mercoledì 31 ottobre 2007
stefano giaccone: come un fiore
E non dimenticate di fare tutto quanto scritto sopra con tutte le altre sue fatiche.
Ciao Stefano, e grazie.
radiohead: in rainbows ( scaricabile dal 10 ottobre 2007)
Io l'ho prenotato a € 0,50...
ancora furti a danno di coloro che navigano su internet
L’ennesimo shock culturale, davvero indesiderato. L’emendamento di riforma del diritto d'autore, pro¬posto dai parlamentari Folena-Luxuria, rappresenta un brutto colpo per la libertà di utilizzo della rete e più in generale delle nuove tecnologie. L’attuale legge sul diritto d'autore prevede che "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera". Ciò significa che oggi, se utilizzata in questo modo, nessuna opera dell'ingegno è soggetta a limitazioni o a vincolo tecnologico. Con l'emendamento proposto, al contrario, si inserisce una modifica che rischia di sconvolgere la fruizione del patrimonio culturale della rete, ovvero creare un canale di contenuti gratuiti di serie B (solo musiche e immagini a "bassa risoluzione o degradati"). Questa non è la strada giusta, forse è una soluzione che può andare a vantaggio solo delle grandi major. Si tratta di un furto culturale a nostro danno.
fondi Ue dirottati a piacere dalla Compagnia delle Opere
Parla una gola profonda della Compagnia delle opere: «Società di cartapesta per raccogliere finanziamenti a Padova. Con il placet di destra e sinistra»
Ernesto Milanesi
Padova
Un dettagliatissimo esposto (con il prospetto in foglio Excel che parla da solo...) nelle mani del Nucleo tributario della Guardia di finanza, coordinato dal maggiore Antonio Manfredi. Ha innescato le perquisizioni nella sede dei Magazzini generali e del Consorzio zona industriale, gli enti economici che (con l'Interporto) fanno capo a Comune, Provincia e Camera di commercio di Padova. Poi le deposizioni davanti al pubblico ministero Antonella Toniolo che conduce l'inchiesta: fin dai primi passi spiccano sin troppe analogie con il «caso Why Not» in Calabria.
Per il momento, ci sono sei indagati eccellenti, legati a quella Compagnia delle opere nella cui sede ama farsi ospitare il ministro Bersani. Su tutti, Renzo Sartori che prima di essere direttore ed ex presidente di Magazzini generali è stato assessore in una giunta guidata dall'attuale sindaco Ds Flavio Zanonato. E Alberto Raffaelli, presidente di Cosmi network. Penalmente, potrebbero beneficiare dell'indulto. Tuttavia, rischiano di dover mettere mano al portafoglio e restituire somme non indifferenti.
La truffa è ai danni dell'Unione Europea, dello Stato e delle Regioni. L'ipotesi accusatoria appare ben delineata: il pool di sigle della Compagnia delle Opere avrebbe chiesto e incassato fondi comunitari (non meno di due milioni di euro) dirottati a beneficio di altre attività e società diverse. Già «congelati» a Venezia i contributi del triennio 2003-2005. E in Procura continuano a sfilare testimoni che confermano i verbali resi ai finanzieri. O candidamente ammettono: «Sì. E' vero. C'è scritto che ho partecipato al progetto, ma in realtà non ci ho mai lavorato».
Faldoni di documenti sono già stati prelevati negli uffici delle Direzioni formazione, Lavoro e innovazione e Ricerca della regione Veneto. E da ieri mattina è ripreso il lavoro delle fiamme gialle e della Procura della repubblica, retta da Pietro Calogero. Fatture e conti al setaccio, clamorose connessioni da verificare, riscontri destinati ad allargare l'orizzonte investigativo. Uno scenario che mette i brividi a mezza città.
Truffa. Da milioni di euro. Formazione, logistica, attività produttive. Contributi «girati» in parte altrove. Progetti di innovazione virtuale. Partita doppia che non quadra. Avvisi di garanzia per cinque manager legati a filo doppio con la Compagnia delle Opere. Oltre a Sartori e Raffaelli, Fabio Di Nuzzo presidente della cooperativa Dieffe, Giuseppe Cinquina della Fidelio, Orazio Zenorini della Cesfo e Maurizio Battistella della Work Crossing. Tutti si sono affidati allo stesso avvocato: Giorgio Fornasiero, ex presidente dell'Usl ai tempi della Dc poi approdato all'Esu (alloggi e mense universitarie) dopo le consulenze legali al discusso presidente della Camera di commercio Gianfranco Chiesa.
Una galassia di sigle societarie che riconduce, inesorabilmente, alla palazzina di via Forcellini, quartier generale dei ciellini che in poco più di un quarto di secolo hanno «operato» la conversione al business. E la Compagnia, ora presieduta da Graziano Debellini, ospita volentieri al centro congressi papa Lucani gli appuntamenti politici che contano: dalle convention di Forza Italia alla «lezione preventiva» sul Partito Democratico di Walter Veltroni. A Padova, sono incistati dovunque girino quattrini sul confine fra pubblico e privato. Godono di ottima stampa, con tanto di autorevoli firme di Repubblica opportunamente coltivate. E possono spostare un migliaio di voti nelle urne cittadine.
Ma la «chiesa nella chiesa» non è immune né al di sopra delle leggi. Deve fare i conti con la giustizia terrena e con il tradimento della fede nella Compagnia. Tutto comincia con l'assunzione di un esperto in rendicontazione. Presentato da «amici», arriva dall'Emilia e vanta esperienze di cooperazione in Albania. Finisce davanti ad un computer, nel «cuore» dell'amministrazione. Sullo schermo compare davvero tutto: progetti delle società collegate e finanziamenti pubblici, elenchi dei «docenti» e cifre non sempre impeccabili, fatturazioni con nomi e cognomi. Insomma, l'intero sistema operativo della Compagnia. Tutto bene, finché non esplode la più banale causa di lavoro. In ballo, 20-25 mila euro. Arretrati in sospeso, secondo il professionista spalleggiato da un legale. La Compagnia, però, non salda. E' così che il disco rigido del computer diventa la memoria spedita alla Guardia di finanza. A Padova si apre un fascicolo d'indagine che terrorizza chiunque abbia legami, diretti o indiretti, con la «rete» economica e politica di Debellini & C. Impensabile mettere a tacere finanzieri e magistrati. Imbarazzante la replica del meccanismo affiorato in Calabria. Inquietanti gli scenari.
Ogni giorno ha la sua pena per i vertici della holding dei «ragazzi di don Giussani»: sarà arduo uscirne indenni come dal rogo della Befana, che nel 1998 costò la vita a Massimo Paulon e Giulia (7 anni) e ferì una cinquantina di presenti.
«Fatture fantasma? No, non direi. Piuttosto progetti di cartapesta. Avete presente le scenografie degli Spaghetti Western? Ecco, i progetti per cui chiedevano i finanziamenti sono simili. Se li guardi di fronte vedi saloon, case degli sceriffi, negozi di maniscalchi. Se giri l'angolo, capisci che esiste soltanto la facciata. Progetti per due milioni di euro. Poi ci sono altri due milioni di finanziamenti che riguardano i corsi». E' quanto dichiara, «chiavetta Usb» a portata di mano, il professionista che ha firmato l'esposto.
Una denuncia circostanziata che tanto preoccupa l'assessore regionale alla formazione di Alleanza nazionale Elena Donazzan, sulla cui scrivania sono passati alcuni dei progetti all'interno dell'inchiesta, e il sindaco Zanonato, visto che il comune è azionista di maggioranza dei Magazzini generali. Ma anche l'economia pubblica: con il progetto Innova è stata promossa la fiera della logistica nel 2004; nell'idea di dar vita all'Interporto di Vladimir in Russia brilla la San Paolo Partecipazioni (costruzioni ed engineering).
A Padova, si è già squarciato il velo. Tutti hanno avuto la foto ricordo al pranzo riservatissimo con Giulio Andreotti, nello stand padovano del meeting di Rimini ad agosto. Nessuno dimentica che il ministro Pierluigi Bersani ama farsi ospitare in via Forcellini. Pochi gli assenti dichiarati alla «cena di santa Lucia», dove i tavoli sono infarciti da chi occupa posti-chiave in città. I «ragazzi di Cl» hanno fatto carriera di pari passo con il magnifico rettore (che tanto filosofeggia pur di non rientrare nell'anonimato). La Compagnia delle Opere ha in gestione lo storico Caffè Pedrocchi, come il catering nelle mense scolastiche comunali. Costruisce «case su misura», mentre partecipa agli appalti (non solo negli ospedali). Offre pacchetti di servizi alle famiglie: dall'asilo alle vacanze. Conta su parroci fedelissimi, comunicazione ben strutturata nelle redazioni, amicizie consolidate nel ramo affari & finanza. Un piccolo grande impero. E una vera lobby elettorale. Fa sempre la differenza: voti da «anatra zoppa», perfettamente dosati fra Polo e Unione. In costante sintonia con i veri padroni della città. E' la cupola di Padova contro cui si scaglia l'ex sindaco Settimo Gottardo?
(30 ottobre, il Manifesto)
martedì 30 ottobre 2007
nasce il partito democratico (27 ottobre 2007)
È la festa del Pd, ma già litigano
Alessandro Braga
Milano
La grande giornata dell'assemblea costituente del Partito democratico poteva dirsi conclusa intorno alle cinque del pomeriggio: Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Anna Finocchiaro e Antonello Soro sul palco del padiglione 16 della fiera di Milano, uno accanto all'altro, cantano «Fratelli d'Italia». La platea dei costituenti tutta in piedi intona assieme a loro l'inno di Mameli (sulla seconda strofa qualcuno accenna addirittura una ritmica battuta di mani).
Una chiusura degna della miglior kermesse di un partito nazionalista, e pensare che una buona metà dei presenti fino a vent'anni fa terminava le sue assemblee col pugno chiuso alzato e l'Internazionale. «Retaggi della vecchia cultura del Novecento», chioserebbe l'appena incoronato segretario del Partito democratico Walter Veltroni. Erano i tempi del partito granitico e della militanza ferrea. Oggi le parole in voga nella neonata creatura sono «partito liquido» e «cittadino elettore».
Ma di questi tempi, si sa, il clima sereno non è previsto che duri a lungo nemmeno dal punto di vista meteorologico. Figurarsi nel centrosinistra e tanto più nel Pd. Il tempo di uno starnuto infatti, e già piovono le prime polemiche: «Sono preoccupata e delusa. Nelle conclusioni del segretario ci sono molti elementi di ambiguità sia sul piano politico sia su quello formale e organizzativo», commenta amareggiata Rosy Bindi. Poco prima era stato il ministro della difesa Arturo Parisi a dar fuoco alle polveri: «Stamattina avevo voluto illudermi che il Partito democratico di Walter Veltroni potesse rappresentare una nuova stagione dell'Ulivo. Sono bastate poche ore perché a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata». Anche senza queste dichiarazioni, sarebbe bastato guardare la faccia di Parisi, affossato nella sedia in prima fila mentre Veltroni teneva dal palco il suo discorso conclusivo, per capire i pensieri del ministro ulivista. Già deve essere stato difficile per i prodiani digerire le affermazioni di Veltroni sulla possibilità che il Pd alle prossime elezioni si presenti da solo. «Come è possibile sostenere con lealtà e convinzione questo governo se non si sotiene con altrettanta convinzione e lealtà questa alleanza di centrosinistra?», si è infatti chiesta Rosy Bindi. I malumori, che già avevano fatto capolino durante il dibattito seguito alla proclamazione di Walter Veltroni a segretario del Partito democratico, sono poi venuti alla luce in serata. Nel suo intervento pomeridiano, era stata proprio Rosy Bindi la prima a mettere in guardia i compagni (pardon, colleghi) di partito sui rischi per il nuovo soggetto: «No a correnti e no a vecchi sistemi - aveva ammonito la ministra per la famiglia - Vigileremo perché non avvenga anche negli organismi comunali e regionali». E poi basta con questa storia del partito liquido, manco fosse una bottiglia di acqua minerale: «Il Pd non sarà un partito di tesserati - ha detto Rosy Bindi - ma neppure un partito liquido. Sarà composto da tutti coloro che si riconoscono in un progetto al servizio di questo paese».
E tra dichiarazioni entusiaste di neofiti della politica e dolci parole piene di fiducia dei costituenti più giovani, «che è ora di smetterla di dire che sono tutti uguali», e che «se si vuole cambiare qualcosa bisogna impegnarsi in prima persona», qualche distinguo era già uscito: come nelle parole del presidente della commissione sanità al senato Ignazio Marino, che nel suo intervento ha voluto rimarcare come sul testamento biologico sia arrivato il «momento di sedersi attorno a un tavolo e sciogliere questo nodo».
Ma la bomba è esplosa dopo che Veltroni ha letto le risoluzioni finali dell'assemblea costituente. In piedi, in mezzo all'erba (vera), che ricopriva tutto il palco della kermesse, circondato dai numerosi schermi che proiettavano immagini di meravigliosi paesaggi italiani e sorridenti primi piani di cittadini-elettori democratici, il sindaco di Roma ha sciorinato i nove punti da approvare al termine della giornata: Dario Franceschini vicesegretario, Mauro Agostini tesoriere, e le varie scadenze per le designazioni degli organi provinciali e locali. Oltre alla nomina dei membri delle tre commissioni che dovranno predisporre, entro il febbraio del prossimo anno, lo statuto del Pd, il manifesto dei valori e il codice etico. 300 nomi, 100 per commissione, letti da Anna Finocchiaro in fretta e furia mentre già molti lasciavano l'aula e da approvare per alzata di mano. E se tutti hanno capito, e fischiato, il nome di Ciriaco De Mita, nominato nella commissione statuto, pochi hanno capito il metodo seguito per la scelta dei nomi. Come alcuni della lista «A sinistra per Veltroni», che hanno invano cercato di far notare il loro dissenso. «Se dovevamo venire fin qui solo per assistere a una kermesse, potevano dircelo prima, così avremmo portato la macchina fotografica»., hanno concluso. E sì che Enrico Letta, che poi in serata si sarebbe unito al coro di proteste, nel pomeriggio aveva incitato a continuare a «fare cose impossibili». Ma spiegare ai partecipanti del «più grande momento democratico del nostro paese» perché erano lì, forse è un po' troppo.
elezioni in argentina (28 0ttobre 2007)
Maurizio Matteuzzi
Buenos Aires
Quelle di oggi passeranno alla storia come le elezioni più noiose dell'Argentina. Soprattutto se, come indicano i sondaggi, a vincerle sarà, fin da stasera, la «Kandidata» peronista, Cristina Fernández de Kirchner, la moglie del presidente. Ma, tanto per non smentire la sua fama di paese «impossile» dove la contraddizione è la norma, l'Argentina andrà oggi al voto con una novità assoluta. Tale da far passare alla storia queste elezioni così smorte.
Per la prima volta in più di 50 anni i 27 milioni di elettori non troveranno sulla scheda con i nomi dei 14 candidati alla presidenza i simboli dei due partiti che hanno accompagnato e incarnato le vicende spesso tragiche di questo paese. Né il PJ del Partido Justicialista, né la UCR della Unión Civica Radical. Anche qui in Argentina, da molto tempo ma specie dopo lo sconquasso del 2001, i politici godono di pessima (e meritata) fama, la crisi della rappresentanza è enorme, i partiti sono visti come comitati d'affari e la commistione business-politica suscita scandalo e rifiuto. L'assenza delle sigle storiche è una novità per l'Argentina anche se ormai è frequente in molti altri paesi del mondo, in Europa e in Italia. Eppure non sarebbe l'Argentina se le cose fossero così semplici.Perché anche senza più i simboli elettorali del PJ e della UCR, il nucleo di quei due partiti - e in questo senso dei «valori» identitari che hanno rappresentato per più di mezzo secolo - sarà ancora al centro dello scontro di oggi.
Il peronismo, nato nel '45 con il colonnello Juan Domingo Perón, è stato sempre un fenomeno singolare nella politica argentina (e mondiale), che la frettolosa liquidazione come movimento populista o proto-fascista non aiuta a spiegare. Il radicalismo, arrivato alla presidenza per la prima volta nel 1916 con Hipólito Yrigoyen, in qualche misura è più facile da leggere come partito della piccola-media borghesia urbana ma, dall'irruzione del peronismo, si è identificato sempre nell'opposizione e nell'alternativa al Giustizialismo. Ora l'Unione Civica Radicale è praticamente defunta e il Partito Giustizialista è in agonia probabilmente terminale. Tuttavia, oggi, il peronismo - per quanto con altri nomi e altri leader - vincerà di nuovo le elezioni e il radicalismo - per quanto con altri nomi e altri leader - cercherà come sempre di fermarlo. Peronismo e radicalismo continueranno la loro guerra dei 60 anni sparpagliando pezzi e persone in ciascuno degli schieramenti in competizione.
Dice Ernesto Tiffemberg, direttore di Pagina 12, che «quelle di oggi sono elezioni a doppia matrice. Una, classica, vede grossomodo lo scontro fra centro-sinistra e centro-destra. L'altra, culturale ancor prima che politica, lo scontro fra peronismo e anti-peronismo. Il peronismo ufficialmente non c'è più ma prenderà ancora il 50-60% dei voti, come accadde anche nelle elezioni del 2003 quando la gente in strada urlava 'que se vayan todos' e i candidati peronisti furono addirittura tre. Anche il radicalismo ufficialmente non c'è più ma l'opposizione ai Kirchner, pur nella sua frammentazione, è in sostanza il fronte anti-peronista che la UCR ha rappresentato fin dal '45».
Per dare un'idea di questo mix continuità-rottura, valori-opportunismo, basta scorrere le biografie e gli appoggi dei candidati. Cristina ha l'appoggio del Frente para la Victoria che è l'ala del PJ fondata da suo marito, del «peronismo kirchnerista» (che sembra la stessa cosa ma non lo è), del «radicalismo K» (un settore UCR alleato con il kirchnerismo, impersonato dal candidato a vicepresidente che è l'ex-governatore radicale di Mendoza) e dal «socialismo kirchnerista». Elisa Carrió, la principale concorrente di Cristina, anche se lontana di 20 punti nei sondaggi, è una fuoruscita dell'UCR sostenuta, fra gli altri, dal Partito socialista e dal «radicalismo dissidente», fino a poco tempo fa tentata da un'alleanza con Ricardo López Murphy, esponente dell'ala più dura del neo-liberismo. Roberto Lavagna, ex ministro dell'economia con Duhalde dopo il collasso del 2001 e poi con Kirchner fino al 2005, è un peronista storico convertitosi all'anti-kirchnerismo ma sostenuto dallo stesso Duhalde, l'impresentabile (ex?) boss peronista della provincia di Buenos Aires, e dall'ex-presidente Raúl Alfonsín, padre-padrone ormai in disarmo della UCR. Il neo-liberista puro López Murphy, anche lui ex-radicale, ha stretto un'alleanza trasversale con Mauricio Macri, il miliardario anti-K eletto in giugno sindaco di Buenos Aires, che passa per essere un populista di destra. Alberto Rodríguez Saá, probabilmente il più genuino fra tutti i candidati peronisti, è appoggiato solo dal «peronismo dissidente».
Una sopa de letras, una zuppa di sigle, e di storie indecifrabili. Peronisti e radicali, che non esistono più, sono ancora qui a scannarsi nella nuova Argentina post-PJ e post-UCR. Nuova?
il ritorno di luttazzi in TV
Da sabato 3 novembre su La7 con "Decameron. Politica, sesso, religione e morte"
Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"
Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"
Daniele Luttazzi
TROPPO tardi: è già su La7. Troppo tardi se mai alla Rai fosse venuto in mente di ascoltare Michele Santoro che in una puntata di Annozero aveva lanciato un appello per un "editto al contrario", affinché "Prodi o D'Alema, per fare due nomi" chiedessero "ad alta voce" che Daniele Luttazzi tornasse ad avere un programma in Rai. L'appello di Santoro, unito a Luttazzi che dice "troppo tardi", è stato il primo spot del suo nuovo programma. Come dire "sono già impegnato", ma pure che ormai non c'è modo e spazio per la satira nella tv pubblica. Infatti è La7 a sciogliere l'incantesimo dell'"editto bulgaro": l'appuntamento con Decameron - è il titolo del programma - è per sabato 3 novembre alle 23.30. "Politica, sesso, religione e morte" è il sottotitolo, dieci puntate di "varietà satirico per adulti". Poche le anticipazioni: attori di teatro come ospiti, due canzoni dal suo album School is Boring come sigle di apertura e di chiusura, si registra negli studi romani di Cinecittà, stile improntato a "libertà, ferocia e grazia". Una promessa: "Non diffamerò nessuno".
Il proposito di scendere a più miti consigli rispetto al passato l'aveva manifestato in aprile. Ospite di Enzo Biagi a Rt - Rotocalco televisivo, aveva spiegato che "fosse per me, aprirei le cataratte e farei uscire tutta la bile accumulata in questi anni. Ma poi me ne pentirei, quindi cercherei di centellinare la bile con battute ad hoc". Sempre lì aveva detto che della tv gli mancava "la possibilità di rivolgersi a un pubblico vasto", lui che con una puntata di Satyricon faceva sette milioni e mezzo di telespettatori. "Per raggiungerli a teatro, devi lavorare più di un secolo".
Non sarà probabilmente La7 a garantirgli simili platee. Ma almeno ha trovato porte aperte per la sua satira. E le sue conseguenze imprevedibili. Fin dal 1989. Quando, alle prove generali del programma Fate il vostro gioco, fa una battuta sul Psi di Bettino Craxi e viene epurato per la prima volta dalla Rai. Ci tornerà (RaiTre) soltanto nel 1994-1995, come coautore di Magazine 3, al quale partecipa con le rubriche Sesso con Luttazzi, La cartolina di Luttazzi e La piccola biblioteca. Sempre nel 1989, per il programma Banane dell'allora Telemontecarlo, prepara gli sketch Marzullo intervista Hitler e Marzullo intervista Gesù: non andranno mai in onda.
In quegli anni di lontananza dalla tv Luttazzi si divide fra teatro, radio e scrittura. Nel 1993 traduce #$@&! - L'antologia ufficiale di Lloyd Llewellyn, il fumetto cult di Daniel Clowes. Nello stesso anno scrive, in memoria di Andrea Pazienza, Splendido amorale, per la rivista Duel, e ricorda che Pazienza faceva satira vera, quella che "non fa prigionieri". Nel 1994 pubblica Va' dove ti porta il clito, parodia di Va' dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. La scrittrice gli fa causa per plagio, ma la perde.
Dopo il ritorno in tv su RaiTre, la popolarità di Luttazzi esplode nel 1996 con la partecipazione a Mai dire gol su Italia 1. I personaggi (Panfilo Maria Lippi, il professor Fontecedro, Luisella) da lui interpretati nel programma della Gialappa's vengono pubblicati nei libri Tabloid e Cosmico. Nel 1998, sempre su Italia 1, esordisce alla conduzione del talk show notturno Barracuda: censurato già alla prima intervista (la produzione taglia il passaggio in cui Claudio Martelli dice "Berlusconi non è un politico, è un piazzista"), il comico torna in Rai al termine del contratto. I passaggi censurati faranno poi parte del libro che porta lo stesso titolo della trasmissione.
All'inizio del 2001 Luttazzi torna al talk show, su RaiDue, con Satyricon: sospeso per una settimana dopo la nona puntata per via di un'intervista a Marco Travaglio su Berlusconi e Dell'Utri. Nel 2002, l'"editto bulgaro". Negli ultimi anni Luttazzi si è dedicato al teatro (il 12 e 13 ottobre scorsi era a Roma con Barracuda 2007), ha collaborato con alcuni giornali, creato un sito, pubblicato libri e due cd, lavorato come script doctor per i canali Usa Comedy Central e Hbo. Non è mai tornato in tv, nonostante parecchie offerte. Poi ha scelto La7. La data è certa, 3 novembre. Un po' meno certo, visti i precedenti, quanto durerà.
(30 ottobre 2007)
lunedì 29 ottobre 2007
naso e coca
In aumento i consumatori di polvere bianca, anche donne e giovani di tutti i ceti sociali
Liste di attesa record negli ospedali
per i cocainomani che si rifanno il naso
Cinque mesi per una rinoplastica in clinica privata
più di un anno e mezzo in una struttura pubblica
Liste di attesa record negli ospedali
per i cocainomani che si rifanno il naso
SORRENTO (Napoli) - Rifarsi il naso distrutto dalle sniffate di cocaina è una necessità per i consumatori di polvere bianca. Ma la richiesta per questo tipo di intervento, gratis in ospedale o con diecimila euro in una struttura privata, si sta diffondendo in misura tale che i chirurghi hanno ormai delle vere e proprie liste d'attesa.
La segnalazione giunge dal Congresso di Federserd, la federazione degli operatori pubblici delle dipendenze, in corso a Sorrento. Fino a poco tempo fa, i casi di ricostruzione del naso - dicono gli esperti di Federserd - erano rarissimi, uno su cento cocainomani, quasi nessuna donna. E riguardavano per la quasi totalità vip dello spettacolo o manager.
Ora la richiesta di questo intervento si è ampliata. Ci sono liste di attesa di cinque mesi in cliniche private e più di un anno e mezzo in ospedale, quasi quanto per una Tac. Non sono più rare le donne, e sono sempre più numerose le persone di tutti i ceti sociali.
"Si sniffa cocaina, si vede il naso danneggiato con grande difficoltà nella respirazione - dice Claudio Leonardi, coordinatore del Comitato scientifico di Federserd - si va dal chirurgo plastico per un intervento, si soffre un po' e poi se non si è imparata la lezione e non ci si è curati, si torna a sniffare". Il dato allarmante è che il fenomeno è in costante crescita. "E' un problema in aumento - aggiunge Leonardi - e lo verifichiamo ogni giorno parlando con i tossicodipendenti. La situazione è ancor più grave se si pensa che sono costretti alla ricostruzione del naso anche tanti giovanissimi, nei quali le mucose e la cartilagine sono più delicate".
"Il naso da coca" è ormai una vera e propria patologia spiega il professor Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di clinica otorinolaringoiatrica del policlinico Gemelli, che lancia l'allarme sull'aumento degli italiani costretti a ricorrere a un'operazione chirurgica per rifarsi il naso distrutto dalla droga.
Granulomi sottocutanei, vasi sanguigni cicatrizzati e inservibili, riassorbimento dei tessuti: il naso del cocainomane è fortemente compromesso, la carenza di circolazione sanguigna manda in necrosi i tessuti, e l'operazione chirurgica a lungo andare è inevitabile. "Sono venute da me - racconta Paludetti - persone con due buchi al posto del naso, senza più tessuti. Sono sempre più numerosi quelli che chiedono un intervento, anche se quasi tutti non ammettono che la causa scatenante è la cocaina. Ma è importante per un chirurgo saperlo, anche perché i tessuti sono così deperiti che è molto complicato procedere a una ricostruzione".
Interventi delicati, insomma, con lo scopo di garantire un ritorno a un livello accettabile di capacità respiratoria, ma che per molti pazienti sono solo uno strumento per poi tornare a "sniffare" liberamente: "Tutti dicono che hanno smesso - rivela l'otorino - ma quasi tutti poi riprendono ad assumere cocaina, e non è raro il caso di gente che torna, dopo alcuni anni, per rioperarsi".
A bussare alla porta del chirurgo sono le persone più disparate, giovani e meno giovani, uomini e donne, benestanti e ceti più modesti: "Non c'è un identikit del malato di 'naso da coca' - spiega Paludetti - diciamo che si va dai 20 ai 60 anni di età, ma talvolta anche oltre, e spesso sono persone insospettabili. Di certo il naso rovinato dalla cocaina è una patologia emergente, ma non la sola: esistono casi di persone che hanno buchi nel palato, con la comunicazione tra naso e palato aperta, a causa dell'effetto distruttivo della coca. E' una cosa molto seria, e non è necessario essere cocainomani da molti anni: se la droga è tagliata male, bastano poche sniffate per avere le vie respiratorie danneggiate".
(29 ottobre 2007)
preoccupante...
al registro per chi ha attività editoriali, forse anche per chi ha un blog o un sito
Il governo riforma l'editoria
Burocrazia sul web? Allarme in rete
Aumenterebbero quindi anche per i "piccoli" su internet spese e sanzioni penali
Il sottosegretario Levi: "Non è questo lo spirito, deciderà l'Autorità"
di ALDO FONTANAROSA
Il governo riforma l'editoria
Burocrazia sul web? Allarme in rete
ROMA - Consiglio dei ministri del 12 ottobre: il governo approva e manda all'esame del Parlamento il testo che vuole cambiare le regole del gioco del mondo editoriale, per i giornali e anche per Internet. E' un disegno di legge complesso, 20 pagine, 35 articoli, che adesso comincia a seminare il panico in Rete. Chi ha un piccolo sito, perfino chi ha un blog personale vede all'orizzonte obblighi di registrazione, burocrazia, spese impreviste. Soprattutto teme sanzioni penali più forti in caso di diffamazione.
Articolo 6 del disegno di legge. C'è scritto che deve iscriversi al ROC, in uno speciale registro custodito dall'Autorità per le Comunicazioni, chiunque faccia "attività editoriale". L'Autorità non pretende soldi per l'iscrizione, ma l'operazione è faticosa e qualcuno tra i certificati necessari richiede il pagamento del bollo. Attività editoriale - continua il disegno di legge - significa inventare e distribuire un "prodotto editoriale" anche senza guadagnarci. E prodotto editoriale è tutto: è l'informazione, ma è anche qualcosa che "forma" o "intrattiene" il destinatario (articolo 2). I mezzi di diffusione di questo prodotto sono sullo stesso piano, Web incluso.
Scritte così, le nuove regole sembrano investire l'intero pianeta Internet, anche i siti più piccoli e soprattutto i blog. E' così, dunque? Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e padre della riforma, sdrammatizza: "Lo spirito del nostro progetto non è certo questo. Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile".
Un esempio concreto, però: il blog di Beppe Grillo verrà toccato dalle nuove norme? Anche Grillo dovrà finire nel registro ROC? "Non spetta al governo stabilirlo - continua Levi - Sarà l'Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute davvero alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà stata discussa e approvata dalle Camere".
Insomma: se una stretta ci sarà, questa si materializzerà solo tra molti mesi, dopo il passaggio parlamentare e dopo il varo del regolamento dell'Autorità. Ma nell'attesa vale la pena di preoccuparsi. Perché l'iscrizione al ROC - almeno nella formulazione attuale - non implica solo carte da bollo e burocrazia. Rischia soprattutto di aumentare le responsabilità penali per chi ha un sito.
Spiega Sabrina Peron, avvocato e autrice del libro "La diffamazione tramite mass-media" (Cedam Editore): "La vecchia legge sulle provvidenze all'editoria, quella del 2001, non estendeva ai siti Internet l'articolo 13 della Legge sulla Stampa. Detto in parole elementari, la diffamazione realizzata attraverso il sito era considerata semplice. Dunque le norme penali la punivano in modo più lieve. Questo nuovo disegno di legge, invece, classifica la diffamazione in Internet come aggravata. Diventa a pieno una forma di diffamazione, diciamo così, a mezzo stampa".
Anche Internet, quindi, entrerebbe a pieno titolo nell'orbita delle norme penali sulla stampa. Ne può conseguire che ogni sito, se tenuto all'iscrizione al ROC, debba anche dotarsi di una società editrice e di un giornalista nel ruolo di direttore responsabile. Ed entrambi, editore e direttore del sito, risponderebbero del reato di omesso controllo su contenuti diffamatori. Questo, ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale.
(19 ottobre 2007)
non c'è più un pezzo del trash movie italiano
In una scena di 'Sapore di mare' dei fratelli Vanzina con Virna Lisi
Addio a Nicheli, milanese doc
Marco Giusti
Almeno il Dogui, come era da sempre chiamato Guido Nicheli, caratterista di ferro del cinema vanziniano nel ruolo del cummenda milanese sempre abbronzato, morendo nella mattina di domenica in quel di Desenzano sul Garda, non ha visto l'affronto del suo Milan sconfitto in casa dalla Roma. Perché il Dogui, ufficialmente odontotecnico, in realtà «sun-lover», adoratore del sole, aveva proprio «la faccia di uno del Milan», come diceva lui.
Nella vita non è che avesse lavorato moltissimo. «30 giorni di lavoro e 30 di vacanza». Appena aveva in tasca tremila dollari scappava. «Certo, se avessi lavorato con una certa continuità...», mi disse durante la sua unica intervista in tv per Stracult. Ma non ha mai lavorato con una certa continuità. Nemmeno nel cinema. «Mi avevano corteggiato da quando avevo 30 anni, solo dopo i 40 ho fatto il salto...Incominciava a essere più difficile catturare, così mi sono detto: mettiamo la faccia in vetrina... E mi sono dato all'arte. Però io venivo dal business».
Il business era appunto fare l'odontotecnico, di quando in quando, nello studio del cugino dentista. Il cinema arriva quando Steno lo vede un lunedì sera in un ristorante di Porto Ercole durante le riprese di Il padrone e l'operaio con Teo Teocoli e Renato Pozzetto nel 1975. Il Dogui stava lì con un amico. «Eravamo ben accompagnati, così avevamo allungato il week-end fino a martedì. Ovviamente il lunedì sera, a Porto Ercole, non c'era nessuno. Così incontro Steno e mi dice: 'Domani ti faccio lavorare'». In pratica doveva fare se stesso, milanese, battutaro e amico di Pozzetto. «Sono amico di Pozzetto da quando eravamo ragazzini».
Quando va al cinema e si rivede, accanto agli attori affermati, nota come il pubblico reagisce alle sue battute. «Forse ho trovato il veleno. Tac!», si dice. Nel suo secondo film, Cattivi pensieri, di e con Ugo Tognazzi, fa ancora il cummenda amico del protagonista. Ripeterà lo stesso ruolo nel cinema dei figli di Steno, Carlo e Enrico Vanzina, in quello di Castellano e Pipolo e nel suo ruolo televisivo di maggior successo, quello del Commendator Zampetti nei Ragazzi della Terza C.
«Devo essere molto grato ai Brothers, come io chiamo i Vanzina, coi quali ho fatto sette film che sono stati dei cult». Nicheli è fantastico nei grandi film vanziniani degli anni '80, da Vacanze di Natale a Yuppies. Ricordiamo solo come si presenta in scena in Vacanze di Natale: «Ah! Ah! Ivana, fai ballare l'occhio sul tic: Milano, via della Spiga - Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54' 2''! Alboreto is nothing!». Tutte battute sue, prontamente riprese dai Vanzina e poi dai fan dei loro film.
«I Brothers scrivevano pensando al Dogui, a come ero. Tutte queste situazioni, però, o le avevo vissute o le avevo viste da vicino». È un'Italia berlusconiana anni '80 ancora non contaminata dalla politica. Del resto anche il suo personaggio è rampante, ma ancora legato ai modelli dei cummenda anni '60 e lontano da quello che sarà la Milano degli anni '90.
I suoi ruoli si diradano col diradarsi del cinema vanziniano del periodo. Non riesce a sfondare oltre al suo tipico ruolo, anche se Dino Risi lo vede come ufficiale sardo in Scemo di guerra con Beppe Grillo e Coluche nel 1985. Fa piccoli ruoli negli anni '90 (Occhio alla Perestrojka, Abbronzatissimi, Gratta e vinci, Cucciolo, Fantozzi 2000), fino a un'apparizione nel recente film diretto da Jerry Calà l'anno scorso, Vita Smeralda, tardissima commedia di ambientazione lelemoriana.
Il Dogui non regge e arriva il primo ictus. Il secondo arriva domenica mattina. E come se non bastasse il Milan perde con la Roma.
il papa: i farmacisti cattolici non devono vendere medicinali con scopi immorali
Nel discorso ai farmacisti cattolici il pontefice rinnova il veto all'interruzione di gravidanza
Affrontato anche il tema del progresso: "No ad una incontrollata sperimentazione"
Il Papa: "Su aborto e eutanasia
obiezione di coscienza ai farmacisti"
Ripetuto l'appello perchè i farmaci salvavita siano garantiti ai Paesi del Terzo mondo
Il Papa: "Su aborto e eutanasia
obiezione di coscienza ai farmacisti"
Papa Benedetto XVI
ROMA - L'obiezione di coscienza dei farmacisti è un "diritto riconosciuto" quando si tratta di fornire medicine "che abbiano scopi chiaramente immorali, come per esempio l'aborto e l'eutanasia". Benedetto XVI nel discorso rivolto oggi alla Federazione internazionale dei farmacisti cattolici, non pronuncia il nome della pillola abortiva, ma il riferimento sembra esplicito.
"L'obiezione di coscienza - ha detto il pontefice - è un diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione permettendovi di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo le scelte chiaramente immorali, come per esempio l'aborto e l'eutanasia".
All'inzio dell'anno, era stata l'udienza concessa ai vertici delle amministrazioni locali del Lazio, a dare l'occasione a Benedetto XVI per ribadire il proprio veto verso la pillola RU486. Alla vigilia di due manifestazioni promosse per difendere la legge sull'aborto e i Pacs, il pontefice ammonì che bisogna "evitare di introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell'aborto come scelta contro la vita".
Ai farmacisti cattolici, Benedetto XVI oggi ha ribadito che "non è possibile anestetizzare le coscienze sugli effetti di molecole che hanno lo scopo di evitare l'annidamento di un embrione o di cancellare la vita di una persona. Il farmacista, importante intermediario tra medici e pazienti, deve invitare ciascuno a un sussulto di umanità, perchè ogni essere sia protetto dalla concepimento fino alla morte naturale".
Benedetto XVI ha affrontato anche il problema del progresso della medicina, che porta grandi benefici ma talvolta espone i pazienti ai rischi di una incontrollata sperimentazione. "Nessuna persona - ha scandito il Papa - può essere utilizzata in maniera sconsiderata come un oggetto per realizzare sperimentazioni terapeutiche".
In questo contesto, Benedetto XVI ha infine ripetuto il suo appello affinché i farmaci salvavita siano garantiti ai Paesi del Terzo mondo che non possono acquistarli: "E' necessario che le diverse strutture farmaceutiche, i laboratori e i centri ospedalieri abbiano la preoccupazione della solidarietà nell'ambito terapeutico, per permettere un accesso alle cure e ai farmaci di prima necessità a tutti gli strati della popolazione, in tutti i Paesi".
(29 ottobre 2007)
previti: chi non muore si...risente
mamma fiat come enzo rossi...
La Fiat fa la mamma
L'ad Marchionne anticipa il contratto e offre 30 euro di aumento salariale. I metalmeccanici confermano sciopero e obiettivi. I conti del gruppo volano, ma titolo giù in borsa (-4,2%)
Francesco Paternò
I conti della Fiat vanno alle stelle e così l'amministratore delegato Sergio Marchionne aumenta gli stipendi dei lavoratori di 30 euro. Notizia non notizia. Oppure: la Fiat va più che bene, il 2008 sarà però duro e dunque va prevenuto subito il conflitto interno più aspro, aprendo sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici alla vigilia dello sciopero del 30 e a fronte di una richiesta di aumenti pari a 117 euro. Notizia più credibile. La mossa di marketing di Marchionne ha sorpreso i sindacati (che confermano lo sciopero), diviso la Federmeccanica (che non sarebbe stata informata preventivamente), e dispiaciuto la borsa, dove il titolo è scivolato del 4,2% (ma i motivi dovrebbero essere ben altri, ci torneremo dopo).
Marchionne ha presentato inusualmente nella sede della Ferrari a Maranello i conti del gruppo con una trimestrale con più profitti del previsto. A questi dati ha legato l'annuncio di un aumento in busta paga per i lavoratori di 30 euro, compresa la vacanza contrattuale, dunque 20 euro lordi, come anticipo sul rinnovo del contratto. La reazione dei sindacati è stata compatta su un punto: le elargizioni non servono, i motivi dello sciopero del 30 - a Torino ci sarà anche un corteo - restano tutti e questo aumento è un incentivo ad andare avanti per chiudere il contratto al più presto. Obiettivo 117 euro di aumento e miglioramenti normativi. Punto e a capo.
«C'è stato stupore tra i lavoratori - ci dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiom a Torino - divertimento, la solita domanda "dove è la fregatura?", ma certo è un segno che si può fare, che i tempi per il contratto sono maturi». «L'atto compiuto dalla Fiat - dice ancora Gianni Rinaldini, segretario nazionale Fiom - dà ulteriori ragioni allo sciopero, se questo è un segnale per accelerare le trattative lo vedremo presto». «E' singolare la decisione della Fiat - commenta Antonino Regazzi, segretario Uilm - avrebbe dovuto impegnarsi di più affinché la trattativa si fosse già conclusa», mentre è più critico Giorgio Caprioli, segretario Fim, che ritiene il gesto unilaterale «molto grave». L'impressione è che Marchionne abbia voluto comunque lanciare un messaggio, consapevole che l'ampia maggioranza dei lavoratori delle fabbriche Fiat ha risposto no al referendum sindacale; e l'eseguità della cifra, i 30 euro, è appunto un segnale debole ma un segnale, se avesse voluto provare a dividere il fronte dello sciopero avrebbe magari detto 70 o 80 euro.
Presentando i conti della trimestrale, l'amministratore delegato della Fiat ha anche alzato gli obiettivi per il 2007 e cautamente mantenuto quelli del 2008, un anno che si preannuncia difficile per l'intero comparto in Europa, difficile per Fiat senza nuovi modelli (ma arriveranno Alfa Romeo e Lancia), mentre in Italia il mercato non dovrebbe più beneficiare degli incentivi governativi alla rottamazione. Lo schiaffo della borsa dovrebbe essere partito proprio da qui: un 2008 non previsto in crescita significa che la Fiat sta già rallentando?
Le nuove stime 2007 sono per un utile netto tra 1,8 e 1,9 miliardi di euro (contro 1,6-1,8 mld precedente), un risultato della gestione ordinaria tra 2,9 e 3 miliardi (margine oltre 5%), un utile base per azione tra 1,40 e 1,50 euro (1,25-1,40 precedente) e un indebitamento netto industriale di circa 500 milioni (2 miliardi il precedente). Nel terzo trimestre, il risultato della gestione ordinaria è salito del 75% rispetto a un anno prima a 745 milioni di euro e l'utile netto del 127% a 454 milioni grazie alla spinta della crescita del 17,4% dei ricavi (13,86 miliardi). Tutti i settori hanno contribuito al miglioramento, con l'auto a +185 milioni di euro. La produzione della Fiat 500 - che oggi è un po' considerata la bandiera del marchio - potrebbe essere aumentata a 190.000 pezzi l'anno dal 2009, dalle 120.000 previste.
Il mondo alla rovescia del libero mercato
Il mondo alla rovescia del libero mercato
Non c'è stata nessuna rivolta delle élite, ma una vera e propria controrivoluzione. Intervista con l'autrice di «Shock economy», in Italia per presentare il suo libro La privatizzazione dei beni comuni e dei servizi sociali sarà più graduale che in passato, mentre maggiore attenzione sarà dedicata al conflitto di interessi. Ma è consolatorio affermare che stiamo assistendo al declino del neoliberismo
Benedetto Vecchi
L'uscita di Shock economy (Rizzoli, pp. 620, euro 20,50, il manifesto del 15 settembre) ha avuto una critica stizzita del premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, che ha riconosciuto a Naomi Klein il merito di denunciare l'«estremismo» dei neo-con. Allo stesso tempo, però, Stiglitz ha sostenuto, sul «New York Times» del 30 settembre, che quelle dell'attuale amministrazione statunitense sono solo degenerazioni, perché l'economia di mercato è il migliore strumento, se usato bene, per promuovere il benessere collettivo. Dunque, per Stiglitz, il problema non è il modello sociale e economico che il neoliberismo propone, quanto le persone che lo realizzano. «Non credo - afferma Naomi Klein - che il problema siano gli errori umani. Il neoliberismo è stata una vera e propria controrivoluzione. Possono pure cambiare gli uomini, ma gli obiettivi rimangono sempre gli stessi: muovere una guerra di classe contro i lavoratori e privatizzare i servizi sociali».
L'intervista che segue è avvenuta a Roma, lasciando all'intervistatore l'amaro in bocca. Tante le domande da fare, poco il tempo a disposizione.
Nel tuo libro descrivi l'ascesa e l'affermazione del neoliberismo come un prodotto da laboratorio. Da una parte, la scuola di Chicago con Milton Friedman che «dava la linea». Dall'altra alcuni esperimenti pilota per poi applicare quelle dottrine nel Nord America, in Europa...
Negli anni Cinquanta e Sessanta Milton Friedman era considerato un nostalgico di un'economia di mercato che non esisteva più. Il pensiero economico dominante era di tipo keynesiano. Le tesi della scuola di Chicago erano considerate l'espressione di un estremismo ideologico a favore del libero mercato fuori dalla realtà. L'economia statunitense era prospera grazie all'intervento statale e alla «collaborazione» tra sindacati e imprese. Tutto sembrava andare in un'altra direzione da quello che sosteneva Friedman. Certo la sua apologia del libero mercato era sicuramente più aderente agli interessi delle grandi corporation, ma nessun manager sarebbe intervenuto per sostenerlo. Allo stesso tempo, però, Friedman ha ricevuto ingenti finanziamenti da fondazioni prestigiose, nonché dal governo per continuare le sue ricerche. Le teorie economiche della scuola di Chicago non erano solo espressione di un'ideologia, ma anche di precisi interessi economici, quelli del big business.
Molti studiosi o analisti spesso descrivono il neoliberismo come una rivolta delle élite per sottrarsi al controllo dello stato. Non sono d'accordo, perché la storia della scuola di Chicago può essere considerata la cover story di una controrivoluzione, di una guerra di classe contro i sindacati e i diritti sociali dei lavoratori.
Tu sottolinei che l'insicurezza e i disastri ambientali sono usati come grimaldello per imporre politiche neoliberiste. Non credi, però, che proprio l'insicurezza possa diventare la spinta per un rafforzamento del welfare state? In fondo, lo stato sociale nasce anche per risolvere lo «shock collettivo» che aveva colpito gli Stati Uniti e l'Europa negli anni Trenta e Quaranta?
Gli shock collettivi possono essere usati per introdurre politiche neoliberiste se gli uomini e le donne sono disorientati, soli, se cioè sentono la loro condizione come precaria. In Italia, sono all'opera movimenti sociali che si battono contro la precarietà dei rapporti di lavoro, per i diritti dei migranti, contro la guerra. Il problema è se riescono a dare continuità alla loro azione, perché solo un loro rafforzamento può aiutare nella resistenza alle politiche neoliberiste.
Prendiamo Vicenza: il progetto di ampliare la base militare statunitense ha incontrato l'opposizione di gruppi, associazione, centri sociali. A Vicenza sono state evocate pessime prospettive per il suo sviluppo se i lavori saranno bloccati. Finora, la presenza dei movimenti sociali ha creato le condizioni affinché il ricatto sia stato rifiutato da parte della popolazione. Prendiamo la precarietà dei rapporti di lavoro. Ci sono movimenti che si battono contro di essa e per estendere anche ai precari i diritti del lavoro. Finora sono riusciti ad organizzare una parte del lavoro precario. Il passo successivo è di coinvolgere sempre più uomini e donne, riuscendo a depotenziare il ricatto a cui sono sottoposti molti lavoratori e lavoratrici. Credo, cioè che i movimenti debbano darsi un'organizzazione stabile, meno effimera per rafforzare la loro azione.
Nei miei viaggi di lavoro incontro uomini e donne che sentono moltissimo questa urgenza politica di dare continuità e forza alla loro azione politica. Possono forse peccare di ottimismo, ma mi sembra che molti movimenti si stanno muovendo in questa direzione.
Per quanto riguarda la tua domanda, anche io credo che bisogna sviluppare un altro tipo di organizzazione sociale. Non ritegno però che questa nuova organizzazione sociale debba essere introdotta dall'alto. Deve essere infatti sviluppata dal basso.
Nel tuo libro scrivi che il neoliberismo si caratterizza non tanto per l'occupazione dello stato, ma per la privatizzazione di alcune funzioni che gli competono, dalla difesa nazionale alla sanità alla formazione scolastica. C'è stato poi lo scandalo della società di «contractors» Blackwater in Iraq e molti analisti hanno denunciato come folle la privatizzazione della difesa nazionale. Stiamo assistendo al declino del neoliberismo? Oppure sono solo scosse di assestamento?
Il caso dell'uragano Kathrina è emblematico. Nei primi giorni dopo l'inondazione di New Orleans i media statunitensi hanno puntato l'indice contro le politiche di disinvestimento dell'amministrazione Bush per quanto riguarda la protezione ambientale. Appena le acque hanno cominciato a ritirarsi, gran parte dell'establishment liberista ha visto nell'uragano la mano divina che consentiva di cacciare gli abitanti poveri e gli afroamericani per lasciar spazio alle imprese private. Non credo dunque che il neoliberismo sia giunto al capolinea. È ovvio che lo scandalo della Blackwater qualche problema lo pone per i neoliberisti. Ma nei media mainstream non viene criticato il modello neoliberista, bensì l'operato di una singola impresa, in questo caso la Blackwater. Tutt'al più viene invocata una maggiore sorveglianza sull'operato di un'impresa privata che svolge una funzione statale, pubblica.
Stiamo assistendo a un mutamento delle politiche neoliberiste. Ci sarà maggiore attenzione al conflitto di interesse, che negli Stati Uniti e anche qui in Italia è giunto al parossismo. Oppure, l'applicazione delle politiche neoliberiste sarà più graduale. Affermare però che siamo alla crisi del neoliberismo è un azzardo analitico autoconsolatorio.
In Italia c'è molto interesse per le primarie del partito democratico negli Stati Uniti e alla competizione tra Hilary Clinton e Barak Obama. Possono i movimenti sociali condizionare gli esiti delle primarie nel partito democratico?
E' strano che lo chiedi a me che sono canadese. Non sono molto interessata al fatto che Hilari Clinton rappresenti gli olds democratics e Obama i news democratics. E trovo strano che un italiano sia interessato al conflitto tra Hilary e Obama.
La politica statunitense ha da sempre condizionato quella italiana. E poi tu vivi in un osservatorio privilegiato come è il Canada. Tuttavia ciò che mi interessa capire è quale rapporto - di conflitto, di cooptazione - i movimenti sociali negli Stati Uniti voglio intrattenere con il potere politico e la politica istituzionale.....
Il processo elettorale statunitense è molto complicato e consuma tempo, energie e soldi. Se un movimento sociale prova a condizionare l'esito di primarie o di una competizione elettorale rimane quasi sempre intrappolato nei meccanismi politici americani. Lo ha fatto Ralph Nader e non è andato molto bene. Lo ha fatto Move On, rischiando di diventare solo una componente del partito democratico.
Negli Stati Uniti c'è stato un appuntamento che i media hanno quasi del tutto ignorato. Mi riferisco al primo social forum statunitense a Atlanta. Centinai di gruppi, associazioni, migliaia attivisti si sono incontrati per conoscersi e discutere sul che fare. I pochi giornalisti che sono andati ad Atlanta sono rimasti meravigliati, perché vedevano uomini e donne che discutevano di povertà, di emarginazione, di diritti dei migranti, di mancanza di lavoro, di diritto alla sanità e all'istruzione pubblica, di pacifismo, proponendo iniziative di lotta e alternative praticabili al neoliberismo senza aspettare che il partito democratico presti loro attenzione. In altre parole, penso che i movimenti sociali devono sviluppare la loro iniziativa, organizzarsi, sviluppare una sorta di contropotere senza attendere l'esistenza di un candidato che prometta di rappresentare le loro proposte o che il loro punto di vista entri nell'agenda politica di un qualche partito.
I movimenti sociali, almeno qui in Europa, non godono di buona salute. Ci sono state importanti mobilitazioni contro la precarietà in Francia in Italia. Il movimento pacifista inglese ha continuato a portare in piazza centinaia di migliaia di persone. Eppure sono innegabili le difficoltà dei movimenti sociali. Non credi che queste difficoltà derivi anche dal fatto che il movimento dei movimenti, per usare un'espressione a te molto cara, non riesca a svolgere una lettura critica del mondo attuale e dunque a sviluppare forme di lotta e di organizzazione adeguate?
Concordo. Anche negli Stati Uniti i movimento sociali antiliberisti. sono in difficoltà. Secondo me, in Nord America, ma credo che questo possa valere anche per l'Europa, le difficoltà derivano dalle conseguenze dell'attacco alla Torre Gemelle. L'11 settembre ha cambiato il mondo. Il problema è capire come lo ha cambiato. C'è stata la guerra in Afghanistan, poi in Iraq. Guantanamo. Le crisi economiche. Non riusciamo però ancora a cogliere il senso pieno di quello che è accaduto dopo le Twin Towers. Ci vorrà tempo per capirlo. Spero di contrinuire, come molti altri, a capirlo. Mi piace pensare che questo libro sia un piccolo contributo a capire come è cambiato il capitalismo.
apologia di comunismo
Apologia di comunismo
l'Udc inventa un reato
Apologia di comunismo
l'Udc inventa un reato
ROMA - Si chiama Luca Volontè. E' capogruppo alla Camera dell'Udc. Piuttosto attivo, il suo volto è spesso impacchettato nei pastoni dei tg Rai, le sue idee chiare e conseguenti. Ha deciso di stanare tutti i comunisti italiani.
Sulla scorta delle notizie ricevute dalla Polonia dei gemelli Kaczynski, tra l'altro appena sconfitti alle urne, Volontè ha deciso di aprire la più grande delle questioni politiche. "Martedì mattina ogni deputato riceverà in casella il modulo di adesione alla nostra proposta di legge di riforma costituzionale per inserire il divieto di apologia del comunismo insieme al reato già previsto per il fascismo".
"Siamo un Paese vergogna", attacca quindi Volontè, secondo il quale "è necessaria una operazione verità sui 100 milioni di morti irrisi dai comunisti al governo. Staneremo uno per uno i fedeli amici di Lenin e dei suoi gulag". La proposta lanciata nei giorni in cui il suo capo Pier Ferdinando Casini è in viaggio di nozze, non ha trovato l'entusiasmo che Volontè presumibilmente valutava di raccogliere.
Finanche Roberto Calderoli, che è Calderoli, pur trovando l'iniziativa "condivisibile", la ritiene "superflua o comunque tardiva". E Gianfranco Rotondi, democristiano e moderato almeno quanto Volontè, ricorda che "non esiste il comunismo, ma tanti partiti comunisti. Il comunismo italiano non ci ha negato la libertà, ma ce l'ha portata col sangue dei partigiani".
L'amichevole osservazione di Rotondi forse rallenterà la raccolta delle firme alla quale, come ha annunciato, da domani il deputato vorrebbe destinare ogni energia.
Certo, Volontè non ha ancora chiarito, ma ne avrà tempo, quale sarà il destino di coloro che verranno "stanati". Tra l'altro proprio di fronte al suo banco, e per giunta nella qualità di presidente dell'assemblea, è seduto un comunista: Fausto Bertinotti. Altri si trovano al governo, molti anche in Parlamento. Un illustre ex al Quirinale. Stanarli tutti sarebbe una fatica, per non dire dell'imbarazzo a lavorare sulla Carta Costituzionale frutto, purtroppo per Volontè, dell'opera (e dell'inchiostro) di parecchi comunisti.
(29 ottobre 2007)
giovedì 25 ottobre 2007
lunedì 22 ottobre 2007
la mafia prima azienda italiana...
"La 'Mafia 'Spa è l'industria italiana che risulta più produttiva"
"La mafia? E' la prima azienda italiana"
Per Sos Impresa 90 mld di utili l'anno
"La mafia? E' la prima azienda italiana"
Per Sos Impresa 90 mld di utili l'anno
ROMA - Con un utile annuo pari a 90 miliardi di euro, una cifra equivalente a cinque manovre finanziarie o, se si preferisce, alla somma di otto "tesoretti", l'"azienda mafiosa" si classifica al primo posto nella classifica dell'imprenditoria italiana. Un primato difficile da spodestare, dato che il giro d'affari che ruota intorno a sfruttamento della prostituzione, traffico di droga e armi, estorsione, rapine e usura non sembra conoscere crisi.
Il rapporto sulla criminalità di "Sos Impresa" della Confesercenti delinea un quadro drammatico. In base ai dati raccolti, l'usura rappresenta la principale fonte di business criminale per la mafia, con circa 30 miliardi di fatturato. Il racket frutta ai clan 10 miliardi, 7 miliardi arrivano dai furti e dalle rapine, 4,6 dalle truffe, 2 dal contrabbando, 7,4 dalla contraffazione e dalla pirateria, 13 dall'abusivismo, 7,5 dalle mafie agricole, 6,5 dagli appalti e "solo" 2,5 dai giochi e dalle scommesse.
Dati che fanno ancora più impressione, se messi in relazione a tutti gli organismi e ai cittadini coinvolti nel giro dell'illegalità. Il racket delle estorsioni coinvolge 160 mila commercianti italiani, con una quote di oltre il 20 per cento dei negozi e punte dell'80 per cento negli esercizi di Catania e di Palermo. I commercianti e gli imprenditori subiscono 1.300 reati al giorno, praticamente 50 l'ora.
La collusione degli imprenditori. "Uno degli elementi che colpisce maggiormente - sottolinea il documento - è l'espansione della cosiddetta "collusione partecipata", un fenomeno che investe il gotha della grande impresa italiana, soprattutto quella impegnata nei grandi lavori pubblici. Gli imprenditori preferiscono venire a patti con la mafia piuttosto che denunciare i ricatti".
Confesercenti fa anche alcuni nomi di aziende che hanno "ceduto" alla criminalità. "Il colosso Italcementi - si legge nel rapporto - è uno di quelli che ha ceduto alla morsa, supportando maggiori costi, assumendosi numerosi rischi ed agevolando, così, l'espansione economica della cosca dei Mazzagatti.
Anche per i lavori della Salerno-Reggio Calabria gli imprenditori sono stati costretti a trattare con le cosche calabresi. La Impregilo - sempre secondo Sos Impresa - aveva insediato nelle società personaggi che, secondo gli inquirenti "da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della criminalità organizzata e con imprese di riferimento alle cosche".
(22 ottobre 2007)
domenica 21 ottobre 2007
ma allora esiste anche dio!
e dopo quest'esperienza ha deciso di dare aumenti a tutti
Industriale vive da operaio
"Il 20 avevo già finito i soldi"
"L'ho fatto anche per le mie figlie, che non hanno mai provato privazioni"
dal nostro inviato JENNER MELETTI
Industriale vive da operaio
"Il 20 avevo già finito i soldi"
Enzo Rossi
CAMPOFILONE (Ascoli Piceno) - Per un mese ha provato a vivere con lo stipendio di un operaio. Dopo 20 giorni ha finito i soldi. Enzo Rossi, 42 anni, produttore della pasta all'uovo Campofilone, ha deciso allora di aumentare di 200 euro al mese, netti, gli stipendi dei suoi dipendenti, che sono in gran parte donne. Ha dichiarato di essersi vergognato, perché non è riuscito a fare nemmeno per un mese intero la vita che le sue operaie sono costrette a fare da sempre. Ha detto che "è giusto togliere ai ricchi per dare ai poveri".
Signor Rossi, per caso non sarà comunista?
"No. Non sono marxista. Sono un ex di destra. Ex perché quelli che votavo non sanno fare nemmeno l'opposizione".
Perché allora questo mese da "povero" e soprattutto la decisione di aumentare i salari a chi lavora per lei?
"Perché stiamo tornando all'800, quando nella mia terra c'erano i conti e i baroni da una parte ed i mezzadri dall'altra, e si diceva che i maiali nascevano senza coscia perché i prosciutti dovevano essere portati ai padroni. Negli ultimi decenni il livello di vita dei lavoratori era cresciuto e la differenza con gli altri ceti era diminuita. Adesso si sta tornando indietro, e allora bisogna rimediare".
Aveva bisogno davvero di provare a vivere con pochi soldi? Non poteva chiedere a chi è costretto a farlo, senza scelta?
"Certo, sapevo come vivono le donne che lavorano per me. Ma ho fatto questa esperienza soprattutto per le mie figlie, che non hanno mai provato le privazioni. Ho voluto fare toccare loro con mano come vivono la grandissima parte delle loro amiche".
Come si è svolto l'esperimento?
"E' stato semplice. Io mi sono assegnato 1.000 euro, e altri 1.000 sono arrivati da mia moglie, che lavora in azienda con me. Duemila euro per un mese, tante famiglie vivono con molto meno. Abbiamo fatto i conti di quanto doveva essere messo da parte per la rata del mutuo, l'assicurazione auto, le bollette... Con il resto, abbiamo affrontato le spese quotidiane. Il risultato è ormai noto: dopo 20 giorni non avevamo un soldo. Mi sono vergognato, anche se ero stato attento a ogni spesa. Sa cosa vuol dire questo? Che in un anno intero io sarei rimasto senza soldi per 120 giorni, e questa non è solo povertà, è disperazione".
Signor Rossi, lei è mai stato povero?
"Sì, anche se ero già un piccolo imprenditore. Nel 1993 - erano già nate le mie figlie - ho dovuto chiedere soldi in prestito agli amici per mantenere la famiglia. Non mi vergogno a dirlo, tanto quei soldi li ho restituiti. E' anche per questo che nell'esperimento ho coinvolto la famiglia. Volevo che le mie figlie vivessero in una famiglia con pochi mezzi, per trovare difficoltà e provare a superarle".
Il momento peggiore?
"L'ultimo giorno, quando ho deciso di arrendermi. Entro nel bar con 20 euro in tasca, gli ultimi. Sono conosciuto in paese, siamo 1.700 abitanti in tutto e gli imprenditori non sono tanti. Mentre entro un pensiero mi fulmina: e se trovo sei o sette amici cui offrire l'aperitivo? Non ho abbastanza soldi. Ecco, ci sono tanti operai che, quando tocca il loro turno, debbono pagare da bere agli altri, perché non è bello fare sapere a tutti che si è poveri. Sono in bolletta e non lo dicono a nessuno. In quel momento ho pensato: tanti di quelli che sono qui sono poveri davvero e non per un mese. Mi sono sentito come quando sei immerso in mare a 20 metri di profondità e scopri che la bombola è finita".
E allora ha deciso di aumentare i salari.
"E' il minimo che potevo fare. Secondo l'Istat, il costo della vita è aumentato di 150 euro al mese. Per quelli come me non sono nulla. Per gli operai 150 euro al mese in meno sono quasi 2.000 all'anno, e questo vuol dire non pagare le rate della macchina o non comprare il computer al figlio. E poi, lo confesso, io ho aumentato i salari anche perché sono un egoista. Secondo lei, come lavora una madre di famiglia che sa di non poter arrivare a fine mese? Se è in paranoia, dove terrà la testa, durante il lavoro? Le mani calde delle mie donne che preparano la pasta sono la fortuna della mia azienda. E' giusto che siano ricompensate".
Se aumenta gli stipendi, vuol dire che l'azienda rende bene.
"Nel 1997, quando ho preso il pastificio Campofilone, il fatturato era di 90 milioni di lire. Quest'anno arriveremo a 1,6 milioni di euro. Da due anni le cose vanno davvero bene, e mi posso definire benestante. Non è giusto che sia solo io a goderne. Il valore aggiunto derivato dalla trasformazione della farina e delle uova deve portare benefici sia ai contadini che mi danno la materia prima che ai lavoratori della fabbrica".
Come l'hanno presa, i suoi colleghi industriali?
"Mi sembra bene. Alcuni mi hanno telefonato per sapere se l'aumento di 200 euro è uguale per tutti e altre cose tecniche. Forse vogliono imitarmi e questa è una cosa buona. Io ho spiegato che sarebbe giusto non fare pagare alle aziende i contributi relativi a questo aumento. Se il governo capisce (mi ha telefonato anche Daniele Capezzone, della commissione imprese) l'idea di prendere ai ricchi per dare ai poveri non resterà soltanto un manifesto".
(21 ottobre 2007)
sabato 13 ottobre 2007
ergastolo al cappellano argentino...
Argentina, ergastolo a Christian Von Wernich, cappellano della polizia durante la dittatura
Ergastolo nell'ambito di un "genocidio": e' stata una sentenza storica quella inflitta a Christian Von Wernich, cappellano della polizia di Buenos Aires ai tempi dell'ultima dittatura (1973-83) in Argentina.
Sette omicidi, 31 casi di torture e 42 sequestri, questi i crimini di cui si è reso colpevole l'ex cappellano di polizia Christian Von Wernich, 69 anni, in cinque campi clandestini di detenzione dei militari a Buenos Aires.
Imperturbabile l'ex cappellano ha assistito alle udienze sotto lo sguardo attento di quattro guardie, protetto da un giubbotto antiproiettili e da un vetro blindato.
Una sentenza che subito è stata definita "storica", che infatti e' stata ricevuta con emozione, e con manifestazioni di giubilo, da parte dei familiari delle vittime, le madri di plaza de Mayo e i militanti degli organismi dei diritti umani presenti nel tribunale.
Il procedimento giudiziario contro Von Wernich, 69 anni, ha fatto riemergere nel paese la memoria della 'guerra sporca', ed e' stato per settimane al centro dell'attenzione dei media.E' la prima volta cheun rappresentante della chiesa cattolica si trova nel banco degli imputati per aver commesso crimini contro l'umanita', e successivamente viene condannato quale complice dell' apparato repressivo dei militari.
storace - montalcini - napolitano
Storace dixit: "Non più vecchi saggi, ma gente organica alla maggioranza [...] Io non ce l'ho con la Levi Montalcini scienziata, anzi, da connazionale, ne sono orgoglioso. Provo pena, invece, per la sua attività al Senato. E' entrata a palazzo Madama per meriti, per aver illuminato il Paese, oggi è diventata l'abat-jour di questo governo".
Sabbatani Schiuma dixit:"Abbiamo scartato mutandoni e pannoloni, meglio le stampelle [...] Loro, i senatori a vita, sono le stampelle di questo governo sì o no? E poi se son vecchi se ne stessero a casa"
Primo camerata dixit:"La Montalcini è vecchia, ha i miliardi da parte e rompe pure i cosiddetti. E' irritante, di profilo anche più odiosa."
Secondo camerata dixit:"Che ci fa al Senato? Le darei un incarico politico nel ghetto."
CARO DIRETTORE, ho letto su Repubblica di ieri che Storace vorrebbe consegnarmi, portandomele direttamente a casa, un paio di stampelle. Vorrei esporre alcune considerazioni in merito.
Io sottoscritta, , in pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi rivoltimi da alcuni settori del Parlamento italiano.
In qualità di senatore a vita e in base all'articolo 59 della Costituzione Italiana espleterò le mie funzioni di voto fino a che il Parlamento non deciderà di apporre relative modifiche. Pertanto esercito tale diritto secondo la mia piena coscienza e coerenza.
Mi rivolgo a chi ha lanciato l'idea di farmi pervenire le stampelle per sostenere la mia "deambulazione" e quella dell'attuale Governo, per precisare che non vi è alcun bisogno. Desidero inoltre fare presente che non possiedo "i miliardi", dato che ho sempre destinato le mie modeste risorse a favore, non soltanto delle persone bisognose, ma anche per sostenere cause sociali di prioritaria importanza.
A quanti hanno dimostrato di non possedere le mie stesse "facoltà", mentali e di comportamento, esprimo il più profondo sdegno non per gli attacchi personali, ma perché le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria.
Ecco, di seguito, la risposta del senatore Storace.
Non pretendiamo che alla nobile e veneranda età di 98 anni ci sia capacità di ironia, pur se nel pieno delle facoltà mentali, come rivendica oggi Rita Levi Montalcini, chiamata da Repubblica a difendersi da stampelle inesistenti. Questa gagliarda signora non è solo la ricercatrice che abbiamo conosciuto, bensì si è trasformata nello strumento micidiale di sostegno del governo Prodi, diventando, così, persona di parte. Perciò, anche lei dovrà tenersi tutte le critiche più dure. Tra i privilegi dei senatori a vita non è prevista l’immunità per essersi schierati pregiudizialmente da una parte. E’ quanto dichiara Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra.
La democrazia - conclude Storace - è consenso. Questo governo non ha il consenso dei cittadini, ma lo estorce in Parlamento, grazie a questi signori. Altro che totalitarismi
Napolitano: "Indegno intimidire
la professoressa Rita Levi Montalcini"
E lei, commossa: "Grazie al Presidente. E anche a Storace: il suo attacco ha svelato che l'Italia mi vuole bene"
ROMA - "Mancare di rispetto, tentare di intimidire la professoressa Rita Levi Montalcini, che ha fatto tanto onore all'Italia, è semplicemente indegno". Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante una cerimonia al Quirinale.
Il Presidente replica così al volgare e violento attacco organizzato mercoledì da La destra, il nuovo partito del senatore Francesco Storace transfuga di An. Qualche gagliardo giovanotto di destra infatti aveva pensato di spedire in dono al premio Nobel per la medicina nel 1986 delle stampelle. Doppio il significato dell'arguta idea: sostenerla fisicamente - la senatrice a vita ha 98 anni - e come simbolo del fatto che "questa maggioranza si regge solo con le stampelle dei senatori a vita".Stamani al Quirinale vengono premiati gli studenti vincitori del concorso ambientale Immagini della Terra promosso dalla Fondazione Green Cross Italia. In sala, tra i giovani, il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e la senatrice Levi Montalcini, presidente onorario di Green Cross. Napolitano si è rivolto a lei per salutarla e indicarla ai 300 studenti provenienti da tutta Italia come un grande esempio per tutti. "E' una grande scienziata. Una donna di alto sentire democratico e merito civile. Il mio predecessore al Quirinale l'ha nominata senatrice a vita e non poteva esserci una scelta migliore".
Subito dopo Napolitano ha definito "semplicemente indegno" ogni tentativo di mancarle di rispetto o intimidirla. I ragazzi si sono alzati in piedi in un lungo e appassionato applauso. Il premio Nobel si è commosso. "Sono grata a chi mi ha offeso perchè mi ha svelato che l'Italia mi vuole bene. Quindi, grazie a Storace e al presidente della Repubblica che con le sue parole mi ha molto molto commosso".
A dir la verità la senatrice aveva già provveduto a difendersi da sola e benissimo con una lettera a La Repubblica che aveva dato la notizia delle stampelle. "Non ho alcun bisogno delle stampelle - ha scritto la senatrice - Sono in pieno possesso delle mie facoltà intellettuali e fisiche e come senatore a vita espleterò fino in fondo le mie funzioni di voto". E poi, con sottile e spietata ironia: "Esprimo il mio profondo sdegno a quanti non possiedono le mie stesse facoltà mentali perchè le loro manifestazioni riconducono a sistemi totalitari di triste memoria".
Storace insulta Napolitano
"Non ha titolo per parlare di etica"
Fassino: "Espressioni vergognose e irresponsabili che squalificano chi le pronuncia"
ROMA - "Non so se devo temere l'arrivo dei corazzieri a difesa di Villa Arzilla, ma una cosa è certa: Giorgio Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E' indegno di una carica usurpata a maggioranza". Così Francesco Storace risponde al presidente della Repubblica che aveva difeso Rita Levi Montalcini attaccata dal senatore de "La destra"."Napolitano - continua con gli insulti Storace - la smetta di soccorrere un governo moribondo a difesa di una signora talmente importante che anche quest'anno, come ha ricordato ieri il presidente Calderoli, costerà tre milioni di euro agli italiani. Nobel o no, i ricatti si chiamano ricatti e i voti dei senatori a vita restano politicamente immorali. Come diceva fino a poco tempo fa un signore che la memoria l'ha persa a poco più di 55 anni...".
Duro il commento di Piero Fassino che parla di "espressioni vergognose e irresponsabili -dice il leader della Quercia - che squalificano chi le pronuncia. Ogni italiano sa con quanto rigore e dedizione il presidente Napolitano assolve al suo ruolo di garante delle istituzioni democratiche e della loro credibilità". Al capo dello Stato Fassino ha espresso la solidarietà sua personale e di tutti i Democratici di sinistra. "Mi auguro - ha aggiunto - che anche i dirigenti dei partiti dell'opposizione avranno la responsabilità di prendere nettamente le distanze da simili comportamenti".



