Tom, Vinicius e João Gilberto: cinquant'anni fa la Bossa inventa il Brasiledi Francesco Cocco
Non credete ai libri di storia. Non sempre. Non credete ai manuali di storia quando sentenziano che il Brasile è nato nel 1822, il 7 settembre. Da allora festa nazionale dell'Indipendenza dal Portogallo. Il Brasile come lo conosciamo nel nostro immaginario collettivo, con i suoi colori, la sua musica e la sua preziosa saudade, è nato (o almeno, è rinato) nel 1958. Due volte, in quell'anno di cinquant'anni fa.
Gilmar; Djalma Santos, Nilton Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didí, Vavá, Pelé, Zagalo. La prima volta, il Brasile rinasce così. Fuori casa, cinque a due. Ventinove giugno. Al Raasunda Stadium di Stoccolma. Il Brasile è campione del mondo. Per la prima volta. Contro gli iperborei ipopigmentati padroni di casa (Hamrin, Gren, Liedholm, mica gentarella), cancellando via il dramma di quel Brasile-Uruguay 1-2 che otto anni prima aveva spezzato il cuore di un Paese. Ma è una vittoria, quella del pallone, che non cambia la percezione esterna del Brasile. La terra del futbol-arte, la era già da sempre. E di Coppe del mondo ne vincerà ancora tante, nel tempo, continuando a somigliare a se stesso. La vera ri-nascita del Brasile, il suo vero mutare pelle, almeno un repentino cangiare del riflesso nello specchio in cui il Paese si guarda e si lascia spiare dal mondo intero, avverrà solo pochi mesi dopo.
«Vai minha tristeza... E diz a ela... Que sem ela não pode ser» («Vai, mia tristezza e dille che senza di lei non posso stare») ... Il miracolo nasce così. Parole di Vinicius de Moraes, musica di Tom Jobim, che Joao Gilberto canta per la prima volta nel 1958. Versi che, a leggerli stampati sulla carta non sembrano nemmeno tanto rivoluzionari. Ne avevano certo già immaginati di più affascinanti, di più sorprendenti, nelle notti di bivacco al «Clube da Chave» di Ipanema, pencolando su un pianoforte tropicale... Quel pianoforte che lui, Antonio Carlos Jobim, per tutti Tom - carioca, figlio di un diplomatico e di una professoressa - aveva trasforrmato nel «suo» pianoforte. Spalmandoci sopra accordi e meodie, serata dopo serata. Ah, l'altro era un certo Marcus Vinícius da Cruz de Melo Moraes. Vinicius de Moraes, poeta. Si erano conosciuti due anni prima, al Villarino, quel bar da sogno nel centro di Rio, e mica si erano piaciuti: Vinicius che diceva: «Facciamo poesia». Tom che rispondeva: «Io voglio fare soldi». Ma poi si erano capiti.
«Chega de saudade... A realidade... É que sem ela não há paz... Não há beleza... É só tristeza... E a melancolia... Que não sai de mim... Não sai de mim, não sai». Mentre se la cantavano e se la suonavano così, Tom e Vinicius, magari incespicando, quell'idea di canzone, quel soffio di melodia, chissà se si rendevano conto che quella era già la «bossa nova». In português brasileiro: cosa nuova, nuova onda. Una nuova forma musicale, un nuovo nucleo di suggestioni che aderirà al volto di un Paese, cambiandolo: come una maschera che piace a tutti. Perché è una maschera bella e triste. Triste ma bella.
Affinché «Chega de saudade» («Arriva la tristezza», più o meno) sia davvero la canzone del destino, la prima canzone della bossa nova, manca però ancora qualcosa. O qualcuno. Manca João Gilberto Prado Pereira de Oliveira. João Gilberto. Figlio di buona famiglia - mercanti, gente di Juazeiro, Stato di Bahia -, questo scapestrato a un certo punto se ne era volato a Porto Alegre. A fare il musicista, come Jobim. Ma Gilberto suona la chitarra. E la batte in un modo strano, con certi pugni soffici, uno scalpiccio raffinato e sensuale... un samba, sì, un samba, ma meno ballato e più scivolato... che si attaglierebbe - doveva avere già pensato mille volte prima di quel fatidico '58 - a certe armonie un po' sghembe, un po' fragili... un po' ricercate... jazz.. sì, diciamo anche jazz. Che giravano da anni in America e da mesi nella testa e nelle dita di Tom, nel cuore di Vinicius. E che insieme alla «batida» di Gilberto diventeranno: bossa.
Ha una voce qualsiasi, Gilberto. Soffice, suadente, intimista. Non di quelle che fanno vibrare gli altoparlanti dei 78 giri, le piste da ballo, i cuori delle belle ragazze... e dei discografici in quel Brasile di fine anni '50. Che va quasi abituandosi alla democrazia, dodici anni dopo Getulio Vargas, e sta per vedere sorgere Brasilia, quasi dal nulla, capitale annunciata e mai davvero amata: come un ospite importante ma estraneo.
In questa «Chega de saudade» dolce e dinoccolata, odorosa di Ipanema e speziata da accordi strani, con Gilberto che non fa nulla per sembrare un cantante credibile... In questa canzone un po' così crede Alvaro Ramos. Direttore delle vendite delle Lojas Assumpção, catena di negozi di dischi. La più grande del Brasile. L'impresario e produttore André Midani gli fa ascoltare una versione provvisoria del pezzo. Ramos va dai suoi capi, e si impone. «Questa voce, questo ritmo, quest'armonia, è il genere di merda che Rio de Janeiro e il Brasile vogliono sentire», esclama. E ha ragione: il disco uscirà ad agosto e in pochi giorni venderà quindicimila copie. Un settantotto giri : «Chega de Saudade» su un lato, «Bim Bom» sull'altro. Si va in studio fra giugno e luglio. Proprio mentre il Brasile del pallone vince la finale del secolo. Magie che a volte cominciano male. A Stoccolma, quattro minuti bastano perché Liedholm spedisca la palla nella porta di Gilmar. Negli studi di Rio, quattro minuti e Gilberto già litiga con tutti: con i fonici (lui vuole, e ottiene un microfono per sé e uno per la chitarra), con gli orchestrali, con Jobim. Ma i miracoli, quando devono accadere, accadono. Didì prende a guizzare sull'erba frigida del Raasunda Stadium. Gilberto scorre e picchietta sulle corde magiche della chitarra. Vavà si infila nella bionda difesa svedese, non lo ferma nessuno. Gol: uno, due. Gilberto intona l'inciso: «Mas se ela voltar, se ela voltar... Que coisa linda... Que coisa louca». E poi Pelé, Pelé, Zagalo!... «Pois há menos peixinhos a nadar no mar... Do que os beijinhos... Que eu darei na sua boca». E' nata la bossa. E' rinato il Brasile.
vedi anche Stan Getz
Stan Getz, Bossa nova medley, live 1983
Joao Gilberto canta Chega de saudade