domenica 31 agosto 2008

nel frattempo la terra muore

Scioglimento record della calotta polare: aperti i passaggi di Nord Ovest e di Nord Est. Lo provano le foto dei satelliti. Studiosi: oceano senza ghiacci d'estate entro il 2030

L'Artico può essere circumnavigato: è la prima volta in 125mila anni


Un'immagine scattata il 28 agosto dal satellite Envisat dell'Esa. Si vede il Passaggio Nord Ovest quasi completamente libero dai ghiacci

LONDRA - Per la prima volta a memoria d'uomo sarà possibile cirumnavigare l'intero Polo Nord. Foto satellitari scattate due giorni fa mostrano, scrive oggi l'Independent, che lo scioglimento dei ghiacci verificatosi la settimana scorsa ha finalmente aperto contemporaneamente sia il favoleggiato Passaggio a Nord-Ovest che il passaggio a Nord-Est. A dimostrarlo sono immagini scattate da satelliti Nasa. Il Passaggio Nord Ovest, nel territorio canadese, si è aperto nello scorso fine settimana, mentre l'ultima lingua di ghiaccio che ostruiva il Mare di Laptev, in Siberia, si è disciolta qualche giorno dopo.

È un evento clamoroso che, se da un lato corona il sogno secolare di generazioni di esploratori, navigatori e viaggiatori, dall'altro rappresenta un preoccupante segnale dell'accelerarsi del processo del riscaldamento globale. Sul breve periodo, naturalmente, la novità dovrebbe portare soltanto vantaggi alle varie compagnie di navigazione che per la prima volta nella storia potranno tagliare migliaia di miglia marine lungo le rotte tra il nord del Canada e la Russia.

Negli scorsi decenni, in varie occasioni si è verificata la situazione dell'apertura dell'uno o dell'altro passaggio ma mai, come in questi giorni, era accaduto che entrambe le due misteriose porte dell'artico si dischiudessero simultaneamente.

E' questo solo l'ultimo segnale della crisi dell'intero ecosistema artico. Solo pochi giorni fa, il National snow and ice data center (NSIDC) statunitense ha informato che quest'anno l'estensione globale del ghiaccio artico è prossima a battere il record record negativo, dello scorso anno, di 4,14 milioni di chilometri quadrati: un valore inferiore di oltre un milione di metri cubi al record precedente, fissato nell'estate 2005. In due anni, i ghiacci del Polo Nord si sono ritirati per un'estensione grande quattro volte l'Italia.

Quattro settimane fa, i turisti sono stati fatti evacuare dal Parco Nazionale Auyuittung, nell'Isola di Baffin, la grande isola del Nunavut canadese situata a occidente della Groenlandia, a causa dello scioglimento dei ghiacci: "Auyuittung", in lingua inuit, significa "terra che non scioglie mai"... E' di pochi giorni fa la vicenda dei nove orsi polari rimasti senza habitat e visti nuotare in mare aperto, seguita a breve da un immenso crollo nel ghiacciaio Petermann, in Groenlandia, in un'area che si riteneva ancora immune dagli effetti del global warming.

Ma la simultanea apertura del Passaggio Nord Ovest, intorno al Canada, e del Passaggio Nord Est, intorno alla Russia, a costituire un vero e proprio choc. Non accadeva, secondo i climatologi, da almeno 125mila anni. Dall'inizio dell'ultima era glaciale erano rimasti entrambi bloccati: nel 2005 si era aperto solo il Passaggio Nord Est, l'estate seguente era accaduto il contrario.

"I passaggi sono aperti, è un evento storico, ma con il quale dovremmo abituarci a convivere nei prossimi anni - ha confermato il professor Mark Serreze, uno specialista di mari ghiacciati del NSIDC, sottolineando però che le autorità marine dei Paesi interessati potrebbero essere riluttanti ad ammetterlo, per evitare di essere citate a giudizio dalle compagnie di navigazione, le cui imbarcazioni dovessero incontrare ghiaccio e subire danni".

Gli armatori però sono tutt'altro che disinteressati. Il "Beluga Group" di Brema, ad esempio, ha già fatto sapere che manderà navi dalla Germania al Giappone via Passaggio Nord Est, con un taglio netto di 4000 miglia nautiche, quasi 7.500 km, rispetto alla rotta tradizionale. E il premier canadese Stephen Harper ha già fatto sapere che chiunque volesse attraversare il Passaggio Nord Ovest dovrebbe fare riferimento ad Ottawa: un punto di vista, questo, che non piace agli Usa, che considerano quella parte di Artico acque internazionali.

I climatologi però rimarcano che simili dispute potrebbero essere irrilevanti, se il ghiaccio continuasse a sciogliersi al ritmo attuale. In tal caso, infatti, sarebbe possibile navigare direttamente attraverso il Polo Nord, completamente liberato dai ghiacci. Evento questo, che fino a poco tempo fa si riteneva possibile che dal 2070. Ora, però, molti studiosi indicano il 2030 come l'anno entro il quale l'Oceano Artico sarà completamente fluido in estate, mentre uno studio del professor Wieslaw Maslowski, della Naval Postgraduate School di Monterey, California, arriva a concludere che già dal 2013 il mare sarà completamente aperto da metà luglio a metà settembre. Il "punto di rottura", l'evento che ha ulteriormente accelerato il processo di scioglimento, è costituito dalla perdita-record di massa ghiacciata, dello scorso anno: le masse solide sono scese a un livello che non si attendeva fino al 2050, mandando all'aria tutti i calcoli prodotti fino a quel momento.

Quest'anno è andata un po' meglio, l'inverno è stato più freddo, e per un po' è sembrato che i ghiacci potessero difendere meglio le loro posizioni. Ma in agosto lo scioglimento ha subito un'improvvisa accelerazione e la scorsa settimana la superficie globale dell'Artico ricoperto di bianco era già al di sotto del livello minimo del 2005. Secondo l'Agenzia spaziale europea (Esa), in qualche settimana anche il record del 2007 sarà battuto. Uno studio recente dell'Università dell'Alberta dimostra che lo spessore dei ghiacci artici si è assottigliato della metà in soli sei anni. Ed è un processo che alimenta se stesso, perché man mano che la superficie bianca viene rimpiazzata dal mare, la superficie di quest'ultimo, più scura, assorbe via via più calore, contribuendo a riscaldare l'oceano e a sciogliere altro ghiaccio.
E gli orsi polari...

mercoledì 27 agosto 2008

ripartire dall'abaco...

magari...








L'ultima di Bagnasco:
"Ci sono segnali di un fondamentalismo anticlericale e anticattolico che percorrono l'Italia e l'Europa"

martedì 26 agosto 2008

occhio a quel furbone di guglielmo...










...vuole comprarsi linux...


lunedì 25 agosto 2008

un segno di civiltà, per l'eutanasia

I Valdesi: ascoltiamo Eluana
«Sulla Englaro una disputa cinica che risponde alla politica più che alla pietà»
MARIO BAUDINO
INVIATO A TORRE PELLICE
Dalla società italiana, e non solo, si levano grida di dolore, vanno ascoltate, dice nella sua predicazione, che ha inaugurato il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste, il pastore Paolo Ribet, presidente della Fondazione del centro culturale valdese. E sottolinea con forza un grido muto: quello di Eluana Englaro, la donna che a Padova è in coma vegetativo da sedici anni. Come si ricorderà, la Cassazione aveva sentenziato il diritto del padre a «staccare la spina», peraltro secondo le volontà espresse dalla poveretta prima che un incidente la riducesse in queste condizioni, ma la Procura generale di Milano ha fatto ricorso e, soprattutto, si è levata, come dice con voce rotta e commossa il pastore valdese, «una disputa cinica che risponde ad istanze politiche più che alla pietà umana».

La «piccola chiesa» alpina prende posizione, nel momento più solenne per la sua vita comunitaria, quando si riuniscono nella loro storica capitale i delegati da tutto il mondo della diaspora valdese, e lo fa con un gesto deciso. Già nei giorni scorsi la «moderatora» della Tavola Valdese, Maria Bonafede, aveva espresso molte preoccupazioni sull’arretramento di quel valore fondamentale che è la laicità dello Stato, tema caro ai protestanti italiani. E ieri, in un discorso basato sul Deuteronomio, e sulla professione di fede ebraica che inizia con le parole «Ascolta Israele», il predicatore ha invitato i fedeli, appunto, all’ascolto. Senza giri di parole: «Ascoltiamo il grido muto di Eluana Englaro che chiede di essere lasciata andar via. Ascoltiamo il grido di dolore degli immigrati in balia delle onde nel Canale di Sicilia».

Dopo il rito, conclusosi con la consacrazione di tre nuove pastore, tra cui un’immigrata filippina, laureata in biologia nel suo Paese e per anni colf in Italia, Paolo Ribet torna sull’argomento. La laicità, ci spiega, sarà uno dei temi del Sinodo, «proprio perché viene negletta». E sarà un Sinodo, questo, che non potrà non misurare «una distanza notevole dalle gerarchie cattoliche.

Hanno voluto prendere posizione: e quando lo si fa, si finisce per far emergere chiaramente la distanza dagli altri». Ha citato anche, nella predicazione, un passaggio di Benedetto XVI a proposito del Libano, quando il Papa osserva che non è la difesa delle identità, ma la paura di non averne più alcuna a spingere i popoli verso le guerre civili, e lo ha fatto con molto favore. «L’ho citato - conferma - perché ha detto una cosa giusta». Come hanno fatto anche i vescovi tedeschi, quando la loro Conferenza Episcopale, pur contraria ai matrimoni gay, ha ammesso che lo Stato deve però legiferare sul problema.

Qui a Torre Pellice è arrivato un caldo messaggio del presidente del Senato, Renato Schifani, che sottolinea l’importanza della chiesa valdese, «così italiana per storia e così garbatamente e utilmente straniera per impostazione». La Chiesa cattolica, osserva Ribet, dovrebbe guardare a sua volta un po’ oltre i confini. «Il tema dell’ascolto, e dell’ascolto per chi non ha voce, vuole anche dire che le chiese dovrebbero fare un passo indietro, e pensare alle persone più che i principi».

il sindaco di roma

Criticato a proposito del dramma dei due olandesi aggrediti, il sindaco di Roma replica in un'intervista a Repubblica: "Colpa loro". E la polemica si surriscalda

Alemanno sempre più nella bufera

ROMA - "Non stavano uscendo da una stazione ferroviaria né andavano sulla ciclabile. Si sono andati ad accampare in un posto abbandonato da Dio e dagli uomini dopo aver chiesto consiglio su dove mettere la tenda a un branco di pastori immigrati. La loro è stata una grave imprudenza". Con queste parole inizia l'intervista a Repubblica di Gianni Alemanno, sindaco di Roma, sulla vicenda dei due olandesi aggrediti. Parole che riaccendono la polemica tra il Pd e il primo cittadino della capitale. Intanto hanno confessato Paul Petre e Andrej Vasile Bohues, i due romeni di 32 e 20 anni arrestati ieri dai carabinieri di Ostia.

"Alemanno si vergogni e chieda scusa - parte all'attacco Paola Picierno, ministro ombra delle Politiche givanili -. Lasciano sconcertati le dichiarazioni del sindaco, che con una faccia tosta incredibile quasi scarica sui due poveri turisti olandesi, a cui rinnoviamo la nostra solidarietà, la responsabilità dell'aggressione subita. E' la stessa mentalità assurda di coloro che arrivano a rinfacciare alle donne stuprate di aver in qualche modo provocato i loro aguzzini".

Poi c'è l'affondo, altrettanto forte, del senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo: "Non si deve fare demagogia sull'insicurezza dando la colpa ai cittadini o ai turisti. Non si può istillare l'idea che se si mette una tenda a piazza Venezia si ha diritto alla protezione, magari alla presenza dei militari, mentre Ponte Galeria è terra di nessuno. Questo contraddice la asserita e mai dimostrata attenzione della destra alle periferie romane. O Alemanno pensa di difendere solo i Parioli e il centro della città?".

Concetto analogo a quello espresso da un'altra esponente del partito, Paola Concia: "Gli italiani e i romani sono stati presi in giro dal sindaco che non sa neanche assumersi le responsabilità del caso. E' grave che oggi Alemanno finisca con l'attribuire parte della colpa di quanto accaduto ai due turisti olandesi".

In questo coro di accuse, a difendere Alemanno, per ora, c'è solo il leader della Destra, Francesco Storace: "Non siamo stati d'accordo con molte delle azioni del comune di Roma, ma è indecente l'attacco della sinistra al sindaco su quanto accaduto ai due olandesi aggrediti. Quanti criticano andrebbero all'estero a campeggiare in un posto isolato e privo di controlli? Ci vuole più serietà anche quando si contesta".

La confessione. I due pastori romeni hanno ammesso le loro responsabilità. Hanno raccontato che intorno alle 17.30 di venerdì, assieme a un connazionale, si sono avvicinati ai due turisti indicando loro il luogo in cui potevano montare la tenda. Poi si sono allontanati e sono tornati alla roulotte in cui vivono. Verso le 21 sono andati a trovare un amico muratore, pure lui romeno, con il quale sono rimasti per tutta la serata a bere. Alle 23.30 hanno deciso di andare armati di mazze alla tenda degli olandesi per violentare la donna. Davanti ai carabinieri hanno tentato di accusarsi l'un l'altro su chi aveva avuto per primo l'idea dello stupro. Sempre secondo il loro racconto, arrivati nei pressi della tenda hanno urlato "money, money", poi il pestaggio e la violenza sessuale. Petre ha quindi rubato circa 1.500 dollari dalla borsa della donna. Infine la fuga a piedi, duante la quale il trentaduenne ha dato al più giovane una quindicina di euro dicendo che aveva trovato solo 30 euro.
vedi anche qui...

40 ragioni per non procreare?






discussione aperta...

congelarlo?





come nel film di
Daniele Giometto e Gianluca Rossi


domenica 24 agosto 2008

hai voglia di osservare?

sabato 23 agosto 2008

50 anni fa s'inventavano la bossa nova

Tom, Vinicius e João Gilberto: cinquant'anni fa la Bossa inventa il Brasile

di Francesco Cocco

Non credete ai libri di storia. Non sempre. Non credete ai manuali di storia quando sentenziano che il Brasile è nato nel 1822, il 7 settembre. Da allora festa nazionale dell'Indipendenza dal Portogallo. Il Brasile come lo conosciamo nel nostro immaginario collettivo, con i suoi colori, la sua musica e la sua preziosa saudade, è nato (o almeno, è rinato) nel 1958. Due volte, in quell'anno di cinquant'anni fa.

Gilmar; Djalma Santos, Nilton Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didí, Vavá, Pelé, Zagalo. La prima volta, il Brasile rinasce così. Fuori casa, cinque a due. Ventinove giugno. Al Raasunda Stadium di Stoccolma. Il Brasile è campione del mondo. Per la prima volta. Contro gli iperborei ipopigmentati padroni di casa (Hamrin, Gren, Liedholm, mica gentarella), cancellando via il dramma di quel Brasile-Uruguay 1-2 che otto anni prima aveva spezzato il cuore di un Paese. Ma è una vittoria, quella del pallone, che non cambia la percezione esterna del Brasile. La terra del futbol-arte, la era già da sempre. E di Coppe del mondo ne vincerà ancora tante, nel tempo, continuando a somigliare a se stesso. La vera ri-nascita del Brasile, il suo vero mutare pelle, almeno un repentino cangiare del riflesso nello specchio in cui il Paese si guarda e si lascia spiare dal mondo intero, avverrà solo pochi mesi dopo.

«Vai minha tristeza... E diz a ela... Que sem ela não pode ser» («Vai, mia tristezza e dille che senza di lei non posso stare») ... Il miracolo nasce così. Parole di Vinicius de Moraes, musica di Tom Jobim, che Joao Gilberto canta per la prima volta nel 1958. Versi che, a leggerli stampati sulla carta non sembrano nemmeno tanto rivoluzionari. Ne avevano certo già immaginati di più affascinanti, di più sorprendenti, nelle notti di bivacco al «Clube da Chave» di Ipanema, pencolando su un pianoforte tropicale... Quel pianoforte che lui, Antonio Carlos Jobim, per tutti Tom - carioca, figlio di un diplomatico e di una professoressa - aveva trasforrmato nel «suo» pianoforte. Spalmandoci sopra accordi e meodie, serata dopo serata. Ah, l'altro era un certo Marcus Vinícius da Cruz de Melo Moraes. Vinicius de Moraes, poeta. Si erano conosciuti due anni prima, al Villarino, quel bar da sogno nel centro di Rio, e mica si erano piaciuti: Vinicius che diceva: «Facciamo poesia». Tom che rispondeva: «Io voglio fare soldi». Ma poi si erano capiti.
«Chega de saudade... A realidade... É que sem ela não há paz... Não há beleza... É só tristeza... E a melancolia... Que não sai de mim... Não sai de mim, não sai». Mentre se la cantavano e se la suonavano così, Tom e Vinicius, magari incespicando, quell'idea di canzone, quel soffio di melodia, chissà se si rendevano conto che quella era già la «bossa nova». In português brasileiro: cosa nuova, nuova onda. Una nuova forma musicale, un nuovo nucleo di suggestioni che aderirà al volto di un Paese, cambiandolo: come una maschera che piace a tutti. Perché è una maschera bella e triste. Triste ma bella.

Affinché «Chega de saudade» («Arriva la tristezza», più o meno) sia davvero la canzone del destino, la prima canzone della bossa nova, manca però ancora qualcosa. O qualcuno. Manca João Gilberto Prado Pereira de Oliveira. João Gilberto. Figlio di buona famiglia - mercanti, gente di Juazeiro, Stato di Bahia -, questo scapestrato a un certo punto se ne era volato a Porto Alegre. A fare il musicista, come Jobim. Ma Gilberto suona la chitarra. E la batte in un modo strano, con certi pugni soffici, uno scalpiccio raffinato e sensuale... un samba, sì, un samba, ma meno ballato e più scivolato... che si attaglierebbe - doveva avere già pensato mille volte prima di quel fatidico '58 - a certe armonie un po' sghembe, un po' fragili... un po' ricercate... jazz.. sì, diciamo anche jazz. Che giravano da anni in America e da mesi nella testa e nelle dita di Tom, nel cuore di Vinicius. E che insieme alla «batida» di Gilberto diventeranno: bossa.
Ha una voce qualsiasi, Gilberto. Soffice, suadente, intimista. Non di quelle che fanno vibrare gli altoparlanti dei 78 giri, le piste da ballo, i cuori delle belle ragazze... e dei discografici in quel Brasile di fine anni '50. Che va quasi abituandosi alla democrazia, dodici anni dopo Getulio Vargas, e sta per vedere sorgere Brasilia, quasi dal nulla, capitale annunciata e mai davvero amata: come un ospite importante ma estraneo.

In questa «Chega de saudade» dolce e dinoccolata, odorosa di Ipanema e speziata da accordi strani, con Gilberto che non fa nulla per sembrare un cantante credibile... In questa canzone un po' così crede Alvaro Ramos. Direttore delle vendite delle Lojas Assumpção, catena di negozi di dischi. La più grande del Brasile. L'impresario e produttore André Midani gli fa ascoltare una versione provvisoria del pezzo. Ramos va dai suoi capi, e si impone. «Questa voce, questo ritmo, quest'armonia, è il genere di merda che Rio de Janeiro e il Brasile vogliono sentire», esclama. E ha ragione: il disco uscirà ad agosto e in pochi giorni venderà quindicimila copie. Un settantotto giri : «Chega de Saudade» su un lato, «Bim Bom» sull'altro. Si va in studio fra giugno e luglio. Proprio mentre il Brasile del pallone vince la finale del secolo. Magie che a volte cominciano male. A Stoccolma, quattro minuti bastano perché Liedholm spedisca la palla nella porta di Gilmar. Negli studi di Rio, quattro minuti e Gilberto già litiga con tutti: con i fonici (lui vuole, e ottiene un microfono per sé e uno per la chitarra), con gli orchestrali, con Jobim. Ma i miracoli, quando devono accadere, accadono. Didì prende a guizzare sull'erba frigida del Raasunda Stadium. Gilberto scorre e picchietta sulle corde magiche della chitarra. Vavà si infila nella bionda difesa svedese, non lo ferma nessuno. Gol: uno, due. Gilberto intona l'inciso: «Mas se ela voltar, se ela voltar... Que coisa linda... Que coisa louca». E poi Pelé, Pelé, Zagalo!... «Pois há menos peixinhos a nadar no mar... Do que os beijinhos... Que eu darei na sua boca». E' nata la bossa. E' rinato il Brasile.

vedi anche Stan Getz

Stan Getz, Bossa nova medley, live 1983


Joao Gilberto canta Chega de saudade

bechis da vedere in autunno

Il popolo che per secoli ha resistito alla colonizzazione ora è a rischio di sopravvivenza. Canneti al posto della loro foresta: il commercio del bioetanolo non tollera intrusi

Dal Mato Grosso alle bidonville, in un film il dramma dei Guarani

Confinati nelle riserve, rioccupano le loro aree, ma vengono picchiati, spesso uccisi. Lo racconta Marco Bechis nel suo "La terra degli uomini rossi", in concorso a Venezia
di LUIGI BIGNAMI

Dal Mato Grosso alle bidonville in un film il dramma dei Guarani
ROMA - Era stato pensato come un documentario-inchiesta sulla triste realtà di un popolo indigeno brasiliano che sta per scomparire insieme alla foresta che l'ha protetto per millenni. Poi l'importanza dei contenuti e la qualità delle immagini lo ho trasformato in un film che concorrerà alla prossima Mostra del Cinema di Venezia.

"La Terra degli Uomini Rossi", per la regia di Marco Bechis, è la storia di un leader del popolo Guarani-Kaiowà che viene assassinato per aver guidato la sua comunità a rioccupare le terre ancestrali. Una storia che ricalca pari pari la vicenda di Marcos Veron, venuto in Italia nel 2000 per denunciare queste violenze e poi assassinato in Brasile.

Ma a fianco di tale tragico evento ce ne sono decine di altri del tutto simili. Multinazionali e grandi industrie stanno facendo il possibile per eliminare i popoli che, pur essendo da sempre proprietari delle foreste amazzoniche, vivono nel cuore delle selve brasiliane, perché si vogliono trasformare queste ultime in immense piantagioni agricole. "Da decenni, il Brasile è uno dei più grandi produttori di biocombustibili al mondo, e la maggior parte delle sue automobili funzionano a etanolo. Oggi, il paese ambisce a diventarne il più grande esportatore con 26 miliardi di litri all'anno entro il 2010. La maggior parte della canna da zucchero, da cui si ricava l'etanolo, viene coltivata in quelle che un tempo erano le foreste dei Guarani. Nel solo stato del Mato Grosso esistono già 11 piantagioni ma altre 30 sono in costruzione e una ventina in fase di progettazione", spiega Francesca Casella, responsabile di Survival International Italia.

Quando gli Europei arrivarono in Sud America, i Guarani furono uno dei primi popoli ad esser contattati. All'epoca contavano oltre un milione e mezzo di persone, distribuiti tra Paraguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Oggi ne sopravvivono poche decine di migliaia. I Guarani brasiliani sono suddivisi in tre gruppi, di cui quello dei Kaiowà è il più numeroso (sono circa 30.000). Vivono nello stato del Mato Grosso do Sul, nella zona centro-occidentale del Brasile, ai confini con il Paraguay.

"I Guarani-Kaiowà sono i discendenti di quegli indigeni che, alla fine del '600, rifiutarono di entrare nelle missioni dei Gesuiti. Nonostante secoli di contatto con gli stranieri, hanno mantenuto la loro peculiare identità. Sono un popolo profondamente spirituale. Molte comunità hanno una casa di preghiera comune e un capo religioso, il pajé, la cui autorità dipende solo dal suo prestigio e dalla sua autorevolezza. Sebbene siano suddivisi in gruppi, i Guarani condividono una religione che attribuisce un'importanza suprema alla terra, origine e fonte della vita, e dono del "grande padre" Ñande Ru. Vivono le invasioni delle loro terre non solo come un furto ma anche come un grave attentato al loro stile di vita e alla loro cultura", continua Casella.

I Guarani del Brasile stanno soffrendo terribilmente per la perdita quasi totale delle loro terre, disboscate e usurpate da allevatori e coltivatori di tè a partire dalla fine dell'800. "Mato Grosso" significa "foresta fitta", ma degli alberi non c'è più traccia. Negli ultimi quindici anni, anche le poche terre che i Kaiowà cercavano disperatamente di conservare sono state dimezzate e, oggi, misurano meno di 25.000 ettari. Le loro comunità vivono ammassate in anguste riserve istituite dal governo ai margini delle città: piccoli appezzamenti di terreno simili a bidonville, completamente circondati da ranch e piantagioni. Questi minuscoli fazzoletti di terra non sono sufficienti a sostentarli attraverso la caccia, la pesca e l'agricoltura tradizionali. I bambini soffrono quindi gravi forme di malnutrizione.

"La situazione in cui versano oggi i Kaiowà è spaventosa", sottolinea Casella. "Le loro terre sono state distrutte, i loro leader vengono assassinati e i loro bambini muoiono di fame. Tuttavia, le comunità non desiderano denaro e ricchezza e non ambiscono a ricevere razioni di cibo dal governo. Tutto quello che chiedono è solo terra a sufficienza per sopravvivere e riprendere il controllo delle loro vite e del loro futuro. Senza la loro terra, i Guarani non avranno speranza". Negli ultimi vent'anni, oltre 517 Guarani-Kaiowà si sono suicidati; molti erano ragazzi. La più giovane, Luciane Ortiz, aveva solo 9 anni.

Stanche di aspettare l'intervento delle autorità, da alcuni anni le comunità hanno cominciato a rioccupare le loro terre, un'azione che chiamano retomada, sfidando le violente reazioni dei fazendeiro e dei loro sicari, assoldati per intimidire, picchiare, uccidere. Spesso, i leader delle comunità che rioccupano i loro territori vengono uccisi brutalmente sotto gli occhi dei famigliari. Il dramma dei Guarani brasiliani è solo uno dei tanti vissuti, in vari angoli del mondo, dalle popolazioni indigene che hanno la sfortuna di esser nati in aree che qualcuno vuole convertire in piantagioni di canna da zucchero o palma da olio, disegnando quadri di morte e distruzione del tutto simili.

Tornando al film, vien da chiedersi come sono stati scelti gli attori per interpretare quelle storie così forti e drammatiche. Risponde Bechis: "La risposta alla domanda arrivò fulminea durante un'animata riunione del villaggio: gli indigeni possedevano un'arte retorica sofisticata, sapevano parlare in modo convincente e controllavano le parole e il corpo in modo sorprendente. Da quel momento ho capito che il film sarebbe divenuto realtà solo se fossi riuscito a fare di loro i protagonisti". E così dopo tre mesi di seminari teatrali sono nati i 230 attori indigeni protagonisti del film, che hanno lasciato sullo sfondo i professionisti, come Claudio Santamaria e Chiara Caselli. Bechis li ha scelti nelle comunità vicine ai luoghi di ripresa per non essere separati dalle famiglie e non ha imposto esercizi e tecniche recitative classiche, che ne avrebbero compromesso la spontaneità.

garage olimpo

divertìti?

(dal blog di grillo)

Le Olimpiadi di Pechino, ma anche quelle precedenti, lo confesso, mi danno la nausea. Le abolirei. Sono un fantastico baraccone economico che gira il mondo ogni quattro anni. Dove arriva il circo si costruiscono stadi, strade, grattacieli, metropolitane, intere città. Le Olimpiadi sono un trionfo, un orgasmo del cemento.
La torcia accesa non è più simbolo di pace. Il mondo continua le sue guerre, i suoi stermini a cinque cerchi. Il Tibet e lo Xinjiang sono finiti sotto il tappeto degli sponsor. La Georgia e l’Ossezia sono stati eventi fastidiosi, hanno tolto spazio al tennis da tavolo e al nuoto sincronizzato. Le Olimpiadi sono un treno impazzito. Se chiedete al macchinista qual è la prossima stazione non saprà rispondervi.
Delle Olimpiadi mi infastidiscono i record fasulli, gli sport olimpici praticati da quattro gatti, gli atleti dopati, l’entusiasmo a comando degli spettatori, le premiazioni in fila per tre. Più di ogni altra cosa, però, è il nazionalismo che mi manda in bestia. Il nazionalismo dello sportivo che piange all’alzabandiera, con la mano sul cuore, lo sguardo perso verso l’alto. Il nazionalismo dei media che danno spazio sempre agli atleti nazionali, anche di discipline improbabili (conoscete qualcuno che giochi a badminton?), anche se lontani dal podio. Le Olimpiadi sono una guerra simulata.
Vorrei atleti senza bandiere. Senza sponsor. Senza un Presidente che li saluta alla partenza e li riceve al ritorno da trionfatori. Vorrei che chi usa i suoi eserciti per uccidere altri esseri umani DURANTE le Olimpiadi sia espulso con infamia e per sempre dai Giochi. I russi che hanno invaso la Georgia, gli americani che occupano l’Iraq, la Cina che schiaccia il Tibet non hanno nessun diritto morale di partecipare o di ospitare i Giochi Olimpici.
L’uomo non è più il centro delle Olimpiadi, le Nazioni hanno preso il suo posto.La grancassa mediatica delle medaglie e delle medagliette ci fa sentire più italiani, più messicani, più coreani. Più diversi. I migliori. Le razze elette.

venerdì 22 agosto 2008

ancora sulle api

(dal blog di beppe grillo)

Se vedete un’ape che muore, preoccupatevi. Albert Einstein disse: “Se l’ape scomparisse, all’uomo resterebbero quattro anni di vita”.
Le api producono miele, pere, mele, pomodori, trifoglio, erba medica, latte, carne. Trasportano il polline e trasformano il mondo in cibo. Le api, un bioindicatore dell’ambiente, sono una specie a rischio. Oggi loro, domani noi. Il Guardian nell’articolo “Honeybee deaths reaching crisis point” riporta che un terzo dei 240.000 alveari britannici è scomparso durante l’inverno e la primavera. Il ministro inglese Rooker ha dichiarato che, se non cambierà nulla, entro dieci anni non ci sarà più un’ape nell’isola. Le api contribuiscono all’economia britannica per 165 milioni di sterline all’anno per la produzione di frutta e verdura. Oltre al miele naturalmente. La Honey Association prevede che il miele locale sarà finito in Gran Bretagna entro Natale. Riapparirà sulle tavole soltanto nell’estate del 2009.
La crisi è mondiale. Il maggior produttore di miele è l’Argentina che ha ridotto del 27% le sue 75.000 tonnellate annue. Negli Stati Uniti (-25% degli alveari nel 2008) e nel resto del mondo le api ci stanno lasciando. In Italia è una strage. Nel 2007 sono morte il 50% delle api, persi 200.000 alveari e 250 milioni di euro nel settore agricolo. Ma non è una priorità. Gli inutili soldati nelle strade, il bavaglio alla Giustizia con la separazione delle carriere, le impronte ai bambini Rom, il lodo Alfano per la messa in sicurezza della banda dei quattro, gli inceneritori della Impregilo. Queste sono priorità!
Perché le api muoiono? Per l’ambiente, il clima, la varoa (un acaro), i pascoli trasformati in coltivazioni di soia per i biocarburanti, per i pesticidi, l’inquinamento dei corsi d’acqua. Gli alveari si spopolano per il fenomeno del CCD (Colony Collapse Disorder) perché la razza umana sta avvelenando il mondo.
Qualcosa in Italia si può fare e subito. Vietare l’uso dei pesticidi nicotinoidi. In Francia lo hanno già fatto. Sulle api hanno l’effetto della nicotina. Gli fanno perdere il senso dell’orientamento, non riescono a ritornare nell’alveare e muoiono.
Chi usa o produce un pesticida nicotiniode mette a rischio, oltre alle api, anche la nostra sopravvivenza. Datemi una mano, inserite nei commenti di questo post informazioni sui produttori, sugli utilizzatori, sulle conseguenze sull’ambiente.
Chi avvelena un’ape, avvelena anche te.

giovedì 21 agosto 2008

occhio...

mercoledì 20 agosto 2008

tutto il mondo è paesaccio

Sta facendo molto discutere in Francia la vicenda musicale ed artistica di Le Brigadier: un cantante Rap che dice di essere uno di quei flic delle Banlieue (si, quelle degli scontri del 2005) e che canta, tra le altre cose, degli abusi dei suoi colleghi. Ne esce fuori un panorama abbastanza desolante, ma decisamente prevedibile e scontato: una jungla di abusi e violenze che costella i corpi di polizia francesi.

Non si sa chi sia e gli piace un po' il look da Zorro. Dice che presto uscirà dalla polizia e che lo farà all'uscita del suo primo album, nel 2009. Per ora si puo' scaricare il singolo: B.A.C Dans les Bacs.

Ovviamente non si sà se il soggetto in questione sia o meno un poliziotto, ma da quanto ha fatto infuriare i vertici della polizia francese, pare proprio che le cose che va dicendo nei suoi testi, abbiano un riflesso di verità.

Certo, in un paese come l'Italia, nel pieno del delirio sicuritario e della riabilitazione di polizie e corpi militari, un fenomeno come "Il Brigadiere" ha un che di esotico e rimane nelle pagine di Costume sui giornali. Da noi, al massimo, Il Brigadiere è il titolodi una sit-com.



(grazie a ombra)

martedì 19 agosto 2008

georgia...

Georgia, la libertà made in Usa
T. Di Francesco
M. Dinucci
«La Georgia è oggi un faro di libertà per questa regione e il mondo», diceva il presidente George Bush in visita a Tbilisi nel maggio 2005. A cosa si deve un tale riconoscimento della Casa bianca? Al fatto che questo piccolo paese di 4 milioni di abitanti è divenuto un avamposto della penetrazione Usa nell'Asia centrale ex sovietica: area di enorme importanza sia per le riserve di petrolio e gas naturale del Caspio, sia per la posizione geostrategica tra Russia, Cina e India.
E' il petrolio del Caspio che alimenta il «faro di libertà» della Georgia. Da qui passa l'oleodotto che collega il porto azero di Baku, sul Caspio, al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo: un «corridoio energetico» promosso nel 1999 dall'amministrazione Clinton e aperto nel 2005, lungo un tracciato di 1.800 km che aggira la Russia a sud. Per proteggere l'oleodotto, realizzato da un consorzio internazionale guidato dalla britannica Bp, il Pentagono addestra forze georgiane di «risposta rapida». Dal 1997 infatti il «faro di libertà» della Georgia è alimentato da Washington anche con un flusso crescente di aiuti militari. Con il «Georgia Train and Equip Program», iniziato nel 2002, il Pentagono ha trasformato le forze armate georgiane in un esercito al proprio comando. Per meglio addestrarlo, un contingente di 2mila uomini delle forze speciali georgiane è stato inviato a combattere in Iraq e un altro in Afghanistan. Secondo fonti del Pentagono citate dal New York Times (9 agosto), vi sono in Georgia oltre 2.000 cittadini Usa, tra cui circa 130 istruttori militari. Il mese scorso è iniziata in Georgia la «Immediate Response» 2008, esercitazione militare cui partecipano truppe di Stati uniti, Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Armenia. Per l'esercitazione, diretta dal Pentagono, sono arrivati in Georgia circa 1.000 soldati Usa appartenenti alle truppe aviotrasportate Setaf, ai marines e alla guardia nazionale dello stato Usa della Georgia. Sono stati dislocati nella base di Vaziani, a meno di 100 km dal confine con la Russia. Immaginiamo cosa accadrebbe se la Russia dislocasse proprie truppe in Messico a ridosso del territorio statunitense.
Allo stesso tempo il «faro di libertà» della Georgia è stato alimentato con la «rivoluzione delle rose» che, pianificata e coordinata da Washington, ha portato nel 2003 alla caduta del presidente Eduard Shevardnadze. Secondo il Wall Street Journal (24 novembre 2003), l'operazione fu condotta da fondazioni statunitensi formalmente non-governative, in realtà finanziate e dirette dal governo Usa, che «allevarono una classe di giovani intellettuali, capaci di parlare inglese, affamati di riforme filo-occidentali». Sul piano militare, economico e politico, la Georgia è controllata dal governo statunitense. Ciò significa che l'attacco contro l'Ossezia del sud è stato programmato non a Tbilisi ma a Washington. Gli scopi? Mettere in difficoltà la Russia, vista a Washington con crescente ostilità anche per il suo riavvicinamento alla Cina. Rafforzare la presenza Usa nell'Asia centrale. Creare in Europa un altro focolaio di tensione che giustifichi l'ulteriore espansione della presenza militare statunitense, di cui lo Scudo antimissile è un elemento chiave, e l'allargamento della Nato verso est (tra poco dovrebbe entrare nell'Alleanza, sotto comando Usa, proprio la Georgia). Ciò Washington teme, e cerca di evitare, è un'Europa che, unendosi e acquistando ulteriore forza economica, possa un giorno rendersi indipendente dalla politica statunitense. Da qui la politica del divide et impera, che sta riportando l'Europa in un clima da guerra fredda. Da qui anche i i due pesi e due misure: mentre rivendica, riconosce e difende l'indipendenza del Kosovo dalla Serbia in spregio al rispetto dei confini internazionali - pensate se Belgrado avesse attaccato in armi Pristina a febbraio subito dopo la sua proclamazione unilaterale d'indipendenza -, Washington nega quella dell'Ossezia del sud, ribadendo «il sostegno della comunità internazionale alla sovranità e integrità territoriale della Georgia».

Altri articoli da leggere assolutamente.
L'intervento di Giulietto Chiesa.
L' analisi di Carlo Benedetti.
Le acute e condivisibili osservazioni di Info-Aut.
Sito da seguire: Altrenotizie.
Le monde diplomatique

la censura del business(continua)

Chi va sul motore per file audio-video (anche illegali) chiuso dalla magistratura ora viene individuato. Anche se è un curioso

Pirate Bay, "i discografici schedano chi va sul sito oscurato dall'Italia"

Esposto al Garante per la protezione dei dati personali. La Fimi ribadisce: " E' fuori dal mondo questa difesa dei ladri"
di ALESSANDRO LONGO

LA PRIVACY di milioni di italiani, utenti di Pirate Bay o semplici curiosi, potrebbe essere minacciata: è l'allarme che si leva in queste ore da tanti blog e che è già arrivato al Garante per la protezione dei dati personali. Si ingigantisce così il caso del sequestro preventivo adottato in Italia contro Pirate Bay, un motore di ricerca per ritracciare musica, giochi e film, anche illegali. Tutto è nato da una scoperta fatta in contemporanea da Peter Sunde (uno dei gestori di Pirate Bay, il quale è ora indagato dalla Guardia di Finanza di Bergamo) e dal blogger Matteo Flora: i tentativi di connettersi a Pirate Bay sono inoltrati, da alcuni operatori, verso un indirizzo ip particolare, 217.144.82.26/pb, che fa capo a www.pro-music.org. È un sito gestito da Ifpi, associazione dell'industria discografica nel mondo.

È cosa inusuale: al solito, in casi come questo, gli utenti sono re-indirizzati a una pagina della Guardia di Finanza ospitata sui server del loro operatori. È scattato così il sospetto, sul web: di fatto ora i discografici possono sapere chi ha tentato di accedere a Pirate Bay. E quindi, in teoria, possono raccogliere gli indirizzi ip degli utenti, schedarli, e tenerne conto per future possibili azioni legali. Non sarebbe nemmeno la prima volta: una grande incetta di indirizzi ip fu fatta mesi fa, a danno di centinaia di migliaia di italiani, da alcune aziende discografiche, poi bloccate dal nostro Garante della Privacy. Secondo il quale equivaleva a "spiare gli utenti", ne ledeva il diritto alla privacy, ed era vietato. Solo le autorità potevano fare una cosa del genere e solo su ordine della magistratura. Dinanzi a questo ultimo sviluppo, l'Authority per la tutela dei dati personali fa sapere "che la segnalazione è appena arrivata e il Garante assumerà tempestivamente tutte le informazioni necessarie per verificare quanto accaduto".

Il caso Pirate Bay sembra simile a quello della Peppermint - e se così fosse significherebbe che i discografici non hanno perso la voglia di "spiare" gli utenti. Nel provvedimento (ora pubblico) del giudice di Bergamo, che chiede il sequestro di Pirate Bay, non c'è traccia infatti dell'ordine di indirizzare il traffico verso un sito dell'industria discografica. "Non mi stupirebbe se l'iniziativa fosse partita della Guardia di Finanza, che potrebbe aver chiesto ai provider di fare così. Forse ispirata dai discografici. Telecom Italia e 3 Italia hanno ubbidito, altri provider si sono rifiutati", dice Andrea Monti, avvocato tra i massimi esperti di diritto d'autore in Internet e fondatore dell'associazione Alcei, che ha segnalato la cosa al Garante della Privacy.

Nella segnalazione, Monti domanda al Garante se "sia conforme alla normativa sul trattamento dei dati personali: A) sequestrare una risorsa di rete imponendo a soggetti terzi - gli internet provider - di impedirvi l'accesso, considerato che nel codice di procedura penale non sembra rinvenirsi traccia di una norma che consenta di attuare il sequestro preventivo nei modi stabiliti dall'ordinanza del Gip di cui sopra, traducendosi tale modalità in una illegittima estensione del provvedimento a soggetti estranei al procedimento. B) Consentire che il filtraggio degli accessi a un dominio - quale che sia - possa essere eseguito dirottando gli accessi in questione verso una risorsa di rete al di fuori della giurisdizione italiana, gestita da soggetti privati con uno specifico interesse economico nel procedimento penale, consentendo a questo soggetto di "andare a pesca" di dati di traffico che potranno poi essere utilizzati nei modi più disparati".

I discografici, dal canto loro, non arretrano d'un passo: "Ci sembra fuori dal mondo questa difesa dei ladri", dice Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione dell'industria musicale italiana). "Il sequestro di siti è normale in tutto il mondo. Proprio nei giorni scorsi in Francia c'è stata una decisione identica, di un giudice, contro un sito razzista".

Intanto si organizza la contro offensiva: si diffondono guide per aggirare il blocco di Pirate Bay (e con alcuni provider basta semplicemente digitare nel browser un indirizzo ip alternativo, 83.140.33.40). I gestori di Pirate Bay, inoltre, stanno preparando il ricorso contro la decisione del giudice.

persino a pechino sono incazzati...

lunedì 18 agosto 2008

sport alle olimpiadi?






forget it, just dope...

domenica 17 agosto 2008

un paese sempre più triste

In questa estate 2008, nel nostro Paese, un ginepraio di norme, locali o nazionali. E il giornale britannico avverte i turisti stranieri: "Rischiate la multa..."

L'Independent contro l'Italia: "Vietate tutte le cose divertenti"

No ai massaggi in spiaggia e gli acquisti dai vu cumprà.A Capri niente zoccoli, a Viareggio niente piedi sulle panchine...

LONDRA - Sono tante le cose che non si possono fare nel nostro Paese, in questa estate 2008. Prendiamo ad esempio le spiagge: su tutto il territorio nazionale è vietato farsi fare un massaggio cinese sul lettino, o comprare un pareo o un costume da un vu cumprà. E se poi passiamo in ambito locale, le proibizioni crescono, grazie a una serie di provvedimenti emanati da sindaci più o meno sceriffi. Una situazione diffusa che adesso finisce nel mirino dei giornali inglesi. O più precisamente in quello dell'autorevole Independent, che al fenomeno tricolore del "nonsipuotismo" stabilito per legge (o per ordinanza) dedica un ampio articolo. Con un titolo che è già un commento: "Turisti attenti: se una cosa è divertente, l'Italia ha una legge che lo vieta".

Oggetto del reportage, come è spiegato dalle pagine del giornale, è la "tempesta di nuove regole e regolamenti, che rischiano di trasformare il Belpaese nel più grande stato-babysitter". Con i cittadini visti come bambini da controllare accudire e limitare, quasi in ogni ambito del vivere pubblico.

In realtà, però, l'articolo dell'Independent - oltre a una denuncia dell'eccesso di regole e regolette in vigore in casa nostra - vuole anche avvertire i visitatori provenienti dall'estero. I quali, magari abituati a situazioni più permissive, vanno incontro a possibili sanzioni: "Gli stranieri inconsapevoli rischiano pesanti multe se fanno cose che sono perfettamente legali da qualsiasi altra parte del mondo, eccetto in quella città o paese dove si trovano - scrive il giornale - a Genova, per esempio, è ora illegale camminare per strada con una bottiglia di vino o una lattina di birra. A Roma è okay, ma se ti sdrai sotto un pino o sui gradini di piazza di Spagna per berla, o solo per mangiare un sandwich, il tuo comportamento 'indecoroso' può essere penalizzato. Lo stesso se il tuo snack all'aria a aperta è seguito da un sonnellino".

Il giornale elenca molte delle ordinanze di quest'estate, e ricorda: "Il governo di Silvio Berlusconi può essere stato il primo al mondo a introdurre il 'ministero della semplificazione' (quello del leghista Roberto Calderoli, ndr) con il compito di identificare ed abolire leggi inutili, ma nell'interesse di una maggiore democrazia a livello locale e della sicurezza, il suo ministro dell'Interno Roberto Maroni ha consentito a migliaia di fiori legali di sbocciare. Molte di queste ordinanze non verranno probabilmente mai fatte rispettare, ma sarà una scarsa consolazione per colui che dava da mangiare ai piccioni, e che avrà una pesante multa tra i suoi souvenir delle vacanze".

E gli esempi, al di là di quelli forniti dal quotidiano britannico, potrebbero continuare. Ecco qualche altro esempio. A Forte dei Marmi non si può fare giardinaggio nel weekend, mentre a Novara, dopo le 11 di sera, è proibito stazionare nei parchi in più di due persone. A Capri e a Positano, è proibito portare gli zoccoli ai piedi. Il divieto di andare in giro a torso nudo se sei uomo, in bikini se sei donna arriva invece da Viareggio, dove è vietato anche appoggiare i piedi sulle panchine o andare in skateboard sulla passeggiata del lungomare.

Vedi anche l'Herald Tribune

sabato 16 agosto 2008

texas alla frutta...marcia

In vigore alla ripresa delle lezioni nel distretto di Harrold. Genitori e studenti si sono dichiarati favorevoli al provvedimento

Texas, insegnanti armati a scuola: "Proteggeranno docenti e allievi"

Previsti anche corsi di "gestione della crisi" per gli insegnanti



Harrold - "Guns for teachers": non è il titolo di un film di Quentin Tarantino ma l'ultima misura volta a garantire la sicurezza nelle scuole americane. Il provveditorato agli studi di Harrold, in Texas, ha autorizzato i docenti a portare in classe armi da fuoco, per quanto nascoste. Alla ripresa delle lezioni, entro un mese, gli studenti del distretto avranno quindi insegnanti armati. Lo scopo, si legge nella direttiva, è quello di "proteggere il corpo docente e gli allievi" in caso di sparatoria o attacco armato. Non è ancora chiaro quanti e quali dei circa 50 insegnanti locali verranno armati; un'informazione che le autorità tengono segreta per evitare ritorsioni o attacchi esterni.

Il provvedimento ha già incassato il placet di genitori e studenti. Il programma "Guns for teachers" prevede anche, come precisa il sovrintendente David Thweatt, uno speciale corso di formazione per i docenti, che apprenderanno principi ed elementi di "gestione delle crisi".

Secondo Thweatt il campus di Harrold, con i suoi 110 studenti, sarebbe esposto al rischio di un assalto armato a causa della presenza nelle vicinanze di importanti arterie stradali. Inoltre si trova a 30 minuti di macchina dagli uffici dello sceriffo e, secondo l'opinione comune, questa distanza lascia studenti e insegnanti in balia degli eventi, privi di protezione. Un allarme condiviso da gran parte della stampa locale: "Da quando il governo federale ha dichiarato le scuole zone "gun-free", i casi di conflitti a fuoco si sono moltiplicati", scrive il quotidiano Fort Worth Star-Telegram.

Dalla strage di Columbine, avvenuta il 20 aprile 1999, gli Stati Uniti hanno conosciuto negli ultimi anni un preoccupante incremento di sparatorie nelle scuole superiori e nei campus universitari. Il più recente massacro di questo tipo risale al 16 aprile 2007, quando uno studente di origine asiatica uccise 33 coetanei nelle aule del politecnico "Virginia Tech". Lo Stato del Texas ha dichiarato fuorilegge le armi a scuola, prevedendo, tuttavia, la possibilità per i singoli istituti di autorizzarle.


Sulla strage di Columbine avevano prodotto pure un videogame

Siamo una nazione di folli per le armi o semplicemente di folli?” è la tagline con la quale nel 2002 Michael Moore presentava il film-documentario Bowling for Columbine, che gli è valso l’Oscar ed una fama mondiale.

venerdì 15 agosto 2008

c'erano una volta e ci sono ancora, per fortuna

Grazie a Rosetta e Luigi Poncet perché regalano ancora le loro vite per la sopravvivenza della borgata di Champlas Janvier. In particolare, grazie a Luigi per i suoi infiniti e preziosi racconti di un mondo che non deve morire, e a Rosetta per la sua immensa forza e saggezza femminile nonché per...le sue deliziose uova ripiene, i suoi arrosti con patate e le sue creme all'uovo.

giovedì 14 agosto 2008

meglio di gesù, cristo!

Newsweek esalta "i miracoli di Berlusconi"

(da "Il Giornale.it")

Roma - «Nei suoi primi 100 giorni in carica, Silvio Berlusconi potrebbe aver fatto l’impossibile: mettere ordine in questa nazione apparentemente ingovernabile raggiungendo un livello mai toccato prima nella storia italiana moderna». Con queste parole Newsweek, settimanale statunitense di area liberal, ha commentato i primi provvedimenti del nuovo governo pubblicando un articolo intitolato «Miracolo in 100 giorni. Come Berlusconi ha messo ordine nella caotica Italia, e cosa accadrà adesso».

Concetti antitetici a quelli che il giornale del gruppo Washington Post aveva utilizzato quando il Cavaliere si candidò per la terza volta alla guida del Paese nel 2001. A quei tempi Newsweek si interrogava sui motivi per i quali gli italiani avrebbero dovuto concedere fiducia a «un uomo del genere». All’inizio del 2002, invece, Berlusconi fu rappresentato come un «bad, bad boy», un ragazzaccio troppo impertinente per i vecchi ciambellani dell’Ue che lo hanno sempre visto come una minaccia.

Il tempo, però, ha portato consiglio. Il successo berlusconiano, osserva ancora Newsweek, è dovuto al fatto che il presidente del Consiglio «sta mantenendo gli impegni, con un’abilità “pugno-di-ferro-in-un-guanto-di-velluto”». Berlusconi, ricorda il periodico, ha tenuto fede all’impegno elettorale di riunire il Consiglio dei ministri nel capoluogo partenopeo e ha nominato uno «zar della monnezza» (il sottosegretario Bertolaso; ndr) per risolvere il problema. Il provvedimento approvato a luglio, che ha dato l’ok a nuove discariche e inceneritori coinvolgendo l’esercito nelle operazioni, ha consentito di annunciare l’eliminazione di 50 milioni di tonnellate di rifiuti dalle strade.

Un’analoga prova di risolutezza è stata fornita anche sul dossier sicurezza. Il premier «ha contrastato la percezione che la criminalità sia in aumento (nonostante i dati dicano altrimenti) e che gli stranieri ne siano i responsabili». Anche in questo caso le contromisure sono state tempestive: «stato d’emergenza per combattere l’immigrazione clandestina» e raccolta delle impronte digitali dei rom. Insomma, «mano pesante contro l’immigrazione e la piccola criminalità».
Newsweek ha pure ricordato come tra i primi atti del governo ci sia stato anche il «lodo Alfano» che garantisce la sospensione dei procedimenti alle alte cariche dello Stato. Le polemiche sono passate in secondo piano perché «gli italiani si sentono troppo poveri per prestarvi attenzione» perché «quello che vogliono realmente è la stabilità economica» e Berlusconi su questo punto «deve ancora indicare la strada». Anche se la «determinazione» fin qui mostrata «potrebbe permettergli di affrontare i problemi più gravi del Paese».
Ovvia la soddisfazione dell’intero centrodestra. «È sotto gli occhi di tutti lo straordinario lavoro fatto finora dal presidente del Consiglio e da tutto l’esecutivo», ha osservato il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi. «In sella c’è un governo che non fa polemiche ma dà risposte concrete, e in parallelo sta per nascere un grande partito, il Pdl, che può puntare al 50%+1 dei consensi», ha rilevato il portavoce di Fi, Daniele Capezzone.

«Un simile editoriale è impossibile leggerlo su una qualsiasi pubblicazione italiana», ha dichiarato il vicepresidente dei deputati Pdl, Osvaldo Napoli, rimarcando come in Italia «troppi interessi soffocano quotidiani e settimanali». Il vicepresidente dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello, ha evidenziato che Newsweek certifica la «dissoluzione dell’antiberlusconismo».

Solo la stoccata del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti sul «silenzio imbarazzato dell’opposizione» dinanzi a una serie di giudizi positivi, ha risvegliato il Pd dal suo torpore. Alle 20.00 di ieri il responsabile comunicazione dei democratici, Paolo Gentiloni, è riuscito a dettare alle agenzie un invito al governo «a occuparsi dei problemi seri degli italiani». Bei tempi quelli in cui si poteva sparare a palle incatenate sulle note di «Silvio is unfit»...

l'articolo del Nesweek...

mercoledì 13 agosto 2008

mi sento poco bene...

Il settimanale dei Paolini risponde agli attacchi degli esponenti della maggioranza dopo l'editoriale sulla "finta emergenza sicurezza": "Non siamo cattocomunisti"

Famiglia Cristiana rilancia: "Speriamo non rinasca il fascismo"

Il centrodestra insorge: "Di fascista in Italia ci sono solo i loro toni". Replica del direttore: "Le critiche al governo normali in un paese libero


ROMA
- Il settimanale Famiglia Cristiana torna all'attacco sulla politica del governo in materia di sicurezza, augurandosi che "non sia vero il sospetto" che in Italia stia rinascendo il fascismo "sotto altre forme". La rivista dei Paolini, che lunedì scorso aveva attaccato l'esecutivo per la "finta emergenza sicurezza", replica anche alle dure critiche che gli sono arrivate dopo quell'articolo dagli esponenti della maggioranza: "Non siamo cattocomunisti". Ma il centrodestra insorge: "I toni fascisti sono quelli del settimanale". E il direttore della rivista rilancia: "In un paese normale le critiche sono libere".

La difesa. "Siamo e saremo sempre in prima linea su tutti i temi eticamente irrinunciabili", scrive Beppe Del Colle, che ricorda: "Divorzio, aborto, procreazione assistita, eutanasia, 'dico', diritti della famiglia, abbiamo condannato l'inserimento dei radicali nelle liste del Pd". Poi passa in rassegna la storia del settimanale:, e avverte: "Non siamo mai cambiati nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani".

Le critiche a Maroni
. La rivista cattolica torna anche a parlare della norma sulle impronte ai rom, che definisce "una trovata sciocca e inutile". "Abbiamo definito 'indecente' la proposta del ministro Maroni sui bambini rom - si legge - perché da un lato basta censirli, aiutarli a integrarsi con la società civile in cui vivono marginalizzati, ma dall'altro bisogna evitargli la vergogna di vedersi marcati per tutta la vita come membri di un gruppo etnico considerato in potenza tutto esposto alla criminalità".

Le discriminazioni ai rom. Proprio la questione delle impronte porta Del Colle a ricordare le persecuzioni a danno delle minoranze: "Quella foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss è venuta alla memoria come un simbolo. Per questo il Parlamento di Strasburgo e il Consiglio europeo hanno protestato". Poi cita la rivista francese Esprit, che ha scritto che "gli italiani sono incredibilmente duri contro i romeni e gli zingari", e dice: "Speriamo che non si riveli mai vero il suo sospetto che stia rinascendo da noi sotto altre forme il fascismo".

La risposta a Giovanardi. Famiglia Cristiana risponde poi direttamente alle critiche del sottosegretario Giovanardi, che li aveva definiti "cattocomunisti": "Secondo Giovanardi - scrive - non rappresentiamo la 'vera dottrina della chiesa'. Nessuna autorità religiosa ci ha rimproverato nulla del genere, e lui non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale".

Le reazioni del centrodestra. Ancora Giovanardi: "Di fascista oggi in Italia ci sono soltanto i toni da manganellatore che Famiglia Cristiana consente di usare a Beppe Del Colle". Il capogruppo leghista alla Camera, Non sono gli editoriali a cambiare la realtà. Il mondo cattolico condivide le misure sulla sicurezza adottate dal governo e approvate dal Parlamento" . Ignazio La Russa: "Famiglia Cristiana riporti in avanti l'orologio, non esiste nessuna limitazione a dire sciocchezze".

La replica del direttore. "Sono sorpreso di queste reazioni perchè ogni cittadino dovrebbe poter valutare l'operato del governo": così il direttore di Famiglia Cristiana Antonio Sciortino. "In un paese normale - aggiunge - questo fa parte di un libero dibattito, di un libero confronto".

vita

censura nella rete, occhio...

La baia dei Pirati è chiusa per i navigatori italiani
BERGAMO
Il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bergamo ha inibito l’accesso dall’Italia anche al sito svedese "The Pirate Bay", il più celebre e vasto supermercato mondiale del falso multimediale in rete. Quattro persone di nazionalità svedese, individuate quali gestori del sito estero, sono state iscritte sul registro degli indagati per violazione alla normativa italiana sul diritto d’autore.
In sostanza, il sito inibito ha lo stesso funzionamento di "Colombo-Bt", famoso portale italiano della pirateria sequestrato pochi giorni fa, rendendo estremamente semplice scaricare musica e film dal web. Attraverso un motore di ricerca interno, denominato tracker, è infatti possibile localizzare le opere di interesse. I file di queste vengono posti a disposizione da varie persone attraverso la loro condivisione sulla rete.
Questa operazione può avvenire in un’unica soluzione ovvero "a pezzi", provenienti anche da fonti diverse contemporaneamente. In quest’ultimo caso il download è notevolmente più veloce ed un apposito software ricompone le parti nel prodotto intero, che può essere a sua volta messo a disposizione di altri utenti collegati.
Dal 2004 ad oggi la popolarità del sito è andata progressivamente aumentando. I dati statistici disponibili on line evidenziano che "The Pirate Bay" è attualmente uno dei 100 siti web più visti al mondo, con circa 20 milioni di visitatori al mese. La celebrità della "Baia dei Pirati" è testimoniata inoltre dal fatto che i suoi contenuti sono tradotti in 13 lingue, tra cui l’italiano, e proprio dall’Italia proveniva oltre il 2 per cento dei contatti, ovvero circa 450mila visite al mese.
La Federazione dell’industria musicale italiana (Fimi), aderente a Confindustria, ha accolto con favore la decisione del Gip di Bergamo.
«La magistratura ha mandato un segnale importante ai gestori del sito svedese - sostiene Enzo Mazza, presidente di Fimi - che offriva migliaia di brani musicali di artisti, autori e produttori italiani con grave danno alla cultura del nostro Paese».
(da "La Stampa)

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