venerdì 30 novembre 2007

windows (s)vista

Non decollano le vendite del nuovo sistema operativo: gli utenti continuano a preferire Xp
Il rilascio delle Service Pack, previsto per il 2008, potrebbe trasformarsi in un boomerang

Windows Vista ancora nei guai
e gli aggiornamenti non lo salvano

Negli Usa gli utenti infuriati minacciano una class action miliardaria
Windows Vista ancora nei guai
e gli aggiornamenti non lo salvano
Non bastavano l'accoglienza tiepida dei clienti e l'ostruzionismo dei produttori di computer, che si ostinano a installare vecchi sistemi operativi sui nuovi pc. Ora la stessa Microsoft sembra mettere i bastoni tra le ruote di Vista, la nuova edizione di Windows lanciata in pompa magna un anno fa.

I laboratori di Redmond stanno sviluppando la prima Service Pack di Vista, un robusto aggiornamento pensato per rimediare a uno dei principali difetti del sistema operativo: la velocità. Ma i primi test sul prodotto, condotti da riviste specializzate e collaudatori indipendenti, mostrano modesti miglioramenti nelle prestazioni, nell'ordine del 2 per cento. Ma non è tutto: ben altri risultati si ottengono su un aggiornamento simile studiato, piuttosto in sordina, per Windows XP, il vecchio sistema operativo destinato a sparire in favore di Vista e che invece non ne vuole sapere di andare in pensione. Insomma, una volta installati gli aggiornamenti (che dovrebbero essere rilasciati nel corso del 2008), il vecchio XP rischia di diventare un sistema operativo, non solo più affidabile, ma anche più veloce del nuovo e scintillante Vista.

I dati sono abbastanza impietosi: un'azienda americana, la Devil Mountain Software, ha somministrato a Windows Vista SP1 e a Windows XP SP3 lo stesso benchmarck, un pacchetto di test studiati per verificare le prestazioni di un computer. E' il caso di sottolineare che le prove sono state condotte su un portatile di ultima generazione con architettura dual core, teoricamente l'ambiente ideale per Vista. Ebbene, il sistema operativo più recente ha completato la prova in 80 secondi, contro i 35 del suo predecessore.

Da Microsoft si affrettano a precisare che quelle sottoposte a test sono versioni "beta" delle Service Pack, ovvero prodotti ancora in fase di sviluppo le cui caratteristiche non necessariamente corrisponderanno a quelle della versione definitiva. "Quando i laboratori danno evidenza al mercato di test effettuati su
software che non sono ancora stati completati, offrono un disservizio ai nostri clienti, non fornendo loro una visione chiara e completa di quella che sarà l'esperienza di utilizzo con il prodotto finale", afferma Fabrizio Albergati, Direttore Divisione Windows Client Microsoft Italia. Nondimeno, a Redmond devono cominciare a fare seriamente i conti con il fatto che l'entusiasmo nei confronti di Vista non è stato quello atteso. Secondo una recente ricerca, soltanto il 13 per cento delle imprese è passato al nuovo sistema operativo a un anno dal suo lancio: "Evidentemente, il mondo non era ancora pronto", ha dovuto ammettere in una recente conferenza Mike Sievert, vicepresidente di Microsoft.

E proprio da questa considerazione potrebbe giungere un'ultima pesante tegola per Bill Gates e soci: ad alcuni mesi dal lancio, Microsoft iniziò a far applicare su alcuni nuovi modelli di computer l'etichetta "Vista capable", per indicare che il pc in questione aveva le carte in regola per usare il nuovo sistema operativo. Alcuni clienti che, in forza di quell'indicazione, passarono da XP a Vista, si lamentano di aver scoperto solo a cose fatte che il loro computer supportava solo la versione base di Vista, quella priva delle caratteristiche più interessanti. Gli avvocati degli utenti infuriati ora chiedono che la causa conquisti lo status di class action. Se questa richiesta venisse accettata, incorporando in un unico procedimento tutte le eventuali richieste di risarcimento provenienti da cittadini americani, per Microsoft potrebbe aprirsi un nuovo incubo giudiziario dopo quello appena concluso con la Commissione europea.

si sono parlati...










commenti?

annapolis

Appuntamento pericoloso
Zvi Schuldiner

Decine di alti dignitari sono arrivati negli Stati uniti per partecipare al teatro organizzato dal presidente Bush, per quella che fino a qualche settimana fa era una «conferenza di pace» Israele-Palestina e che adesso è solo «un incontro». Un incontro, realizzato con il pretesto della pace ma che potrebbe costituire la base per future guerre. Annapolis aumenta infatti il pericolo di un attacco all'Iran All'«incontro» sono presenti non soltanto israeliani e palestinesi ma anche la Lega Araba, inviati della maggior parte dei paesi arabi e all'ultimo momento anche un sottosegretario agli esteri della Siria, grazie a una diversa formulazione dell'invito. Europa, Russia, India, Brasile e Cina daranno tutti altro lustro a un momento pieno di incognite. Già oggi molti ritengono che il principale obiettivo della conferenza non sia un contributo alla pace israelo-palestinese. Nel migliore dei casi si prepara una dichiarazione congiunta dell'ultimo minuto, che non sarà altro che un inutile ritorno a alcuni luoghi comuni. Nessuno discute l'idea della «pace» e la maggioranza accetta l'idea di «due popoli, due stati», ma questa supposta pace passa per due partner incapaci di arrivare ai contenuti di un accordo autentico. Il governo israeliano, al riparo della politica estera americana, insiste nei suoi sforzi per frammentare la società palestinese. Per cecità e corruzione, alcuni leader palestinesi ritengono che un intervento militare di Israele potrebbe distruggere Hamas e permettere alla nomenclatura di Fatah il ritorno alle dolcezze del potere. La massiccia presenza dei paesi arabi potrebbe essere il raggio di luce che indica a Hamas una posizione più flessibile, ma questo non sembra preoccupare Abu Mazen e i suoi, a cui il recupero del potere sta a cuore più che gli interessi dei palestinesi. In Palestina Hamas denuncia la svendita che Abu Mazen sarebbe sul punto di fare, in Israele la destra accusa il governo Olmert di tradimento. Entrambi reagiscono pavlovianamente a qualsiasi iniziativa di pace. Senza capire che da Annapolis non uscirà che qualche fuoco d'artificio, qualche vacua dichiarazione senza valore. Il presidente Bush gioca la cosa come un trionfo diplomatico, su due fronti. Da un lato la sua immagine negli Usa si è seriamente deteriorata, evaporano i miti che hanno portato alla guerra e gli americani cominciano a capire quale disastro era contenuto nella sua politica. Dall'altro lato gli ultrà americani vedono nella conferenza una possibilità per proseguire i propri piani criminali. Il cui prossimo passo è un attacco contro l'Iran, realizzato direttamente oppure dando via libera al governo israeliano. I generali americani sono contrari, ma i generali erano contrari anche a usare l'atomica per mandare un segnale a Stalin. Annapolis permette a Bush, Cheney e soci di raggruppare i paesi arabi «moderati», rafforzare alcuni di quei regimi minacciati dal fondamentalismo e costruire un'alleanza che renda possibile un attacco all'Iran, l'ultimo e demenziale passo degli «ultra-con». Se non ci saranno ostacoli, una guerra lunga e sanguinosa travolgerà la regione. L'«incontro» inizia con il pretesto della pace israelo-palestinese, ma la pace è molto lontana. E la disillusione darà nuove ragioni per un'esplosione nei Territori, nei quali tre milioni di palestinesi continuano a pagare il duro prezzo dell'occupazione.

LEGGI QUI SOTTO...

Palestina quale futuro? – La fine della soluzione dei due-stati
coordinato da Jamil Hilal, Jaca Book, 2007, 304 pagine, euro 22

UN SAGGIO DA COMPRARE, DA REGALARE E …..DA LEGGERE!

Palestina dal collasso di Oslo alla speranza dello stato unico di Jamil Hilal, il manifesto 2007 07 19
“Comunque, i palestinesi si sono resi conto che Oslo era una imboscata di Israele e Usa tesa a ostacolare le aspirazioni palestinesi all'indipendenza nazionale e alla libertà. Israele, sostiene la stragrande maggioranza dei palestinesi, non ha mai inteso porre fine all'occupazione della Cisgiordania e della striscia di Gaza, smantellare gli insediamenti, accettare l'istituzione di uno stato palestinese indipendente e realizzabile con Gerusalemme est capitale, e non ha mai pensato di riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, come stabilito dalle risoluzioni delle Nazioni unite. Questo è reso evidente dalla continuazione della costruzione e dell'ampliamento delle colonie dopo gli accordi di Oslo, la costruzione di strade bypass, in stile apartheid (solo per israeliani), che collegano le colonie alle città e villaggi all'interno della linea verde, il mai terminato processo di ebraizzazione di Gerusalemme est e il suo isolamento dalla Cisgiordania.”
Tempo scaduto di Ilan Pappe, Seconda conferenza annuale a Bil’in, 18 aprile 2007

“ Giunti al 40° anno di occupazione e al 60° anno dalla Nakba, dobbiamo dire che il tempo è scaduto Stiamo ancora parlando di soluzione due-stati mentre dovremmo parlare di soluzione uno-stato. Stiamo ancora parlando della possibilità che i rifugiati rinuncino al loro diritto al ritorno, mentre noi dovremmo insistere che i rifugiati dovrebbero avere il diritto al ritorno. E stiamo ancora parlando di accordi parziali mentre dovremmo parlare di una soluzione globale della questione palestinese.”

E’ tempo per l’alternativa di uno stato laico e democratico di Omar Barghouti, Italia, ottobre 2007

“Che liberazione! La soluzione due-stati per il conflitto israelo-palestinese è finalmente morta. Ma qualcuno deve emettere un certificato ufficiale prima che al cadavere putrefatto venga data una degna sepoltura e prima che noi tutti possiamo andare avanti e esaminare l’alternativa più giusta, più morale - e perciò più duratura - per una pacifica coesistenza fra Ebrei e Arabi nel Mandato di Palestina: la soluzione di uno stato laico e democratico.”

Ma è ancora possibile uno Stato palestinese? di Danilo Zolo, Il manifesto, 7 dicembre 2006

“L'idea che oggi sia ancora possibile la formazione di uno Stato palestinese - sostiene llan Pappe - è patetica illusione o crudele impostura.”

Palestina quale futuro? – La fine della soluzione dei due-stati

coordinato da Jamil Hilal, Jaca Book, 2007, 304 pagine, euro 22

Indice

Introduzione all’edizione italiana, JAMIL HILAL

Palestina: l’ultima questione coloniale, JAMIL HILAL

Il sionismo e la soluzione dei due-stati, ILAN PAPPÉ

Israele e il 'pericolo demografico', AS'AD GHANEM

Il paradosso dell’autodeterminazione palestinese, NILS A. BUTENSCHǾN

L’amministrazione Bush e la soluzione due-stati, HUSAM A. MOHAMAD

L’economia di una Palestina indipendente, SUFYAN ALISSA

La trasformazione dell’ambiente palestinese, JAD ISAAC AND OWEN POWELL

Hamas: dall’opposizione al governo, ZIAD ABU-AMR

Hamas e lo stato palestinese, ARE KNUDSEN AND BASEM EZBIDI

Alla ricerca di una soluzione, SHARIF S. ELMUSA

La giustizia è la via per una soluzione, KARMA NABULSI

PALESTINA QUALE FUTURO? La fine della soluzione dei due Stati

(dal retro di copertina)

Questa raccolta di saggi presenta in modo aggiornato e articolato l'attuale situazione del conflitto israelo-palestinese nella più ampia prospettiva della scena mediorientale e internazionale.

Emerge con forza da queste pagine l'impraticabilità della cosiddetta soluzione dei due Stati, che comporterebbe la concreta costituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano su di un territorio dotato di una minima coesione e con un livello accettabile di accesso alle risorse per i suoi abitanti. Alla luce dell'attuale estrema frammentazione della Cisgiordania, aggravata dalla progressiva costruzione del Muro di separazione, tale soluzione si rivela semplicemente impraticabile di fronte a un' élite politico-militare israeliana che prosegue implacabilmente nella trasformazione dei territori palestinesi in entità territoriali satellite, circondate dallo Stato di Israele e da esso completamente dipendenti sotto ogni profilo. Lo studio della politica militare e demografica di Israele si affianca qui all'analisi della scena politica palestinese e del drammatico confronto tra Hamas e Fatah.

Sullo sfondo, paradossalmente meno utopico della soluzione dei due Stati, resta lo scenario di un unico Stato democratico e pluralista capace di ospitare tutti e di difendere i diritti di tutti. Un «sogno» più realistico di qualsiasi opzione oggi presente nell'agenda dei capi di Stato.

ISM- Italia

info@ism-italia.it

www.ism-italia.it under construction


ISM-Italia è il gruppo di supporto italiano dell’ISM.

L’International Solidarity Movement (ISM www.palsolidarity.org) è un movimento palestinese impegnato a resistere all’occupazione israeliana usando i metodi e i principi dell’azione-diretta non violenta. Fondato da un piccolo gruppo di attivisti nel 2001, ISM ha l’obiettivo di sostenere e rafforzare la resistenza popolare assicurando al popolo palestinese la protezione internazionale e una voce con la quale resistere in modo nonviolento alla schiacciante forza militare israeliana di occupazione.

pd: da lavoratori a consumatori

Aspettando la Befana
Loris Campetti

Eravamo stati ottimisti al manifesto, denunciando la perdita di ogni connotato di sinistra da parte del nascente Partito democratico che si colloca, come recita il suo programma, in una posizione equidistante tra capitale e lavoro. Dovevamo capirlo proprio leggendo il programma del Pd, in cui i lavoratori vengono sostituiti dai consumatori: l'azionista di riferimento del nuovo che avanza è l'impresa, il capitale. Così si spiega la irricevibile conclusione del tormentone welfare, dettata direttamente dalla Confindustria. Prendiamocela pure con Dini e il suo manipolo di senatori che per il governo a centralità Pd contano più dei 150 parlamentari della sinistra, ma chi muove i fili che animano il rospo, se non Luca Cordero di Montezemolo?
Il faticoso lavoro della commissione lavoro della Camera per costruire mediazioni difficili tra spinte divergenti, è stato rottamato dall'ala che comanda nel governo. Per salvare, o per dannare se stesso? Il testo su cui Prodi impone la fiducia è praticamente lo stesso sottoposto al voto dei lavoratori, quello sottoscritto dalle parti sociali ma contestato da settori della Cgil, dalla Fiom, dai sindacati di base e bocciato nelle più importanti fabbriche italiane.
Le forze a sinistra del Pd si erano impegnate a svolgere un confronto serrato in parlamento, avevano strappato qualche miglioramento al testo per i lavoratori «usurati», aumentandone la platea, e per i giovani precarizzati, ponendo un tetto alla possibilità infinita di rinnovo dei contratti a termine. Tutto spazzato via. Anche le richieste e le residue speranze delle centinaia di migliaia di persone che il 20 ottobre avevano manifestato a Roma per chiedere un'inversione di tendenza sulla precarietà sono state spazzate via. Uomini e donne che offrivano allo zoppicante Prodi una sponda, una via d'uscita, hanno perso su tutti i fronti. E con loro, però, hanno perso le forze politiche che alla riuscita della manifestazione contro la precarietà avevano contribuito. Rifondazione innanzitutto, e il Pdci, ma anche Sd e Verdi rischiano di perdere, insieme alla battaglia contro la precarietà, la loro base sociale. Ma il governo è un mezzo, o un fine? Il Prc rinvia la verifica a gennaio: ma le cose per la sinistra andranno meglio, dopo la Befana? E ancora: è peggio restare senza ministro, viceministra e sottosegretari, o senza base sociale?
Tutti, in Italia, denunciano il livello miserabile dei salari dei lavoratori dipendenti, dagli economisti liberisti a Padoa Schioppa. Lo denuncia anche l'Ue: nel Belpaese si lavora di più e si guadagna di meno che nel resto d'Europa. Però, milioni di lavoratori restano senza soldi e senza contratti, mentre infuria l'offensiva padronale per cancellare quelli nazionali e legare gli aumenti agli utili aziendali. Tutti in Italia denunciano gli effetti devastanti della precarietà, ma quando si tratta di votare, la maggioranza eletta per porvi un argine si fa incantare dalle sirene confindustriali e dai ruggiti dei rospi, fino a confondersi con il suo teorico antagonista, il governo Berlusconi.
Un altro regalo alla odiata antipolitica.

è tutta colpa dei rom

Ahmetovic, il rom testimonial. Scandalo per un «bluff» di provincia
Pubblicità Travolse quattro giovani, oggi pubblicizza jeans. Lui nega e Mastella indaga
Cinzia Gubbini

Un vero bluff, pure piuttosto squallido, su cui non conviene sbizzarrirsi in commenti circa i limiti della pubblicità. La storia di Marco Ahmetovic - condannato per aver investito e ucciso, da ubriaco, quattro ragazzi a Appignano del Tronto lo scorso aprile - testimonial di una linea di abbigliamento, profumi, occhiali e orologi (uno in vendita su Ebay a 159 euro) battezzata «LineaRom» non sarebbe altro che una trovata dell'imprenditore Alessio Sundas, una specie di Fabrizio Corona dei poveri. La questione del rom testimonial era stata sollevata con un'interrogazione in parlamento dalla deputata di Forza Italia Gabriella Carlucci, promettendo di marciare su piazza Montecitorio con i familiari delle vittime di quell'orrendo incidente, e rilanciata dal quotidiano Libero. Ieri il ministro della Giustizia Clemente Mastella - definendo la vicenda «sconcertante» - ha annunciato di aver inviato gli ispettori del ministero a verificare le condizioni detentive del ventiduenne rom. Che dal giorno della sentenza vive in un appartamento di San Bendetto del Tronto, ospite di Marco Fabiani, un uomo di Appignano, il cui ruolo in tutta la vicenda non è chiarissimo. Fabiani, che spesso si definisce «portavoce» del giovane rom, ieri ha smentito qualsiasi tipo di coinvolgimento di Ahmetovic nella linea di abbigliamento Sundas e ha annunciato di voler querelare l'imprenditore. «E' un uomo ignobile - si sfoga Fabiani - senza scrupoli, e che sta cercando di farsi pubblicità non tanto sulle spalle di Marco, quanto sulle spalle delle povere vittime di quel terribile incidente». Ancora ieri mattina, quando la notizia degli ispettori inviati da Mastella è finita su tutte le agenzie, Alessio Sundas rilasciava dichiarazioni di tutt'altro tenore: «Ahmetovic è stato scritturato dalla mia agenzia, il contratto si aggira sui cinquantamila euro». E in un'intervista rilasciata all'Agr assicurava che il rom è già richiestissimo dalle discoteche, disposte a pagarlo con un cachet di tremila euro. Una provocazione? «Il sistema è questo, io ho fatto una scommessa». Ma non finisce qui. Perché Sundas (già sospettato di aver truffato alcuni aspiranti modelli) gioca a tutto campo, e la butta anche in politica. Cosicché rende noto di essere a capo di un movimento politico (www.listaalessiosundas.com) ispirato agli «ideali cattolici liberali e socialisti», promotore di una proposta di legge per vietare l'apparizione di persone condannate in televisione: «Sono proprio contento dell'iniziativa di Mastella, che tra l'altro è amico di miei cari amici ed è una persona splendida». Insomma, vicenda losca in cui c'è il peggio del peggio. Fabiani, dalla casa di San Benedetto del Tronto che abitualmente mette a disposizione di persone agli arresti domiciliari «per volontariato», assicura che ad Ahmetovic non è mai arrivato un euro: «Questo Sundas ci ha contattato spacciandosi per agente di Fabrizio Corona. Diceva che Marco poteva diventare una star e prometteva un sacco di soldi. Ma a noi interessava perché diceva che avrebbe fatto pubblicare il libro». Dalle sue prigioni, infatti, Ahmetovic sta scrivendo un memoriale (come Corona...) dal titolo «Anche io sono un essere umano»: «Un documento crudo - spiega Fabiani - di cui non ho voluto neanche correggere gli errori ortografici per mantenerlo più vero». La proposta fatta a Sundas da Fabiani - e anche dal padre di Ahmetovic che ha preso parte alle trattative - era di 10 mila euro di anticipo, ma non se n'è fatto nulla. L'iniziativa di Mastella ha ricevuto il plauso di tutti ed è stata sostenuta con una nota del governo. I genitori dei quattro ragazzi uccisi dal pullmino guidato da Ahmetovic chiedono che torni in carcere. Dove tra l'altro è probabile che finirà quando verrà giudicato dalla Cassazione per una tentata rapina di cui è reo confesso. Alla fine, tanta pubblicità certo non gli giova.