Simbolo per eccellenza di contestazione e ribellione, il genere
punk non smentisce certo la propria natura allergica a regole e schemi quando si cerca di stabilire la sua data di nascita. Così, mentre alcune case editrici e discografiche (indipendenti o di mercato) si apprestano a celebrarne nel 2007 il trentennale attraverso la pubblicazione o riedizione di dischi e libri sull’argomento, la questione delle sue origini è tutt’altro che pacificata.
C’è che individua la nascita del punk con l’uscita del primo album dei
Ramones (Ramones, 1976), band statunitense formatasi nel 1974, che ebbe una grande influenza sul movimento punk, e chi invece preferisce aspettare il 1977, con la pubblicazione in Gran Bretagna di Never Mind the Bollocks. Here’s the Sex Pistols, celebre (nonché unico) disco del gruppo che a torto o a ragione divenne l’emblema stesso di questo genere musicale. Non a caso, per definire la cosiddetta “prima ondata punk”, si parla generalmente di “Punk 77”, un movimento che ha per protagonisti formazioni come i
Sex Pistols e i Ramones, appunto, ma anche i
Clash, i Buzzcocks, i Damned, i Dead Boys, i Vibrators e i Germs.
E infine, c’è chi ritiene che le origini di questo genere musicale debbano essere retrodatate, risalendo al cosiddetto Rock di Detroit di fine anni Sessanta, e comprendere esperienze come quelle degli Mc5, degli Stooges, dei Velvet Underground, dei New York Dolls, dei Television, dei Talking Heads, di Patti Smith, David Bowie e Iggy Pop.
“Per me queste datazioni non hanno senso, una caratteristica del punk, che lo distingue anche dalle altre controculture legate al rock, è stata proprio la volontà dei suoi protagonisti di ridefinire continuamente questo genere”, dice Ermanno “Gomma” Guarneri, tra i protagonisti della scena punk italiana degli anni Ottanta e curatore di un libro e dvd recentemente pubblicati per le edizioni Shake, dal titolo “Punx. Creatività e rabbia”. “Nel nostro Paese – continua – il boom di produzioni che possiamo definire punk si ebbe tra la fine degli anni Settanta e il 1988-1989”. In quegli anni, in Italia come negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, centinaia di gruppi si esibivano dal vivo in piccoli spazi occupati e si autoproducevano creando etichette indipendenti, opponendosi così ai costi e alle regole crescenti imposte dall’industria della discografia e dei concerti.
Inizialmente fu un fenomeno di nicchia che ebbe origine – qualunque sia la data di nascita che vogliamo scegliere – negli Stati Uniti e si sviluppò in particolare a New York, dove i gruppi si esibivano soprattutto al Cbgb, celebre locale di Manhattan. Trapiantato in Europa attraverso la fondamentale esperienza britannica, il punk si caratterizzò nel nostro continente per un maggiore impegno politico, legato alle occupazioni studentesche e al movimento anarchico successive al 1977.
Dal punto di vista musicale il punk, che pure affonda le sue radici nel rock’n’roll, si distingue da questo genere per una minore attenzione alla tecnica (alcuni gruppi si vantavano di non saper nemmeno suonare): gli accordi di base erano tre ed erano sufficienti per esprimere un contenuto di rabbia e ribellione che trovò il suo terreno fertile nella Gran Bretagna e in generale nell’Europa della crisi economica degli anni Settanta e Ottanta. “Quella del punk non era solo una scelta estetica – spiega Ermanno “
Gomma” Guarneri, autore tra l’altro di un sito dedicato alle controculture (www.gomma.tv) – ma la necessità di una generazione di giovani appartenenti alla classe operaia”. In Italia prese forma nelle canzoni dei primi Skiantos, dei Cccp, dei
Declino, degli
Indigesti, dei
Negazione, dei
Raw Power, dei
Peggio Ponx, dei
Wretched, solo per citarne alcuni.
Oggi, di quel movimento dalle numerose sfumature e dagli infiniti sottogeneri, rimangono soprattutto la pratica dell’autoproduzione e della distribuzione indipendente, quel “do it yourself” che rappresentò un vero e proprio credo del punk e che le nuove tecnologie hanno contribuito a diffondere.
Sul punk italiano, oltre al citato Punx. Creatività e rabbia, si possono leggere
“Lumi di Punk”, antologia a cura di Marco Philopat da poco in libreria, “Costretti a sanguinare. Il romanzo del punk italiano 1977-1984”, dello stesso autore, ripubblicato da Einaudi nel 2006. Sul punk inglese e americano, invece, fondamentali sono la recente riedizione di “Il sogno inglese” di John Savage, “Please Kill Me”, a cura di Gillian McCain e Legs McNeil, Post-punk 1978-1984” di Simon Reynolds e “American (Punk) Hardcore”, in uscita a febbraio per le edizioni
Shakevedi
qui...e i kina dove li mettiamo?