Immobilità aberrante. Sulla Chiesa e la supposta "difesa della vita"
di Ignacio Solares
Proceso1590.jpg[Ignacio Solares è uno dei maggiori scrittori messicani contemporanei, di forte impronta cristiana. Il presente articolo è tratto dal settimanale Proceso n. 1590, 22 aprile 2007. La traduzione è di V.E.]
Per San Tommaso d’Aquino, ogni atto sessuale deve essere atto coniugale, e ogni atto coniugale deve essere atto procreativo. Qualsiasi trasgressione contro i comandamenti sessuali è per lui la lesione di un bene “divino”, poiché nel seme maschile è contenuta tutta la potenzialità della persona umana. Ne consegue che “dopo il peccato di omicidio occupa il secondo posto il peccato di impedire, in qualsiasi maniera, la procreazione” (Summa contra gent., III, 122).
Senza dubbio, il problema più grave che affronta oggi la Chiesa cattolica è che non può cambiare – non può muoversi – di fronte all’infallibilità dei suoi papi (e dei suoi santi, è chiaro) per quanto aberranti siano state le loro pronunce. L’eredità si trasforma in una zavorra fatale per la Chiesa. I papi ereditano tutti i peccati dei loro predecessori – a partire da San Pietro – perché “non possono sbagliare”. Quale altro peccato di superbia potrebbe essere paragonato a questo? Così, per esempio, c’è una linea diretta di pensiero da San Tommaso (metà del secolo XIII) a Paolo VI (metà del secolo XX), che nella sua enciclica contro la pillola afferma che la contraccezione è “tanto condannabile” quanto l’aborto. Con ciò, di un buon numero di aborti deve essere fatto carico ai papi, dato che costoro, nell’equiparare contraccezione e aborto, finiscono con l’asserire la banalità dell’aborto. Se, secondo Paolo VI, la contraccezione ha un peso pari a quello dell’aborto, se ne deve concludere che l’aborto ha tanto poco peso quanto la contraccezione. Può una qualsiasi donna sana di mente equiparare l’atto di abortire con quello di prendere una pillola, o di chiedere a suo marito di mettere un preservativo?
Una sola identica Chiesa, dal Medioevo a oggi. Basta ricordare una famosa udienza generale che tenne Giovanni Paolo II a Roma nel 1980, nella quale parlò dell’adulterio che “si perpetra in umbito coniugale con la propria moglie”, sulla stessa linea dell’agostinismo, tomismo, stoicismo, filonismo – vale a dire, dalla prospettiva dell’ostilità nei confronti del piacere.
Di Sant’Agostino è la dottrina relativa al modo e alla maniera in cui il peccato originale si trasmette ai bambini, vale a dire, a tutti gli uomini. Dice che quando i primi uomini disobbedirono a Dio e mangiarono il frutto proibito, “si vergognarono di se stessi e coprirono le loro parti sessuali con foglie di fico” (Serm., 151, 8). Se non fosse per la tragedia che ne è derivata, questa dottrina dovrebbe indurci alle risa. Perché il peccato originale sarebbe allora una forma di stupro, con tutto ciò che questo comporta. L’unico che si salva è Cristo: “Cristo fu concepito e generato senza piacere carnale alcuno e, per questo motivo, resta libero da ogni macchia proveniente dal peccato originale”.
Però il problema in relazione all’aborto non si limita a questo, poiché secondo Sant’Agostino, a causa del peccato originale, Dio condanna all’inferno i bambini non battezzati, per cui una madre dovrà sempre preferire la vita di suo figlio alla propria, davanti alla semplice possibilità di mandarlo diritto all’inferno. Davanti a una sola e remota possibilità che il figlio possa sopravvivere alla madre per poter essere battezzato, questa deve sacrificarsi per salvare il bambino “dalla morte eterna”. Come si vedrà, il Dio crudele di Sant’Agostino, il persecutore e il giudice spietato dei neonati, di quelli che non ottengono di essere battezzati prima di morire, è anche un persecutore e tormentatore delle madri stesse. Soprattutto se si parte, come fa la Chiesa, dal concetto di “animazione simultanea” – vale a dire, l’animazione dell’embrione nell’ istante stesso del concepimento. Per questo la scomunica si applica all’aborto nello stadio più precoce. La distinzione tra fetus inanimatus – ossia, che l’anima entri nell’embrione fino alle prime otto settimane dal concepimento – e fetus animatus è soppressa nel 1869 da Pio IX e, a partire da quel momento per arrivare a oggi, si parlerà solo di feto.
Nel romanzo Il cardinale, di Henry Morton, un medico sottopone al cardinale un’alternativa terribile: “Se lei non mi dà il permesso di uccidere l’embrione, nulla salverà sua sorella”. Il cardinale “si afferrò alla poltrona e recitò: Gesù, Maria e Giuseppe, aiutatemi a decidere!”. E con l’aiuto di Gesù, Maria e Giuseppe decise per la morte della sorella. Soprattutto, a lei non venne nemmeno chiesto cosa avrebbe preferito.
La morte della madre può essere il prezzo necessario per il battesimo del figlio. Senza il battesimo il bambino sarebbe condannato, poiché per il Padre celeste quel bambino non è così innocente come si potrebbe supporre. Dal suo concepimento, lo stesso Padre lo dichiarò colpevole a causa del peccato originale. In quest’ordine di idee – pienamente maschile – cosa possono importare l’opinione, e persino la vita stessa della donna insignificante che lo metterà al mondo?
Questa è la Chiesa di oggi, impegnata, in virtù della “infallibilità” dei suoi papi, contro la pillola, i preservativi e l’aborto, affannata nella difesa della vita non ancora nata più che nella protezione della vita già esistente. Una lunga storia, che ha trasformato il vero cristianesimo – vale a dire, il luogo privilegiato dell’esperienza personale e intima dell’amore di Dio, e nel quale tutto ciò che concerne la sfera corporale trova espressione naturale, amata dallo stesso Dio – nell’imperio di una casta di (presunti) celibi che domina un’immensa maggioranza di credenti, da essa considerati minori di età o quantomeno ritardati mentali. Con ciò è stata sfigurata l’opera di Colui dal quale i cristiani prendono nome. Per la “sua” Chiesa, un simile Signore è incapace di esprimere misericordia verso gli uomini e il loro corpo, poiché lo hanno trasformato in un Cristo asessuato, ostile al piacere, promotore del dolore e della morte, un poliziotto che vigila sulle stanze da letto e i ventri delle donne. Davanti a questo Gesù, l’essere umano non può sentirsi amato da Dio, bensì impuro e degno di essere condannato.
Nelle sue Memorie intime, Georges Simenon racconta che, nell’imminenza della nascita del suo primo figlio, si recò con sua moglie, in avanzato stato di gravidanza, in una clinica ginecologica dello Stato dell’Arkansas, negli Stati Uniti, dove teneva un corso di letteratura. Nel giungere, videro all’ingresso un piccolo cartello che diceva: “Questo è un ospedale cattolico, per cui la vita del figlio prevarrà sempre sulla vita della madre”. Narra Simenon: “Un sudore freddo ci scese per la schiena. Cercammo subito la porta di uscita in strada e, soprattutto, un ospedale meno cattolico”.
lunedì 14 gennaio 2008
Jorge Nestor Fernandez Troccoli, uruguayano: arrestato a Marina di Camerota
Partecipò all'operazione che sterminò migliaia di oppositori dei regimi latinoamericani
Condor, la vita italiana
clandestina di un torturatore
di CARLO BONINI
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Jorge Nestor Fernandez Troccoli
L'uomo è un cittadino uruguayano con passaporto italiano. Si chiama Jorge Nestor Fernandez Troccoli. E' nato a Montevideo il 20 marzo del 1947. E' uno dei 146 ex militari sudamericani cui oggi la Storia e la giustizia italiana presentano il conto di un orrore contemporaneo chiamato "Condor". La macchina dello sterminio che, tra il 1976 e il 1983, ingoiò in Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, decine di migliaia di oppositori politici (30 mila nella sola Argentina) alle dittature militari del cosiddetto "cono Sud".
Centoquarantasei nomi. Per lo più latitanti. Qualcuno già morto, come Augusto Josè Ramon Ugarte Pinochet e Alfredo Matiauda Stroessner. Qualcuno (pochissimi) già nei penitenziari latinoamericani o statunitensi. Sessantuno argentini. Trentadue uruguayani. Ventidue cileni. Tredici brasiliani. Sette boliviani. Sette paraguaiani. Quattro peruviani. Gli architetti dell'ingranaggio: "Videla Redondo Jorge Rafael, nato a Mercedes il 2 agosto 1925, già residente in avenida Cabildo 639, piano 6, Buenos Aires"; "Massera Emilio Eduardo, nato a Paranà il 19 ottobre 1925, domiciliato in Buenos Aires, avenida Libertador 2423, piso 12"; "Bordaberry Arocena Juan Maria, nato a Montevideo il 17 giugno 1928, ultimo domicilio conosciuto Libertador Lavallejo 1513 Montevideo".... E poi lui, Jorge Nestor Fernandez Troccoli. Uno dei suoi manovali. Ma chi diavolo è poi Jorge Nestor Fernandez Troccoli? E che ci faceva a Marina di Camerota alla vigilia di Natale?
Su 3.500 anime che lo abitano, il comune di Marina di Camerota, provincia di Salerno, di Troccoli ne fa a decine. Un abitante su quattro è nato in Sudamerica da genitori emigrati. Una enclave latinoamericana che affaccia sul Tirreno. Anche l'avvocato Adolfo Scarano fa Troccoli da parte di madre. Conosce Jorge da dodici anni. La notte di Natale ne ha assunto la difesa. Anche lui è nato dall'altra parte dell'Oceano, in Venezuela. E' un professionista garbato, dai modi affabili: "Le dice nulla la storia del "Leone di Caprera"?". Correva l'anno 1880 e in tre si misero in testa l'impossibile. Attraversare l'Atlantico su una goletta di nove metri per consegnare a Giuseppe Garibaldi - il vero "Leone" - l'album con le firme di un'intera generazione di emigrati. I tre erano italiani. Marinai partiti per l'Uruguay e mai tornati. Si chiamavano Vincenzo Fondacaro da Bagnara Calabra, Orlando Grassoni da Ancona, Pietro Troccoli da Marina di Camerota. "Ecco - dice l'avvocato Scarano - Pietro Troccoli è il bisnonno di Jorge". L'impresa riuscì.
Salpato il 3 ottobre 1880 da Montevideo, il "Leone" ormeggiò a Livorno il 9 giugno 1881. Troccoli fu l'unico a resistere alla malaria. A vedersi appuntata sul petto la medaglia d'oro dei Savoia. Il "Leone" fu messo alla fonda nel laghetto di Monza. Troccoli se ne tornò nei cantieri navali di Montevideo e mise al mondo 9 figli. L'Italia, a quanto pare, non attraversò più il cammino della famiglia. Per quasi un secolo. Fino alla notte del 21 dicembre 1977.
Quella sera - documenta la monumentale ordinanza di custodia cautelare cui il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, ha lavorato per dieci anni - a Buenos Aires, in un piccolo appartamento di via Lavalle 1494, Ileana Sara Maria Garcia Ramos de Rossetti, cittadina italiana, e suo marito Edmundo Sabino Rossetti Techeira, italiano come lei e come lei nato a Montevideo, stanno accudendo la piccola Soledad, nata sette mesi prima. Sono studenti lavoratori e militano entrambi nei "Gau" (Gruppi di azione unificata), la resistenza sindacale uruguayana repressa con violenza dalla dittatura militare. Sono riparati in Argentina da un mese perché qui ritengono di poter veder riconosciuta la loro domanda di asilo politico presentata alle Nazioni Unite. Quando bussano alla porta è troppo tardi. Degli uomini armati li picchiano selvaggiamente, li trascinano in strada. Strappano dalle loro mani Soledad (verrà salvata dal portiere dello stabile). Si abbandonano alla devastazione delle poche cose che sono nella casa, dove bivaccheranno nei due giorni successivi, come vuole la prassi della "ratonera", la trappola per topi (attendere l'arrivo di qualche inconsapevole amico per fargli conoscere lo stesso destino).
Ileana ed Emdundo condividono la stessa violenza con Yolanda Iris Casco Ghelpi e suo marito Julio Cesar D'Elia Pallares. Italo-uruguayani come loro. Come loro sindacalisti. Come loro rifugiati a Buenos Aires. In attesa di un bimbo che non vedranno mai, perché dato alla luce in un campo di detenzione e rubato da un alto papavero dei servizi militari. Scompaiono in quegli stessi giorni di vigilia del Natale 1977. Come anche Edgardo Borelli Cattaneo e Raul Gambaro Nunez. Italiani di Montevideo. Sindacalisti dei Gau.
Ileana; Edmundo; Yolanda; Julio; Edgardo; Raul. Nessuno li vedrà mai più. Transitano nel centro di detenzione e tortura di Banfield. Poi, partono per "destinazione sconosciuta".
Nel dicembre del 1977, Jorge Nestor Troccoli ha 30 anni e del bisnonno Pietro ha conservato due sole cose. Il cognome e un'uniforme da marinaio. Perché non lavora in mare, ma a Montevideo, nelle segrete dell'unità SII, l'intelligence del Fusna, i "Fusileros Navales", la marina militare Uruguayana. Ha il grado di tenente e, alla fine del 1977, è il responsabile degli interrogatori condotti da questa unità. Daniel Rey Piuma, all'epoca caporale diciannovenne, ha raccontato di quel buco nero: "Le torture venivano effettuate sia da uomini che da donne. Il mio compito era di prendere le impronte digitali dopo gli interrogatori. I detenuti, uomini e donne, venivano tenuti nudi, incappucciati e legati alla parete da un filo di lana. Periodicamente arrivava un militare e li portava in una stanza speciale. Da quella stanza ho sentito provenire botte, urli, pianti. Ho visto le persone dopo gli interrogatori. Piangevano. Spesso avevano tutte le dita delle mani spezzate". Alla fine degli interrogatori, ciò che separa la vita dalla morte è una sigla che accompagna ciascun nome. "Df" - disposicion final - significa un colpo alla nuca e la sepoltura in qualche fossa comune, coperti da calce viva.
La "destinazione sconosciuta" dei sei di Buenos Aires - Ileana; Edmundo; Yolanda; Julio; Edgardo; Raul - sono le segrete del Fusna. Gli "uffici" di Jorge Nestor Troccoli. Italiano come loro. Il loro destino è "Df". Non sono i soli. Gli accordi che, il 25 novembre del 1975, sono stati stipulati in segreto in Cile tra le allora sette dittature militari del continente (Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Cile, Perù) prevedono il sequestro clandestino, lo scambio, e l'eliminazione di massa di tutti gli oppositori politici, ovunque abbiano trovato rifugio nel continente. Il piano si chiama "Condor". Troccoli ne è uno delle centinaia di interpreti. Quando non è nel buco nero di Montevideo è a Buenos Aires, all'Esma, la scuola meccanica dell'Esercito, altra macelleria clandestina. Altro nodo della rete dell'orrore.
L'avvocato Scarano si accende: "Mi spiega lei cosa poteva fare un giovane tenente? Disobbedire forse agli ordini del governo del suo Paese? Certo, Troccoli comandava quell'unità. Certo, interrogava i detenuti. Ma non ha mai torturato nessuno. E quei sei di origini italiane non sa nemmeno chi siano. A meno che non mi si dica che, come pure Jorge ammette, tenere in piedi dei prigionieri accusati di terrorismo, incappucciati, senza cibo e senza acqua, sia tortura. E' tortura forse?".
Troccoli la chiama "politica di sparizione in accordo con l'ordine dell'esecutivo argentino di annichilire la guerriglia". Ne scrive con piglio dottorale nel 1998, quando in Uruguay una legge di amnistia fa ritenere ai generali di essere ormai al sicuro dal sangue del passato. Lo fa con un piccolo libro, "La Ira de Leviatan". Ossia, "Del método de la furia a la busqueda de la paz". Si è congedato nel '92 con il grado di capitano. Si è sposato con una professoressa di inglese. Ha due figli. Frequenta la facoltà di antropologia dell'università di Montevideo, dove si specializza in scienza del comportamento umano. Nel novembre del 2002, ottiene il passaporto italiano, in memoria del coraggio del bisnonno. Dell'antico sangue di Camerota. In Italia - pensa - tutto è cominciato e tutto può finire. In Uruguay, l'aria è cambiata. La legge di amnistia è di fatto svuotata da nuove norme che dichiarano permanente il reato di sequestro di persona e dunque ne decretano la imprescrittibilità.
Finisce sotto inchiesta e ad ottobre scorso fa le valigie. Un volo Montevideo-Malpensa. Un nuovo passaporto italiano da mostrare alla dogana. Un treno per Marina di Camerota, dove lo attendono vecchi amici. Non sa che la piccola Soledad Rossetti è cresciuta. Che, accompagnata dalla nonna, ha chiesto alla Procura di Roma che le dicano finalmente chi ha visto per l'ultima volta sua madre e suo padre. Chi ha scritto accanto al loro nome: "Df". Disposicion final. Natale 1977. Natale 2007. Ci sono voluti trent'anni. E la risposta forse è arrivata. Quell'uomo ha un nome italiano e stamattina, a Roma, quando un tribunale del riesame deciderà se lasciarlo o meno in carcere, non basterà ricordare il coraggio di un bisnonno che sognava Garibaldi e un mondo migliore.
era tutta la solita strumentalizzazione dei comunisti!
In una nota il Cavaliere ribalta il suo ultimatum sul dialogo
Che oggi dice: "Le due cose non c'entrano nulla l'una con l'altra"
Legge elettorale, Berlusconi ci ripensa
"Non c'entra nulla con la Gentiloni"
ROMA - Retromarcia completa. Dal legare indissolubilmente il dialogo sulla legge elettorale e la riforma del sistema televisivo a dire che l'una "non c'entra niente" con l'altra. Tutto in 24 ore. Il dietrofront di Silvio Berlusconi si completa, oggi, con una nota in cui il presidente di Forza Italia nega di aver "collegato" i due temi "che sono e restano separati e distinti perchè riguardano due piani diversi".
Toni diversi da quelli usati solo ieri. "Non dialogo con chi vuole la legge tv". Ma il centrosinistra replicava a muso duro. "Non ci può essere alcuno scambio fra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e il dialogo sulla legge elettorale" commentava Enrico Franceschini. E in serata arrivava la prima, parziale, correzione di rotta. Affidata al portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti: "Il progetto "anti-Mediaset di Gentiloni resta un obbrobrio giuridico e un'operazione distruttiva, ma nessuno l'ha tirato né lo tirerà in ballo in questo tentativo di dare al Paese un sistema di voto condiviso".
Oggi, infine, la conslusione del ribaltone. "Sulla Gentiloni ho risposto ad una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre affermato: l'impossibilità di una futura collaborazione con un governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia" dichiara Berlusconi. E tutto torna al punto di partenza.
Che oggi dice: "Le due cose non c'entrano nulla l'una con l'altra"
Legge elettorale, Berlusconi ci ripensa
"Non c'entra nulla con la Gentiloni"
ROMA - Retromarcia completa. Dal legare indissolubilmente il dialogo sulla legge elettorale e la riforma del sistema televisivo a dire che l'una "non c'entra niente" con l'altra. Tutto in 24 ore. Il dietrofront di Silvio Berlusconi si completa, oggi, con una nota in cui il presidente di Forza Italia nega di aver "collegato" i due temi "che sono e restano separati e distinti perchè riguardano due piani diversi".
Toni diversi da quelli usati solo ieri. "Non dialogo con chi vuole la legge tv". Ma il centrosinistra replicava a muso duro. "Non ci può essere alcuno scambio fra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e il dialogo sulla legge elettorale" commentava Enrico Franceschini. E in serata arrivava la prima, parziale, correzione di rotta. Affidata al portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti: "Il progetto "anti-Mediaset di Gentiloni resta un obbrobrio giuridico e un'operazione distruttiva, ma nessuno l'ha tirato né lo tirerà in ballo in questo tentativo di dare al Paese un sistema di voto condiviso".
Oggi, infine, la conslusione del ribaltone. "Sulla Gentiloni ho risposto ad una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre affermato: l'impossibilità di una futura collaborazione con un governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia" dichiara Berlusconi. E tutto torna al punto di partenza.
paura eh?

Il Cavaliere chiude a qualsiasi possibilità di allargare la discussione al ddl Gentiloni
Poi boccia il modello tedesco: "Sarebbe un ritorno indietro al passato"
Riforma elettorale, stop di Berlusconi
"Non dialogo con chi vuole la legge tv"
Pdci: "Visione 'commerciale' della politica. Subito la legge sul conflitto di interessi"
Franceschini: "Nessuno scambio con le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese"
Massima apertura al confronto sulla legge elettorale, chiusura netta se il campo viene esteso anche a provvedimenti come il ddl Gentiloni sul riassetto del sistema radiotv. Silvio Berlusconi detta le condizioni per le riforme. "Non potremmo trattare con forze politiche che mettessero in atto una decisione criminale come il disegno Gentiloni. Non ci sarebbe alcuna possibilità di dialogo". E se An parla di "intervento positivo" e Gianfranco Fini ritiene "opportuno approfondire la questione", frena la sinistra estrema: "No ad accordi con chi ha una visione 'commerciale' della politica - dice il Pdci - subito la legge sul conflitto di interessi". Dello stesso tenore il vicesegretario del Pd Enrico Franceschini: "Non ci può essere alcuno scambio fra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e il dialogo sulla legge elettorale". Ridimensiona, in serata, il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti: il progetto "anti-Mediaset" di Gentiloni "resta un obbrobrio giuridico e un'operazione distruttiva, ma nessuno l'ha tirato né lo tirerà in ballo in questo tentativo di dare al Paese un sistema di voto condiviso".
"Il governo andrà avanti sul ddl Gentiloni". Lo dice lo stesso ministro delle Comunicazioni, che al Tg3 ribadisce che "bisogna andare avanti anche sulla riforma della legge elettorale, tenendo ben distinte le due cose", sottolinea che il ddl in discussione "porterà più pluralismo" e ribadisce: "E' bene che i due piani restino distiniti: se si pensa a scambi sottobanco, si fa un grave errore".
Berlusconi: "Eliminare frazionamento". La proposta sulla legge elettorale, osserva il leader di Fi, "deve eliminare il frazionamento che rende impossibile governare, espone i grandi partiti ai ricatti delle ali estreme e ci rende ridicoli agli occhi del mondo". Per questo "il sistema tedesco non va bene, sarebbe un ritorno al passato che sottrae ai cittadini la possibilità di scegliere premier e governo". La governabilità "è cosa necessaria, il 5% di sbarramento è il minimo".
Ideale il modello francese. Berlusconi ribadisce: il "porcellum" di Calderoli, ritoccato, andrebbe benissimo, mentre a questo punto il traguardo ideale resta il modello francese. "Sono d'accordo con Veltroni, ha dato buoni risultati. Per fare in Italia quello che Sarkozy ha fatto in Francia in poco tempo servirebbero 2-3 anni. Ci vuole un solo turno, una sola scheda, un solo voto. Speriamo si trovi l'accordo".
"Dialogo con centrosinistra, la legge, poi al voto". Per Berlusconi le "difficoltà" della situazione italiana rendono "assolutamente" necessario il dialogo col centrosinistra. "Noi lo stiamo facendo - insiste - dopo la legge bisognerà andare al voto per dare un governo condiviso dalla maggioranza del Paese. E' assurdo che un esecutivo con il 17-21% dei consensi continui a governare".
Fini: "Intervento positivo". "Intervento doppiamente positivo" per Fini, "per la sua contrarietà al sistema elettorale tedesco e il ribadito sì al sistema francese, da sempre scelta privilegiata di An. Poiché nella bozza Bianco il diavolo è nei dettagli - aggiunge - che tanto dettagli non sono, è comunque opportuno approfondire la questione della legge elettorale. Per quanto riguarda An, è doveroso farlo in uno spirito di salvaguardia del bipolarismo e dell'unità della coalizione di centrodestra".
Franceschini: "Niente scambi". Il vicesegretario del Pd parla chiaro: "Non può esserci alcuno scambio tra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese", tra cui la Gentiloni, "e il dialogo sulla legge elettorale". Ricorda "l'esigenza di mantenere due piani distinti, quello delle riforme e delle regole, sul quale servono dialogo e intesa con l'opposizione, e quello dell'azione di governo, su cui sarebbero proseguiti il confronto e lo scontro tra maggioranza e opposizione. Per questo continueremo, mentre dialoghiamo sulle regole, a impegnarci per attuare il programma di governo che, com'è noto, prevede la riforma Gentiloni".
Pdci: "Subito legge conflitto interessi". Il capogruppo Pdci alla Camera, Pino Sgobio, invoca una "risposta con fatti concreti" alle parole di Berlusconi, "non con accordicchi di basso profilo o inciuci". E sottolinea la necessità di "fare subito ciò che si è promesso agli elettori: il conflitto di interessi, punto fondamentale del programma dell'Unione, non attuarlo sarebbe tradire un impegno solenne".
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