inghilterra, negli Stati Uniti; furono create nuove filiali a San Francisco, Chicago. Francoforte. Colonia, Hannover, Dusseldorf lo sforzo fu ovunque intenso.

In questi ultimi anni le nostre Consociate sparse in tutto il mondo si andarono riorganizzando, ampliando, rafforzando e il nome Olivetti è diventato una bandiera che onora il lavoro italiano nel mondo.

Questo riconoscimento ci riempie, è vero, di orgoglio. Se nella quinta strada a New York la Olivetti è il simbolo più significativo di progresso accanto al grande palazzo delle Nazioni Unite, accanto ad altri moderni edifici, se in tutte le parti del Commonwealth britannico, in Canadà come in Australia il nome Olivetti e con esso quello di Ivrea è tenuto in alta considerazione, voi avete il diritto di chiedere e sapere: qual’è il fine? Dove porta tutto ciò? C’è anzitutto una questione prevalente: quelle tredici società alleate, nella storia della nostra ditta sono un fatto, in relazione al loro numero, relativamente recente perchè nel 1947 quando riprendemmo le esportazioni, avevamo in stato di efficienza solo la fabbrica e la società di Spagna. Esse sono ora una forza, che ha aumentato la nostra espansione. Sulle 6000 e più persone che lavorano oggi ad Ivrea più della metà vi lavorano esclusivamente perciò quelle società esistono. Esse hanno tuttavia rappresentato un’esperienza difficile, seria, rischiosa. La loro storia è seminata di croci, di sconfitte, di disastri, di gravissime perdite, alle quali abbiamo faticosamente portato rimedio. Noi abbiamo potuto adottare solo recentemente una politica più esperimentata ora resa possibile dal numero crescente dei nostri prodotti e dalla loro alta qualità.

Se oggi si vendono ogni mese mille Divisumma negli Stati Uniti o mille portatili in Germania o centinaia di Summa 15, di Studio in Inghilterra, gli è che i nostri migliori uomini si affaticarono in viaggi talvolta estenuanti, misero a punto, tra difficoltà che altre società non riuscirono a superare, la nuova macchina organizzativa, senza modelli davanti a noi.
E questa macchina organizzativa è ora quasi a punto, ormai quasi finita. E’ fatta per uno scopo solo: assicurare a questa fabbrica e per chi vi lavora, più sicurezza, più libertà, più benessere.

In tre anni decine di funzionari e di dirigenti sono passati dai quadri italiani ai quadri delle Consociate. Voi leggete in « Notizie Olivetti » una nuda cronaca. Si leggono infatti informazioni di questo tipo: l’ing. Orlando è stato trasferito da Bologna a Glasgow, il dott. Lorenzotti da Roma a Chicago, il dott. Santi da Milano a Francoforte, l’ing. Luna da Padova a Bruxelles, e avrete saputo anche il trasferimento all’estero di molti altri tecnici e operai vostri diretti compagni di lavoro.

Ma non è difficile comprendere come questi movimenti siano simili a quelli di una partita a scacchi nella quale si gioca l’avvenire della nostra fabbrica, dove è in gioco il futuro dei vostri figli. E questi movimenti hanno dato i loro frutti in maggior sicurezza e in maggior lavoro ora soltanto che un complicato ingranaggio organizzativo è stato messo a punto. L’Ufficio Personale Impiegati è stato completamente riorganizzato dal 1953; la Direzione Generale Commerciale ha messo a punto numerosi nuovi dispositivi per aumentare in modo omogeneo la vendita sul mercato italiano; lo Stac è stato quintuplicato; l’Ufficio Pubblicità ha dovuto riorganizzarsi in vista di compiti più vasti, la Direzione di molte Consociate è stata largamente potenziata e affinata; molti giovani sono stati promossi a più alte responsabilità.

Nel campo dell’elettronica, ove soltanto le più grandi fabbriche americane hanno da anni la precedenza, lavoriamo metodicamente da quattro anni e ci siamo dedicati a un campo nuovo. Tra pochi mesi sarà resa nota l’esistenza di una nostra macchina elettronica e presentata qui a Ivrea ai tecnici e alle rappresentanze dei lavoratori: si tratta di una macchina completamente originale, che sotto la guida dell’ing. Dino Olivetti, Michele Canepa e altri ingegneri di Ivrea hanno messo a punto nel nostro laboratorio di ricerche avanzate.

Essa avrà una memoria di 5000 posizioni ed appartiene alla classe di media grandezza. Siamo al promettente principio di più ampi sviluppi. Una nuova sezione di ricerca potrà sorgere nei prossimi anni per sviluppare gli aspetti scientifici dell’elettronica, poiché questa rapidamente condiziona nel bene e nel male l’ansia di progresso della civiltà di oggi.

Noi non potremo essere assenti da questo settore per molti aspetti decisivo. Con ciò tuttavia nessun pericolo incombe sulle nostre produzioni: come l’industria aeronautica non ha fermato lo sviluppo di quella automobilistica, così le calcolatrici elettroniche non sostituiranno, almeno per molto tempo né le addizionatrici, né le calcolatrici meccaniche. Esse si aggiungono soltanto a render possibile l’esistenza efficiente dei grandi organismi e a procurare a tecnici ed operai italiani nuove occasioni di lavoro.

Anche il nostro Centro Meccanografico di Ivrea è dotato di una calcolatrice elettronica; questo Centro per il cosciente lavoro di alcuni vostri colleghi, sotto la guida di Camillo Prelle e di Roberto Olivetti, prende sempre più ampio sviluppo; esso mira appunto a riprendere quel coordinamento finanziario che in una azienda delle nostre dimensioni rischia di andare perduto se alla mente dei direttori non si danno nuovi, potenti, rapidi mezzi di indagine e di controllo.

La società commerciale italo-francese Olivetti Bull per le macchine statistiche, validamente presieduta dall’avv. Arrigo Olivetti, ha ottenuto nei recenti anni in tutta Italia notevoli successi organizzando con alta efficienza delicati servizi delle Pubbliche Amministrazioni e di grandi aziende.

Essa ha servito egregiamente a equilibrare a nostro favore l’intercambio italo-francese, facilitando in tal guisa le nostre esportazioni di oltralpe.

I Cantieri edili, sotto la guida energica dell’ing. Roberto Guiducci e dei suoi valenti collaboratori, tecnici ed operai, stanno compiendo a tempo di record due officine: la moderna OMO a San Bernardo ed una nuova ICO, costruita sulla vecchia OMO, il cui edificio verrà in gran parte rifatto. La prima ha una superficie utile di 10.000 mq., potrà ospitare sino a 700 operai, la seconda ha 20.000 mq. e potrà ospitarne circa 2000.

Si tratta del più grande sforzo costruttivo ed espansivo che la nostra ditta abbia intrapreso, in tutta la sua storia. Esso è frutto di un calcolo ottimista dell’avvenire della nostra economia e della precisa volontà di garantire non solo un migliore e più ordinato assetto al vostro lavoro, ma anche nuove possibilità per chi ancora attende una dignitosa occupazione.

Nessuno deve meravigliarsi quindi che la nostra amministrazione, giustamente prudente, abbia posto dei rigidi limiti a nuovi impegni finanziari fino a che il punto culminante di questo sforzo ingente non sia superato.

Il nuovo Centro Studi che spicca con i suoi mattoni azzurri sullo sfondo verde di Montenavale, opera pregevole dell’arch. Vittoria, ha incominciato a funzionare nell’estate.
Sotto la guida ineguagliata dell’ing. Giuseppe Beccio si studiano nuovi prodotti intesi a mantenere il primato europeo che abbiamo raggiunto nel campo delle macchine per ufficio.
L’équipe di Natale Capellaro ha messo a punto lo scorso anno, la nuova calcolatrice N 6 che sarà messa in vendita con il nome di « Tetractys ». Gli specialisti dell’officina Z hanno amorevolmente finito proprio in questi giorni con la loro abituale scrupolosità, competenza e precisione, i relativi strumenti di produzione.

La nuova macchina andrà quindi in linea assai presto, al ritmo iniziale di tre macchine-ora.
Nella dura. battaglia contro i colossi americani e tedeschi amiamo ricordare come similitudine i metodi e i mezzi delle battaglie navali: corazzate, incrociatori, torpediniere, navi grandi e navi piccole, nessuna da sola potrebbe vincere, tutte insieme fanno un corpo che è difficile abbattere. In questa similitudine la Lettera 22 è la piccola torpediniera che si infiltra dappertutto e le grandi contabili ed elettriche sono le corazzate che per vincere la loro guerra devono essere difese da una cortina di macchine più piccole e più agili.

Il 31 di marzo di quest’anno il nostro dottor Pero firmava a Milano l’acquisto della De Angeli Frua di Agliè; il 15 aprile centinaia di telai erano trasformati in rottami da fonderia. Entravano in azione uomini del nostro reparto impianti tradizionalmente pronti e generosi.

Il 15 settembre dove da anni stagnava la vita, un’officina completa di oltre 600 dipendenti era in piena efficienza. Agliè, Ozegna, Bairo, Rivarolo, Castellamonte, i paesi della Val Chiusella lenivano le loro ferite più gravi.

Il nostro Ufficio Personale operò alacremente, nonostante le gravi difficoltà di ogni ordine, e si è andato via via perfezionando; assistenti sociali operano fuori della fabbrica, altre nell’interno, per facilitare gli spostamenti. Il lavoro di questi uffici è arduo, spesso incompreso; ma questi organi diventano a poco a poco più sensibili e più esatti onde le ingiustizie e gli errori purtroppo frequenti nel passato, è giusto il riconoscerlo, vanno man mano riducendosi. Non cesseremo ogni sforzo per dare a questo così delicato meccanismo uomini, autorità e mezzi crescenti.

E voglio anche ricordare come in questa fabbrica, in questi anni, non abbiamo mai chiesto a nessuno a quale fede religiosa crèdesse, in quale partito militasse o ancora da quale regione d’Italia egli e la sua famiglia provenisse.

Nel corso del ‘54 si è dato mano dopo anni di esperimenti alla produzione in grande serie della Lexikon elettrica.
La nuova produzione che non può essere ancora attrezzata con i metodi più completa è stata accolta con favore dal pubblico e la vendita, in arretrato sulla produzione, comincia soltanto oggi ad essere sensibile.

Produzione e vendita saranno equilibrate soltanto nei prossimi mesi. Le macchine elettriche sono destinate prevalentemente alla esportazione poiché il mercato italiano assorbirà soltanto una su quattro delle macchine che produrremo.

Quando la ditta - come in ogni altra industria meccanica - assume un operaio deve iscrivere sul libro dei suoi conti un investimento molto elevato.

Non c’è dunque da meravigliarsi se avendo proceduto durante lo scorso anno a massicce assunzioni abbiamo dovuto affrontare il ricorso ad altrettanto ingenti prestiti esterni. Noi non potremo mantenere questo ritmo di assunzioni senza pericoli per la nostra economia ed è questa la ragione che è stata ordinata una sosta in tutti gli investimenti tranne quelli direttamente produttivi.

Nel ‘56 le assunzioni, prenderanno dunque un ritmo minore; esse saranno tuttavia concentrate nello stabilimento di Ivrea, salvo taluni complementi resi necessari a Pozzuoli per il trasferimento ivi ancora in corso di effettuazione della Elettrosumma e delle macchine a carrello della classe Divisumma.

Oggi le persone iscritte nei nostri ruoli in Italia, escluso beninteso gli agenti e i rappresentanti, sono 11.353: comprendendo i dipendenti delle Società Alleate si raggiunge la cifra di 16.600.
Questo numero eguaglia gli effettivi di due divisioni militari, ma essi operano per fortuna per degli ideali di pace e di lavoro. In seguito al recente rinnovo del piano Fanfani sono previste costruzioni di case per lavoratori per 325 milioni di lire. Potremo così costruire qui in Ivrea, in un periodo relativamente breve, oltre 150 alloggi. Di 48 di essi si sono già cominciati i lavori e si prevede che possono essere terminati in meno di 10 mesi, permettendoci finalmente di affrontare i casi più gravi. Anche il progetto, patrocinato dal Consiglio di Gestione, delle case a riscatto procede bene e questo tipo di programma edilizio è destinato ad avere altri e più notevoli sviluppi.

Quando il punto critico cui acceniiavo dianzi sarà superato saranno ripresi i lavori della mensa e iniziati quelli per una nuova infermeria, ormai indispensabile. Sarà d’uopo inoltre migliorare taluni servizi culturali e sociali attualmente inadatti e insufficienti. Queste costruzioni faranno parte di un complesso più importante chiamato « fascia dei servizi sociali » destinata a sorgere tra la Fonderia e le due case Gallo che, come sapete, saranno abbattute per dar nuovo spazio e respiro innanzi al corpo principale della fabbrica.

Questo progetto che onorerà voi tutti, la nostra città, la nostra fabbrica fu a suo tempo presentato al Consiglio di Gestione.

Non dobbiamo dimenticare che questo gruppo di costruzioni sociali, al pari della nuova mensa e dopomensa, saranno costruite esclusivamente dai vostri compagni di lavoro dei cantieri. Nel programma predisposto questi lavori avranno la funzione di equilibrare le costruzioni industriali e quelle di case per abitazioni e permetteranno perciò anche nei prossimi anni di mantenere in piena e utile occupazione oltre cento lavoratori, difficilmente trasferibili alle lavorazioni meccaniche.

E’ noto del resto che il Cantiere nacque all’origine come un positivo e apprezzabile elemento della lotta che conduciamo in tutto il Canavese contro il grave preoccupante fenomeno della disoccupazione il quale purtroppo, nonostante i nostri sforzi, diminuisce ancora con troppa lentezza. Organizzando le biblioteche, le borse di studio e i corsi di molte nature in una misura che nessuna fabbrica ha mai operato abbiamo voluto indicare la nostra fede nella virtù liberatrice della cultura, affinché i lavoratori, ancora troppo sacrificati da mille difficoltà, superassero giorno per giorno una inferiorità di cui è colpevole la società italiana.

Noi siamo così sulla via di aiutarvi a cercare e trovare insieme agli strumenti più adeguati e più moderni atti a difendere il vostro fisico, gli alimenti spirituali che è doveroso fornire agli uomini al fine di vivificare il loro spirito e di scoprire la nobiltà del loro cuore, poiché la miseria dell’uomo è più profonda finché non ha rivelato a se stesso la vera coscienza interiore: quella della sua anima. Anche gli istruttori e i maestri e i giovani del nostro Centro Formazione Meccanici sanno che importa costruire degli uomini, forgiare dei caratteri senza i quali è vana e istruzione e cultura, perchè il volto degli uomini onesti è così importante come il nodo divino che annoda tutte le cose del mondo.

Sia ben chiaro che è lungi da noi il pensiero che queste mete importanti non sostituiscono né il pane, né il vino, né il combustibile e non ci sottraggono quindi al dovere di lottare strenuamente alla ricerca di un livello salariale più alto, quello che darà finalmente la vera libertà che è data ad ognuno soltanto quando può spendere qualcosa di più del minimo di sussistenza vitale.

E questa duplice lotta nel campo materiale e nella sfera spirituale - per questa fabbrica che amiamo - è l’impegno più alto e la ragione stessa della mia vita. La luce della verità, usava dirmi mio Padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole.

Noi non,ci siamo perciò sottratti - insieme al Consiglio di Gestione - all’imperativo morale di provvedere in talune occasioni in difesa delle minoranze. Alludo alle 1539 famiglie che hanno avuto questa estate praticamente raddoppiati gli assegni familiari di loro competenza; queste famiglie hanno avuto in tal modo un beneficio di qualche rilievo; esso ha diminuito per talune di esse la dolorosa necessità di ricorrere all’ausilio del Fondo Domenico Burzio. A questo Fondo rimarrà sempre una insostituibile delicata e benemerita funzione; tuttavia crediamo che la giusta strada consista nell’eliminare via via alla radice le cause del bisogno: e su questa linea proseguiremo nei limiti delle possibilità, senza esitazioni.

In questi anni di vita il Consiglio di Gestione, pur avendo dei compiti ancora limitati, ha dato prova di senso di responsabilità e spirito di collaborazione, che noi riteniamo degni di nota e utili sotto ogni riguardo. Esso, sinceramente, cerca di rendere questa fabbrica, compatibilmente con le situazioni di fatto, un posto più dignitoso, più libero per vivere e per lavorare.

Ed è altrettanto importante adoperarsi per far sì che la potenza e il potere della fabbrica raggiunte in virtù della dinamica del mondo moderno, sia rivolto insieme ai fini del vostro benessere, al civile progresso dei luoghi ove siete nati e in cui vivete. Poiché a nessuno di noi deve sfuggire un solo istante che non è possibile creare un’isola di civiltà più elevata e trovarsi a noi tutt’intorno e ignoranza e miseria e disoccupazione.

Perciò io credo - anche - in una società rinnovata, che esalti e non opprima, che riconosca e non disprezzi, che accetti e non respinga l’ordine umano e divino che risplende nella verità, nell’arte, nella giustizia e sopra ogni altra cosa, nella tolleranza e nell’amore. Poiché sono stato con voi nella fabbrica, conosco la monotonia dei gesti ripetuti, la stanchezza dei lavori difficili, l’ansia di ritrovare nelle pause del lavoro la luce, il sole e poi a casa il sorriso di una donna e di un bimbo, il cuore di una madre.

Perciò sono stato io a lanciare l’idea di arrivare qui nella nostra fabbrica per primi a ridurre l’orario, a realizzare gradualmente ma decisamente la settimana di cinque giorni. Ci vollero più di quarant’anni di storia fatta di lavoro per giungere a questo punto: nessuno deve meravigliarsi se questo evento, in seguito alle circostanze e alle difficoltà che vi ho dianzi elencate, non si è realizzato con la precisione di un cronometro; e nella nostra storia tre mesi o sei non contano, purchè le conquiste siano vere, durature, frutto di meditate esperienze e di situazioni coerenti.

Ma per togliere ogni nube tra noi e soprattutto riaffermare una questione di principio posso oggi darvi un annuncio: ieri sera è stata raggiunta un’intesa tra la Direzione dello stabilimento di Agliè e quella Commissione Interna. In forza di questo accordo gli orari di Agliè saranno ridotti di un’ora e mezza ogni settimana a partire dal l marzo. Esso anticipa analoghi accordi che qui seguiranno, fermamente io credo, prima dell’estate.

Contemporaneamente i lavoratori di quella fabbrica per non essere danneggiati dalla riduzione d’orario riceveranno l’aumento necessario per riequilibrare il guadagno. Questo accordo pilota - è evidente - è stato reso possibile dalle dimensioni ridotte di quello stabilimento: ma esso vuole affermare senza alcun dubbio le più profonde esigenze di tutti i lavoratori.

Da molto tempo non prendevo la parola dinanzi a voi perché mi era sembrato «difficile» il farlo se non a fronte di motivi seri ed importanti. Né possa sembrarvi questo mancanza di considerazione o di riguardo: e nemmeno le malattie, le occupazioni e le preoccupazioni del mio lavoro giustificherebbero una così lunga assenza. Ma fin dal tempo che studiavo al Politecnico di Torino i mattoni rossi della fabbrica mi incutevano un timore e avevo paura del giudizio degli uomini che passavano lunghe ore alle macchine quando io invece disponevo liberamente del mio tempo. Ora che ho lavorato anch’io con voi tanti anni, non posso le stesso dimenticare e accettare le differenze sociali che come una situazione da riscattare, una pesante responsabilità densa di doveri.

Talvolta, quando sosto brevemente la sera e dai miei uffici vedo le finestre illuminate degli operai che fanno il doppio turno alle tornerie automatiche, mi vien voglia di sostare, di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza a quei lavoratori attaccati a quelle macchine che io conosco da tanti anni, quando nei primi tempi della mia carriera si discuteva con l’ing. Camillo se era meglio farle venire da Providence negli Stati Uniti o da Stuttgart in Germania, quando era capo reparto il vecchio Giovanni Rey.

E se adunque essi non mi vedono, mi sia consentito far sapere che come mio Padre vi ha amato, così anch’io ho osservato i suoi comandamenti. Ed anche oggi, nelle grandi decisioni della fabbrica, siamo costretti a ricorrere alla sua memoria, al suo insegnamento, alla sua saggezza perchè in ognuno di noi è fatale una domanda inquietante, un imperativo della coscienza: che cosa avrebbe suggerito in queste circostanze l’ing. Camillo?
Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche - io lo spero - la fedeltà a un ammonimento severo che mio Padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: «ricordati - mi disse - che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro».

E il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva e non giovi a un nobile scopo. L’uomo primitivo era nudo sulla terra, tra i sassi, le foreste e gli acquitrini, senza utensili, senza macchine. Il lavoro solo ha trasformato il mondo e siamo alla vigilia di una trasformazione definitiva.

Anche quando posso sembrare lontano od assente il mio cuore è con voi e questo è il cifrario nascosto di una esperienza umana vissuta giorno per giorno.

La fabbrica è grande, i problemi incalzano dentro e di fuori, nei reparti più vicini e in quelli più lontani, negli uffici più disparati. E bisogna ogni giorno rifiutare la tentazione di risolvere personalmente un caso difficile, per meditare, invece, sulle cose che operano i cambiamenti, che perfezionano e ingrandiscono la nostra azione che portano innanzi dei metodi risolutivi.

Mi illudo perciò di non avere ignorato le vostre aspirazioni, i vostri desideri, i vostri bisogni. Poiché i vostri dolori, le vostre sofferenze, e i vostri timori e le vostre speranze sono da sempre le mie; per anni nella preghiera di ogni giorno non ho mai di certo pensato al mio pane quotidiano ma potevo rivolgere un pensiero appassionato perchè mai il lavoro di cui il pane è il simbolo non vi venisse a mancare e che questa fabbrica fosse protetta e prima e durante e dopo il tempo di una terribile guerra, in una parola che la Provvidenza aiutasse un comune destino giacché Essa mi aveva assegnato un compito e una precisa responsabilità verso di voi.

Ho sempre saputo, fin troppo bene, come errori e debolezze e manchevolezza avrebbero potuto ripercuotersi dolorosamente sopra tutti, come la mia forza e il mio sforzo erano fin troppo legati al vostro avvenire.

Nel corso di tanti anni di lotte, di avversità, in quegli anni tenebrosi del fascismo e della guerra, dell’occupazione e della resistenza che ebbe tra voi i suoi martiri e i suoi eroi eravamo tutti accomunati in una stessa lotta contro uno stesso nemico; ma la fabbrica e la città vissero in salvezza poiché la Provvidenza aveva visibilmente steso un suo soffio di protezione. Quella profonda. unità vorremmo che si mantenesse oltre ogni divisione.

Nello sconsolato mondo moderno, insidiato dal disordinato contrasto di massicci e spesso accecati interessi, corrotto dalla disumana volontà e vanità del potere, dal dominio dell’uomo sull’uomo minacciato di perdere il senso e la luce dei valori dello spirito, il posto dei lavoratori è uno, segnato in modo inequivocabile.

Noi crediamo che, sul piano sociale e politico, spetti a voi un compito insostituibile, e di fondamentale importanza. Le classi lavoratrici, più che ogni altro ceto sociale, sono i rappresentanti autentici di un insopprimibile valore, la giustizia, e incarnano questo sentimento con slancio talora drammatico e sempre generoso; d’altro lato gli uomini di cultura, gli esperti di ogni attività scientifica e tecnica, esprimono attraverso la loro tenace ricerca, valori ugualmente universali, nell’ordine della verità e della scienza.

Siete voi lavoratori delle fabbriche e dei campi ed ingegneri ed architetti che, dando vita al mondo moderno, al mondo del lavoro dell’uomo e della sua città plasmate nella viva realtà gli ideali che ognuno porta nel cuore: armonia, ordine, bellezza, pace; essi bruciano in una fiamma che ci è stata consegnata e che conviene a noi come servitori di Dio alimentare e proteggere. I più umili, i più innocenti, i migliori sanno nel loro presentimento che dal loro sacrificio di oggi, illuminati dalla grazia di Dio, potrà nascere finalmente qualcosa di nuovo e di grande, che le speranze dei nostri figli non andranno deluse, che il seme non fu buttato su una arida roccia.

Stasera molti di voi, nelle chiese suggestive dei vostri villaggi e qui ad Ivrea nella Cattedrale, a San Lorenzo, a San Grato, al piccolo altare del Sacro Cuore, ovunque è una chiesa, vi. accompagnerete con i vostri cari ad ascoltare in raccoglimento pensoso, il mistico sacrificio offerto a Dio in memoria del Salvatore.

In quest’epoca l’ansioso desiderio di rinnovamento e di salvezza raggiunge una più grande intensità, onde la luce di un’epoca nuova, per un ordine più giusto e più umano, si accende ancor sempre dietro la Croce che rimane pur sempre l’asse immobile intorno al quale ruota la storia.

Amici lavoratori della ICO, della OMO, della Fonderia, dei Cantieri, volgendo al termine di questo lungo messaggio permettete che io vi ricordi un messaggio più alto, che vecchio di duemila anni accende domani, su tutta la terra, il cuore di tutti gli uomini di buona volontà, per la salvezza e la redenzione del mondo.

Ritornando tra poco alle vostre case vogliate portare alle vostre madri, alle vostre spose, ai vostri figli la speranza in un destino più alto e più lieto, il sereno conforto di una parola di amore e di pace. Con la pienezza di questi sentimenti mi è caro augurare a voi tutti e ai vostri cari qui vicini o in terre lontane, Buon Natale e Buon Anno Nuovo.

1 gennaio 2008. E' MANCATO ETTORE SOTTSASS, il papà di Valentina

Addio a Ettore Sottsass
Ettore Sottsass ,figura centrale del design internazionale, aveva 90 anni

E' stato uno dei padri del design italiano
MILANO
E' morto ieri (31-12-2007) nella sua casa di Milano Ettore Sottsass, uno dei piů importanti architetti e designer contemporanei. Nato a Innsbruck nel 1917, Sottsass, che č stato anche urbanista, pittore e fotografo, si č spento all’etŕ di novanta anni, che aveva compiuto il 14 settembre scorso, per uno scompenso cardiaco durante un’influenza. Per volontŕ dello stesso Sottsass non ci saranno funerali religiosi; il designer sarŕ cremato mercoledě prossimo.

Laureato in architettura al Politecnico di Torino nel 1939, inizia la sua attivitŕ a Milano, dove nel 1947 apre un proprio studio di design. Dalla fine degli anni Cinquanta inizia la sua collaborazione con la Olivetti, per cui progetta, tra l’altro, la calcolatrice Logos 27 (1963), le macchine da scrivere Praxis 48 (1964), la Valentina (con Perry King) e il sistema per ufficio Synthesis (1973), il mainframe Elea 9003, per cui vincerŕ il Compasso d’oro. La sua ricerca artistica, etica ed esistenziale l`ha portato a contatto col Razionalismo, il Movimento Arte Concreta, lo Spazialismo, la cultura Pop. Ed č attorno agli anni Ottanta che fonda con architetti di livello internazionale il gruppo Memphis assieme a Michele de Lucchi, Hans Hollein, Arata Isozaki, Andrea Branzi.

Sottsass č considerato una figura centrale del design internazionale che ha espresso la sua capacitŕ innovativa soprattutto nella progettazione di mobili. «Per me - ha scritto il grande architetto - il design č un modo di discutere la vita. Č un modo di discutere la societŕ, la politica, l`erotismo, il cibo e persino il design. Infine, č un modo di costruire, una possibile utopia figurativa o di costruire una metafora della vita. Certo, per me il design non č limitato dalla necessitŕ di dare piů o meno forma a uno stupido prodotto destinato a un`industria piů o meno sofisticata; per cui, se devi insegnare qualcosa sul design, devi insegnare prima di tutto qualcosa sulla vita e devi insistere anche spiegando che la tecnologia č una delle metafore della vita».

Arthur Clarke - Fractals - The Colors Of Infinity

MANIFESTO
Con questo manifesto ci proponiamo di:
1) Abolire totalmente la tecnica sotto cui muore la musica passatista.
2) Porre in suono tutte le scoperte (per quanto inverosimili, bizzarre o antimusicali) che la nostra genialità va facendo sul sub-cosciente, nelle forze mal definite, nell’astrazione pura, nel cerebralismo puro, nella fantasia pura, nel record e nella fisico-follia.
3) Sintonizzare la sensibilità del pubblico esplorandone, risvegliandone con ogni mezzo le propaggini più pigre, eliminare il preconcetto della ribalta, lanciando delle reti di sensazioni tra palcoscenico e pubblico.
4) Creare tra noi e la folla, mediante un contatto continuato una corrente di confidenza senza rispetto, così da trasfondere nei nostri pubblici la vivacità dinamica di una nuova musicalita'.
5) Abolire i tre o cinque brani per creare delle azioni musicali di quindici, venti, venticinque sintesi, la cui durata sia ridotta ad un minuto o a pochi secondi, catene di sorprese suggestive con velocità accelerata senza psicologia nè preparazione logica.

tratto da streptos music

voglio-un-anello-vibratore-antistupro-nella-fika

Oggi ci spostiamo un po' più a nord. In Lombardia per l'esattezza. Tanto che lì di donne meridionali ce n'e' una quantità industriale. Ma questa cosa riguarda tutte. Nessuna esclusa.

La regione Lombardia sta decidendo di finanziare un progetto proposto, manco a dirlo, dalla Lega, che prevede la distribuzione di un particolare dono che a loro pare essere utile per la sicurezza. Il braccialetto antistupro con microchip incorporato per stare tutto il giorno collegate con una centrale di polizia ed essere monitorate 24 ore su 24.

Ora, io capisco che davvero c'e' tutto un mercato di porte blindate e segnali d'allarme che deve fare affari. Capisco anche che ci sono tanti padri di famiglia che devono pur campare e che trovano posto di lavoro solo nelle security mercenarie in stile ronde notturne.

Ma davvero non capisco come si possa arrivare a pensare una idiozia del genere. Già in un disegno di legge della lega sulla violenza contro le donne si parla di inibitore sessuale chimico (la famosa castrazione che tanto piace ai gemelli forcaioli e giustizialisti USA) e quindi conosciamo bene le posizioni fasciste, paternaliste e securitarie di queste camicie verde pisello.

Ma addirittura pensare ad un allarme incorporato sul corpo delle donne mi pare davvero troppo. Sembra una di quelle cose che la fantascienza ha già previsto da decenni (geniacci e cassandre della malora). In nome della sicurezza bisognerebbe, e bisogna tutti consegnarsi in mano a Voyeur di cui non sappiamo niente. Dobbiamo farci sorvegliare, spiare, perdere totalmente la nostra privacy. Ce lo diceva Orwell nel suo 1984. Ce lo dice il regista Rifkin di cui vedremo presto il film "Look" che è fatto totalmente con storie filmate attraverso le telecamere della telesorveglianza piazzate ovunque in stile guerriglia cinematografica. Ma ce lo dicevano anche con un film tratto da un racconto di Philip K. Dick che è Minority Report, dove addirittura si arriva a pensare alla realizzazione di una struttura per la sicurezza chiamata "precrimine" e supportata da centinaia di uomini in stile robocop che si calano dai tetti e sguinzagliano lettori dell'impronta oculare ovunque per identificare i ricercati.

La "precrimine" di Philip K. Dick è basata sui "precog" (che non sono i precognitari, no) che riescono a prevedere i delitti futuri e collegati ad un sistema stravagante danno modo di individuare futuro assassino e futura vittima. Gli arresti sono basati su una previsione futura che non ammette margine di errore e gli arrestati finiscono dentro una capsula, inibiti cerebralmente e nutriti artificialmente. La storia finisce che la precrimine viene smantellata perchè il capo ha manipolato i dati e riesce a coprire un suo omicidio. Della serie: non c'e' sistema sicuro che tenga se sono gli uomini a gestirlo. L'unica cosa positiva di una prospettiva del genere è il fatto che ci sarebbero meno guardie carcerarie in circolazione perchè ne basta solo una.

Nel nostro bel presente invece siamo ancora alla dimensione della "giustizia fai da te", che induce al possesso di una arma di difesa per proteggere la propria proprietà, abbiamo poi messo fine alla nostra privacy grazie alle milioni di intercettazioni incontrollate, ai nostri dati sensibili regalati a chiunque e utilizzati per chissà che cosa, alle tantissime telecamere piazzate dappertutto. Ci mancava soltanto il braccialetto con microchip direttamente collegato alla polizia. Così siamo veramente a posto. Non ci manca proprio più nulla.

Però, giusto per non restare senza parole di fronte ad una schifezza del genere, proviamo a pensare. A quali impulsi risponde un microchip? Quali sono le cose che riconosce come pericolose e quali no? Se io urlo mentre ho un orgasmo, dopo cinque minuti mi si materializza un esercito di guardie che fa esplodere la mia finestra per partecipare all'amplesso? Se registra l'accelerazione del battito cardiaco: potrò mai incazzarmi e litigare, oppure devo discutere sempre e soavemente sottovoce?

Eppoi mi viene un tenero suggerimento. Per le donne che ritengono di sentirsi più sicure consegnandosi a questi padrini/padroni delle nostre fike e pure per quelle altre che ad ogni modo potrebbero voler sperimentare il brivido della sorveglianza ventiquattrore su ventiquattro. Facciamoci mettere un microchip la'. Giusto nella nostra lieve e fragrante pussycat. Diciamo che invece che un braccialetto antistupro preferiamo un anello vibratore antistupro. Che almeno serva a qualcosa e ad ogni collegamento la polizia si faccia mille seghe per aver origliato dei nostri tanti orgasmi.

Ebbene si. Nell'ipotesi che prima o poi il microchip incorporato sarà obbligatorio possiamo fondare il movimento dell'antistupro vibrante nella fika. Che tanto è quella che vogliono realmente sorvegliare. Così arriviamo dritte al punto. Che le fike italiane le devono poter "usare" solo gli italiani. Almeno ci viene l'urletto facile e chi vuoi che si avvicini se ti sentono urlare tutto il giorno come una matta? :)

Ragazze, sul serio, non scherziamo! L'autodifesa è meglio. Rivolgetevi ai Centri Antiviolenza. Pretendete che chi vi offre "aiuto" parolaio vi assicuri invece una indipendenza economica che vi permetta di andare via dalle situazioni di violenza. Rivolgetevi alle amiche e agli amici. Createvi una solida rete sociale che vi dia una mano se vi serve. Soprattutto, dato che la violenza al 90 % è commessa da italiani - amici, partner, conoscenti - e dentro casa, sappiate percepire le situazioni di pericolo. Dovete volerlo e così riuscirete a salvarvi la vita. Non è semplice, lo so bene. E ogni situazione può aver bisogno di una soluzione a se'. Ma di certo non serve indossare un microchip. I braccialetti, i bravi padroni, li hanno già imposti ai cani. Lasciamo che i leghisti se lo vogliono se li mettano dove gli pare a sorvegliare i loro gorgoglii intestinali ma rifiutiamoci di diventare l'oggetto dei loro fascismi.

tratto da femminismo a sud

domenica 23 dicembre 2007

ehhmmm...