martedì 19 agosto 2008

georgia...

Georgia, la libertà made in Usa
T. Di Francesco
M. Dinucci
«La Georgia è oggi un faro di libertà per questa regione e il mondo», diceva il presidente George Bush in visita a Tbilisi nel maggio 2005. A cosa si deve un tale riconoscimento della Casa bianca? Al fatto che questo piccolo paese di 4 milioni di abitanti è divenuto un avamposto della penetrazione Usa nell'Asia centrale ex sovietica: area di enorme importanza sia per le riserve di petrolio e gas naturale del Caspio, sia per la posizione geostrategica tra Russia, Cina e India.
E' il petrolio del Caspio che alimenta il «faro di libertà» della Georgia. Da qui passa l'oleodotto che collega il porto azero di Baku, sul Caspio, al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo: un «corridoio energetico» promosso nel 1999 dall'amministrazione Clinton e aperto nel 2005, lungo un tracciato di 1.800 km che aggira la Russia a sud. Per proteggere l'oleodotto, realizzato da un consorzio internazionale guidato dalla britannica Bp, il Pentagono addestra forze georgiane di «risposta rapida». Dal 1997 infatti il «faro di libertà» della Georgia è alimentato da Washington anche con un flusso crescente di aiuti militari. Con il «Georgia Train and Equip Program», iniziato nel 2002, il Pentagono ha trasformato le forze armate georgiane in un esercito al proprio comando. Per meglio addestrarlo, un contingente di 2mila uomini delle forze speciali georgiane è stato inviato a combattere in Iraq e un altro in Afghanistan. Secondo fonti del Pentagono citate dal New York Times (9 agosto), vi sono in Georgia oltre 2.000 cittadini Usa, tra cui circa 130 istruttori militari. Il mese scorso è iniziata in Georgia la «Immediate Response» 2008, esercitazione militare cui partecipano truppe di Stati uniti, Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Armenia. Per l'esercitazione, diretta dal Pentagono, sono arrivati in Georgia circa 1.000 soldati Usa appartenenti alle truppe aviotrasportate Setaf, ai marines e alla guardia nazionale dello stato Usa della Georgia. Sono stati dislocati nella base di Vaziani, a meno di 100 km dal confine con la Russia. Immaginiamo cosa accadrebbe se la Russia dislocasse proprie truppe in Messico a ridosso del territorio statunitense.
Allo stesso tempo il «faro di libertà» della Georgia è stato alimentato con la «rivoluzione delle rose» che, pianificata e coordinata da Washington, ha portato nel 2003 alla caduta del presidente Eduard Shevardnadze. Secondo il Wall Street Journal (24 novembre 2003), l'operazione fu condotta da fondazioni statunitensi formalmente non-governative, in realtà finanziate e dirette dal governo Usa, che «allevarono una classe di giovani intellettuali, capaci di parlare inglese, affamati di riforme filo-occidentali». Sul piano militare, economico e politico, la Georgia è controllata dal governo statunitense. Ciò significa che l'attacco contro l'Ossezia del sud è stato programmato non a Tbilisi ma a Washington. Gli scopi? Mettere in difficoltà la Russia, vista a Washington con crescente ostilità anche per il suo riavvicinamento alla Cina. Rafforzare la presenza Usa nell'Asia centrale. Creare in Europa un altro focolaio di tensione che giustifichi l'ulteriore espansione della presenza militare statunitense, di cui lo Scudo antimissile è un elemento chiave, e l'allargamento della Nato verso est (tra poco dovrebbe entrare nell'Alleanza, sotto comando Usa, proprio la Georgia). Ciò Washington teme, e cerca di evitare, è un'Europa che, unendosi e acquistando ulteriore forza economica, possa un giorno rendersi indipendente dalla politica statunitense. Da qui la politica del divide et impera, che sta riportando l'Europa in un clima da guerra fredda. Da qui anche i i due pesi e due misure: mentre rivendica, riconosce e difende l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia in spregio al rispetto dei confini internazionali - pensate se Belgrado avesse attaccato in armi Pristina a febbraio subito dopo la sua proclamazione unilaterale d'indipendenza -, Washington nega quella dell'Ossezia del sud, ribadendo «il sostegno della comunità internazionale alla sovranità e integrità territoriale della Georgia».

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la censura del business(continua)

Chi va sul motore per file audio-video (anche illegali) chiuso dalla magistratura ora viene individuato. Anche se è un curioso

Pirate Bay, "i discografici schedano chi va sul sito oscurato dall'Italia"

Esposto al Garante per la protezione dei dati personali. La Fimi ribadisce: " E' fuori dal mondo questa difesa dei ladri"
di ALESSANDRO LONGO

LA PRIVACY di milioni di italiani, utenti di Pirate Bay o semplici curiosi, potrebbe essere minacciata: è l'allarme che si leva in queste ore da tanti blog e che è già arrivato al Garante per la protezione dei dati personali. Si ingigantisce così il caso del sequestro preventivo adottato in Italia contro Pirate Bay, un motore di ricerca per ritracciare musica, giochi e film, anche illegali. Tutto è nato da una scoperta fatta in contemporanea da Peter Sunde (uno dei gestori di Pirate Bay, il quale è ora indagato dalla Guardia di Finanza di Bergamo) e dal blogger Matteo Flora: i tentativi di connettersi a Pirate Bay sono inoltrati, da alcuni operatori, verso un indirizzo ip particolare, 217.144.82.26/pb, che fa capo a www.pro-music.org. È un sito gestito da Ifpi, associazione dell'industria discografica nel mondo.

È cosa inusuale: al solito, in casi come questo, gli utenti sono re-indirizzati a una pagina della Guardia di Finanza ospitata sui server del loro operatori. È scattato così il sospetto, sul web: di fatto ora i discografici possono sapere chi ha tentato di accedere a Pirate Bay. E quindi, in teoria, possono raccogliere gli indirizzi ip degli utenti, schedarli, e tenerne conto per future possibili azioni legali. Non sarebbe nemmeno la prima volta: una grande incetta di indirizzi ip fu fatta mesi fa, a danno di centinaia di migliaia di italiani, da alcune aziende discografiche, poi bloccate dal nostro Garante della Privacy. Secondo il quale equivaleva a "spiare gli utenti", ne ledeva il diritto alla privacy, ed era vietato. Solo le autorità potevano fare una cosa del genere e solo su ordine della magistratura. Dinanzi a questo ultimo sviluppo, l'Authority per la tutela dei dati personali fa sapere "che la segnalazione è appena arrivata e il Garante assumerà tempestivamente tutte le informazioni necessarie per verificare quanto accaduto".

Il caso Pirate Bay sembra simile a quello della Peppermint - e se così fosse significherebbe che i discografici non hanno perso la voglia di "spiare" gli utenti. Nel provvedimento (ora pubblico) del giudice di Bergamo, che chiede il sequestro di Pirate Bay, non c'è traccia infatti dell'ordine di indirizzare il traffico verso un sito dell'industria discografica. "Non mi stupirebbe se l'iniziativa fosse partita della Guardia di Finanza, che potrebbe aver chiesto ai provider di fare così. Forse ispirata dai discografici. Telecom Italia e 3 Italia hanno ubbidito, altri provider si sono rifiutati", dice Andrea Monti, avvocato tra i massimi esperti di diritto d'autore in Internet e fondatore dell'associazione Alcei, che ha segnalato la cosa al Garante della Privacy.

Nella segnalazione, Monti domanda al Garante se "sia conforme alla normativa sul trattamento dei dati personali: A) sequestrare una risorsa di rete imponendo a soggetti terzi - gli internet provider - di impedirvi l'accesso, considerato che nel codice di procedura penale non sembra rinvenirsi traccia di una norma che consenta di attuare il sequestro preventivo nei modi stabiliti dall'ordinanza del Gip di cui sopra, traducendosi tale modalità in una illegittima estensione del provvedimento a soggetti estranei al procedimento. B) Consentire che il filtraggio degli accessi a un dominio - quale che sia - possa essere eseguito dirottando gli accessi in questione verso una risorsa di rete al di fuori della giurisdizione italiana, gestita da soggetti privati con uno specifico interesse economico nel procedimento penale, consentendo a questo soggetto di "andare a pesca" di dati di traffico che potranno poi essere utilizzati nei modi più disparati".

I discografici, dal canto loro, non arretrano d'un passo: "Ci sembra fuori dal mondo questa difesa dei ladri", dice Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell'industria musicale italiana). "Il sequestro di siti è normale in tutto il mondo. Proprio nei giorni scorsi in Francia c'è stata una decisione identica, di un giudice, contro un sito razzista".

Intanto si organizza la contro offensiva: si diffondono guide per aggirare il blocco di Pirate Bay (e con alcuni provider basta semplicemente digitare nel browser un indirizzo ip alternativo, 83.140.33.40). I gestori di Pirate Bay, inoltre, stanno preparando il ricorso contro la decisione del giudice.

persino a pechino sono incazzati...