venerdì 31 ottobre 2008

mercoledì 29 ottobre 2008

deja vu

Le stesse provocazioni degli anni '70 e del G8 del 2001, da manuale cossighiano insomma, e ancora la solita democratica polizia... Attendiamo le usuali smentite ed elucubrazioni.

lunedì 27 ottobre 2008

divisione della gioia


Dicono che il film non sia un granché, ma a me piace ricordarvi così. E mi basta.

domenica 26 ottobre 2008

sabato 25 ottobre 2008

un paese di merda

calamandrei e la scuola

Scuola, il ministro Gelmini avverte: "Il decreto resta"

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico." Piero Calamandrei
(
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, a Roma l’11 febbraio 1950)

E poi anche questa storia, gelmini, studiala...

venerdì 24 ottobre 2008

oltre il fondo del barile

«Anche Gramsci lo avrebbe fatto. L'immagine scelta non deve destare scandalo. Il corpo di una donna questa volta viene usato per pubblicizzare un prodotto intellettuale. Mi sembra pertinente. È molto peggio quando è utilizzato per accompagnare la pubblicità di un'auto oppure un detersivo per i piatti». (Concita De Gregorio, direttrice della "nuova" L'Unita'.)
E Oliviero Toscani: «Non ho mai pensato a un'Unità femmina perché ha sempre avuto una connotazione maschile. Dobbiamo partire dal concetto di mini, ma anche della donna che questa volta non è in una posizion
e di sottomissione ma in un atteggiamento forte, non viene strumentalizzata, ma strumentalizza in una posizione di comando».

Una serie di cazzate del genere non la sentivo da un po'...beh, non esageriamo, forse da cinque minuti ma erano
dette dall'unto...Che il contagio sia ormai inarrestabile?








quale
preferite?











l'oscura ombra di Veltrusconi...






dimenticavo...AUGURI, neh?

ministra dell'ignoranza



in Texas intanto...

libero di menare


dall'editoriale di Renato Farina (radiato dall'Ordine dei Giornalisti nel 2007 e sul libro paga dei servizi segreti) del 22 ottobre 2008


"Domani ci riprovano con i picchetti fuori dalle scuole d’Italia. Domani per favore, anzi non per favore ma perché lo stabilisce la legge, la polizia liberi il passaggio, lasci aperto quel piccolo spazio in cui si gioca in fondo il senso stesso dell’essere uomini. Poter scegliere. Entrare o star fuori. Senza nessuno che con violenza ti obblighi a servire una causa che non è la tua. La famosa legalità è rispettare gli altri. E se c’è chi calpesta il prossimo, lo Stato gli impedisca di esercitare un sopruso: serve a questo lo Stato. Prima i carabinieri con pazienza chiedano a chi ottura l’ingresso degli istituti superiori di sgomberare. Non obbediscono? Qualche calcio nelle parti molli sarà un prezzo giusto per ripristinare la legalità democratica e repubblicana. Sia chiaro. Se gli studenti e i professori uniti nella lotta vogliono manifestare, lo facciano: ma chi tocca il diritto anche di un solo studente o insegnante che voglia entrare in aula, commette un delitto. E chi legittima queste forme di protesta o sostiene siano una quisquilia dimostra di essere uno smemorato. Oppure si ricorda benissimo, e ci marcia. Noi non dimentichiamo. Teniamo bene a mente come nacquero gli anni ’70. (...) (...) Quelli della violenza nelle fabbriche e nelle scuole; dei pestaggi e delle sprangate ai dissenzienti e ai poliziotti; del corteo devastatore del sabato pomeriggio puntuale come la messa vespertina. E infine il piombo. Quegli anni 70, discendenti idioti del ’68, sono figli dei picchetti. In quei diabolici congegni umani che impedivano ad altri uomini di esercitare il loro diritto al lavoro e allo studio c’era e c’è la semenza della gramigna prevaricatrice. Essa si palesa volta per volta come banditismo politico o bullismo di periferia: ma la radice è la stessa. È la sostituzione della coscienza individuale con quella di chi brandisce l’arma del collettivo. Be’, ritornano (continua)...(CHE SIGNIFICA CHE SE VUOI CONTINUARE A LEGGERE DEVI PAGARE...)

coesseesseiga: ancora una lezione di vera democrazia...

BISOGNA FERMALI, ANCHE IL TERRORISMO PARTI' DAGLI ATENEI

di ANDREA CANGINI - ROMA

Presidente Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che...

«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti?

«Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no?

«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? "In Italia torna il fascismo", direbbero.

«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».

Quale incendio?

«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E` dunque possibile che la storia si ripeta?

«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.

«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente...

«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».




poliziotto infiltrato nel 1977.






grazie, cossiga...






Giorgiana Masi


giovedì 23 ottobre 2008

culface

Berlusconi: «Mai detto né pensato alla Polizia nelle scuole»


«Io non ho mai detto né pensato che la polizia debba entrare nelle scuole. Ho detto invece che chi vuole è liberissimo di manifestare e protestare, ma non può imporre a chi non è della sua idea a rinunciare al suo diritto essenziale. Ancora una volta c'è stato un divorzio tra i mezzi di informazione e la realtà». Il premier Silvio Berlusconi, dalla Cina, smentisce di aver mai evocato l'intervento della polizia nelle scuole
e nelle universitá occupate. Il premier attacca i titoli dei giornali italiani letti sull'aereo per Pechino. «Ho detto soltanto - precisa Berlusconi - che lo Stato non è più legittimato a essere Stato se non garantisce ai cittadini i propri diritti. Tutti hanno il diritto di protestare, ma non quello di impedire di andare a scuola a chi non vuole protestare». Poi afferma di «sentire come un preciso dovere del governo, quello di garantire i diritti dei cittadini». Con tutta la preoccupazione «e la necessaria leggerezza che il caso ritiene, non possiamo non intervenire e sottrarci così al nostro dovere». Poi lancia l'ultima stoccata. «Volete manifestare in piazza? Siete i benvenuti - dice Berlusconi - ma almeno non sparate bufale sul numero. Di solito, si moltiplica per 25 l'entità dei manifestanti».

Replica immediata dell'ufficio stampa del Pd, che rende nota la trascrizione integrale delle dichiarazioni rilasciate ieri dal Presidente del consiglio Berlusconi in conferenza stampa, in merito all'intervento delle forze dell'ordine nei confronti delle proteste studentesche. Berlusconi: «Vorrei dare un avviso ai naviganti molto semplice: non permetteremo che vengano occupate scuole ed università. Perché l'occupazione di posti pubblici non è una dimostrazione, un'applicazione di libertà, non è un fatto di democrazia è una violenza nei confronti degli altri studenti, nei confronti delle famiglie, nei confronti delle istituzioni, nei confronti dello Stato. Convocherò oggi il ministro degli Interni e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell'ordine per evitare che questo possa accadere». Dura Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd. «A me pare che sia Berlusconi a essere scollegato, divorziato dalla realtà, basta guardare le agenzie e il video della conferenza stampa di ieri. Berlusconi forse in un eccesso di securitarismo ha detto che doveva consultare il ministro dell'Interno, Roberto Maroni su come dare le istruzioni per far intervenire le forze di polizia per impedire le manifestazioni e le occupazioni di scuole e università. Quindi l'ha detto e non siamo noi i bugiardi».

vuoi mica andare in pensione?

Suona ancora l'allarme per le pensioni dei lavoratori dipendenti che hanno o avranno al 31/12/2009, i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla normativa vigente. Ad alimentare tale preoccupazione è la proposta di legge a firma di Giuliano Cazzola (ex sindacalista della CGIL, ora deputato del PDL) presentata il 16 giugno 2008, avente lo scopo di applicare, per determinare l’ammontare della pensione, il sistema di calcolo contributivo anche nei confronti di quanti hanno già maturato il diritto al sistema di calcolo retributivo, potendo far valere un’anzianità retributiva al 31 dicembre 1995 pari o superiore a 18 anni.
L’estensione del sistema contributivo a tutti dal 2009, naturalmente, è penalizzante per ciascun lavoratore dipendente del privato e della pubblica amministrazione, in quanto comporta una riduzione dell'ammontare dell'assegno pensionistico.
A proposito, e i fondi pensione che fine hanno fatto?

mercoledì 22 ottobre 2008

povero lui...

qui
quo
qua
tappo in guerra?




martedì 21 ottobre 2008

tutto il mondo è paesaccio (2)


Un poliziotto greco è stato fotografato mentre sembra costringere un immigrato a sbottonarsi i pantaloni e a rimanere con i genitali esposti in una pubblica strada. La foto, resa nota da un'associazione per la difesa degli immigrati, ha fatto scattare un'indagine da parte del dipartimento di polizia sebbene l'ufficiale sostenga che i pantaloni sono caduti accidentalmente.


anche il papa non ne sa niente...

Tutti si aspettavano che durante il suo soggiorno in
Campania Benedetto XVI avrebbe colto l'opportunità per
criticare la Camorra e difendere Roberto Saviano. Al
contrario il papa non ha mai nominato, nel suo discorso
tenuto al santuario della Vergine del Rosario di Pompei, la
parola "camorra". Questo silenzio ha sollevato molta
inquietudine, tanto che poche ore dopo l'ufficio stampa del
Vaticano è dovuto intervenire per spiegare che Benedetto XVI
non aveva parlato della Camorra per rispetto nei confronti
dei cittadini campani.

La Naciòn, Argentina [in spagnolo]
http://www.lanacion.com.ar:80/nota.asp?nota_id=1061564

e tanto per non scordare, fate un salto qui...

lunedì 20 ottobre 2008

salvare gli usurai?

Il governo vara decreto salva-banche. Berlusconi: «Nessun istituto italiano fallirà»
Draghi: sistema solido ma i riflessi della crisi arriveranno
Veltroni: pronti a collaborare con l'esecutivo

ROMA (8 ottobre) - Il governo interviene in soccorso delle banche. E come tutti i governi europei si attrezza per fronteggiare eventuali
peggioramenti della crisi. Il Consiglio dei ministri ha dato via libera stasera al decreto legge contenente provvedimenti per la stabilità delle banche e del risparmio, messe a dura prova dai crolli dei mercati di questi giorni. «Il sistema italiano - ha sottolineato comunque il ministro dell'Economia Giulio Tremonti - è liquido e solido». «Nessuna banca italiana fallirà», ha aggiunto il premier Silvio Berlusconi.

Gli interventi sarebbero di due tipi: uno per aiutare le banche in crisi di liquidità che sarebbero sostenute direttamente dal Tesoro attraverso un finanziamento. Per le banche invece non in regola con i parametri di solvibilità e con problemi di capitale più gravi, vi sarebbe un intervento dello Stato direttamente nel capitale con ricadute di responsabilità diretta sul management degli istituti eventualmente coinvolti.

Non c'è «alcuna soglia di alcun tipo»: il ministro dell'Economia ha precisato che il decreto varato oggi non prevede un "fondo" dedicato a interventi sul sistema bancario - si era parlato di 20-30 miliardi - e questo perché si agirà «caso per caso». Quindi «man mano si rifinanzia, e si copre caso per caso. Non esistono plafond o soglie. Quando serve si interviene».

Il Governo «non ha interesse a entrare nel capitale delle banche, ma se la Banca d'Italia o le banche stesse registreranno una capitalizzazione insufficiente, quel capitale lo metterà lo Stato», ha detto Tremonti. L'ingresso dello stato - ha spiegato ancora il ministro - sarà «sterile ai fini del potere», senza diritto di voto. L'apporto di capitale - ha aggiunto - sarà «tempestivo e neutrale».

Berlusconi: nessuna banca italiana fallirà. «Sono qui a confermare agli italiani ciò che già avevo detto a Napoli: il sistema bancario italiano è patrimonializzato a sufficienza, liquido a sufficienza, non ha problemi di ricapitalizzazione, ha anzi liquidà abbastanza», ha detto il premier al termine del Consiglio dei ministri straordinario sulla crisi finanziaria. «Nessuna banca italiana fallirà - ha proseguito Berlusconi - nessun risparmiatore italiano quindi rischia».

«Eventuali interventi di ricapitalizzazione delle banche che non troveranno investitori sul mercato verranno prodotte dal Tesoro attraverso la sottoscrizione di azioni privilegiate senza diritto di voto», ha precisato il premier. «Noi - ha continuato - non siamo nella situazione degli altri paesi. La crisi si è sviluppata negli Stati Uniti e soprattutto nei paesi nord europei. L'intervento di nazionalizzazione seguito dalla Gran Bretagna, ma anche dalla Francia e dal Belgio, è molto diverso dal nostro».

«Nessun risparmiatore italiano perderà un euro. Questo è un timbro notarile su una cosa che era già certa», ha poi assicurato il premier, affermando che l'intervento del governo deciso stasera con l'adozione del decreto anti-crisi conferma la sua dichiarazione di mercoledì scorso, quando appunto aveva sottolineato che i risparmiatori italiani non perderanno un euro per effetto della crisi dei mercati internazionali.

«Banche meglio del materasso». «Vorrei dire a tutti gli italiani di stare sereni, il sistema italiano è assistito dalle più forti garanzie che sono mutualistiche da parte delle banche, ma a questa garanzia si aggiunge anche la garanzia del Tesoro, la garanzia dello Stato. Quindi non c'è nessuna preoccupazione da avere», ha detto ancora Berlusconi. «Non si devono neppure porre le domande "ma devo andare in banca a ritirare il mio libretto di deposito?" - ha proseguito Berlusconi - perché non credo che il materasso possa essere una cassaforte migliore di quella del sistema bancario italiano. Lo diciamo con totale serenità e assoluta convinzione».

«Sono certo che il mercato presto tornerà a valutare le nostre aziende secondo la loro capacità reddituale», ha affermato il premier che ha parlato della crisi sui mercati finanziari italiani come di una «una bolla speculativa al contrario». «Diversamente dagli altri paesi - conclude - società che valgono 100 vengono stimate meno di 100, ma si tratta di società che non hanno nessuna riduzione di utili».

Draghi. Il sistema bancario italiano «è solido» ma gli effetti della crisi americana «stanno arrivando», ha affermato il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. «Il decreto - ha spiegato il governatore intervenuto in conferenza stampa al fianco di Berlusconi e Tremonti - serve a mettere da parte le armi che speriamo di non dover usare. È per prudenza che si fa, - aggiunge - non per doverlo usare per forza».

«Le Poste non falliranno mai, i governi passano, le poste restano», ha detto ancora il ministro dell'Economia, spiegando che per questo le misure a garanzia non riguardano i deposito postali. «Garantiamo le cose che possono fallire. E le poste non falliranno mai».

Le soglie di garanzia. Il sistema bancario italiano «garantisce sui depositi i risparmiatori nel modo più efficiente in Europa», ha detto il ministro dell'Economia. Tremonti ha ricordato l'intervento europeo per alzare le soglie di garanzia ma - ha aggiunto - «sono state alzate le soglie che comunque sono ancora sotto la soglia italiana».

Veltroni: piena disponibilità a collaborare. «C'è la piena disponibilità del Pd di contribuire in un momento così drammatico per uscire positivamente dalla crisi. Siamo una grande forza nazionale che ha a cuore l'interesse del Paese anche sopra i propri interessi». Il segretario del Pd Walter Veltroni indica così l'impegno dei Democratici per uno sforzo comune a uscire dalla crisi finanziaria.

«Domani Tremonti verrà in Parlamento - ha affermato Veltroni - e credo che sarebbe giusto che in Parlamento si crei un rapporto tra governo e opposizione, che non può non esserci in un momento così difficile». «Sarei tentato - spiega Veltroni presentando in conferenza stampa le proposte del Pd sull'emergenza finanziaria - di usare toni diversi, ma non sentirete da me altri toni. Ritengo naturale, come è avvenuto negli Stati Uniti, che il governo si preoccupi di avere buone relazioni, scambio di opinioni e contributi dall'opposizione, perchè non è tempo di parole da campagna elettorale ma di costruire qualcosa che sia in sintonia con le preoccupazioni del Paese».

Possibile rinvio manifestazione 25 ottobre. «Non capisco tanta preoccupazione per una manifestazione democratica - ha detto poi Veltroni a chi gli chiedeva se, come propone Marco Follini, non sia il caso di rinviare la manifestazione del 25 ottobre -. La democrazia è fatta anche di momenti di incontro con il proprio popolo. Certo se la situazione della crisi finanziaria precipitasse ulteriormente e ci si trovasse in una autentica emergenza siamo tutte persone responsabili con la testa sulle spalle».

domenica 19 ottobre 2008

gomorra blob

sabato 18 ottobre 2008

sicuro che...








...non abbia fatto crac?

venerdì 17 ottobre 2008

finalmente dal basso...

Grande corteo a Roma. Sindacalismo di base e società civile. Nella manifestazione genitori, maetri, professori e tantissimi studenti

Scuola, trecentomila in piazza:"E' solo l'inizio della protesta"



di ANDREA DI NICOLA

ROMA - "Non pagheremo noi la vostra crisi". Il copyright è degli universitari ma lo slogan rimbalza di spezzone in spezzone nel corpaccione del grande corteo in difesa dell'istruzione pubblica che ha attraversato la città sotto una pioggia scrosciante. Un corteo di studenti medi e universitari in primo luogo, e poi di professori, maestri, lavoratori della scuola e genitori. Società civile, insomma, della quale i Cobas e il sindacalismo di base hanno intercettato l'urgenza di voler esprimere il proprio no a quella che tutti chiamano "la distruzione della scuola pubblica".
Fuori la politica ufficiale, fuori i partiti a parte qualche striscione di Rifondazione però estraneo al centro della protesta. Il corteo dei trecentmila, si capisce subito, non è nato nelle loro sedi, ma nelle scuole elementari, nelle case dei promotori dei mille comitati genitori che stanno nascendo in tutta la penisola, nelle facoltà occupate.

Che sarebbe stata una manifestazione imponente lo si era capito dalla prima mattina, nello stupore generale a partire dagli organizzatori. Alle 9,30 piazza Esedra era già piena. E la cifra comune un po' a tutti, tranne ai tanti bambini delle elementari felici per questa giornata in cui possono fare confusione con l'approvazione di maestre e genitori, è la preoccupazione. Quella delle maestre in ambasce per il posto di lavoro che girano con cartelli fatti in casa con su scritto "taglia, taglia, il bambino raglia" o che,m orgogliosamente rivendicano "sono già un maestro unico". I genitori, preoccupati anche loro, perché già si vedono con i piccoli a casa ad ora di pranzo e costretti a rivedere tutta l'organizzazione familiare si sono presentati con delle magliette verdi con su scritto "il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini". I ragazzi dei licei la loro preoccupazione la esprimono in modo diretto: "Preokkupati per il futuro", scrivono quelli della Rete degli studenti che danno anche un consiglio alla ministra "i tagli te li fai ai capelli". I precari della scuola, veramente in tanti, che temono di aver buttato anni ed anni. Gli universitari che portano in piazza il loro incubo: la precarietà del futuro. Non a caso il loro striscione è firmato "studenti precari" e in tanti girano con un cartello scritto in inglese: "Sono uno studente italiano, adottatemi". Mentre il collettivo di Scienze ha scritto sullo striscione "Tagli, privatizzazioni, precarietà. Ecco l'università spa".

Il corteo scorre lento verso piazza San Giovanni e quando la testa raggiunge l'arrivo la coda è ancora in piazza Esedra. Questo al di là delle cifre dà il senso della grandezza della manifestazione. E da un capo all'altro le star sono sempre loro: Gelmini, Brunetta, Tremonti. Berlusconi è quasi dimenticato negli slogan e negli striscioni. Il ministro della Funzione pubblica è ritratto mentre con una flebo succhia il sangue agli impiegati pubblici e quando da un camion gli dedicano "Un giudice" di De Andrè, con allusione alla statura del ministro, è un boato.

Il clima è tranquillo e sereno, d'altra parte aspettarsi che austeri professori di greco e latino si potessero trasformare in black bloc sarebbe stato arduo. E tuttavia qualche momento di tensione c'è stato quando universitari e studenti medi hanno deciso di andare a trovare la Gelmini nella sua tana, al ministero della Pubblica Istruzione, fuori dal percorso programmato. "Siamo stati ieri da Tremonti, se no la Gelmini ci rimane male", sorride un ragazzo dietro lo striscione di Roma III. I responsabili dell'ordine pubblico capiscono che non ci sono pericoli: le facce di quei ragazzi dicono che non sono degli sfasciatutto e quindi acconsentono al fuori programma.

E così mentre a San Giovanni si comincia a tornare a casa, i più giovani prolungano la protesta. Nei confronti dei poliziotti e carabinieri nessuna provocazione solo improbabili inviti a ballare e slogan per ricordare agli uomini e alle donne in divisa che "anche voi avete dei figli, stiamo lottando anche per loro". Anche per la ministra un solo coro: fuori, fuori. "Ci accusano di non voler dialogare - dice Francesco di Scienze della Sapienza - perché non viene fuori a parlare con noi?".

La Gelmini non scenderà ma loro non si scompongono: "Andremo avanti fino a che non sarà ritirata la legge 133. Da domani occupazioni a oltranza in scuole e università. Oggi è solo l'inizio". Casualmente il "ce n'est qu'un debut" del '68. Loro forse nemmeno lo sanno e, per quanto sono distanti dai movimenti del passato, se lo sanno se ne fregano.

Considerazioni intelligenti di un confederale.

giovedì 16 ottobre 2008

tireremo dritto!

mercoledì 15 ottobre 2008

sempre più povera itaglia

La denuncia di Saviano: circondato dall'odio per le mie parole vado via perché voglio scrivere ed ho bisogno di stare nella realtà

"Io, prigioniero di Gomorra, lascio l'Italia per riavere una vita"

di GIUSEPPE D'AVANZO

ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?"
Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

padri...

e figli...

certo non tutti, per fortuna...

classe differenziale

Dopo un acceso dibattito, via libera al testo passato con una diversa denominazione: "classi di inserimento". Fassino: "Regressione culturale"

Classi ponte per alunni stranieri. Sì della Camera a mozione Lega

ROMA - Classi "d'inserimento" per bambini extracomunitari. La Camera ha approvato la mozione della Lega Nord in materia di accesso degli studenti stranieri alla scuola dell'obbligo. Il testo, approvato dopo un infiammato dibattito, è passato con una diversa denominazione: non più "classi ponte", così come originariamente indicato nella mozione presentata dal leghista Roberto Cota, ma la nuova denominazione che parla, appunto di "classi di inserimento". E' stato il vice capogruppo vicario del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, a proporre di cambiare il nome all'oggetto per "rendere più evidente l'obiettivo della proposta, ossia l'integrazione degli studenti". Per Piero Fassino si tratta invece di "una regressione
culturale prima ancora che politica", "e non solo produce un principio di discriminazione ma, e questa è la cosa più grave, discrimina tra i bambini e i più piccoli, che è la cosa più abbietta".

Il testo della maggioranza è passato con 256 sì, 246 no e un astenuto. Bocciate le mozioni dell'opposizione. Il testo approvato a Montecitorio impegna il governo a "rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, favorendo il loro ingresso, previo superamento di test e specifiche prove di valutazione". "Favorendo", dunque, e non più "autorizzando" come si leggeva nel testo originario: una modifica sostanziale che sottolinea il valore non selettivo della norma. A chi non supera i suddetti test vengono messe a disposizione le "classi ponte che consentano agli studenti stranieri di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all'ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti".

La mozione impegna inoltre il governo "a non consentire in ogni caso ingressi nelle classi ordinarie oltre il 31 dicembre di ciascun anno, al fine di un razionale ed agevole inserimento degli studenti stranieri nelle nostre scuole". Infine, si prevede "una distribuzione degli studenti stranieri proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe, per favorirne la piena integrazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri", oltre che "nelle classi ponte, l'attuazione di percorsi monodisciplinari e interdisciplinari, attraverso l'elaborazione di un curriculum formativo essenziale, che tenga conto di progetti interculturali, oltre che dell'educazione alla legalità e alla cittadinanza".

martedì 14 ottobre 2008

lunedì 13 ottobre 2008

solidarietà a roberto mancini...

Forse arrivo un pò in ritardo...Non sapevo dell'esistenza del tuo blog, né delle tue vicissitudini. In ogni caso ogni forma di espressione, tanto più quando è davvero libera, deve continuare a esistere. Non smettere.
qui e ...
E ora? Non riesco ad avere info al riguardo...

sabato 11 ottobre 2008

è il culto della velocità, baby...







ubriaco e in un locale gay: pardon, ma mi vien da ridere...

sessismo amerikano

Foto ai polpacci di Sarah. Ora basta: è sessismo"
L'ira dei conservatori: «Con Biden non l'avrebbero fatto. Palin discriminata»
La campagna di McCain accusa l’agenzia d’informazioni Reuters di "sessismo" per aver scattato e messo in rete una foto di Sarah Palin in cui si vedono le sue gambe riprese da dietro con al centro il pubblico di un comizio. "Non avrebbero mai scattato una simile foto di Joe Biden", dicono i repubblicani, letteralmente inferociti per l’accaduto.

La foto ritrae solamente le gambe della governatrice dell’Alaska e a balzare all’occhio sono gli sguardi attoniti di alcuni sostenitori presenti in platea e i tacchi alti di vernice nera indossati dall’aspirante vice. La foto "incriminata" è stata scattata alla governatrice dell’Alaska durante un comizio a Bethlehem, in Pennsylvania, lo scorso otto ottobre. Molti blog americani hanno approfittato della cosa per attivare sondaggi online sull’argomento. Il canale Fox si rivolge al pubblico con un quesito «Fair or unfair – Is this photo sexist?» e cioè: «Leale o no – questa foto è sessista?». Le reazioni dei lettori sono le più disparate.

C’è chi sostiene che non si tratti assolutamente di una foto sessista perché, come dice Susan, «si tratta di una bella immagine che rivela che la Palin oltre ad avere cervello è anche una donna affascinate e certamente attirerà l’attenzione dell’audience»; Ms Burke, al contrario, chiede «uguaglianza in questa campagna» sostenendo che una foto simile non sarebbe mai stata scattata a un uomo. Clyde è realista e sostiene semplicemente che «Sarah è attraente e ha belle gambe. Cosa che di certo Joe Biden non possiede. Sessista? Forse. Di certo è un ottimo strumento di marketing». Non è la prima volta che i repubblicani lanciano accuse di sessismo. Lo scorso settembre Barack Obama lanciò uno degli attacchi più violenti all’indirizzo dei suoi avversari nella corsa per la Casa Bianca sostenendo che le loro promesse di cambiamento erano paragonabili a «voler mettere il rossetto a un maiale». I repubblicani replicarono immediatamente sostenendo che questa dichiarazione era «disgustosa» e «sessista» e che era chiaramente riferita a Sarah Palin.

godo di più a leggere qui...

venerdì 10 ottobre 2008

doppio

perdonami se sto lontano
e cercami vicino

martedì 7 ottobre 2008

beata ignoranza


Passa il maxiemendamento del governo al decreto legge del ministro Gelmini. L'opposizione attacca: "Impedito il confronto, ha deciso tutto Tremonti"

Maestro unico e tagli alla scuola, la Camera approva la fiducia

Entro fine mese il provvedimento deve essere convertito dal Senato. Studenti e sindacati sul piede di guerra: "Ora mobilitazione più intensa"

ROMA - La Camera ha votato la fiducia sul pacchetto Gelmini sulla scuola. Il maxiemendamento al decreto legge è stato approvato con 321 favorevoli, 255 contrari e due astenuti. Domani mattina alle 10.30 inizierà l'esame degli ordini del giorno presentati al provvedimento, mentre il voto finale della Camera sull'intero decreto arriverà giovedì. Il testo passerà quindi al vaglio del Senato, dove dovrà essere convertito in legge entro il 31 ottobre.

Torna il maestro unico. Nel provvedimento sono contenuti i cambiamenti ampiamente annunciati nei giorni scorsi: dal maestro unico al blocco del turn over nei prossimi tre anni per circa 150 mila insegnanti, dal ritorno al grembiule al voto in condotta. Sul maestro unico, uno dei punti più contestati da opposizione e sindacati, il decreto prevede l'abolizione, a partire al prossimo anno, del team di insegnanti alle elementari (ora sono tre per due classi).

Orario di lavoro più lungo. Quanto alle ore del tempo pieno, queste saranno coperte dallo stesso maestro unico, che dovrebbe lavorare un maggior numero di ore. Il decreto prevede che per le ore di insegnamento aggiuntive, rispetto all'orario d'obbligo, si possa attingere per il 2009 dalle casse delle singole scuole.

Accontentata la Lega. Il maxiemendamento modifica invece l'articolo 1 lì dove si prevedeva la nuova disciplina "Cittadinanza e Costituzione", introducendo, per "promuovere la conoscenza del pluralismo istituzionale, definito dalla Carta Costituzionale", iniziative "per lo studio degli statuti regionali delle regioni ad autonomia ordinaria e speciale'', come richiesto dalla Lega Nord.

Le regole per bocciare. Per quanto riguarda le bocciature il testo stabilisce che "nella scuola primaria i docenti con decisione assunta all'unanimità, possono non ammettere l'alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione". Alle medie sarà necessaria "una decisione assunta a maggioranza dal consiglio di classe" e si dovrà tenere conto anche di "disturbi specifici di apprendimento e della disabilità".

I voti in cifre. Tornano anche i voti in decimi per cui al voto insufficiente è stata sostituita la dicitura "al voto inferiore a sei decimi". Voti che saranno usati anche per l'esame finale. Infine il provvedimento interviene sulle edizioni dei libri scolastici che, alle medie e alle superiori, saranno rinnovate (salvo casi particolari) ogni sei anni, e gli specializzandi Ssis, che potranno essere inseriti nelle graduatorie ad esaurimento non più in coda ma nelle posizioni spettanti in base ai titoli.

L'opposizione all'attacco. Il voto di fiducia di Montecitorio è stato preceduto da un duro scontro tra maggioranza e opposizione. "Questa riforma si scrive Gelmini ma si legge Tremonti e il governo ha detto di no a qualsiasi possibilità di interlocuzione sul testo", ha denunciato Silvana Mura dell'Idv rilevando che nel testo "ci sono solo tagli". Un provvedimento, lamenta ancora il movimento di Antonio Di Pietro, che "rottama la scuola e con essa il diritto all'istruzione".

"Un pasticcio contro il futuro". Valutazione identica a quella fatta dal Pd. "Il vero autore del decreto è Tremonti, secondo cui la scuola italiana, sebbene buona, è troppo costosa", ha accusato Maria Coscia. "Dall'opposizione - ha aggiunto - non c'è stato nessun comportamento ostruzionistico ma solo la voglia di confrontarsi sul merito" mentre ora il "pasticcio contenuto nel decreto impedisce di costruire un futuro per il Paese".

Vota contro anche l'Udc. Contro la fiducia ha votato anche l'Udc. "Sono d'accordo sul fatto che la reintroduzione del voto in condotta o del grembiulino non migliorerà la situazione drammatica in cui versa la scuola, ma rimane il fatto che il titolare dell'Istruzione, contrariamente alle sue promesse ne sta cambiando il volto senza avviare prima un dibattito ampio e senza il consenso dei protagonisti del comparto", ha spiegato Luisa Capitanio Santolini, ribadendo che "nessuna urgenza giustifica un decreto sulla scuola blindato dalla fiducia".

La manutenzione della Gelmini. Accuse che non sembrano aver scalfito le certezze della maggioranza. "Più che una riforma, la mia credo sia una manutenzione della scuola, che rimetta al centro la sfida educativa in collaborazione stretta con la famiglia", ha fatto sapere il ministro Mariastella Gelmini ricordando lo "sforzo in atto da parte del governo per riqualificare la spesa" che, nel settore della scuola, si traduce in "un riposizionamento delle risorse".

Studenti in piazza venerdì. Vanificata in Parlamento con il voto di fiducia, l'opposizione al pacchetto Gelmini continua però nelle piazze e nelle scuole. Venerdì prossimo gli studenti della Rete degli studenti medi annunciano una nuova ondata di manifestazioni. "Porre la fiducia sul decreto - sostiene il coordinamento - è l'ennesimo atto dei bulli di governo, che non vogliono nessun dialogo e preferiscono imporsi sempre e comunque con la forza".

La Sapienza mobilitata. In fibrillazione anche l'università: un gruppo di studenti della Sapienza a Roma ha occupato il Rettorato, annunciando una "assemblea d'ateneo, aperta a tutte le componenti, per giovedì 16 ottobre nell'Aula magna".

Sindacati sul piede di guerra. Anche i sindacati intanto si preparano alla protesta: secondo Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, se la fiducia alla camera "è la risposta del governo alla disponibilità al dialogo" espressa dai confederali "allora sarà inevitabile l'intensificarsi della mobilitazione". Mentre per Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola, il maestro unico "non ha nessuna motivazione d'urgenza. E' uno scontro che si poteva evitare. I veri problemi si avranno - prevede - quando si dovrà attuare il meccanismo dei tagli. Andremo ad una mobilitazione forte di tutto il sindacalismo scolastico".
(7 ottobre 2008)

lunedì 6 ottobre 2008

cracchete...

Lo scetticismo sulla capacità dei governi di fronteggiare l'emergenza alimenta i timori che la crisi impatti sull'economia reale

Borse, una caduta mondiale. Piazza Affari -8,24%, Parigi -9

A Milano ben 16 blue chips sospese contemporaneamente. E' stato il maggior calo dall'84, peggio dell'11 settembre
di LUCA PAGNI

MILANO - Lunedì nero, Caporetto, panic selling, profondo rosso, l'11 settembre della finanza. I termini per descrivere quanto sta accadendo sui mercati non bastano più. Bisognerebbe inventarne di nuovi. Difficile raccontare altrimenti quanto accaduto ieri nelle Borse mondiali, in particolare in quelle europee che hanno perso in media il doppio rispetto alle asiatiche e alle prime ore di Wall Street. Perdite che hanno frantumato ogni record precedente: a fine giornata nel Vecchio Continente c'è chi è arrivato ad arretrare di oltre nove punti percentuali.

Maglia nera tra gli indici è stato così il Cac40, che raccoglie le prime società per capitalizzazione della Borsa di Parigi: -9,04% è stato il responso finale. Ma anche le altre piazze non sono distanti: a Piazza Affari, lo S&P's/Mib ha ceduto l'8,24%, a Londra l'Ftse 100 ha chiuso in calo del 7,85%, il Dax a Francoforte del 7,07%, l'Ibex a Madrid del 6,06% e lo Smi di Zurigo del 5,82%.

Complessivamente, si sono volatilizzati quasi 445 miliardi di euro. E soltanto tra i titoli principali. L'indice Dj Stoxx 600, che alla vigilia capitalizzava 6.140 miliardi, ha infatti perso oggi il 7,23%, portandosi ai minimi dal novembre 2004 e registrando il calo più consistente in una singola seduta da un altro storico lunedì nero, quello del 19 ottobre 1987.

L'ondata di vendite senza precedenti ha almeno due motivi principali: la scarsa risposta dei governi centrali alla crisi in atto (il piano Paulson non ha praticamente avuto effetti positivi su Wall Street e i paesi Ue appiano divisi e senza una strategia comune) e il timore che la crisi finanziaria possa intaccare il tessuto industriale.

Per Piazza Affari si è trattato del peggior calo dal 1994: prima di allora, le perdite più consistenti si erano avuto il 28 ottobre del 1997 con l'indice che aveva perso l'8,13%, a seguire la seduta dell'11 settembre 2001 con un calo del 7,42%.

A Milano, i titoli sono stati tutti venduti senza eccezioni di sorta. Nel pomeriggio, ben sedici titoli avevano subito stop per eccesso di ribasso contemporaneamente tra le società a maggiori capitalizzazioni; persino quelle ritenute un investimento rifugio in momento di ribasso, come Eni (-9,66%) o Atlantia (-10,5%).

Le banche sono crollate come nel resto d'Europa. In Italia, Unicredit ha contribuito ad alimentare dubbi e sospetti sugli istituti di credito con il suo piano anticrisi da 6,6 miliardi. A fine seduta, le azioni del gruppo guidato da Alessandro Profumo hanno arginato le perdite al 5,48%, dopo aver esordino in mattinata a -15%. Peggio sono andate le altre banche di primo piano: Banco Popolare (-14,7%), Intesa Sanpaolo (-11,28%), Bpm (-6,2%).

Lo scivolone del prezzo del greggio, finito sotto i 90 dollari, ha fatto precipitare Saipem (-15,2%) ed Eni (-9,6%), ma anche Tenaris (-10,85%). Telecom Italia, arretrando del 10,8%, è scesa sotto la soglia di un euro per la prima volta nella storia della società, dopo la fusione con Olivetti.
( 6 ottobre 2008)