Una banale notte di follia e terroreReportage fotografico Dal tramonto all'alba, racconto in presa diretta. La folla che ringhia su decine di persone impaurite, protette a stento dalla polizia.
«Dove ci portano?», nessuno lo sa. È la camorra che decide: «Restano qui fino a domani»
Ore 8.30 di mercoledì. Il sole tramonta mentre brucia l'ultima baracca di via Malibrand, un gruppo di rom si è rifugiato in silenzio nell'unica parte ancora in piedi di un campo ormai divenuto famoso, quello di via Argine a Ponticelli. Cinquanta forse sessanta, sono quelli che non sono riusciti a organizzarsi e ora sono senza via di uscita, la conferma gli arriva dall'eco di chi a poche centinaia di metri vuole linciarli. Le donne anziane iniziano a piangere, gli uomini fanno segno di ricomporsi, perché alla cacciata non si aggiunga altro disonore. I bambini sono disorientati, qualcuno ride perché c'è tanta gente, italiani con macchine fotografiche a cui dire cheese. Altri giocano ad acchiapparello, i più piccoli si aggrappano alle vesti di giovanissime madri che cercano di raccattare vettovaglie nelle coperte.
«Dove ci portano?», nessuno lo sa. È la camorra che decide: «Restano qui fino a domani»
Ore 8.30 di mercoledì. Il sole tramonta mentre brucia l'ultima baracca di via Malibrand, un gruppo di rom si è rifugiato in silenzio nell'unica parte ancora in piedi di un campo ormai divenuto famoso, quello di via Argine a Ponticelli. Cinquanta forse sessanta, sono quelli che non sono riusciti a organizzarsi e ora sono senza via di uscita, la conferma gli arriva dall'eco di chi a poche centinaia di metri vuole linciarli. Le donne anziane iniziano a piangere, gli uomini fanno segno di ricomporsi, perché alla cacciata non si aggiunga altro disonore. I bambini sono disorientati, qualcuno ride perché c'è tanta gente, italiani con macchine fotografiche a cui dire cheese. Altri giocano ad acchiapparello, i più piccoli si aggrappano alle vesti di giovanissime madri che cercano di raccattare vettovaglie nelle coperte.
Aspettano senza sapere bene cosa, perché dalla prefettura e dal comune non sanno proprio dove metterli e anche i volontari di Opera Nomadi e Caritas ormai allargano solo le braccia, al massimo possono offrire una bottiglietta d'acqua. A proteggerli ci sono una cinquantina di poliziotti, ma il quartiere li controlla da lontano e la pressione si sente. Le macchine rallentano, si fermano sotto i ponti (come si vede nella foto) - aspettano - in un inquietante gioco da gatto con il topo.
Alle 10 un gruppo prende una decisione: ce ne andiamo con le nostre Apecar. Sembrano profughi che scappano da un luogo di guerra, invece siamo nella terza città d'Italia, Napoli comune d'Europa. Rimangono in 50, la metà sono bambini. Gli adulti si parlano in zigano, forse bestemmiano i loro aggressori, avrebbero ragione, ma un'anziana donna non ce la fa scoppia a piangere: «Chiedo mio figlio dove andiamo». Il tempo passa, l'attesa è snervante per tutti. Poi finalmente arriva il pulmino del comune. I volti si rasserenano: «andiamo via», ci dicono. Ma l'autista è nervoso: «Facciamo presto, mi hanno detto di portarli alla stazione». «Dove?» urlano i volontari, nel piccolo bus, tra l'altro, c'è posto solo per la metà dei rom. Una follia. Parte il tam tam, comune, prefettura, associazioni: bisogna trovare un ricovero per la notte non scaricarli in un posto qualsiasi. L'impiegato comunale non ha tempo e ha anche paura, gira i tacchi e se ne va. La disperazione prende piede, le macchine di quelli pronti ad appiccare il fuoco sono sempre lì. Polizia e carabinieri prendono l'iniziativa: «Ve ne dovete andare, qui non potete aspettare», spiegano ai finestrini. Passano due ore poi finalmente arrivano due bus dell'Anm, con il presidente pronto per i suoi cinque minuti di gloria da salvatore: «Mi fate una foto?», chiede ai reporter. Si sale, destinazione Istituto Figli di Maria, un percorso di pochi chilometri, verso San Giovanni a Teduccio, zona villa vecchia. Gli autisti spengono i fari e le luci dei bus per non essere riconosciuti e assaltati, tra i passeggeri cala il silenzio, si sentono solo i bimbi lamentarsi. Dieci minuti che durano un'eternità.
I rom scendono devono percorrere 300 metri a piedi per raggiungere la struttura. Si aprono le finestre, gli abitanti capiscono subito cosa sta accadendo, si passano la notizia di balcone in balcone, spalancano le scure, alzano le tapparelle. In cinque minuti una folla è già in strada, anche loro in maggioranza donne e bambini. Partono i cori: «Se 'nanna 'ji». Le mamme sono inferocite in quella scuola al mattino ci portano i figli, materna e elementari.«Chisti 'ca portano malattie e pidocchi, io tengo sette mesi di vita, non me ne fotte proprio, se ne devono andare», urla una donna con una scopa in mano (nella foto). «Portateli via altrimenti entriamo noi e gli tagliamm' 'a cap'», incalza un'energumena che poi non si comprende bene il perché, ma inizia a litigare con un'altra donna, mentre due ragazze del quartiere si picchiano tra loro. E' il caos, il parapiglia. Un gruppo fuori controllo prende di mira la macchina del presidente dell'istituto, la distruggono in pochi minuti sotto lo sguardo del cordone di sicurezza: «Non abbiamo ordini non possiamo intervenire», dicono. Siamo alla follia. «Le brave persone sono rimaste tutte a casa», spiega un volontario della protezione civile Sant'Erasmo, mentre porta i viveri per la cena, seguito da altri con coperte, latte e omogeneizzati. «Non è vero - dice un ragazzo dall'aria tranquilla - qui sono tutti ignoranti e gente di niente. Anche io ho i bambini qui, ma gli zingari devono restare solo per un giorno». «Non esiste proprio», è il coro delle donne. E' ormai passata la mezzanotte, gruppi di signore in pigiama entrano a scuola, «una delegazione»: «Mamma mia che fieto», dicono, ma la porta che le separa dai rom è chiusa. Qualcuno fa una «mediazione», qualcuno che «conta». Le signore escono: «Andate tutti a casa, restano solo fino a domani». La folla a poco a poco si disperde.
Per gli addetti ai lavori anche qui stasera alla fine ha deciso la camorra.
Alle 10 un gruppo prende una decisione: ce ne andiamo con le nostre Apecar. Sembrano profughi che scappano da un luogo di guerra, invece siamo nella terza città d'Italia, Napoli comune d'Europa. Rimangono in 50, la metà sono bambini. Gli adulti si parlano in zigano, forse bestemmiano i loro aggressori, avrebbero ragione, ma un'anziana donna non ce la fa scoppia a piangere: «Chiedo mio figlio dove andiamo». Il tempo passa, l'attesa è snervante per tutti. Poi finalmente arriva il pulmino del comune. I volti si rasserenano: «andiamo via», ci dicono. Ma l'autista è nervoso: «Facciamo presto, mi hanno detto di portarli alla stazione». «Dove?» urlano i volontari, nel piccolo bus, tra l'altro, c'è posto solo per la metà dei rom. Una follia. Parte il tam tam, comune, prefettura, associazioni: bisogna trovare un ricovero per la notte non scaricarli in un posto qualsiasi. L'impiegato comunale non ha tempo e ha anche paura, gira i tacchi e se ne va. La disperazione prende piede, le macchine di quelli pronti ad appiccare il fuoco sono sempre lì. Polizia e carabinieri prendono l'iniziativa: «Ve ne dovete andare, qui non potete aspettare», spiegano ai finestrini. Passano due ore poi finalmente arrivano due bus dell'Anm, con il presidente pronto per i suoi cinque minuti di gloria da salvatore: «Mi fate una foto?», chiede ai reporter. Si sale, destinazione Istituto Figli di Maria, un percorso di pochi chilometri, verso San Giovanni a Teduccio, zona villa vecchia. Gli autisti spengono i fari e le luci dei bus per non essere riconosciuti e assaltati, tra i passeggeri cala il silenzio, si sentono solo i bimbi lamentarsi. Dieci minuti che durano un'eternità.I rom scendono devono percorrere 300 metri a piedi per raggiungere la struttura. Si aprono le finestre, gli abitanti capiscono subito cosa sta accadendo, si passano la notizia di balcone in balcone, spalancano le scure, alzano le tapparelle. In cinque minuti una folla è già in strada, anche loro in maggioranza donne e bambini. Partono i cori: «Se 'nanna 'ji». Le mamme sono inferocite in quella scuola al mattino ci portano i figli, materna e elementari.«Chisti 'ca portano malattie e pidocchi, io tengo sette mesi di vita, non me ne fotte proprio, se ne devono andare», urla una donna con una scopa in mano (nella foto). «Portateli via altrimenti entriamo noi e gli tagliamm' 'a cap'», incalza un'energumena che poi non si comprende bene il perché, ma inizia a litigare con un'altra donna, mentre due ragazze del quartiere si picchiano tra loro. E' il caos, il parapiglia. Un gruppo fuori controllo prende di mira la macchina del presidente dell'istituto, la distruggono in pochi minuti sotto lo sguardo del cordone di sicurezza: «Non abbiamo ordini non possiamo intervenire», dicono. Siamo alla follia. «Le brave persone sono rimaste tutte a casa», spiega un volontario della protezione civile Sant'Erasmo, mentre porta i viveri per la cena, seguito da altri con coperte, latte e omogeneizzati. «Non è vero - dice un ragazzo dall'aria tranquilla - qui sono tutti ignoranti e gente di niente. Anche io ho i bambini qui, ma gli zingari devono restare solo per un giorno». «Non esiste proprio», è il coro delle donne. E' ormai passata la mezzanotte, gruppi di signore in pigiama entrano a scuola, «una delegazione»: «Mamma mia che fieto», dicono, ma la porta che le separa dai rom è chiusa. Qualcuno fa una «mediazione», qualcuno che «conta». Le signore escono: «Andate tutti a casa, restano solo fino a domani». La folla a poco a poco si disperde.
Per gli addetti ai lavori anche qui stasera alla fine ha deciso la camorra.