venerdì 18 luglio 2008

nico, la musa dark dei v.u., non c'è più da ventanni


«C'è posto qui per due creature infelici?». Federico Fellini ha sempre avuto l'occhio lungo per le bionde. Quando vide arrivare, in visita nel 1959 sul set de «La Dolce Vita», quella Christa Päffgen che tutti chiamavano Nico, ne restò affascinato e la volle nel suo film. Ventunenne originaria di Colonia, era già comparsa ne «La Tempesta» di Alberto Lattuada e in «For The First Time» di Rudolph Maté. Non proprio quel che si dice interpretazioni memorabili. Fellini però ne fece un simbolo, riuscendo a evidenziarne il lato decadente e crepuscolare prima ancora che, intrapresa la carriera musicale, diventasse la sacerdotessa indiscussa del lato oscuro del rock. A caccia di un passaggio insieme all'amico Marcello (Mastroianni), «C'è posto qui per due creature infelici?», butta lì «Nicolina» in un celebre episodio del film-capolavoro.

Modella, attrice e musicista, Nico è morta a Ibiza vent'anni fa, il 18 luglio 1988, in seguito a una banale caduta in bicicletta. Emorragia celebrale, dicono i referti medici. Tutto ci si poteva aspettare, da una con almeno 15 anni di eroina alle spalle, meno una fine così ordinaria. Per giunta nella stessa isola delle Baleari dove, in un certo senso, era nata la sua leggenda, allorché il fotografo Herbert Tobias l'aveva ribattezza Nico, lei appena 15 enne, in onore del di lui ex compagno e regista Nico Papatakis.

Fu Bob Dylan a presentarla al guru della pop art Andy Warhol. Il quale, dopo averla voluta in alcuni corti realizzati insieme al regista Paul Morrissey, praticamente la impose come cantante ai suoi protetti Velvet Underground. Il primo album della band capitanata dal cantante e chitarrista Lou Reed e dal polistrumentista John Cale, quel «The «Velvet Underground & Nico» con la banana in copertina, vede la voce cavernosa di Nico riempire gli spazi vuoti di «Sunday Morning» e cimentarsi da solista in altri tre classici: «All tomorrow's parties», «I'll be your mirror» e «Femme fatale».

Non è chiaro come mai quella collaborazione durò solo il tempo di un album. «Volevano sbarazzarsi di me perché ricevevo più attenzioni di loro da parte della stampa», ebbe a dire Nico qualche anno dopo. Forse però la ragione principale risiede in quel triangolo amoroso, con invitabile contorno di gelosie, che la vide legarsi prima a Reed e poi a Cale (com'è che fa «Femme fatale»? She's going to break your heart in two…). Nico non era estranea a questo tipo di situazioni. Improntato a un rigoroso turnover, il suo curriculum amoroso era degno di una groupie, includendo stelle del cinema come Alain Delon (da cui ebbe un figlio nel 1962) e leggende del rock come Brian Jones, Jim Morrison, Tim Buckley e Iggy Pop.

Tracce di Reed e, soprattutto, di Cale in veste di produttori, compositori e musicisti si trovano comunque disseminate lungo tutta la carriera solista di Nico. A cominciare dall'lp «The Marble Index» (1968), che segue il timido debutto «Chelsea Girl» (1967), passando per «Desertshore» del 1970 e «The end» del 1974, dove si cimenta in un'oscura cover dell'omonimo pezzo dei Doors. Atmosfere notturne, tessiture vocali cantilenanti e sentimentalismi decadenti intarsiati con l'harmonium che le aveva regalato Cale: gli ingredienti del dark sono tutti qui. «Sono venuta per morire con voi», ha esordito una volta davanti al suo pubblico. Poco importa se i successivi «Drama of exile» e «Camera obscura» non saranno all' altezza del mito. La leggenda gotica era nata e non basta certo una sciocchezza come la morte per cancellarla.

cara democrazia...

"Al G8 la polizia peggio di chi lanciava molotov"
I pm: minacciata la democrazia.
Chiesti 112 anni. La requisitoria:
«Il massacro studiato per coprire
le incompetenze dei giorni prima»
PAOLO COLONNELLO
INVIATO A GENOVA
Il senso di tutto ciò che accadde nella notte del 22 luglio del 2001 nei locali insanguinati della scuola Diaz si racchiude in una frase che il pubblico ministero del processo Enrico Zucca pronuncia al termine della sua requisitoria prima di presentare il conto salato degli anni di reclusione, 112 in tutto: «I fatti che abbiamo illustrato sono così gravi perché minacciano la democrazia più delle molotov lanciate». E i fatti sono quelli che vennero definiti «una macelleria messicana».

Per parlare dei vertici della polizia che sette anni fa guidarono e organizzarono «il massacro» di 93 giovani no global, lo stesso pm ricorre a un’immagine ancora più forte, quella dei tribunali internazionali per i crimini di guerra: «Uno dei criteri usato dalle corti internazionali per stabilire le responsabilità dei generali è la loro posizione sul campo di battaglia». E quella notte le telecamere di tv e operatori privati fissarono senza ombra di dubbio le posizioni dei «generali in campo». Alle 23,59 un filmato mostra il più alto in grado, il dottor Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento anticrimine, mentre «vestito di blu, casco e manganello in mano, distribuisce ordini un minuto prima dell’irruzione nella scuola».

Poi riprendono Giovanni Luperi, il vice del prefetto La Barbera all’Ucigos, attuale capo dell’ex Sisde, mentre traffica con «i reperti» che verranno mostrati alla stampa. Poi si vede l’allora capo della Digos Spartaco Mortola. Quindi il comandante Vincenzo Canterini e poi Michelangelo Fournier, ed ecco Caldarozzi, il vicequestore Pietro Troiani, il finto ferito Massimo Nocera. Ci sono tutti i funzionari che contano nella notte «cilena» di Genova, mentre decine di giovani venivano pestati a sangue e tre di loro venivano ridotti in fin di vita dalla violenza bestiale degli agenti. E tutti si adoperano «per aggiustare» le cose, nell’ambito di un’azione preordinata e studiata a tavolino per coprire «le incompetenze» delle forze dell’ordine emerse durante le manifestazioni dei giorni precedenti. E’ questa la storia agghiacciante che raccontano i pubblici ministeri prima di chiedere pene che vanno dai tre mesi ai cinque anni di reclusione, con una sola assoluzione per i 29 imputati. Il G8 ormai era terminato, c’era stato un morto, Carlo Giuliani, i black block avevano devastato e saccheggiato la città senza che nessuno fosse riuscito a fermarli, cortei pacifici erano stati attaccati trasformandosi in guerriglia. Una debacle che d’innanzi al nuovo governo appena insediatosi (il Berlusconi secondo) andava riscattata con un’azione clamorosa, con l’arresto di qualcuno.

Vennero scelti i giovani che si erano accampati nei saloni della scuola Diaz: quasi tutti stranieri, sarebbero stati i «black block» ideali da mostrare alle telecamere. E’ per questo, dice il pm, «che venne manipolato un corpo di reato importante» come le due false bottiglie molotov, che venne inventata una «finta sassaiola ai danni di una fantomatica pattuglia di polizia», che vennero operati «arresti completamente illegali». «Quella notte - chiosa il pm - vi fu la sospensione della legge». E forse anche qualcosa di più. Ma il magistrato conosce i limiti di un processo come questo, svolto a distanza di sette anni dai fatti e in procinto di essere quasi interamente prescritto e comunque indultato. E conosce i suoi imputati, la loro immagine pubblica di funzionari pluridecorati, fondamentali per la lotta al crimine organizzato. «Vorrei ricordare al tribunale che non è stato facile arrivare a questo punto. Non è stato facile al pubblico ministero indagare...». Quando alle due e mezzo del pomeriggio il pm arriva alla conclusione della sua lunghissima requisitoria, nell’aula bunker del palazzo di giustizia di Genova cala finalmente un silenzio assoluto. Quell’impercettibile sospensione nelle parole dell’accusa, vibra nell’aria fino a raggiungere i cinque ragazzi «superstiti» della Diaz che siedono tra il pubblico stringendosi l’uno all’altro.

E adesso aspettano che l’accusa faccia il suo dovere, che tiri le conclusioni di un processo che li ha visti soffrire. «La notte della Diaz - riprende il pm - la legge fu sospesa e ci fu un comportamento deviante e criminoso della polizia. C’è stata la pericolosa dimostrazione di una violazione delle norme considerate d’impaccio per un’azione efficente di ordine pubblico». Ma il compito dell’accusa non è la vendetta. Così il dottor Zucca riconosce l’equivalenza delle attenuanti (per la personalità degli imputati) con le aggravanti e tira le sue somme. Chiede che per Gratteri e Luperi, accusati di falso ideologico, calunnia e arresto illegale, il tribunale condanni a 4 anni e 6 mesi di reclusione più una sospensione dalle funzioni per la durata della pena; 4 anni e 6 mesi anche per Vincenzo Canterini, il comandante del Settimo reparto Mobile di Roma; 3 anni e sei mesi per Michelangelo Fournier; 4 anni per l’agente Nocera; 5 anni per Troiani, la pena più alta, il funzionario che portò le due molotov false. Fuori dall’aula i cinque ragazzi della Diaz si salutano, si abbracciano. Valeria, che oggi ha 33 anni, dice che «non so valutare se le richieste siano state giuste o sbgliate. Di quella notte non vorrei sentir parlare mai più». A settembre toccherà alle difese.

il delirio...

Nei primi giorni di assenza si applica la decurtazione della retribuzione

Brunetta dichiara guerra ai falsi malati

Circolare del ministero alle pubbliche amministrazioni: «Visita fiscale anche per un solo giorno di malattia»

Renato Brunetta (Ap)
Renato Brunetta (Ap)
ROMA - Giro di vite per limitare le assenze ingiustificate dei dipendenti pubblici. D'ora in poi la visita del medico fiscale «è sempre obbligatoria anche nelle ipotesi di prognosi di un solo giorno». Lo stabilisce una circolare firmata dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, indirizzata a tutte le pubbliche amministrazioni (i punti del documento).

«AGEVOLARE I CONTROLLI» - Nel testo si chiarisce che la richiesta di visita fiscale «è sempre obbligatoria, salvo particolari impedimenti del servizio del personale derivanti da un eccezionale carico di lavoro o urgenze della giornata». Il medico potrà poi presentarsi per il controllo con meno limitazioni di orario. Si ampliano le ore in cui potrà essere effettuata la visita, «al fine di agevolare i controlli». Oltre alla burocrazia, la 'stretta' si occupa anche del portafoglio dei dipendenti. Ad ogni malattia, nei primi giorni di assenza e indipendentemente dalla durata, si applica la decurtazione della retribuzione, anche se non su tutte le voci dello stipendio. Potrà essere tagliata «ogni indennità o emolumento, aventi carattere fisso e continuativo» e «ogni altro trattamento economico accessorio»: indennità accessione che possono essere quantificate attorno al 25-30% della retribuzione, sottolinea il ministero. Non saranno toccati il trattamento economico tabellare iniziale, la tredicesima, l'anzianità e gli eventuali assegni ad personam.

COMPENSI DI PRODUTTIVITÀ - Le assenze per malattia superiori a 10 giorni e, a prescindere dalla durata, alla terza assenza ogni anno, devono essere giustificate con un certificato medico rilasciato da struttura sanitaria pubblica o dai medici convenzionati. La circolare fornisce inoltre indicazioni alle amministrazioni sull'incidenza delle assenze dal servizio ai fini della distribuzione dei fondi per la contrattazione collettiva, ribadendo i principi in materia di premialità e chiarendo che comunque nessun automatismo è consentito nella distribuzione delle somme. In particolare, i compensi di produttività potranno essere percepiti «solo in misura corrispondente alle attività effettivamente svolte e ai risultati conseguiti» e nell'erogazione dei compensi incentivanti «deve essere esclusa ogni forma di automatica determinazione del compenso o di 'erogazione a pioggia'». In pratica, se si fanno assenze non si ha diritto ai premi economici dovuti alla produttività. Inoltre i contratti collettivi dovranno quantificare i permessi retribuiti stabilendo sempre un monte ore massimo, al fine di «impedire distorsioni nell'applicazione delle clausole, evitando che i permessi siano chiesti e fruiti sempre nelle giornate in cui il dipendente dovrebbe recuperare l'orario».

«NORMA INIQUA» - Il capogruppo del Pd della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha immediatamente criticato la circolare di Brunetta che, secondo lui, «colpisce la retribuzione in modo pesante e iniquo». «Agendo sul salario variabile - ha detto Damiano - la misura penalizza in modo differente, a seconda della struttura retributiva, i singoli settori della pubblica amministrazione ed è del tutto in controtendenza con gli annunci del governo di voler valorizzare, anche nel pubblico impiego, forme di retribuzione legate alla produttività». Secondo Damiano ci rimetteranno soprattutto le forze di polizia «che hanno una struttura retributiva caratterizzata da elevata variabilità».

ASSENTEISMO IN CALO - Presentando la misura 'anti-assenteismo', Brunetta ha fatto il punto della situazione, parlando di dati confortanti: l'assenteismo nella pubblica amministrazione, specie per malattia, registra una diminuzione da fine maggio del 20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ha detto il ministro annunciando prima della pausa estiva un rapporto strutturato su questo argomento anche se con dati parziali. Da settembre ci sarà un osservatorio sull'assenteismo che pubblicherà mensilmente dati su «questa nostra azione moralizzatrice», ha detto Brunetta. Il calo del 20%, ha precisato, si registra «da quando è emersa l'opinione che 'cambiare si può', quindi con il decreto 112, le circolari e la cosiddetta operazione trasparenza».