Bindi e Letta contro le nomine nelle commissioni Parisi: «È una gelata». Fischiato De Mita
È la festa del Pd, ma già litigano
Alessandro Braga
Milano
La grande giornata dell'assemblea costituente del Partito democratico poteva dirsi conclusa intorno alle cinque del pomeriggio: Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Anna Finocchiaro e Antonello Soro sul palco del padiglione 16 della fiera di Milano, uno accanto all'altro, cantano «Fratelli d'Italia». La platea dei costituenti tutta in piedi intona assieme a loro l'inno di Mameli (sulla seconda strofa qualcuno accenna addirittura una ritmica battuta di mani).
Una chiusura degna della miglior kermesse di un partito nazionalista, e pensare che una buona metà dei presenti fino a vent'anni fa terminava le sue assemblee col pugno chiuso alzato e l'Internazionale. «Retaggi della vecchia cultura del Novecento», chioserebbe l'appena incoronato segretario del Partito democratico Walter Veltroni. Erano i tempi del partito granitico e della militanza ferrea. Oggi le parole in voga nella neonata creatura sono «partito liquido» e «cittadino elettore».
Ma di questi tempi, si sa, il clima sereno non è previsto che duri a lungo nemmeno dal punto di vista meteorologico. Figurarsi nel centrosinistra e tanto più nel Pd. Il tempo di uno starnuto infatti, e già piovono le prime polemiche: «Sono preoccupata e delusa. Nelle conclusioni del segretario ci sono molti elementi di ambiguità sia sul piano politico sia su quello formale e organizzativo», commenta amareggiata Rosy Bindi. Poco prima era stato il ministro della difesa Arturo Parisi a dar fuoco alle polveri: «Stamattina avevo voluto illudermi che il Partito democratico di Walter Veltroni potesse rappresentare una nuova stagione dell'Ulivo. Sono bastate poche ore perché a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata». Anche senza queste dichiarazioni, sarebbe bastato guardare la faccia di Parisi, affossato nella sedia in prima fila mentre Veltroni teneva dal palco il suo discorso conclusivo, per capire i pensieri del ministro ulivista. Già deve essere stato difficile per i prodiani digerire le affermazioni di Veltroni sulla possibilità che il Pd alle prossime elezioni si presenti da solo. «Come è possibile sostenere con lealtà e convinzione questo governo se non si sotiene con altrettanta convinzione e lealtà questa alleanza di centrosinistra?», si è infatti chiesta Rosy Bindi. I malumori, che già avevano fatto capolino durante il dibattito seguito alla proclamazione di Walter Veltroni a segretario del Partito democratico, sono poi venuti alla luce in serata. Nel suo intervento pomeridiano, era stata proprio Rosy Bindi la prima a mettere in guardia i compagni (pardon, colleghi) di partito sui rischi per il nuovo soggetto: «No a correnti e no a vecchi sistemi - aveva ammonito la ministra per la famiglia - Vigileremo perché non avvenga anche negli organismi comunali e regionali». E poi basta con questa storia del partito liquido, manco fosse una bottiglia di acqua minerale: «Il Pd non sarà un partito di tesserati - ha detto Rosy Bindi - ma neppure un partito liquido. Sarà composto da tutti coloro che si riconoscono in un progetto al servizio di questo paese».
E tra dichiarazioni entusiaste di neofiti della politica e dolci parole piene di fiducia dei costituenti più giovani, «che è ora di smetterla di dire che sono tutti uguali», e che «se si vuole cambiare qualcosa bisogna impegnarsi in prima persona», qualche distinguo era già uscito: come nelle parole del presidente della commissione sanità al senato Ignazio Marino, che nel suo intervento ha voluto rimarcare come sul testamento biologico sia arrivato il «momento di sedersi attorno a un tavolo e sciogliere questo nodo».
Ma la bomba è esplosa dopo che Veltroni ha letto le risoluzioni finali dell'assemblea costituente. In piedi, in mezzo all'erba (vera), che ricopriva tutto il palco della kermesse, circondato dai numerosi schermi che proiettavano immagini di meravigliosi paesaggi italiani e sorridenti primi piani di cittadini-elettori democratici, il sindaco di Roma ha sciorinato i nove punti da approvare al termine della giornata: Dario Franceschini vicesegretario, Mauro Agostini tesoriere, e le varie scadenze per le designazioni degli organi provinciali e locali. Oltre alla nomina dei membri delle tre commissioni che dovranno predisporre, entro il febbraio del prossimo anno, lo statuto del Pd, il manifesto dei valori e il codice etico. 300 nomi, 100 per commissione, letti da Anna Finocchiaro in fretta e furia mentre già molti lasciavano l'aula e da approvare per alzata di mano. E se tutti hanno capito, e fischiato, il nome di Ciriaco De Mita, nominato nella commissione statuto, pochi hanno capito il metodo seguito per la scelta dei nomi. Come alcuni della lista «A sinistra per Veltroni», che hanno invano cercato di far notare il loro dissenso. «Se dovevamo venire fin qui solo per assistere a una kermesse, potevano dircelo prima, così avremmo portato la macchina fotografica»., hanno concluso. E sì che Enrico Letta, che poi in serata si sarebbe unito al coro di proteste, nel pomeriggio aveva incitato a continuare a «fare cose impossibili». Ma spiegare ai partecipanti del «più grande momento democratico del nostro paese» perché erano lì, forse è un po' troppo.
martedì 30 ottobre 2007
elezioni in argentina (28 0ttobre 2007)
Addio a peronisti e radicali, ma l'Argentina non piange
Maurizio Matteuzzi
Buenos Aires
Quelle di oggi passeranno alla storia come le elezioni più noiose dell'Argentina. Soprattutto se, come indicano i sondaggi, a vincerle sarà, fin da stasera, la «Kandidata» peronista, Cristina Fernández de Kirchner, la moglie del presidente. Ma, tanto per non smentire la sua fama di paese «impossile» dove la contraddizione è la norma, l'Argentina andrà oggi al voto con una novità assoluta. Tale da far passare alla storia queste elezioni così smorte.
Per la prima volta in più di 50 anni i 27 milioni di elettori non troveranno sulla scheda con i nomi dei 14 candidati alla presidenza i simboli dei due partiti che hanno accompagnato e incarnato le vicende spesso tragiche di questo paese. Né il PJ del Partido Justicialista, né la UCR della Unión Civica Radical. Anche qui in Argentina, da molto tempo ma specie dopo lo sconquasso del 2001, i politici godono di pessima (e meritata) fama, la crisi della rappresentanza è enorme, i partiti sono visti come comitati d'affari e la commistione business-politica suscita scandalo e rifiuto. L'assenza delle sigle storiche è una novità per l'Argentina anche se ormai è frequente in molti altri paesi del mondo, in Europa e in Italia. Eppure non sarebbe l'Argentina se le cose fossero così semplici.Perché anche senza più i simboli elettorali del PJ e della UCR, il nucleo di quei due partiti - e in questo senso dei «valori» identitari che hanno rappresentato per più di mezzo secolo - sarà ancora al centro dello scontro di oggi.
Il peronismo, nato nel '45 con il colonnello Juan Domingo Perón, è stato sempre un fenomeno singolare nella politica argentina (e mondiale), che la frettolosa liquidazione come movimento populista o proto-fascista non aiuta a spiegare. Il radicalismo, arrivato alla presidenza per la prima volta nel 1916 con Hipólito Yrigoyen, in qualche misura è più facile da leggere come partito della piccola-media borghesia urbana ma, dall'irruzione del peronismo, si è identificato sempre nell'opposizione e nell'alternativa al Giustizialismo. Ora l'Unione Civica Radicale è praticamente defunta e il Partito Giustizialista è in agonia probabilmente terminale. Tuttavia, oggi, il peronismo - per quanto con altri nomi e altri leader - vincerà di nuovo le elezioni e il radicalismo - per quanto con altri nomi e altri leader - cercherà come sempre di fermarlo. Peronismo e radicalismo continueranno la loro guerra dei 60 anni sparpagliando pezzi e persone in ciascuno degli schieramenti in competizione.
Dice Ernesto Tiffemberg, direttore di Pagina 12, che «quelle di oggi sono elezioni a doppia matrice. Una, classica, vede grossomodo lo scontro fra centro-sinistra e centro-destra. L'altra, culturale ancor prima che politica, lo scontro fra peronismo e anti-peronismo. Il peronismo ufficialmente non c'è più ma prenderà ancora il 50-60% dei voti, come accadde anche nelle elezioni del 2003 quando la gente in strada urlava 'que se vayan todos' e i candidati peronisti furono addirittura tre. Anche il radicalismo ufficialmente non c'è più ma l'opposizione ai Kirchner, pur nella sua frammentazione, è in sostanza il fronte anti-peronista che la UCR ha rappresentato fin dal '45».
Per dare un'idea di questo mix continuità-rottura, valori-opportunismo, basta scorrere le biografie e gli appoggi dei candidati. Cristina ha l'appoggio del Frente para la Victoria che è l'ala del PJ fondata da suo marito, del «peronismo kirchnerista» (che sembra la stessa cosa ma non lo è), del «radicalismo K» (un settore UCR alleato con il kirchnerismo, impersonato dal candidato a vicepresidente che è l'ex-governatore radicale di Mendoza) e dal «socialismo kirchnerista». Elisa Carrió, la principale concorrente di Cristina, anche se lontana di 20 punti nei sondaggi, è una fuoruscita dell'UCR sostenuta, fra gli altri, dal Partito socialista e dal «radicalismo dissidente», fino a poco tempo fa tentata da un'alleanza con Ricardo López Murphy, esponente dell'ala più dura del neo-liberismo. Roberto Lavagna, ex ministro dell'economia con Duhalde dopo il collasso del 2001 e poi con Kirchner fino al 2005, è un peronista storico convertitosi all'anti-kirchnerismo ma sostenuto dallo stesso Duhalde, l'impresentabile (ex?) boss peronista della provincia di Buenos Aires, e dall'ex-presidente Raúl Alfonsín, padre-padrone ormai in disarmo della UCR. Il neo-liberista puro López Murphy, anche lui ex-radicale, ha stretto un'alleanza trasversale con Mauricio Macri, il miliardario anti-K eletto in giugno sindaco di Buenos Aires, che passa per essere un populista di destra. Alberto Rodríguez Saá, probabilmente il più genuino fra tutti i candidati peronisti, è appoggiato solo dal «peronismo dissidente».
Una sopa de letras, una zuppa di sigle, e di storie indecifrabili. Peronisti e radicali, che non esistono più, sono ancora qui a scannarsi nella nuova Argentina post-PJ e post-UCR. Nuova?
Maurizio Matteuzzi
Buenos Aires
Quelle di oggi passeranno alla storia come le elezioni più noiose dell'Argentina. Soprattutto se, come indicano i sondaggi, a vincerle sarà, fin da stasera, la «Kandidata» peronista, Cristina Fernández de Kirchner, la moglie del presidente. Ma, tanto per non smentire la sua fama di paese «impossile» dove la contraddizione è la norma, l'Argentina andrà oggi al voto con una novità assoluta. Tale da far passare alla storia queste elezioni così smorte.
Per la prima volta in più di 50 anni i 27 milioni di elettori non troveranno sulla scheda con i nomi dei 14 candidati alla presidenza i simboli dei due partiti che hanno accompagnato e incarnato le vicende spesso tragiche di questo paese. Né il PJ del Partido Justicialista, né la UCR della Unión Civica Radical. Anche qui in Argentina, da molto tempo ma specie dopo lo sconquasso del 2001, i politici godono di pessima (e meritata) fama, la crisi della rappresentanza è enorme, i partiti sono visti come comitati d'affari e la commistione business-politica suscita scandalo e rifiuto. L'assenza delle sigle storiche è una novità per l'Argentina anche se ormai è frequente in molti altri paesi del mondo, in Europa e in Italia. Eppure non sarebbe l'Argentina se le cose fossero così semplici.Perché anche senza più i simboli elettorali del PJ e della UCR, il nucleo di quei due partiti - e in questo senso dei «valori» identitari che hanno rappresentato per più di mezzo secolo - sarà ancora al centro dello scontro di oggi.
Il peronismo, nato nel '45 con il colonnello Juan Domingo Perón, è stato sempre un fenomeno singolare nella politica argentina (e mondiale), che la frettolosa liquidazione come movimento populista o proto-fascista non aiuta a spiegare. Il radicalismo, arrivato alla presidenza per la prima volta nel 1916 con Hipólito Yrigoyen, in qualche misura è più facile da leggere come partito della piccola-media borghesia urbana ma, dall'irruzione del peronismo, si è identificato sempre nell'opposizione e nell'alternativa al Giustizialismo. Ora l'Unione Civica Radicale è praticamente defunta e il Partito Giustizialista è in agonia probabilmente terminale. Tuttavia, oggi, il peronismo - per quanto con altri nomi e altri leader - vincerà di nuovo le elezioni e il radicalismo - per quanto con altri nomi e altri leader - cercherà come sempre di fermarlo. Peronismo e radicalismo continueranno la loro guerra dei 60 anni sparpagliando pezzi e persone in ciascuno degli schieramenti in competizione.
Dice Ernesto Tiffemberg, direttore di Pagina 12, che «quelle di oggi sono elezioni a doppia matrice. Una, classica, vede grossomodo lo scontro fra centro-sinistra e centro-destra. L'altra, culturale ancor prima che politica, lo scontro fra peronismo e anti-peronismo. Il peronismo ufficialmente non c'è più ma prenderà ancora il 50-60% dei voti, come accadde anche nelle elezioni del 2003 quando la gente in strada urlava 'que se vayan todos' e i candidati peronisti furono addirittura tre. Anche il radicalismo ufficialmente non c'è più ma l'opposizione ai Kirchner, pur nella sua frammentazione, è in sostanza il fronte anti-peronista che la UCR ha rappresentato fin dal '45».
Per dare un'idea di questo mix continuità-rottura, valori-opportunismo, basta scorrere le biografie e gli appoggi dei candidati. Cristina ha l'appoggio del Frente para la Victoria che è l'ala del PJ fondata da suo marito, del «peronismo kirchnerista» (che sembra la stessa cosa ma non lo è), del «radicalismo K» (un settore UCR alleato con il kirchnerismo, impersonato dal candidato a vicepresidente che è l'ex-governatore radicale di Mendoza) e dal «socialismo kirchnerista». Elisa Carrió, la principale concorrente di Cristina, anche se lontana di 20 punti nei sondaggi, è una fuoruscita dell'UCR sostenuta, fra gli altri, dal Partito socialista e dal «radicalismo dissidente», fino a poco tempo fa tentata da un'alleanza con Ricardo López Murphy, esponente dell'ala più dura del neo-liberismo. Roberto Lavagna, ex ministro dell'economia con Duhalde dopo il collasso del 2001 e poi con Kirchner fino al 2005, è un peronista storico convertitosi all'anti-kirchnerismo ma sostenuto dallo stesso Duhalde, l'impresentabile (ex?) boss peronista della provincia di Buenos Aires, e dall'ex-presidente Raúl Alfonsín, padre-padrone ormai in disarmo della UCR. Il neo-liberista puro López Murphy, anche lui ex-radicale, ha stretto un'alleanza trasversale con Mauricio Macri, il miliardario anti-K eletto in giugno sindaco di Buenos Aires, che passa per essere un populista di destra. Alberto Rodríguez Saá, probabilmente il più genuino fra tutti i candidati peronisti, è appoggiato solo dal «peronismo dissidente».
Una sopa de letras, una zuppa di sigle, e di storie indecifrabili. Peronisti e radicali, che non esistono più, sono ancora qui a scannarsi nella nuova Argentina post-PJ e post-UCR. Nuova?
il ritorno di luttazzi in TV
Il comico in tv, con un programma tutto suo, a cinque anni dall'"editto bulgaro" di Berlusconi.
Da sabato 3 novembre su La7 con "Decameron. Politica, sesso, religione e morte"
Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"
Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"
Daniele Luttazzi
TROPPO tardi: è già su La7. Troppo tardi se mai alla Rai fosse venuto in mente di ascoltare Michele Santoro che in una puntata di Annozero aveva lanciato un appello per un "editto al contrario", affinché "Prodi o D'Alema, per fare due nomi" chiedessero "ad alta voce" che Daniele Luttazzi tornasse ad avere un programma in Rai. L'appello di Santoro, unito a Luttazzi che dice "troppo tardi", è stato il primo spot del suo nuovo programma. Come dire "sono già impegnato", ma pure che ormai non c'è modo e spazio per la satira nella tv pubblica. Infatti è La7 a sciogliere l'incantesimo dell'"editto bulgaro": l'appuntamento con Decameron - è il titolo del programma - è per sabato 3 novembre alle 23.30. "Politica, sesso, religione e morte" è il sottotitolo, dieci puntate di "varietà satirico per adulti". Poche le anticipazioni: attori di teatro come ospiti, due canzoni dal suo album School is Boring come sigle di apertura e di chiusura, si registra negli studi romani di Cinecittà, stile improntato a "libertà, ferocia e grazia". Una promessa: "Non diffamerò nessuno".
Il proposito di scendere a più miti consigli rispetto al passato l'aveva manifestato in aprile. Ospite di Enzo Biagi a Rt - Rotocalco televisivo, aveva spiegato che "fosse per me, aprirei le cataratte e farei uscire tutta la bile accumulata in questi anni. Ma poi me ne pentirei, quindi cercherei di centellinare la bile con battute ad hoc". Sempre lì aveva detto che della tv gli mancava "la possibilità di rivolgersi a un pubblico vasto", lui che con una puntata di Satyricon faceva sette milioni e mezzo di telespettatori. "Per raggiungerli a teatro, devi lavorare più di un secolo".
Non sarà probabilmente La7 a garantirgli simili platee. Ma almeno ha trovato porte aperte per la sua satira. E le sue conseguenze imprevedibili. Fin dal 1989. Quando, alle prove generali del programma Fate il vostro gioco, fa una battuta sul Psi di Bettino Craxi e viene epurato per la prima volta dalla Rai. Ci tornerà (RaiTre) soltanto nel 1994-1995, come coautore di Magazine 3, al quale partecipa con le rubriche Sesso con Luttazzi, La cartolina di Luttazzi e La piccola biblioteca. Sempre nel 1989, per il programma Banane dell'allora Telemontecarlo, prepara gli sketch Marzullo intervista Hitler e Marzullo intervista Gesù: non andranno mai in onda.
In quegli anni di lontananza dalla tv Luttazzi si divide fra teatro, radio e scrittura. Nel 1993 traduce #$@&! - L'antologia ufficiale di Lloyd Llewellyn, il fumetto cult di Daniel Clowes. Nello stesso anno scrive, in memoria di Andrea Pazienza, Splendido amorale, per la rivista Duel, e ricorda che Pazienza faceva satira vera, quella che "non fa prigionieri". Nel 1994 pubblica Va' dove ti porta il clito, parodia di Va' dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. La scrittrice gli fa causa per plagio, ma la perde.
Dopo il ritorno in tv su RaiTre, la popolarità di Luttazzi esplode nel 1996 con la partecipazione a Mai dire gol su Italia 1. I personaggi (Panfilo Maria Lippi, il professor Fontecedro, Luisella) da lui interpretati nel programma della Gialappa's vengono pubblicati nei libri Tabloid e Cosmico. Nel 1998, sempre su Italia 1, esordisce alla conduzione del talk show notturno Barracuda: censurato già alla prima intervista (la produzione taglia il passaggio in cui Claudio Martelli dice "Berlusconi non è un politico, è un piazzista"), il comico torna in Rai al termine del contratto. I passaggi censurati faranno poi parte del libro che porta lo stesso titolo della trasmissione.
All'inizio del 2001 Luttazzi torna al talk show, su RaiDue, con Satyricon: sospeso per una settimana dopo la nona puntata per via di un'intervista a Marco Travaglio su Berlusconi e Dell'Utri. Nel 2002, l'"editto bulgaro". Negli ultimi anni Luttazzi si è dedicato al teatro (il 12 e 13 ottobre scorsi era a Roma con Barracuda 2007), ha collaborato con alcuni giornali, creato un sito, pubblicato libri e due cd, lavorato come script doctor per i canali Usa Comedy Central e Hbo. Non è mai tornato in tv, nonostante parecchie offerte. Poi ha scelto La7. La data è certa, 3 novembre. Un po' meno certo, visti i precedenti, quanto durerà.
(30 ottobre 2007)
Da sabato 3 novembre su La7 con "Decameron. Politica, sesso, religione e morte"
Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"
Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"
Daniele Luttazzi
TROPPO tardi: è già su La7. Troppo tardi se mai alla Rai fosse venuto in mente di ascoltare Michele Santoro che in una puntata di Annozero aveva lanciato un appello per un "editto al contrario", affinché "Prodi o D'Alema, per fare due nomi" chiedessero "ad alta voce" che Daniele Luttazzi tornasse ad avere un programma in Rai. L'appello di Santoro, unito a Luttazzi che dice "troppo tardi", è stato il primo spot del suo nuovo programma. Come dire "sono già impegnato", ma pure che ormai non c'è modo e spazio per la satira nella tv pubblica. Infatti è La7 a sciogliere l'incantesimo dell'"editto bulgaro": l'appuntamento con Decameron - è il titolo del programma - è per sabato 3 novembre alle 23.30. "Politica, sesso, religione e morte" è il sottotitolo, dieci puntate di "varietà satirico per adulti". Poche le anticipazioni: attori di teatro come ospiti, due canzoni dal suo album School is Boring come sigle di apertura e di chiusura, si registra negli studi romani di Cinecittà, stile improntato a "libertà, ferocia e grazia". Una promessa: "Non diffamerò nessuno".
Il proposito di scendere a più miti consigli rispetto al passato l'aveva manifestato in aprile. Ospite di Enzo Biagi a Rt - Rotocalco televisivo, aveva spiegato che "fosse per me, aprirei le cataratte e farei uscire tutta la bile accumulata in questi anni. Ma poi me ne pentirei, quindi cercherei di centellinare la bile con battute ad hoc". Sempre lì aveva detto che della tv gli mancava "la possibilità di rivolgersi a un pubblico vasto", lui che con una puntata di Satyricon faceva sette milioni e mezzo di telespettatori. "Per raggiungerli a teatro, devi lavorare più di un secolo".
Non sarà probabilmente La7 a garantirgli simili platee. Ma almeno ha trovato porte aperte per la sua satira. E le sue conseguenze imprevedibili. Fin dal 1989. Quando, alle prove generali del programma Fate il vostro gioco, fa una battuta sul Psi di Bettino Craxi e viene epurato per la prima volta dalla Rai. Ci tornerà (RaiTre) soltanto nel 1994-1995, come coautore di Magazine 3, al quale partecipa con le rubriche Sesso con Luttazzi, La cartolina di Luttazzi e La piccola biblioteca. Sempre nel 1989, per il programma Banane dell'allora Telemontecarlo, prepara gli sketch Marzullo intervista Hitler e Marzullo intervista Gesù: non andranno mai in onda.
In quegli anni di lontananza dalla tv Luttazzi si divide fra teatro, radio e scrittura. Nel 1993 traduce #$@&! - L'antologia ufficiale di Lloyd Llewellyn, il fumetto cult di Daniel Clowes. Nello stesso anno scrive, in memoria di Andrea Pazienza, Splendido amorale, per la rivista Duel, e ricorda che Pazienza faceva satira vera, quella che "non fa prigionieri". Nel 1994 pubblica Va' dove ti porta il clito, parodia di Va' dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. La scrittrice gli fa causa per plagio, ma la perde.
Dopo il ritorno in tv su RaiTre, la popolarità di Luttazzi esplode nel 1996 con la partecipazione a Mai dire gol su Italia 1. I personaggi (Panfilo Maria Lippi, il professor Fontecedro, Luisella) da lui interpretati nel programma della Gialappa's vengono pubblicati nei libri Tabloid e Cosmico. Nel 1998, sempre su Italia 1, esordisce alla conduzione del talk show notturno Barracuda: censurato già alla prima intervista (la produzione taglia il passaggio in cui Claudio Martelli dice "Berlusconi non è un politico, è un piazzista"), il comico torna in Rai al termine del contratto. I passaggi censurati faranno poi parte del libro che porta lo stesso titolo della trasmissione.
All'inizio del 2001 Luttazzi torna al talk show, su RaiDue, con Satyricon: sospeso per una settimana dopo la nona puntata per via di un'intervista a Marco Travaglio su Berlusconi e Dell'Utri. Nel 2002, l'"editto bulgaro". Negli ultimi anni Luttazzi si è dedicato al teatro (il 12 e 13 ottobre scorsi era a Roma con Barracuda 2007), ha collaborato con alcuni giornali, creato un sito, pubblicato libri e due cd, lavorato come script doctor per i canali Usa Comedy Central e Hbo. Non è mai tornato in tv, nonostante parecchie offerte. Poi ha scelto La7. La data è certa, 3 novembre. Un po' meno certo, visti i precedenti, quanto durerà.
(30 ottobre 2007)
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