giovedì 8 novembre 2007

il problema rumeno, ma non solo

Giocare col fuoco
Marco Revelli

Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per orrendo che sia - e l'assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un'intera popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana. Che la colpa «personale» dell'autore del crimine venga fatta pagare sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non sollevare un senso di desolazione e disgusto.
Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le irruzioni un po' in tutta Italia nei «campi nomadi», le identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino all'aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti, d'altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza.
Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività, neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva». Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella politica», come ama chiamarla Veltroni). E invece la politica, da cura del male si trasforma oggi in fattore di contagio.
Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l'odio.
Per quotarlo alla propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini, perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L'hanno seguito a testa bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando così di contendergli lo spazio. Di parare il colpo, in una rincorsa sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l'ostilità preconcetta. Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune, qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano», sgomberando a colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando, a coltellate, qualche «abusivo» dell'umanità.
Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e dell'amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi mediatica e dall'urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un futuro che vada oltre il prossimo sondaggio.

"i viceré" film di roberto faenza

Passato e presente a confronto: «I viceré»
Il film di Roberto Faenza sarà da venerdì nelle sale. Lo presentano il regista e i suoi interpreti, mettendo in evidenza il lato laico del romanzo, che ha subìto una censura di mercato per le sue istanze libertarie e anticlericali
Silvana Silvestri

Se il romanzo di Federico De Roberto I viceré suscitò polemiche all'epoca in cui uscì (fu pubblicato nel 1894) e valutazioni negative, come la stroncatura di Croce («un'opera che non illumina l'intelletto»), questa sana atmosfera polemica ritorna a investire anche il film di Roberto Faenza che uscirà nelle sale venerdì 9 novembre distribuito da 01 in numero considerevole di copie. L'attuale situazione politica italiana, con un tempismo straordinario, sembra fare da cassa di risonanza al film, alle critiche di un mondo antico che andava dissolvendosi (l'aristocrazia borbonica conteneva in sé i germi della sua dissoluzione). Roberto Faenza ha apprezzato del romanzo la sua impostazione laica, forse anche l'impianto anticlericale con quel convento dei benedettini come si è visto solo in qualche film albanese o ungherese (ben lontani da Roma), ma anche lui ne ha pagato le conseguenze. Ad esempio non è stato invitato nè al festival di Venezia nè alla festa di Roma che va bene per tutti, mantenendo così il significato ribelle, outsider, del romanzo. Risponde a tutte le polemiche che si sono susseguite in questi giorni la produzione, sostenendo che il film è stato visto solo da Piera De Tassis per Première e che tutte le altre proiezioni erano state annullate dagli «esperti». «Che il film non era stato accettato alla festa di Roma è stato comunicato solo il 3 novembre a festa conclusa». Qualche brivido del resto ha percorso anche Bruxelles dove il film è stato presentato non senza qualche tentennamento «perché sembrava che non desse un'immagine decorosa dell'Italia»). Qualche perplessità potrebbe nascere (secondo lo stile del cinema italiano contemporaneo) dal fatto che in un film pensato anche per la televisione, di cinema ne contenga una piccola porzione, ma risponde Faenza: «Questo film non è nato per la televisione, è nato per il cinema e siccome era un progetto costoso, abbiamo chiesto l'appoggio di Rai Fiction e Rai Cinema. Ci sono due versioni distinte, girate anche in modo diverso e con ottiche differenti, anzi sarebbe bene che la Rai programmasse entrambe le versioni per far capire la differenza». Colpisce il discorso finale del film dove al protagonista che infine diventa parlamentare liberale per non dispiacere né alla plebe nè al clero nè ai signori, riesce a fare un discorso che assomiglia tanto a quelli che sentiamo in questi giorni abbinati alla parola «democratico»: «La frase è di De Roberto e la poniamo in testa al film come didascalia, testimonianza di una mostruosa preveggenza dello scrittore. La differenza con il romanzo intanto risiede nel fatto che un film non è mai un libro. Io ho voluto dare molta importanza alla famiglia e non solo per i conflitti generazionali, ma per la sopraffazione che vi alberga e in questo caso per la smania di possedere tutto, i destini delle persone, la chiesa, la politica. Sono partito dalla famiglia come alcova di tutti i mali, esercizio di dominio tra padre e figlio da soggiogare». Il «dissidio», ma in chiave creativa in qualche modo si è riproposto tra Faenza e Alessandro Preziosi, tra regista e giovane interprete che ha voluto mettere qualcosa di buono nel suo cinico personaggio, di trovare qualcosa di positivo in quel ragazzo diventato uomo troppo presto. Il padre di famiglia, Lando Buzzanca, dipinto da De Roberto come la radice di ogni male dice di essersi spaventato non poco quando Faenza gli ha detto che si trattava di un film shakespeariano e che avrebbe dovuto far dimenticare Burt Lancaster con la sua interpretazione (ci riesce): «Poi mi sono lasciato prendere da alcune caratteristiche che io non possiedo per nulla, come l'avidità, la superstizione, la politica dell'odio: sono cose che ho dovuto cercare dentro di me, non potevo neanche parlarne con il regista perché lui è uno che non parla con gli attori, ma avevo già fatto esperienza con Germi a proposito, quindi sapevo come fare».
Nella tradizione aristocratica gli eredi dopo una giovinezza scapestrata, si adeguano alle regole e così fa anche Consalvo e le regole sono quelle del potere. Nulla cambia quindi, proprio come nel «Gattopardo» considerato da Faenza oleografico e nostalgico e Tomasi di Lampedusa un saccheggiatore di De Roberto (difficile sostenerlo, poiché Tomasi scrive della sua classe che conosce intimamente e De Roberto no): pensiamo che sono due mondi diversi, due differenti punti di vista e certo lo spettatore medio cresciuto a fiction non potrà avere molti strumenti storici per capire molto nè dell'uno nè dell'altro. A cominciare dal significato di cosa fosse la destra e la sinistra nel parlamento italiano dopo l'unità d'Italia.

il briefing di un lavoratore di un call center

Sono un uomo di 36 anni con quasi 2 lauree in psicologia e che ha avuto la
sfortuna di fare un esperienza, seppur breve, nel campo dei call-center
outbound. Al momento in cui vi scrivo sono al mio settimo giorno di prova
presso la “In-Contatto” una azienda di Roma che vende servizi per la
Fastweb, bene ieri è stato il mio ultimo giorno di lavoro, in quanto ho
cominciato a provare la nausea per quel posto dopo appena due o tre giorni
di lavoro.

Oltre a tutte le cose negative che ho potuto leggere su questo
sito riguardo a questi call-center outbound, e cioè la situazione
contrattuale pessima, le ferie inesistenti, le malattie e il tfr non pagati,
credo che la cosa peggiore non sia stata menzionata.

Nel caso mio la nausea è dovuta ai cosidetti “briefing” di inizio lavoro della durata di 10-20
minuti durante i quali la team-leader, una donna con molta aggressività, faceva qualunque tipo di pressione psicologica su chi il giorno prima aveva avuto la sfortuna di non prendere
un appuntamento con un consulente.

Questi cosidetti “briefing” erano conditi di parolacce di ogni tipo, intimidazioni e attacchi all’autostima dei lavoratori attraverso confronti tra chi aveva preso l’appuntamento e chi no. Insomma un qualcosa di assolutamente illegale, sfruttando la consapevolezza
che molte delle persone presenti non potevano rispondere perché bisognose
dei due soldi che avrebbero potuto guadagnare.

La cosa più sleale da parte di questa azienda nei miei confronti è stata quella di avermi assunto, quindi fatto un colloquio di lavoro con una selezionatrice, che ha invece
dei modi cordiali e rispettosi, altrettanto dicasi per il corso della durata
di due giorni, fatto con un amministratore dell’azienda, ed anche qui nessun
avvertimento circa le modalità di questi “briefing”, ma poi al primo giorno
di lavoro ecco che arriva la sorpresa, l’incontro con questa fantomatica
team-leader, una persona, anche se definirla tale è un complimento, totalmente inadatta a ricoprire un ruolo del genere, ma evidentemente le coercizioni adottate da questa persona fanno comodo all’azienda in termini di vendite.

Eppure alcuni particolari che possano allarmare si possono notare se si è attenti anche nei giorni del corso, mi riferisco all’arredamento della sede dell’azienda, un posto scarno e
trasandato, con arredamenti minimi che lasciano presagire che questo tipo di
aziende non navigano nel lusso, anzi probabilmente i titolari fanno la fame
più dei loro dipendenti.

Per concludere vorrei comunicare il nome di questa azienda così forse qualcuno che potrà avere la fortuna di leggere questa lettera potrà evitare di finirci un giorno, visto che questi sono sempre alla ricerca di persone, visto l’alto numero di abbandoni:

In-Contatto, Via di Torre Rigata 10, Roma

i call center

Nei call center italiani lavorano, secondo i dati forniti dalle associazioni di impresa sull’anno 2006, circa 250 mila addetti. Si deve distinguere tra le attività cosiddette “in house” e quelle in “outsourcing”.“In house” sono quei call center interni alle compagnie o alle aziende che ne utilizzano i servizi, con gli operatori inquadrati come dipendenti diretti delle stesse imprese. Ad esempio: il call center che risponde al numero clienti Telecom fa parte della stessa Telecom e gli operatori sono dipendenti Telecom.

In “outsourcing” sono, al contrario, le attività appaltate all’esterno, ad aziende specializzate nella fornitura di servizi: la compagnia telefonica, la banca o la società interessata ad aprire un canale di contatto con i propri clienti o fornitori (azienda committente o appaltante) affida dunque una commessa a un’altra impresa (appaltatrice): ad esempio Telecom affida una commessa ad Atesia, del gruppo Cos, perché i dipendenti di Atesia rispondano per conto della Telecom ai clienti Telecom. I lavoratori dunque non saranno contrattualizzati dal committente, ma direttamente dall’appaltatrice. Pur rispondendo a nome del committente, dunque, il loro rapporto di lavoro sarà istituito con la ditta di servizi che ha preso in gestione l’appalto.

Nei call center in “outsourcing”, dove sono oggi concentrati la maggior parte dei rapporti precari, lavorano circa 80 mila operatori (dati della Assocontact, associazione di imprese aderente alla Confindustria). I restanti 170 mila sono dunque contrattualizzati direttamente nei call center “in house”.

Circa il 50% dei committenti è costituito da compagnie telefoniche, associate nella Asstel, anch’essa aderente a Confindustria: dunque il contratto di riferimento che orienta oggi questo mercato è quello delle telecomunicazioni, ma non mancano call center in outsourcing che adottano altri contratti (commercio, metalmeccanici, trasporti) perché spesso il loro stesso committente li applica.

Un buon 20% dei committenti è invece concentrato nelle pubbliche amministrazioni, dai ministeri ai comuni alle province, fino agli enti pubblici e le Asl, tutti soggetti che fanno larghissimo uso del lavoro in appalto.

Degli 80 mila lavoratori in outsourcing, secondo la Assocontact, circa 20 mila avevano già un contratto subordinato prima della campagna di stabilizzazioni avviata dalla finanziaria 2007 (legge 296 del 27 dicembre 2006 - articolo 1 - commi 1202-1210). La campagna si è chiusa il 30 aprile 2007, e a quella data - secondo la Slc Cgil - sono stati stabilizzati ulteriori 18 mila lavoratori (quasi 9 su 10 da subito con un tempo indeterminato).

Resterebbero fuori dunque almeno 42 mila operatori, in gran parte outbound, cui le aziende non riconoscono il diritto automatico al contratto da dipendenti in forza della Circolare Damiano che permette il contratto a progetto per questo tipo di lavoratori.

cosa è l’outbound


Nei call center si definisce “outbound” quell’operatore che lavora sulle telefonate in uscita. E’ dunque il call center, attraverso questo operatore, che contatta i clienti chiamandoli al telefono (soprattutto a quello di casa) per proporre offerte, prodotti o fare sondaggi e inchieste di mercato.

Nella gran parte dei casi, il computer dell’operatore è già programmato su una lista di chiamate da fare e che partono in automatico: sarà poi l’operatore, una volta che il cliente avrà risposto, a “condurre” la conversazione attraverso una griglia di domande precostituita fornita dall’azienda. In genere anche le forme di saluto, i convenevoli, le risposte da fornire al cliente sono codificate e vengono fornite attraverso appositi manuali o corsi precedenti all’assunzione.

L’outbound secondo la circolare Damiano del 14 giugno 2006 può essere inquadrato con un contratto a progetto, nel caso in cui soddisfi una serie di requisiti di autonomia nel lavoro indicati dalla stessa circolare.

cosa è l’inbound

Nei call center è definito “inbound” quell’operatore che lavora in ricezione telefonate: è il cliente a chiamare il call center, da un telefono fisso o mobile, e il lavoratore si limita a rispondere alle domande o a fornire l’assistenza richiesta.

In molti call center questi operatori possono anche effettuare prenotazioni o vendite (si pensi ai biglietti dei treni o degli aerei acquistati per telefono), e dunque hanno l’autorizzazione, in accordo con il cliente, ad operare con le carte di credito dell’acquirente.

Secondo la circolare Damiano del 14 giugno 2006 questo tipo di operatore deve essere inquadrato con contratti di tipo subordinato, poiché “non gestisce, come nel caso dell’outbound, la propria attività, nè può in alcun modo pianificarla giacché la stessa consiste prevalentemente nel rispondere alle chiamate dell’utenza, limitandosi a mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie psicofisiche per un dato periodo di tempo”.


già stabilizzati

Dall’1 gennaio 2007 al 30 aprile 2007, grazie agli incentivi offerti dalla finanziaria (legge 27 dicembre 2006 - commi 1202-1210) e all’opera di contrattazione dei sindacati, sono stati stabilizzati 18 mila lavoratori dei call center. E’ un nucleo di lavoratori che risultava più individuabile e contattabile dai sindacati, perché appartenenti ai big del settore (come il gruppo Cos o la Omnia Network), già finiti sotto i riflettori della stampa.

La Slc Cgil, categoria che segue i lavoratori della comunicazione, ha diffuso un rapporto su queste prime stabilizzazioni: il fatto positivo è che la gran parte dei lavoratori (l’86%) ha avuto da subito il tempo indeterminato, e che entro due anni la percentuale salirà al 98%. Tra i fattori negativi, dobbiamo invece annoverare gli orari di lavoro e i salari spuntati. La maggior parte di questi operatori ha infatti ottenuto orari part time di sole 20 ore settimanali, che corrispondono a un salario inferiore ai 600 euro mensili. A fronte di quanto ottenuto, i lavoratori hanno dovuto firmare conciliazioni (come previsto dalla finanziaria) in cui hanno rinunciato a far causa per i salari pregressi (molti di loro hanno tra i 7 e i 10 anni di cocoprò alle spalle, e vanno a perdere almeno 10 mila euro per ogni anno lavorato).

Ma andiamo ai dati, tratti da un rapporto diffuso dalla Slc Cgil i primi di maggio 2007. Al 30 aprile 2007, i lavoratori stabilizzati a seguito della campagna incentivata dal governo risultano circa 18 mila: 16.199 con il contratto delle telecomunicazioni, e altri 2000 circa con i metalmeccanici o il commercio.La Slc Cgil fornisce un’analisi solo per i 16.199 di sua competenza. Di questi, 14.086 (pari all’86,5%) sono stati assunti da subito a tempo indeterminato; 538 (pari al 3,8%)con contratto a termine di cui è prevista la trasformazione a tempo indeterminato dopo 24 mesi; 1.274 (pari al 7,7%) con contratto di apprendistato o inserimento per cui è prevista la trasformazione in tempo indeterminato dopo 24 mesi; 301 (pari al 2%) con contratti a tempo determinato di 24 mesi, per i quali però non è prevista trasformazione in tempo indeterminato al termine del periodo. Dunque il 98% dei 16.199, trascorsi i due anni dall’inizio del periodo di stabilizzazione, si troverà assunto a tempo indeterminato.

Genere: le stabilizzazioni hanno riguardato le donne per il 68% (11.101 lavoratrici) e per il 32% uomini (5.098). Si è stabilizzato soprattutto al Sud e nelle Isole (49,7%, 7.795 persone); segue il Centro (33,5%, 5.634 persone) e il Nord (16,8%, 2.770 persone).

Età: il 61,3% dei lavoratori stabilizzati (10.098) ha un’età sotto i 30 anni; il 31,4% è compreso tra i 30 e i 50 anni (5.032); il 7,3% è sopra i 50 anni (1.069 persone).

Orari di lavoro: la maggior parte degli operatori ha ottenuto part time di sole 20 ore settimanali. Pesano soprattutto i gruppi più grossi, la Cos Almaviva e la Datel/Telic che da soli hanno stabilizzato 8 mila lavoratori, orientando però il mercato sui part time a basso quantitativo di ore. La percentuale di lavoratori a 20 ore è pari dunque al 53% (8.741 lavoratori), mentre hanno ottenuto part time tra le 20 e le 30 ore 3.217 lavoratori (pari al 20,2%); il 21,5% (3.361 persone) ha ottenuto part time tra 30 e 36 ore. Un 5,3% di “fortunatissimi”, 880 operatori, ha un full time di 40 ore settimanali.

Livelli contrattuali ottenuti: il 52% (8.545 operatori) ha ottenuto il terzo o un livello superiore da subito (il terzo livello è quello di riferimento per questi operatori, quando sono inquadrati con il contratto delle tlc). Gli altri hanno avuto in genere un secondo livello: il 7,5% (1.247 persone) passerà al terzo entro 3-6 mesi; il 15,5% (2.267) vi accederà entro 6-12 mesi; l’8,8% (1.454) entro 12-18 mesi; il 16,2% (2.686 persone) dopo 18 mesi.

Turni: un altro aspetto importante è quello dei turni di lavoro, dato che chi ha part time con poche ore ha necessità quasi sicuramente di un secondo impiego, impossibile da conciliare con il primo se l’azienda può cambiare i turni con la massima flessibilità. Specificando che in questo caso i numeri delle somme superano il 100% (perché diversi accordi possono contenere sia fasce rigide che il mantenimento della collocazione oraria pre-stabilizzazione, che il diritto allo spostamento in caso di secondo impiego), la Slc Cgil fa sapere che l’85% degli operatori (13.999) sono stati inquadrati in fasce orarie rigide (mattina, pomeriggio, sera/notte); il 24% (3.667) mantiene la collocazione oraria di quando era a progetto; l’89,5% (14.760) ha conseguito il diritto a spostare la propria collocazione oraria in caso di secondo lavoro; il 10,1% (1698) dovrà invece subire la collocazione oraria unilaterale dell’azienda, ovvero un iper-flessibile orario “h24″.


leggi e accordi

In questa sezione proponiamo la raccolta di alcune leggi e successivi accordi che hanno fatto la “storia” delle recenti vertenze sui call center. A partire dalla Circolare Damiano del 14 giugno 2006, passando per l’Avviso comune sindacati-Confindustria, fino all’Ordine del giorno del Direttivo Cgil che ha indicato come il sindacato intende interpretare la Circolare e l’Avviso comune nella pratica delle stabilizzazioni. Infine è utile leggere l’articolo 1 ai commi 1202 -1210 della finanziaria 2007 (legge 296 del 27 dicembre 2006), che ha disposto le regole e gli incentivi per la trasformazione dei rapporti parasubordinati in subordinati.