sabato 23 agosto 2008

50 anni fa s'inventavano la bossa nova

Tom, Vinicius e João Gilberto: cinquant'anni fa la Bossa inventa il Brasile

di Francesco Cocco

Non credete ai libri di storia. Non sempre. Non credete ai manuali di storia quando sentenziano che il Brasile è nato nel 1822, il 7 settembre. Da allora festa nazionale dell'Indipendenza dal Portogallo. Il Brasile come lo conosciamo nel nostro immaginario collettivo, con i suoi colori, la sua musica e la sua preziosa saudade, è nato (o almeno, è rinato) nel 1958. Due volte, in quell'anno di cinquant'anni fa.

Gilmar; Djalma Santos, Nilton Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didí, Vavá, Pelé, Zagalo. La prima volta, il Brasile rinasce così. Fuori casa, cinque a due. Ventinove giugno. Al Raasunda Stadium di Stoccolma. Il Brasile è campione del mondo. Per la prima volta. Contro gli iperborei ipopigmentati padroni di casa (Hamrin, Gren, Liedholm, mica gentarella), cancellando via il dramma di quel Brasile-Uruguay 1-2 che otto anni prima aveva spezzato il cuore di un Paese. Ma è una vittoria, quella del pallone, che non cambia la percezione esterna del Brasile. La terra del futbol-arte, la era già da sempre. E di Coppe del mondo ne vincerà ancora tante, nel tempo, continuando a somigliare a se stesso. La vera ri-nascita del Brasile, il suo vero mutare pelle, almeno un repentino cangiare del riflesso nello specchio in cui il Paese si guarda e si lascia spiare dal mondo intero, avverrà solo pochi mesi dopo.

«Vai minha tristeza... E diz a ela... Que sem ela não pode ser» («Vai, mia tristezza e dille che senza di lei non posso stare») ... Il miracolo nasce così. Parole di Vinicius de Moraes, musica di Tom Jobim, che Joao Gilberto canta per la prima volta nel 1958. Versi che, a leggerli stampati sulla carta non sembrano nemmeno tanto rivoluzionari. Ne avevano certo già immaginati di più affascinanti, di più sorprendenti, nelle notti di bivacco al «Clube da Chave» di Ipanema, pencolando su un pianoforte tropicale... Quel pianoforte che lui, Antonio Carlos Jobim, per tutti Tom - carioca, figlio di un diplomatico e di una professoressa - aveva trasforrmato nel «suo» pianoforte. Spalmandoci sopra accordi e meodie, serata dopo serata. Ah, l'altro era un certo Marcus Vinícius da Cruz de Melo Moraes. Vinicius de Moraes, poeta. Si erano conosciuti due anni prima, al Villarino, quel bar da sogno nel centro di Rio, e mica si erano piaciuti: Vinicius che diceva: «Facciamo poesia». Tom che rispondeva: «Io voglio fare soldi». Ma poi si erano capiti.
«Chega de saudade... A realidade... É que sem ela não há paz... Não há beleza... É só tristeza... E a melancolia... Que não sai de mim... Não sai de mim, não sai». Mentre se la cantavano e se la suonavano così, Tom e Vinicius, magari incespicando, quell'idea di canzone, quel soffio di melodia, chissà se si rendevano conto che quella era già la «bossa nova». In português brasileiro: cosa nuova, nuova onda. Una nuova forma musicale, un nuovo nucleo di suggestioni che aderirà al volto di un Paese, cambiandolo: come una maschera che piace a tutti. Perché è una maschera bella e triste. Triste ma bella.

Affinché «Chega de saudade» («Arriva la tristezza», più o meno) sia davvero la canzone del destino, la prima canzone della bossa nova, manca però ancora qualcosa. O qualcuno. Manca João Gilberto Prado Pereira de Oliveira. João Gilberto. Figlio di buona famiglia - mercanti, gente di Juazeiro, Stato di Bahia -, questo scapestrato a un certo punto se ne era volato a Porto Alegre. A fare il musicista, come Jobim. Ma Gilberto suona la chitarra. E la batte in un modo strano, con certi pugni soffici, uno scalpiccio raffinato e sensuale... un samba, sì, un samba, ma meno ballato e più scivolato... che si attaglierebbe - doveva avere già pensato mille volte prima di quel fatidico '58 - a certe armonie un po' sghembe, un po' fragili... un po' ricercate... jazz.. sì, diciamo anche jazz. Che giravano da anni in America e da mesi nella testa e nelle dita di Tom, nel cuore di Vinicius. E che insieme alla «batida» di Gilberto diventeranno: bossa.
Ha una voce qualsiasi, Gilberto. Soffice, suadente, intimista. Non di quelle che fanno vibrare gli altoparlanti dei 78 giri, le piste da ballo, i cuori delle belle ragazze... e dei discografici in quel Brasile di fine anni '50. Che va quasi abituandosi alla democrazia, dodici anni dopo Getulio Vargas, e sta per vedere sorgere Brasilia, quasi dal nulla, capitale annunciata e mai davvero amata: come un ospite importante ma estraneo.

In questa «Chega de saudade» dolce e dinoccolata, odorosa di Ipanema e speziata da accordi strani, con Gilberto che non fa nulla per sembrare un cantante credibile... In questa canzone un po' così crede Alvaro Ramos. Direttore delle vendite delle Lojas Assumpção, catena di negozi di dischi. La più grande del Brasile. L'impresario e produttore André Midani gli fa ascoltare una versione provvisoria del pezzo. Ramos va dai suoi capi, e si impone. «Questa voce, questo ritmo, quest'armonia, è il genere di merda che Rio de Janeiro e il Brasile vogliono sentire», esclama. E ha ragione: il disco uscirà ad agosto e in pochi giorni venderà quindicimila copie. Un settantotto giri : «Chega de Saudade» su un lato, «Bim Bom» sull'altro. Si va in studio fra giugno e luglio. Proprio mentre il Brasile del pallone vince la finale del secolo. Magie che a volte cominciano male. A Stoccolma, quattro minuti bastano perché Liedholm spedisca la palla nella porta di Gilmar. Negli studi di Rio, quattro minuti e Gilberto già litiga con tutti: con i fonici (lui vuole, e ottiene un microfono per sé e uno per la chitarra), con gli orchestrali, con Jobim. Ma i miracoli, quando devono accadere, accadono. Didì prende a guizzare sull'erba frigida del Raasunda Stadium. Gilberto scorre e picchietta sulle corde magiche della chitarra. Vavà si infila nella bionda difesa svedese, non lo ferma nessuno. Gol: uno, due. Gilberto intona l'inciso: «Mas se ela voltar, se ela voltar... Que coisa linda... Que coisa louca». E poi Pelé, Pelé, Zagalo!... «Pois há menos peixinhos a nadar no mar... Do que os beijinhos... Que eu darei na sua boca». E' nata la bossa. E' rinato il Brasile.

vedi anche Stan Getz

Stan Getz, Bossa nova medley, live 1983


Joao Gilberto canta Chega de saudade

bechis da vedere in autunno

Il popolo che per secoli ha resistito alla colonizzazione ora è a rischio di sopravvivenza. Canneti al posto della loro foresta: il commercio del bioetanolo non tollera intrusi

Dal Mato Grosso alle bidonville, in un film il dramma dei Guarani

Confinati nelle riserve, rioccupano le loro aree, ma vengono picchiati, spesso uccisi. Lo racconta Marco Bechis nel suo "La terra degli uomini rossi", in concorso a Venezia
di LUIGI BIGNAMI

Dal Mato Grosso alle bidonville in un film il dramma dei Guarani
ROMA - Era stato pensato come un documentario-inchiesta sulla triste realtà di un popolo indigeno brasiliano che sta per scomparire insieme alla foresta che l'ha protetto per millenni. Poi l'importanza dei contenuti e la qualità delle immagini lo ho trasformato in un film che concorrerà alla prossima Mostra del Cinema di Venezia.

"La Terra degli Uomini Rossi", per la regia di Marco Bechis, è la storia di un leader del popolo Guarani-Kaiowà che viene assassinato per aver guidato la sua comunità a rioccupare le terre ancestrali. Una storia che ricalca pari pari la vicenda di Marcos Veron, venuto in Italia nel 2000 per denunciare queste violenze e poi assassinato in Brasile.

Ma a fianco di tale tragico evento ce ne sono decine di altri del tutto simili. Multinazionali e grandi industrie stanno facendo il possibile per eliminare i popoli che, pur essendo da sempre proprietari delle foreste amazzoniche, vivono nel cuore delle selve brasiliane, perché si vogliono trasformare queste ultime in immense piantagioni agricole. "Da decenni, il Brasile è uno dei più grandi produttori di biocombustibili al mondo, e la maggior parte delle sue automobili funzionano a etanolo. Oggi, il paese ambisce a diventarne il più grande esportatore con 26 miliardi di litri all'anno entro il 2010. La maggior parte della canna da zucchero, da cui si ricava l'etanolo, viene coltivata in quelle che un tempo erano le foreste dei Guarani. Nel solo stato del Mato Grosso esistono già 11 piantagioni ma altre 30 sono in costruzione e una ventina in fase di progettazione", spiega Francesca Casella, responsabile di Survival International Italia.

Quando gli Europei arrivarono in Sud America, i Guarani furono uno dei primi popoli ad esser contattati. All'epoca contavano oltre un milione e mezzo di persone, distribuiti tra Paraguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Oggi ne sopravvivono poche decine di migliaia. I Guarani brasiliani sono suddivisi in tre gruppi, di cui quello dei Kaiowà è il più numeroso (sono circa 30.000). Vivono nello stato del Mato Grosso do Sul, nella zona centro-occidentale del Brasile, ai confini con il Paraguay.

"I Guarani-Kaiowà sono i discendenti di quegli indigeni che, alla fine del '600, rifiutarono di entrare nelle missioni dei Gesuiti. Nonostante secoli di contatto con gli stranieri, hanno mantenuto la loro peculiare identità. Sono un popolo profondamente spirituale. Molte comunità hanno una casa di preghiera comune e un capo religioso, il pajé, la cui autorità dipende solo dal suo prestigio e dalla sua autorevolezza. Sebbene siano suddivisi in gruppi, i Guarani condividono una religione che attribuisce un'importanza suprema alla terra, origine e fonte della vita, e dono del "grande padre" Ñande Ru. Vivono le invasioni delle loro terre non solo come un furto ma anche come un grave attentato al loro stile di vita e alla loro cultura", continua Casella.

I Guarani del Brasile stanno soffrendo terribilmente per la perdita quasi totale delle loro terre, disboscate e usurpate da allevatori e coltivatori di tè a partire dalla fine dell'800. "Mato Grosso" significa "foresta fitta", ma degli alberi non c'è più traccia. Negli ultimi quindici anni, anche le poche terre che i Kaiowà cercavano disperatamente di conservare sono state dimezzate e, oggi, misurano meno di 25.000 ettari. Le loro comunità vivono ammassate in anguste riserve istituite dal governo ai margini delle città: piccoli appezzamenti di terreno simili a bidonville, completamente circondati da ranch e piantagioni. Questi minuscoli fazzoletti di terra non sono sufficienti a sostentarli attraverso la caccia, la pesca e l'agricoltura tradizionali. I bambini soffrono quindi gravi forme di malnutrizione.

"La situazione in cui versano oggi i Kaiowà è spaventosa", sottolinea Casella. "Le loro terre sono state distrutte, i loro leader vengono assassinati e i loro bambini muoiono di fame. Tuttavia, le comunità non desiderano denaro e ricchezza e non ambiscono a ricevere razioni di cibo dal governo. Tutto quello che chiedono è solo terra a sufficienza per sopravvivere e riprendere il controllo delle loro vite e del loro futuro. Senza la loro terra, i Guarani non avranno speranza". Negli ultimi vent'anni, oltre 517 Guarani-Kaiowà si sono suicidati; molti erano ragazzi. La più giovane, Luciane Ortiz, aveva solo 9 anni.

Stanche di aspettare l'intervento delle autorità, da alcuni anni le comunità hanno cominciato a rioccupare le loro terre, un'azione che chiamano retomada, sfidando le violente reazioni dei fazendeiro e dei loro sicari, assoldati per intimidire, picchiare, uccidere. Spesso, i leader delle comunità che rioccupano i loro territori vengono uccisi brutalmente sotto gli occhi dei famigliari. Il dramma dei Guarani brasiliani è solo uno dei tanti vissuti, in vari angoli del mondo, dalle popolazioni indigene che hanno la sfortuna di esser nati in aree che qualcuno vuole convertire in piantagioni di canna da zucchero o palma da olio, disegnando quadri di morte e distruzione del tutto simili.

Tornando al film, vien da chiedersi come sono stati scelti gli attori per interpretare quelle storie così forti e drammatiche. Risponde Bechis: "La risposta alla domanda arrivò fulminea durante un'animata riunione del villaggio: gli indigeni possedevano un'arte retorica sofisticata, sapevano parlare in modo convincente e controllavano le parole e il corpo in modo sorprendente. Da quel momento ho capito che il film sarebbe divenuto realtà solo se fossi riuscito a fare di loro i protagonisti". E così dopo tre mesi di seminari teatrali sono nati i 230 attori indigeni protagonisti del film, che hanno lasciato sullo sfondo i professionisti, come Claudio Santamaria e Chiara Caselli. Bechis li ha scelti nelle comunità vicine ai luoghi di ripresa per non essere separati dalle famiglie e non ha imposto esercizi e tecniche recitative classiche, che ne avrebbero compromesso la spontaneità.

garage olimpo

divertìti?

(dal blog di grillo)

Le Olimpiadi di Pechino, ma anche quelle precedenti, lo confesso, mi danno la nausea. Le abolirei. Sono un fantastico baraccone economico che gira il mondo ogni quattro anni. Dove arriva il circo si costruiscono stadi, strade, grattacieli, metropolitane, intere città. Le Olimpiadi sono un trionfo, un orgasmo del cemento.
La torcia accesa non è più simbolo di pace. Il mondo continua le sue guerre, i suoi stermini a cinque cerchi. Il Tibet e lo Xinjiang sono finiti sotto il tappeto degli sponsor. La Georgia e l’Ossezia sono stati eventi fastidiosi, hanno tolto spazio al tennis da tavolo e al nuoto sincronizzato. Le Olimpiadi sono un treno impazzito. Se chiedete al macchinista qual è la prossima stazione non saprà rispondervi.
Delle Olimpiadi mi infastidiscono i record fasulli, gli sport olimpici praticati da quattro gatti, gli atleti dopati, l’entusiasmo a comando degli spettatori, le premiazioni in fila per tre. Più di ogni altra cosa, però, è il nazionalismo che mi manda in bestia. Il nazionalismo dello sportivo che piange all’alzabandiera, con la mano sul cuore, lo sguardo perso verso l’alto. Il nazionalismo dei media che danno spazio sempre agli atleti nazionali, anche di discipline improbabili (conoscete qualcuno che giochi a badminton?), anche se lontani dal podio. Le Olimpiadi sono una guerra simulata.
Vorrei atleti senza bandiere. Senza sponsor. Senza un Presidente che li saluta alla partenza e li riceve al ritorno da trionfatori. Vorrei che chi usa i suoi eserciti per uccidere altri esseri umani DURANTE le Olimpiadi sia espulso con infamia e per sempre dai Giochi. I russi che hanno invaso la Georgia, gli americani che occupano l’Iraq, la Cina che schiaccia il Tibet non hanno nessun diritto morale di partecipare o di ospitare i Giochi Olimpici.
L’uomo non è più il centro delle Olimpiadi, le Nazioni hanno preso il suo posto.La grancassa mediatica delle medaglie e delle medagliette ci fa sentire più italiani, più messicani, più coreani. Più diversi. I migliori. Le razze elette.