lunedì 29 ottobre 2007

naso e coca

Il "naso da coca" è ormai una patologia e l'intervento diventa inevitabile
In aumento i consumatori di polvere bianca, anche donne e giovani di tutti i ceti sociali
Liste di attesa record negli ospedali
per i cocainomani che si rifanno il naso
Cinque mesi per una rinoplastica in clinica privata
più di un anno e mezzo in una struttura pubblica

Liste di attesa record negli ospedali
per i cocainomani che si rifanno il naso

SORRENTO (Napoli) - Rifarsi il naso distrutto dalle sniffate di cocaina è una necessità per i consumatori di polvere bianca. Ma la richiesta per questo tipo di intervento, gratis in ospedale o con diecimila euro in una struttura privata, si sta diffondendo in misura tale che i chirurghi hanno ormai delle vere e proprie liste d'attesa.

La segnalazione giunge dal Congresso di Federserd, la federazione degli operatori pubblici delle dipendenze, in corso a Sorrento. Fino a poco tempo fa, i casi di ricostruzione del naso - dicono gli esperti di Federserd - erano rarissimi, uno su cento cocainomani, quasi nessuna donna. E riguardavano per la quasi totalità vip dello spettacolo o manager.

Ora la richiesta di questo intervento si è ampliata. Ci sono liste di attesa di cinque mesi in cliniche private e più di un anno e mezzo in ospedale, quasi quanto per una Tac. Non sono più rare le donne, e sono sempre più numerose le persone di tutti i ceti sociali.

"Si sniffa cocaina, si vede il naso danneggiato con grande difficoltà nella respirazione - dice Claudio Leonardi, coordinatore del Comitato scientifico di Federserd - si va dal chirurgo plastico per un intervento, si soffre un po' e poi se non si è imparata la lezione e non ci si è curati, si torna a sniffare". Il dato allarmante è che il fenomeno è in costante crescita. "E' un problema in aumento - aggiunge Leonardi - e lo verifichiamo ogni giorno parlando con i tossicodipendenti. La situazione è ancor più grave se si pensa che sono costretti alla ricostruzione del naso anche tanti giovanissimi, nei quali le mucose e la cartilagine sono più delicate".

"Il naso da coca" è ormai una vera e propria patologia spiega il professor Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di clinica otorinolaringoiatrica del policlinico Gemelli, che lancia l'allarme sull'aumento degli italiani costretti a ricorrere a un'operazione chirurgica per rifarsi il naso distrutto dalla droga.

Granulomi sottocutanei, vasi sanguigni cicatrizzati e inservibili, riassorbimento dei tessuti: il naso del cocainomane è fortemente compromesso, la carenza di circolazione sanguigna manda in necrosi i tessuti, e l'operazione chirurgica a lungo andare è inevitabile. "Sono venute da me - racconta Paludetti - persone con due buchi al posto del naso, senza più tessuti. Sono sempre più numerosi quelli che chiedono un intervento, anche se quasi tutti non ammettono che la causa scatenante è la cocaina. Ma è importante per un chirurgo saperlo, anche perché i tessuti sono così deperiti che è molto complicato procedere a una ricostruzione".

Interventi delicati, insomma, con lo scopo di garantire un ritorno a un livello accettabile di capacità respiratoria, ma che per molti pazienti sono solo uno strumento per poi tornare a "sniffare" liberamente: "Tutti dicono che hanno smesso - rivela l'otorino - ma quasi tutti poi riprendono ad assumere cocaina, e non è raro il caso di gente che torna, dopo alcuni anni, per rioperarsi".

A bussare alla porta del chirurgo sono le persone più disparate, giovani e meno giovani, uomini e donne, benestanti e ceti più modesti: "Non c'è un identikit del malato di 'naso da coca' - spiega Paludetti - diciamo che si va dai 20 ai 60 anni di età, ma talvolta anche oltre, e spesso sono persone insospettabili. Di certo il naso rovinato dalla cocaina è una patologia emergente, ma non la sola: esistono casi di persone che hanno buchi nel palato, con la comunicazione tra naso e palato aperta, a causa dell'effetto distruttivo della coca. E' una cosa molto seria, e non è necessario essere cocainomani da molti anni: se la droga è tagliata male, bastano poche sniffate per avere le vie respiratorie danneggiate".

(29 ottobre 2007)

preoccupante...

Un disegno di legge licenziato dal Cdm lascia intravedere l'obbligo di iscrizione
al registro per chi ha attività editoriali, forse anche per chi ha un blog o un sito
Il governo riforma l'editoria
Burocrazia sul web? Allarme in rete
Aumenterebbero quindi anche per i "piccoli" su internet spese e sanzioni penali
Il sottosegretario Levi: "Non è questo lo spirito, deciderà l'Autorità"
di ALDO FONTANAROSA

Il governo riforma l'editoria
Burocrazia sul web? Allarme in rete

ROMA - Consiglio dei ministri del 12 ottobre: il governo approva e manda all'esame del Parlamento il testo che vuole cambiare le regole del gioco del mondo editoriale, per i giornali e anche per Internet. E' un disegno di legge complesso, 20 pagine, 35 articoli, che adesso comincia a seminare il panico in Rete. Chi ha un piccolo sito, perfino chi ha un blog personale vede all'orizzonte obblighi di registrazione, burocrazia, spese impreviste. Soprattutto teme sanzioni penali più forti in caso di diffamazione.

Articolo 6 del disegno di legge. C'è scritto che deve iscriversi al ROC, in uno speciale registro custodito dall'Autorità per le Comunicazioni, chiunque faccia "attività editoriale". L'Autorità non pretende soldi per l'iscrizione, ma l'operazione è faticosa e qualcuno tra i certificati necessari richiede il pagamento del bollo. Attività editoriale - continua il disegno di legge - significa inventare e distribuire un "prodotto editoriale" anche senza guadagnarci. E prodotto editoriale è tutto: è l'informazione, ma è anche qualcosa che "forma" o "intrattiene" il destinatario (articolo 2). I mezzi di diffusione di questo prodotto sono sullo stesso piano, Web incluso.

Scritte così, le nuove regole sembrano investire l'intero pianeta Internet, anche i siti più piccoli e soprattutto i blog. E' così, dunque? Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e padre della riforma, sdrammatizza: "Lo spirito del nostro progetto non è certo questo. Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile".

Un esempio concreto, però: il blog di Beppe Grillo verrà toccato dalle nuove norme? Anche Grillo dovrà finire nel registro ROC? "Non spetta al governo stabilirlo - continua Levi - Sarà l'Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute davvero alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà stata discussa e approvata dalle Camere".

Insomma: se una stretta ci sarà, questa si materializzerà solo tra molti mesi, dopo il passaggio parlamentare e dopo il varo del regolamento dell'Autorità. Ma nell'attesa vale la pena di preoccuparsi. Perché l'iscrizione al ROC - almeno nella formulazione attuale - non implica solo carte da bollo e burocrazia. Rischia soprattutto di aumentare le responsabilità penali per chi ha un sito.

Spiega Sabrina Peron, avvocato e autrice del libro "La diffamazione tramite mass-media" (Cedam Editore): "La vecchia legge sulle provvidenze all'editoria, quella del 2001, non estendeva ai siti Internet l'articolo 13 della Legge sulla Stampa. Detto in parole elementari, la diffamazione realizzata attraverso il sito era considerata semplice. Dunque le norme penali la punivano in modo più lieve. Questo nuovo disegno di legge, invece, classifica la diffamazione in Internet come aggravata. Diventa a pieno una forma di diffamazione, diciamo così, a mezzo stampa".

Anche Internet, quindi, entrerebbe a pieno titolo nell'orbita delle norme penali sulla stampa. Ne può conseguire che ogni sito, se tenuto all'iscrizione al ROC, debba anche dotarsi di una società editrice e di un giornalista nel ruolo di direttore responsabile. Ed entrambi, editore e direttore del sito, risponderebbero del reato di omesso controllo su contenuti diffamatori. Questo, ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale.

(19 ottobre 2007)

non c'è più un pezzo del trash movie italiano

E' morto ieri l'attore Guido Nicheli, famoso per il ruolo di commerciante milanese. Reso celebre dalla serie 'I ragazzi della Terza C' e film di vacanze

In una scena di 'Sapore di mare' dei fratelli Vanzina con Virna Lisi

Addio a Nicheli, milanese doc
Marco Giusti

Almeno il Dogui, come era da sempre chiamato Guido Nicheli, caratterista di ferro del cinema vanziniano nel ruolo del cummenda milanese sempre abbronzato, morendo nella mattina di domenica in quel di Desenzano sul Garda, non ha visto l'affronto del suo Milan sconfitto in casa dalla Roma. Perché il Dogui, ufficialmente odontotecnico, in realtà «sun-lover», adoratore del sole, aveva proprio «la faccia di uno del Milan», come diceva lui.
Nella vita non è che avesse lavorato moltissimo. «30 giorni di lavoro e 30 di vacanza». Appena aveva in tasca tremila dollari scappava. «Certo, se avessi lavorato con una certa continuità...», mi disse durante la sua unica intervista in tv per Stracult. Ma non ha mai lavorato con una certa continuità. Nemmeno nel cinema. «Mi avevano corteggiato da quando avevo 30 anni, solo dopo i 40 ho fatto il salto...Incominciava a essere più difficile catturare, così mi sono detto: mettiamo la faccia in vetrina... E mi sono dato all'arte. Però io venivo dal business».
Il business era appunto fare l'odontotecnico, di quando in quando, nello studio del cugino dentista. Il cinema arriva quando Steno lo vede un lunedì sera in un ristorante di Porto Ercole durante le riprese di Il padrone e l'operaio con Teo Teocoli e Renato Pozzetto nel 1975. Il Dogui stava lì con un amico. «Eravamo ben accompagnati, così avevamo allungato il week-end fino a martedì. Ovviamente il lunedì sera, a Porto Ercole, non c'era nessuno. Così incontro Steno e mi dice: 'Domani ti faccio lavorare'». In pratica doveva fare se stesso, milanese, battutaro e amico di Pozzetto. «Sono amico di Pozzetto da quando eravamo ragazzini».
Quando va al cinema e si rivede, accanto agli attori affermati, nota come il pubblico reagisce alle sue battute. «Forse ho trovato il veleno. Tac!», si dice. Nel suo secondo film, Cattivi pensieri, di e con Ugo Tognazzi, fa ancora il cummenda amico del protagonista. Ripeterà lo stesso ruolo nel cinema dei figli di Steno, Carlo e Enrico Vanzina, in quello di Castellano e Pipolo e nel suo ruolo televisivo di maggior successo, quello del Commendator Zampetti nei Ragazzi della Terza C.
«Devo essere molto grato ai Brothers, come io chiamo i Vanzina, coi quali ho fatto sette film che sono stati dei cult». Nicheli è fantastico nei grandi film vanziniani degli anni '80, da Vacanze di Natale a Yuppies. Ricordiamo solo come si presenta in scena in Vacanze di Natale: «Ah! Ah! Ivana, fai ballare l'occhio sul tic: Milano, via della Spiga - Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54' 2''! Alboreto is nothing!». Tutte battute sue, prontamente riprese dai Vanzina e poi dai fan dei loro film.
«I Brothers scrivevano pensando al Dogui, a come ero. Tutte queste situazioni, però, o le avevo vissute o le avevo viste da vicino». È un'Italia berlusconiana anni '80 ancora non contaminata dalla politica. Del resto anche il suo personaggio è rampante, ma ancora legato ai modelli dei cummenda anni '60 e lontano da quello che sarà la Milano degli anni '90.
I suoi ruoli si diradano col diradarsi del cinema vanziniano del periodo. Non riesce a sfondare oltre al suo tipico ruolo, anche se Dino Risi lo vede come ufficiale sardo in Scemo di guerra con Beppe Grillo e Coluche nel 1985. Fa piccoli ruoli negli anni '90 (Occhio alla Perestrojka, Abbronzatissimi, Gratta e vinci, Cucciolo, Fantozzi 2000), fino a un'apparizione nel recente film diretto da Jerry Calà l'anno scorso, Vita Smeralda, tardissima commedia di ambientazione lelemoriana.
Il Dogui non regge e arriva il primo ictus. Il secondo arriva domenica mattina. E come se non bastasse il Milan perde con la Roma.

il papa: i farmacisti cattolici non devono vendere medicinali con scopi immorali

ci risiamo con le ingerenze della chiesa...

Nel discorso ai farmacisti cattolici il pontefice rinnova il veto all'interruzione di gravidanza
Affrontato anche il tema del progresso: "No ad una incontrollata sperimentazione"
Il Papa: "Su aborto e eutanasia
obiezione di coscienza ai farmacisti"
Ripetuto l'appello perchè i farmaci salvavita siano garantiti ai Paesi del Terzo mondo

Il Papa: "Su aborto e eutanasia
obiezione di coscienza ai farmacisti"


Papa Benedetto XVI
ROMA - L'obiezione di coscienza dei farmacisti è un "diritto riconosciuto" quando si tratta di fornire medicine "che abbiano scopi chiaramente immorali, come per esempio l'aborto e l'eutanasia". Benedetto XVI nel discorso rivolto oggi alla Federazione internazionale dei farmacisti cattolici, non pronuncia il nome della pillola abortiva, ma il riferimento sembra esplicito.

"L'obiezione di coscienza - ha detto il pontefice - è un diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione permettendovi di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo le scelte chiaramente immorali, come per esempio l'aborto e l'eutanasia".

All'inzio dell'anno, era stata l'udienza concessa ai vertici delle amministrazioni locali del Lazio, a dare l'occasione a Benedetto XVI per ribadire il proprio veto verso la pillola RU486. Alla vigilia di due manifestazioni promosse per difendere la legge sull'aborto e i Pacs, il pontefice ammonì che bisogna "evitare di introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell'aborto come scelta contro la vita".

Ai farmacisti cattolici, Benedetto XVI oggi ha ribadito che "non è possibile anestetizzare le coscienze sugli effetti di molecole che hanno lo scopo di evitare l'annidamento di un embrione o di cancellare la vita di una persona. Il farmacista, importante intermediario tra medici e pazienti, deve invitare ciascuno a un sussulto di umanità, perchè ogni essere sia protetto dalla concepimento fino alla morte naturale".

Benedetto XVI ha affrontato anche il problema del progresso della medicina, che porta grandi benefici ma talvolta espone i pazienti ai rischi di una incontrollata sperimentazione. "Nessuna persona - ha scandito il Papa - può essere utilizzata in maniera sconsiderata come un oggetto per realizzare sperimentazioni terapeutiche".

In questo contesto, Benedetto XVI ha infine ripetuto il suo appello affinché i farmaci salvavita siano garantiti ai Paesi del Terzo mondo che non possono acquistarli: "E' necessario che le diverse strutture farmaceutiche, i laboratori e i centri ospedalieri abbiano la preoccupazione della solidarietà nell'ambito terapeutico, per permettere un accesso alle cure e ai farmaci di prima necessità a tutti gli strati della popolazione, in tutti i Paesi".

(29 ottobre 2007)

previti: chi non muore si...risente

previti chiama lolito perché suo figlio deve giocare nella giovanile della lazio...

mamma fiat come enzo rossi...

Lavoro Industria dell'auto e oltre, sindacati e Federmeccanica a confronto
La Fiat fa la mamma
L'ad Marchionne anticipa il contratto e offre 30 euro di aumento salariale. I metalmeccanici confermano sciopero e obiettivi. I conti del gruppo volano, ma titolo giù in borsa (-4,2%)
Francesco Paternò

I conti della Fiat vanno alle stelle e così l'amministratore delegato Sergio Marchionne aumenta gli stipendi dei lavoratori di 30 euro. Notizia non notizia. Oppure: la Fiat va più che bene, il 2008 sarà però duro e dunque va prevenuto subito il conflitto interno più aspro, aprendo sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici alla vigilia dello sciopero del 30 e a fronte di una richiesta di aumenti pari a 117 euro. Notizia più credibile. La mossa di marketing di Marchionne ha sorpreso i sindacati (che confermano lo sciopero), diviso la Federmeccanica (che non sarebbe stata informata preventivamente), e dispiaciuto la borsa, dove il titolo è scivolato del 4,2% (ma i motivi dovrebbero essere ben altri, ci torneremo dopo).
Marchionne ha presentato inusualmente nella sede della Ferrari a Maranello i conti del gruppo con una trimestrale con più profitti del previsto. A questi dati ha legato l'annuncio di un aumento in busta paga per i lavoratori di 30 euro, compresa la vacanza contrattuale, dunque 20 euro lordi, come anticipo sul rinnovo del contratto. La reazione dei sindacati è stata compatta su un punto: le elargizioni non servono, i motivi dello sciopero del 30 - a Torino ci sarà anche un corteo - restano tutti e questo aumento è un incentivo ad andare avanti per chiudere il contratto al più presto. Obiettivo 117 euro di aumento e miglioramenti normativi. Punto e a capo.
«C'è stato stupore tra i lavoratori - ci dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiom a Torino - divertimento, la solita domanda "dove è la fregatura?", ma certo è un segno che si può fare, che i tempi per il contratto sono maturi». «L'atto compiuto dalla Fiat - dice ancora Gianni Rinaldini, segretario nazionale Fiom - dà ulteriori ragioni allo sciopero, se questo è un segnale per accelerare le trattative lo vedremo presto». «E' singolare la decisione della Fiat - commenta Antonino Regazzi, segretario Uilm - avrebbe dovuto impegnarsi di più affinché la trattativa si fosse già conclusa», mentre è più critico Giorgio Caprioli, segretario Fim, che ritiene il gesto unilaterale «molto grave». L'impressione è che Marchionne abbia voluto comunque lanciare un messaggio, consapevole che l'ampia maggioranza dei lavoratori delle fabbriche Fiat ha risposto no al referendum sindacale; e l'eseguità della cifra, i 30 euro, è appunto un segnale debole ma un segnale, se avesse voluto provare a dividere il fronte dello sciopero avrebbe magari detto 70 o 80 euro.
Presentando i conti della trimestrale, l'amministratore delegato della Fiat ha anche alzato gli obiettivi per il 2007 e cautamente mantenuto quelli del 2008, un anno che si preannuncia difficile per l'intero comparto in Europa, difficile per Fiat senza nuovi modelli (ma arriveranno Alfa Romeo e Lancia), mentre in Italia il mercato non dovrebbe più beneficiare degli incentivi governativi alla rottamazione. Lo schiaffo della borsa dovrebbe essere partito proprio da qui: un 2008 non previsto in crescita significa che la Fiat sta già rallentando?
Le nuove stime 2007 sono per un utile netto tra 1,8 e 1,9 miliardi di euro (contro 1,6-1,8 mld precedente), un risultato della gestione ordinaria tra 2,9 e 3 miliardi (margine oltre 5%), un utile base per azione tra 1,40 e 1,50 euro (1,25-1,40 precedente) e un indebitamento netto industriale di circa 500 milioni (2 miliardi il precedente). Nel terzo trimestre, il risultato della gestione ordinaria è salito del 75% rispetto a un anno prima a 745 milioni di euro e l'utile netto del 127% a 454 milioni grazie alla spinta della crescita del 17,4% dei ricavi (13,86 miliardi). Tutti i settori hanno contribuito al miglioramento, con l'auto a +185 milioni di euro. La produzione della Fiat 500 - che oggi è un po' considerata la bandiera del marchio - potrebbe essere aumentata a 190.000 pezzi l'anno dal 2009, dalle 120.000 previste.

Il mondo alla rovescia del libero mercato

Naomi Klein
Il mondo alla rovescia del libero mercato
Non c'è stata nessuna rivolta delle élite, ma una vera e propria controrivoluzione. Intervista con l'autrice di «Shock economy», in Italia per presentare il suo libro La privatizzazione dei beni comuni e dei servizi sociali sarà più graduale che in passato, mentre maggiore attenzione sarà dedicata al conflitto di interessi. Ma è consolatorio affermare che stiamo assistendo al declino del neoliberismo
Benedetto Vecchi

L'uscita di Shock economy (Rizzoli, pp. 620, euro 20,50, il manifesto del 15 settembre) ha avuto una critica stizzita del premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, che ha riconosciuto a Naomi Klein il merito di denunciare l'«estremismo» dei neo-con. Allo stesso tempo, però, Stiglitz ha sostenuto, sul «New York Times» del 30 settembre, che quelle dell'attuale amministrazione statunitense sono solo degenerazioni, perché l'economia di mercato è il migliore strumento, se usato bene, per promuovere il benessere collettivo. Dunque, per Stiglitz, il problema non è il modello sociale e economico che il neoliberismo propone, quanto le persone che lo realizzano. «Non credo - afferma Naomi Klein - che il problema siano gli errori umani. Il neoliberismo è stata una vera e propria controrivoluzione. Possono pure cambiare gli uomini, ma gli obiettivi rimangono sempre gli stessi: muovere una guerra di classe contro i lavoratori e privatizzare i servizi sociali».
L'intervista che segue è avvenuta a Roma, lasciando all'intervistatore l'amaro in bocca. Tante le domande da fare, poco il tempo a disposizione.

Nel tuo libro descrivi l'ascesa e l'affermazione del neoliberismo come un prodotto da laboratorio. Da una parte, la scuola di Chicago con Milton Friedman che «dava la linea». Dall'altra alcuni esperimenti pilota per poi applicare quelle dottrine nel Nord America, in Europa...
Negli anni Cinquanta e Sessanta Milton Friedman era considerato un nostalgico di un'economia di mercato che non esisteva più. Il pensiero economico dominante era di tipo keynesiano. Le tesi della scuola di Chicago erano considerate l'espressione di un estremismo ideologico a favore del libero mercato fuori dalla realtà. L'economia statunitense era prospera grazie all'intervento statale e alla «collaborazione» tra sindacati e imprese. Tutto sembrava andare in un'altra direzione da quello che sosteneva Friedman. Certo la sua apologia del libero mercato era sicuramente più aderente agli interessi delle grandi corporation, ma nessun manager sarebbe intervenuto per sostenerlo. Allo stesso tempo, però, Friedman ha ricevuto ingenti finanziamenti da fondazioni prestigiose, nonché dal governo per continuare le sue ricerche. Le teorie economiche della scuola di Chicago non erano solo espressione di un'ideologia, ma anche di precisi interessi economici, quelli del big business.
Molti studiosi o analisti spesso descrivono il neoliberismo come una rivolta delle élite per sottrarsi al controllo dello stato. Non sono d'accordo, perché la storia della scuola di Chicago può essere considerata la cover story di una controrivoluzione, di una guerra di classe contro i sindacati e i diritti sociali dei lavoratori.

Tu sottolinei che l'insicurezza e i disastri ambientali sono usati come grimaldello per imporre politiche neoliberiste. Non credi, però, che proprio l'insicurezza possa diventare la spinta per un rafforzamento del welfare state? In fondo, lo stato sociale nasce anche per risolvere lo «shock collettivo» che aveva colpito gli Stati Uniti e l'Europa negli anni Trenta e Quaranta?
Gli shock collettivi possono essere usati per introdurre politiche neoliberiste se gli uomini e le donne sono disorientati, soli, se cioè sentono la loro condizione come precaria. In Italia, sono all'opera movimenti sociali che si battono contro la precarietà dei rapporti di lavoro, per i diritti dei migranti, contro la guerra. Il problema è se riescono a dare continuità alla loro azione, perché solo un loro rafforzamento può aiutare nella resistenza alle politiche neoliberiste.
Prendiamo Vicenza: il progetto di ampliare la base militare statunitense ha incontrato l'opposizione di gruppi, associazione, centri sociali. A Vicenza sono state evocate pessime prospettive per il suo sviluppo se i lavori saranno bloccati. Finora, la presenza dei movimenti sociali ha creato le condizioni affinché il ricatto sia stato rifiutato da parte della popolazione. Prendiamo la precarietà dei rapporti di lavoro. Ci sono movimenti che si battono contro di essa e per estendere anche ai precari i diritti del lavoro. Finora sono riusciti ad organizzare una parte del lavoro precario. Il passo successivo è di coinvolgere sempre più uomini e donne, riuscendo a depotenziare il ricatto a cui sono sottoposti molti lavoratori e lavoratrici. Credo, cioè che i movimenti debbano darsi un'organizzazione stabile, meno effimera per rafforzare la loro azione.
Nei miei viaggi di lavoro incontro uomini e donne che sentono moltissimo questa urgenza politica di dare continuità e forza alla loro azione politica. Possono forse peccare di ottimismo, ma mi sembra che molti movimenti si stanno muovendo in questa direzione.
Per quanto riguarda la tua domanda, anche io credo che bisogna sviluppare un altro tipo di organizzazione sociale. Non ritegno però che questa nuova organizzazione sociale debba essere introdotta dall'alto. Deve essere infatti sviluppata dal basso.

Nel tuo libro scrivi che il neoliberismo si caratterizza non tanto per l'occupazione dello stato, ma per la privatizzazione di alcune funzioni che gli competono, dalla difesa nazionale alla sanità alla formazione scolastica. C'è stato poi lo scandalo della società di «contractors» Blackwater in Iraq e molti analisti hanno denunciato come folle la privatizzazione della difesa nazionale. Stiamo assistendo al declino del neoliberismo? Oppure sono solo scosse di assestamento?
Il caso dell'uragano Kathrina è emblematico. Nei primi giorni dopo l'inondazione di New Orleans i media statunitensi hanno puntato l'indice contro le politiche di disinvestimento dell'amministrazione Bush per quanto riguarda la protezione ambientale. Appena le acque hanno cominciato a ritirarsi, gran parte dell'establishment liberista ha visto nell'uragano la mano divina che consentiva di cacciare gli abitanti poveri e gli afroamericani per lasciar spazio alle imprese private. Non credo dunque che il neoliberismo sia giunto al capolinea. È ovvio che lo scandalo della Blackwater qualche problema lo pone per i neoliberisti. Ma nei media mainstream non viene criticato il modello neoliberista, bensì l'operato di una singola impresa, in questo caso la Blackwater. Tutt'al più viene invocata una maggiore sorveglianza sull'operato di un'impresa privata che svolge una funzione statale, pubblica.
Stiamo assistendo a un mutamento delle politiche neoliberiste. Ci sarà maggiore attenzione al conflitto di interesse, che negli Stati Uniti e anche qui in Italia è giunto al parossismo. Oppure, l'applicazione delle politiche neoliberiste sarà più graduale. Affermare però che siamo alla crisi del neoliberismo è un azzardo analitico autoconsolatorio.

In Italia c'è molto interesse per le primarie del partito democratico negli Stati Uniti e alla competizione tra Hilary Clinton e Barak Obama. Possono i movimenti sociali condizionare gli esiti delle primarie nel partito democratico?
E' strano che lo chiedi a me che sono canadese. Non sono molto interessata al fatto che Hilari Clinton rappresenti gli olds democratics e Obama i news democratics. E trovo strano che un italiano sia interessato al conflitto tra Hilary e Obama.

La politica statunitense ha da sempre condizionato quella italiana. E poi tu vivi in un osservatorio privilegiato come è il Canada. Tuttavia ciò che mi interessa capire è quale rapporto - di conflitto, di cooptazione - i movimenti sociali negli Stati Uniti voglio intrattenere con il potere politico e la politica istituzionale.....
Il processo elettorale statunitense è molto complicato e consuma tempo, energie e soldi. Se un movimento sociale prova a condizionare l'esito di primarie o di una competizione elettorale rimane quasi sempre intrappolato nei meccanismi politici americani. Lo ha fatto Ralph Nader e non è andato molto bene. Lo ha fatto Move On, rischiando di diventare solo una componente del partito democratico.
Negli Stati Uniti c'è stato un appuntamento che i media hanno quasi del tutto ignorato. Mi riferisco al primo social forum statunitense a Atlanta. Centinai di gruppi, associazioni, migliaia attivisti si sono incontrati per conoscersi e discutere sul che fare. I pochi giornalisti che sono andati ad Atlanta sono rimasti meravigliati, perché vedevano uomini e donne che discutevano di povertà, di emarginazione, di diritti dei migranti, di mancanza di lavoro, di diritto alla sanità e all'istruzione pubblica, di pacifismo, proponendo iniziative di lotta e alternative praticabili al neoliberismo senza aspettare che il partito democratico presti loro attenzione. In altre parole, penso che i movimenti sociali devono sviluppare la loro iniziativa, organizzarsi, sviluppare una sorta di contropotere senza attendere l'esistenza di un candidato che prometta di rappresentare le loro proposte o che il loro punto di vista entri nell'agenda politica di un qualche partito.

I movimenti sociali, almeno qui in Europa, non godono di buona salute. Ci sono state importanti mobilitazioni contro la precarietà in Francia in Italia. Il movimento pacifista inglese ha continuato a portare in piazza centinaia di migliaia di persone. Eppure sono innegabili le difficoltà dei movimenti sociali. Non credi che queste difficoltà derivi anche dal fatto che il movimento dei movimenti, per usare un'espressione a te molto cara, non riesca a svolgere una lettura critica del mondo attuale e dunque a sviluppare forme di lotta e di organizzazione adeguate?
Concordo. Anche negli Stati Uniti i movimento sociali antiliberisti. sono in difficoltà. Secondo me, in Nord America, ma credo che questo possa valere anche per l'Europa, le difficoltà derivano dalle conseguenze dell'attacco alla Torre Gemelle. L'11 settembre ha cambiato il mondo. Il problema è capire come lo ha cambiato. C'è stata la guerra in Afghanistan, poi in Iraq. Guantanamo. Le crisi economiche. Non riusciamo però ancora a cogliere il senso pieno di quello che è accaduto dopo le Twin Towers. Ci vorrà tempo per capirlo. Spero di contrinuire, come molti altri, a capirlo. Mi piace pensare che questo libro sia un piccolo contributo a capire come è cambiato il capitalismo.

come muore un italiano

apologia di comunismo

La proposta del capogruppo alla camera dell'Udc Luca Volontè
Apologia di comunismo
l'Udc inventa un reato

Apologia di comunismo
l'Udc inventa un reato


ROMA - Si chiama Luca Volontè. E' capogruppo alla Camera dell'Udc. Piuttosto attivo, il suo volto è spesso impacchettato nei pastoni dei tg Rai, le sue idee chiare e conseguenti. Ha deciso di stanare tutti i comunisti italiani.

Sulla scorta delle notizie ricevute dalla Polonia dei gemelli Kaczynski, tra l'altro appena sconfitti alle urne, Volontè ha deciso di aprire la più grande delle questioni politiche. "Martedì mattina ogni deputato riceverà in casella il modulo di adesione alla nostra proposta di legge di riforma costituzionale per inserire il divieto di apologia del comunismo insieme al reato già previsto per il fascismo".

"Siamo un Paese vergogna", attacca quindi Volontè, secondo il quale "è necessaria una operazione verità sui 100 milioni di morti irrisi dai comunisti al governo. Staneremo uno per uno i fedeli amici di Lenin e dei suoi gulag". La proposta lanciata nei giorni in cui il suo capo Pier Ferdinando Casini è in viaggio di nozze, non ha trovato l'entusiasmo che Volontè presumibilmente valutava di raccogliere.

Finanche Roberto Calderoli, che è Calderoli, pur trovando l'iniziativa "condivisibile", la ritiene "superflua o comunque tardiva". E Gianfranco Rotondi, democristiano e moderato almeno quanto Volontè, ricorda che "non esiste il comunismo, ma tanti partiti comunisti. Il comunismo italiano non ci ha negato la libertà, ma ce l'ha portata col sangue dei partigiani".
L'amichevole osservazione di Rotondi forse rallenterà la raccolta delle firme alla quale, come ha annunciato, da domani il deputato vorrebbe destinare ogni energia.

Certo, Volontè non ha ancora chiarito, ma ne avrà tempo, quale sarà il destino di coloro che verranno "stanati". Tra l'altro proprio di fronte al suo banco, e per giunta nella qualità di presidente dell'assemblea, è seduto un comunista: Fausto Bertinotti. Altri si trovano al governo, molti anche in Parlamento. Un illustre ex al Quirinale. Stanarli tutti sarebbe una fatica, per non dire dell'imbarazzo a lavorare sulla Carta Costituzionale frutto, purtroppo per Volontè, dell'opera (e dell'inchiostro) di parecchi comunisti.

(29 ottobre 2007)