lunedì 31 marzo 2008

perversioni naziste nella formula 1

Mosley pizzicato da tabloid in orgia sado-maso nazista
L'immagine pubblicata sul sito di News of the World

News of the World denuncia il presidente della Formula Uno, figlio di un famigerato nazi-fascista britannico, mostrando tanto di video sul Web
LONDRA
Scandalo sessuale per il presidente della Formula Uno Max Mosley, accusato oggi di «orgia nazista con cinque prostitute» dal tabloid domenicale londinese News of the World che di lui dice: «in segreto è un pervertito sessuale sadomasochista».

Il tabloid sferra il durissimo attacco sulla base di un video di cinque ore in suo possesso dove si vede Mosley - figlio di un famigerato leader fascista britannico - che si atteggia a comandante di un lager nazista nel corso di una «depravata orgia in stile nazista», dà ordini in tedesco alle prostitute nude o seminude, le frusta e poi «gode a farsi frustare a sangue».

«In pubblico - denuncia il News of the World - il boss della Formula Uno respinge il malefico passato del padre ma in segreto fa giochi nazisti in un’orgia da 2.500 sterline».

Sessantasette anni, ricco sfondato, figlio di quel Oswald Mosley che tra le due guerre mondiali fondò l’Unione Britannica dei Fascisti e manifestò una sperticata ammirazione per Hitler e Mussolini, il presidente della Formula Uno avrebbe dato sfogo ai suoi istinti venerdì scorso in un lussuoso appartamento nel quartiere londinese di Chelsea.

Pagando in anticipo alla «dominatrice» (la prostituta-leader) 2.500 sterline in contanti, circa 3.100 euro.

Il News of the World non spiega come i suoi »investigatori« siano riusciti a mettere mano sul video hard ma fa un dettagliatissimo resoconto della sessione di sesso, con Mosley che alterna i ruolo dell’aguzzino e della vittima immaginandosi di essere in un campo di concentramento.

Per accentuare al massimo lo »stile nazista« due delle cinque prostitute avrebbero partecipato all’orgia vestite alla stessa stregua delle donne recluse nel campo di concentramento di Auschwitz. Sposato da 48 anni con Jean, padre di due figli già grandi, Max Mosley se ne sarebbe andato via tutto contento dall’ appartamento di Chelsea dopo quasi cinque ore.

Il tabloid fornisce persino l’ora esatta in cui avrebbe lasciato l’alcova: le 17,05.

domenica 30 marzo 2008

a volte ritornano...









a dire il vero non sono mai andati via...

chi si ricorda di speciale?

Si fece portare il pesce anche durante le vacanze in baita ad agosto a Passo Rolle
Coinvolto nella richiesta di danno erariale anche il generale Ugo Baielli

Le spigole di Speciale ci sono costate 32.000 euro

La Corte dei Conti vuole il rimborso dei voli privati dell'ex capo della Finanza
di CARLO BONINI

A VOLTE ritornano. Le spigole. Le gite a scrocco verso il sole e la neve immacolata delle Dolomiti di passo Rolle. La Procura generale della Corte dei conti ha chiuso l'istruttoria sulla gestione privata degli Atr-42 in forza alla Guardia di Finanza del suo ex comandante generale Roberto Speciale. E gliene chiede il conto. Fanno 3.885 euro per ogni ora di volo abusiva sulla tratta Pratica di Mare-Bolzano.

Cui va aggiunto "il danno di immagine al Corpo e alle Istituzioni" che verrà quantificato nel corso del giudizio di responsabilità contabile. A spanne, diverse decine di migliaia di euro. "Per una condotta - scrive il procuratore Angelo Canale nel chiudere l'indagine - illegittima e illecita", di cui l'ex comandante generale risponderà economicamente in solido con il generale Ugo Baielli, all'epoca comandante del gruppo aeronavale delle Fiamme Gialle e oggi in pensione.

La chiusura dell'indagine è stata notificata a Speciale ai primi di febbraio. Quando l'opportunità di una sua candidatura alla Camera con il Partito della Libertà in Umbria divideva ancora il centro-destra. Oggi, che l'uomo ha già incassato un seggio sicuro (è numero tre di lista), è facile prevedere diventerà occasione per gridare alla persecuzione giudiziaria. Naturalmente, a dispetto dei fatti, che, nell'istruttoria della Corte dei Conti, appaiono incontrovertibili nel confermare documentalmente le circostanze di cui "Repubblica" diede conto l'11 ottobre 2007 e per le quali Speciale è al momento indagato per peculato dalla procura militare di Roma.

Cinque mesi fa, il generale si indignò "per una campagna di stampa infondata e di intollerabile violenza". Non negò la sua presenza e quella delle signore al seguito sulle nevi di passo Rolle (febbraio 2005), né la cassa di spigole aviotrasportata per accendere di sapori le notti in baita. Ma, sfidando il grottesco, pensò bene di riscrivere il canovaccio della storia. Con qualche bugia che oggi mostra quanto corte avesse le gambe. "A Passo Rolle - disse il generale - ero andato per motivi d'ufficio. Per salutare la componente alpina". E il pesce fu un impegno solenne "con i miei finanzieri", "da padre, prima che da comandante", "perché mi avevano confidato di non poterne più di mangiare soltanto wurstel".

Peccato, che quando le spigole si involarono per le Dolomiti, a passo Rolle di uomini stracchi di wurstel non ve ne fosse nessuno, se non quelli costretti al lavoro para-alberghiero imposto dalla presenza nella foresteria del Corpo dell'allora comandante generale e della sua corte. La Procura generale della Corte dei conti ha infatti accertato che, in quello scintillante 2005, Roberto Speciale raggiunse passo Rolle in due occasioni. La prima (in febbraio) per una gita sulla neve ("Repubblica" la documentò con un video). La seconda (in agosto) per una passeggiata tra le margherite e uno sfizio di pesce.

Il comandante generale - scrive il procuratore Angelo Canale - raggiunse la foresteria di passo Rolle il 20 agosto 2005 per trascorrervi "una settimana di ferie". Nessun impegno istituzionale, nessuna premurosa visita alla truppa infreddolita lungo il confine. Una semplice vacanza a spese del Corpo. Per la quale, sia in andata che in ritorno, "non utilizzò, come sarebbe stato opportuno, mezzi propri" (un volo di linea o un treno per Bolzano), ma l'Atr-42 che aveva eletto a suo personal jet, "disponendo che ne venisse predisposta la riconfigurazione per trasporto passeggeri".

Il 20 agosto 2005, dunque, Speciale raggiunge Bolzano in Atr-42 con il suo seguito e di qui Passo Rolle. Si accomoda in baita, dove avverte presto il desiderio di pesce fresco. Alza il telefono e parla con il generale Ugo Baielli, comandante dell'aeronavale, il quale provvede. La mattina del 25, all'aeroporto militare di Pratica di Mare viene comandato di servizio il maggiore Aldo Venditti, in forza al gruppo di "Esplorazione marittima" (sorveglianza delle coste contro il contrabbando), con un ordine che - secondo quanto accerteranno sia la Procura generale della Corte dei Conti, sia la Procura militare - dispone l'immediato decollo dallo scalo laziale alla volta di Bolzano di un Atr-42 per "trasporto autorità".

Il povero maggiore Venditti attende sulla pista fiducioso l'arrivo della "Autorità". Non è la prima volta che fa da aero-taxi, non sarà l'ultima. Epperò non se ne vede l'ombra. L'Autorità, infatti, è una cassa di spigole. Per Venditti è troppo. Come racconterà ai magistrati, va bene l'autista, ma non lo spallone di pesce. Si rifiuta di mettersi alla cloche perché ciò che è scritto nel piano di volo è semplicemente un falso. Baielli gli rinnova l'ordine, questa volta - annota la Procura - motivando il trasporto con "esigenze di natura operativa". L'Atr-42 decolla per Bolzano. Speciale può godere della sua grigliata.

Scrive il procuratore Angelo Canale con una prosa che da incredula si fa indignata. "E' documentalmente provato che il velivolo Atr-42 è stato impiegato per il trasporto di pesce fresco con una disposizione che non può essere altrimenti definita che illegittima e illecita". Che ha umiliato chi l'ha subita e dovrebbe far vergognare chi l'ha impartita. Roberto Speciale. Lo stesso uomo che, non più tardi di venerdì scorso, si è abbandonato alla vanità di un ritratto di "Italia Oggi", in quel di Perugia, dove ha stabilito il suo quartier generale di candidato del Pdl. Per far sapere che "come ho detto a Fini, senza preti e senza militari non si vince". "Che il suo telefono squilla senza sosta con chiamate da tutta Italia, ma lui non è lo Spirito Santo". Soprattutto, che si vendicherà, perché "nella Guardia di Finanza molti appoggiano la mia candidatura, mentre chi mi ha tradito la teme".

vergogna legaiola

La giornalista Pivetti e i killer del linguaggio

In occasione dell'undicesimo anniversario del naufragio della Kater I Rades (nel quale morirono 108 cittadini albanesi che tentavano di raggiungere l'Italia) torniamo a chiedere a Irene Pivetti perché mai, il 27 marzo del 1997, lanciò la proposta di "buttare in mare" i migranti irregolari. Un anno fa, in occasione del decennale della tragedia, ponemmo lo stesso quesito e annunciammo che, in assenza di una risposta, l'avremmo riproposto a ogni anniversario. La risposta non è arrivata ed eccoci nuovamente qua.

Sia chiaro: non c'è alcun accanimento nei confronti di Irene Pivetti. Siamo tra quelli che hanno apprezzato la sua decisione di abbandonare l'attività politica e anzi hanno sperato che quella scelta coraggiosa fosse assunta a modello da altri. Inoltre alla collega Pivetti va dato atto che quella sua frase agghiacciante è stata in seguito superata da altre e, insomma, non è più ai vertici delle dichiarazioni razziste pronunciate da politici italiani. In questi anni abbiamo sentito e visto ben altro. Dalla maglietta di Calderoli che riuscì a scatenare una rivolta in Libia, alle perplessità di Gianfranco Fini attorno al nero Barak Obama.

Ma, paradossalmente, quest'arricchirsi dell'antologia, mentre relativizza la frase sui clandestini da buttare in mare, rende ancor più necessaria una spiegazione da parte di chi la pronunciò. Come già abbiamo ricordato anche un anno fa, Irene Pivetti è ora una giornalista professionista e ciò che accomuna le uscite razziste - così variegate nel contenuto e nella forma - è proprio il loro percorso mediatico.

E' sempre uguale: allo sproposito segue immancabilmente una smentita o, in alternativa, una "interpretazione autentica" volta a edulcorarne il significato. Esistono poi alcuni personaggi pubblici che, per via della reiterazione del comportamento, hanno conquistato una sorta di autorizzazione a dire qualunque sciocchezza perché "lui è fatto così". Alla fine dello scorso anno, l'ennesima minaccia di ricorso alle armi lanciata da Umberto Bossi, anziché determinare l'avvio di un procedimento penale, ha suscitato appena qualche risatina.

Non è curioso che, mentre si propone di sottoporre i migranti a un esame di lingua, si svuoti il linguaggio del suo significato? Non è una vergogna che le parole - cioè il mezzo che noi, poveri uomini, ci siamo dati per comunicare - abbiano un diverso significato a seconda di chi le pronuncia? Queste, collega Pivetti, sono domande aggiuntive a quella fondamentale e anzi ne sono il corollario.

Perché il meccanismo dichiarazione-smentita o dichiarazione-edulcorazione è diventato così regolare da suscitare un sospetto: che l'intero processo sia lucidamente pianificato. Che, cioè, l'autore dello sproposito consideri due diversi piani di comunicazione, due diversi gruppi di interlocutori: l'opinione pubblica generale da una parte e, dall'altra, i suoi elettori. Cioè: si dice un'enormità e si sta a vedere se "passa" oppure no. Nella seconda ipotesi si smentisce, ma tardivamente e strizzando un occhio ai consenzienti. A volte, se cambiano le circostanze della vita, si smentisce dieci anni dopo.

Come, ahinoi, nel tuo caso, collega Pivetti. Un mese fa, in un'intervista a "la Stampa", ti è stata ricordata quella frase miseranda. L'hai spiegata così: "Dissi: "Questa gente va rimessa in mare". Tutt'altro concetto". Per poi hai aggiunto, con rassegnato rammarico: "Ma niente da fare: sarò sempre quella che ha detto: "Buttiamoli in mare"".

Eh già. Perché, purtroppo, l'hai detto. Non ricordi che persino l'allora cardinale Ratzinger restò senza parole? Non ricordi che quando, subito dopo l'affondamento della Kater I Rades, qualcuno te ne chiese conto, rispondesti: "Non li ho buttati in mare io". Usavi il verbo "buttare", non il verbo "rimettere" (e poi che diavolo significa "rimettere" un uomo in mare? Capita, a volte, quando il mare è mosso, che gli uomini "rimettano" in mare, ed è disgustoso. Ma mai quanto vedere uomini che vomitano altri uomini, come fossero dei cibi indigesti e avvelenati anziché dei loro simili. Dunque, altra domanda: cosa intendi per 'rimettere'?).

In definitiva, cara collega, il dubbio è che questi due piani di comunicazione stiano dando un contributo a logorare il dibattito civile e anche a svuotare di senso il linguaggio. A uccidere le parole, che poi sono la base del nostro lavoro di giornalisti. Ecco perché ci permettiamo di insistere. Se no, all'anno prossimo.

sabato 29 marzo 2008

venerdì 28 marzo 2008

baleno e soledad


soledad e baleno...


















un racconto particolare

Ci vogliono morti
Perché siamo i loro nemici
E non sanno che farsene di noi
Perché non siamo i loro schiavi

Soledad

vi penso, ovunque voi siate...

giovedì 27 marzo 2008

una buona notizia!

La decisione della corte federale d'appello di Philadelphia.
L'accusa potrà presentare un nuovo caso, o sarà ergastolo

Annullata condanna a morte per Mumia Abu Jamal

Membro delle Pantere Nere, ex giornalista radio, il detenuto
è stato per anni il simbolo delle campagne contro la pena capitale


Mumia Abu Jamal

WASHINGTON - Un tribunale d'appello federale ha annullato oggi la condanna a morte contro Mumia Abu-Jamal. Il detenuto, condannato alla pena capitale nel 1982 per l'uccisione di un poliziotto, è stato per anni un simbolo delle campagne internazionali contro la pena di morte. I suoi sostenitori - da Amnesty International all'arcivescovo Desmond Tutu - sono convinti che abbia subito un processo ingiusto e razzista.

Un passato da giornalista radiofonico, militante delle Black Panthers, Abu Jamal - oggi cinquantatreenne - è nel braccio della morte da 26 anni. La decisione odierna della Corte d'appello di Philadelphia significa che l'accusa dovrà presentare nuovamente il proprio caso davanti ad una giuria per chiedere nuovamente la pena di morte entro 180 giorni, altrimenti la pena per Abu Jamal verrà automaticamente commutata in ergastolo. Secondo il Philadelphia Inquirer, è quasi certo che lo Stato ricorrerà in appello.

La corte ha tuttavia respinto la richiesta di annullare la condanna per omicidio di primo grado presentata da Mumia Abu Jamal, che aveva chiesto di avere un nuovo processo per poter provare la propria innocenza.


lunedì 24 marzo 2008

fascismi televisivi...

santanché e mike bongiorno, quasi senatore a vita...

venerdì 21 marzo 2008

perché non muori, giorgio?

Bush non rinuncia alle Olimpiadi:"Evento sportivo, non politico"


WASHINGTON - Le Olimpiadi sono un evento sportivo, non politico: per questo motivo George W. Bush andrà ai Giochi di Pechino, nonostante i disordini e la repressione cinese in Tibet. "La posizione del presidente riguardo alle Olimpiadi è che non costituiscono un evento politico ma una chance per gli atleti per competere al massimo dei livelli", ha affermato la portavoce di Bush Dana Perino.

Secondo Bush, ha aggiunto Perino, l'eventuale decisione di rinunciare ai Giochi per protestare contro la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica".

Intanto, però, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha chiamato il collega di Pechino, Yang Jiechi, esortandolo alla "moderazione" e ad aprire il dialogo con il Dalai Lama. Rice "ha ribadito in maniera molto diretta al ministro degli Esteri le nostre posizioni", ha affermato il portavoce del dipartimento di Stato, Sean McCormack, "esortando alla moderazione nei confronti dei manifestanti" tibetani.

"Nessuno vuole la violenza", ha aggiunto McCormack, precisando che la telefonata è durata una ventina di minuti. Il capo della diplomazia Usa "ha anche esortato il governo cinese ad avere un dialogo con il Dalai Lama, così come ebbe in passato". McCormack ha aggiunto che le Olimpiadi sono per la Cina l'opportunità per mostrare "il suo volto migliore"

come Morrissey augurava alla thatcher un pò di anni fa...

MARGARET ON THE GUILLOTINE
The kind people
Have a wonderful dream
Margaret On The Guillotine
Cause people like you
Make me feel so tired
When will you die ?
When will you die ?
"When will you die ?
When will you die ?
When will you die ?

And people like you
Make me feel so old inside
Please die

And kind people
Do not shelter this dream
M.ake it real
Make the dream real
Make the dream real
Make it real
Make the dream real
Make it real

e visto che ci sei, portati via anche lui...

giovedì 20 marzo 2008
























video

domenica 16 marzo 2008

not to forget

genova 2001

venerdì 14 marzo 2008

dopo la birmania, il tibet: immensa tristezza...

Tesa la situazione dopo giorni di proteste anticinesi da parte dei monaci

Decine di arresti, alcuni feriti. La polizia usa i lacrimogeni e circonda i monasteri

Incendi e spari a Lhasa, diversi morti
L'appello del Dalai Lama a Pechino

La guida spirituale dei tibetani esprime la sua preoccupazione
Gli Usa chiedono formalmente alla Cina di "dare prova di moderazione"



PECHINO
- Crescono le violenze in Tibet. Lhasa, da giorni teatro di disordini in coincidenza del 49esimo anniversario della rivolta contro il dominio cinese, oggi è in fiamme. Per le strade della capitale si spara, la polizia ha usato lacrimogeni e ci sono numerosi morti e feriti, secondo quanto ha detto il centro per le emergenze mediche della capitale del Tibet. Alcuni testimoni hanno riferito che la polizia ha aperto il fuoco per disperdere i manifestanti scesi nuovamente in piazza contro Pechino.

''C'è concitazione riguardo ai feriti. Ce ne sono davvero tanti. Alcuni sono morti, ma non so dire quanti'', ha spiegato un funzionario del centro per le emergenze mediche. Radio Free Asia, citando alcuni testimoni, ha riferito che almeno due persone sono rimaste uccise a Lhasa.

Profonda preoccupazione è stata espressa dal Dalai Lama, che ha rivolto un appello alle autorità cinesi affinché rinuncino all'uso della "forza bruta". "Queste proteste - ha sottolineato la guida spirituale tibetana in un comunicato - sono una manifestazione del radicato risentimento del popolo tibetano sotto l'attuale governo. Mi appello ai dirigenti cinesi perché smettano di usare la forza e affrontino tale risentimento attraverso il dialogo con il popolo tibetano".






Washington ha condannato il comportamento del governo di Pechino: manifestando "rammarico" per le violenze in Tibet, la Casa Bianca ha "richiamato" laCina al rispetto della cultura tibetana. L'ambasciatore statunitense a Pechino, Clark Randt, ha chiesto inoltre formalmente al governo cinese di "dare prova di moderazione" in Tibet e di non fare ricorso alla forza, ha riferito il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack.

"C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da fuoco" ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. Di spari hanno parlato anche cittadini americani, come ha riferito l'ambasciata americana a Pechino.
Il mercato di Tromisikhang, dove ci sono negozi appartenenti a cinesi, tibetani e musulmani cinesi hui, è in fiamme. "La situazione è molto pericolosa, nelle strade i tibetani attaccano i cinesi" ha detto un altro testimone. Anche alcune auto della polizia sono state incendiate.

La polizia ha impedito oggi con la forza ai monaci del monastero di Ramoche di tenere una manifestazione. Attivisti della Free Tibet Campaign riferiscono che alcuni monaci di un altro monastero, quello di Sera, sono da ieri in sciopero della fame per chiedere la liberazione dei loro compagni arrestati nei giorni scorsi, che sarebbero decine.

I monasteri di Sera, Drepung e Ganden, al centro delle proteste dei giorni scorsi, sono circondati dalla polizia militare. Circolano voci sulla dichiarazione dello stato d'emergenza, che però non sono state confermate.

Da giorni Lhasa ospita le proteste dei monaci, le più imponenti degli ultimi vent'anni. Secondo Radio Free Asia decine di persone sono state arrestate anche oggi. Manifestazioni di monaci e civili tibetani, che inneggiavano al Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet che vive in esilio dal 1959, si sono svolte questa settimana anche in aree a maggioranza tibetana nelle province cinesi del Qinghai e del Gansu. Il dissenso preoccupa gravemente Pechino, che ha cercato in tutti i modi di evitare simili proteste in vista dell'appuntamento dei Giochi Olimpici.

la questione tibetana

La carta di Limes sulla questione tibetana con un estratto dell'articolo di Beniamino Natale pubblicato in Cindia, la sfida del secolo, che descrive la regione.

Per capire come stanno le cose è forse utile una descrizione della situazione sul terreno, cioè in Tibet. Partiamo, per questo breve viaggio sul «tetto del mondo», dalla prefettura di Gou Lou (Golok in tibetano), che si trova nella parte meridionale della provincia cinese del Qinghai, a poche decine di chilometri dai confini della Regione autonoma del Tibet. I suoi abitanti sono tibetani al 90%. In tutto sono 140 mila, 110 mila dei quali nomadi. La Gou Lou County – il centro amministrativo della prefettura – è composta da poche case e dal compound del governo, al centro del quale sventola la bandiera rossa. Tutto intorno sorgono le tende dei nomadi o seminomadi. La mattina presto la cittadina ha l’aria di un campeggio più che di un centro urbano. Uomini, donne e ragazzini escono e si lavano i denti con l’acqua che antiquate pompe tirano su da un piccolo ruscello che appare pulitissimo, anche perché nella zona non ci sono industrie. La maggior parte si allontana poi in moto, ma non sono pochi quelli che ancora preferiscono il cavallo.

Grazie all’impegno degli impiegati e dei funzionari tibetani, la prefettura ha prodotto negli anni passati una storia della prefettura di Gou Lou in venti volumi. Sono in tibetano. Forse verranno tradotti in cinese da Ju Kalzag, un apprezzato poeta locale. Alcune delle sue poesie – che parlano della natura, del modo di vivere dei tibetani e delle minacce a cui questo va incontro nel mondo attuale – sono state tradotte in inglese e in francese. Il Qinghai comprende gran parte della regione che i tibetani chiamano Amdo, determinante nella storia del Tibet. Ad Amdo, tra l’altro, è nato il Dalai Lama.

Zone etnicamente e culturalmente tibetane esistono anche nelle province del Sichuan, dello Yunnan e del Gansu. Degli oltre sei milioni di tibetani che vivono in Cina, solo 2,6 milioni risiedono nella Regione autonoma. A pochi chilometri dalla capitale del Qinghai, la moderna Xining, sorge uno dei templi più importanti per il buddhismo tibetano, quello di Tàer. Il monastero fu stabilito da Tsong Khapa, che nel XVI secolo fondò la setta buddhista del Ge- lug-pa, alla quale appartengono i Dalai Lama. La guida, una bella studentessa universitaria cinese, ha una conoscenza piuttosto sommaria del buddhismo tibetano ma accompagnando un gruppo di turisti a visitare il tempio si sofferma a lungo su un particolare. Quando si arriva davanti ad un altare alla cui sinistra c’è una statua del primo Panchen Lama e alla cui destra una statua del primo Dalai Lama la ragazza si ferma e dice: «Vedete? Questa è una cosa importante. Il Panchen Lama ed il Dalai Lama sono esattamente sullo stesso livello. Nessuno dei due è più in alto dell’altro. Alcuni dicono che il Dalai Lama è più importante ma questo dimostra che non è vero!».

Nelle zone tibetane della Cina il Dalai Lama è come un fantasma. Se ne parla (apertamente) malvolentieri ma tutti sanno che c’è. E come ogni fantasma che si rispetti, alle volte si materializza inaspettatamente. Scendendo da Guo Luo verso sud sull’altopiano tibetano si arriva nella Regione autonoma del Tibet. Non lontano dal confine tra le due province sorge un altro dei grandi monasteri del buddhismo tibetano: quello di Garma Lhading, fondato nel 1185 da Dusum Kiempa, il primo reincarnato del lignaggio del Karmapa, un «Buddha vivente» che è anche il leader spirituale della setta del Kagyu-pa. I monaci hanno l’aria da contadini e portano appuntati sulla tonaca distintivi che raffigurano il Dalai Lama o l’attuale Karmapa, il diciassettesimo, che all’inizio del 2000 è fuggito dalla Cina per raggiungere «Sua Santità» nel suo esilio indiano, lasciando i cinesi con un palmo di naso. Non li ostentano ma neanche si preoccupano di
nasconderli.

Le foto del Dalai Lama e del Karmapa sono esposte anche in molte delle cappelle private che le famiglie più ricche hanno nelle loro abitazioni. In questa zona – ora siamo nella regione chiamata Chamdo dai tibetani – vivono i temibili khampa, i selvaggi predatori che ancora oggi amano portare i capelli lunghi fin sulle spalle, indossare lunghe tuniche scure e tenere grossi pugnali appesi alla cintura. Il centro di questa prefettura è la città di Chamdo, la terza per grandezza del Tibet. Chamdo città ha centomila abitanti ed è attraversata da due fiumi, lo An Chu e lo Za Chu. Quest’ultimo, dopo aver attraversato le montagne, entra nel Laos dove assume il mitico nome di Mekong.

A est del centro abitato, i due fiumi si incontrano, ritagliando una piccola isola che divide in due la città e segna la separazione tra il mondo dei cinesi e quello dei tibetani. La città cinese è nuova, e simile a tutte le altre città cinesi. C’è l’edificio moderno della Agriculture Bank (una delle quattro grandi banche statali cinesi), alto 15 piani, ma che a Chamdo sembra un grattacielo. Dietro alla banca sorgono altre due costruzioni moderne, la scuola elementare e la scuola media: i funzionari cinesi le indicano con orgoglio, sono una prova dello sviluppo che i cinesi hanno portato nel medievale Tibet. Ci sono negozi con grandi vetrine e alberghi nei quali alloggiano i funzionari o gli uomini d’affari in visita alle regioni della «nuova frontiera». Sull’altra sponda stanno ammassate le piccole case dei tibetani. Alcune, lungo l’unica strada sulla quale sono stati aperti negozi gestiti da cinesi con una parvenza di modernità, sono state ristrutturate. Le altre sono visibilmente antiche, alcune cadenti. Una strada stretta e lunga è piena di tavoli da biliardo e la sera si riempie di uomini e donne di tutte le età che ridono e giocano mentre sorseggiano il tè di un vicino ristorante o rosicchiano i kebab cucinati dagli immigrati musulmani dalle province settentrionali del Xinjiang e del Gansu.

Dall’alto della montagna il monastero di Jambaling, un gioiello dell’architettura tibetana costruito nel XV secolo, domina la scena. Sull’isola non può mancare uno degli orribili monumenti frutto dell’incontro tra realismo socialista e cattivo gusto americaneggiante che deturpano buona parte delle città cinesi: nel caso di Chamdo è un’enorme aquila dorata (simbolo dello sviluppo economico del Tibet, secondo i funzionari cinesi) montata su un arco in pietra sul quale sono scolpite immagini idilliache dell’armonia che regna fra cinesi e tibetani.

Nella realtà, i due mondi vivono separati: non si vedono cinesi nei ristoranti tibetani né tibetani nei ristoranti cinesi. I matrimoni misti sono una rarità. Nessun cinese parla tibetano e solo i tibetani più istruiti – cioè pochi, dato che secondo i dati ufficiali un terzo della popolazione è analfabeta e solo il 3,4% ha frequentato le scuole medie – parlano un cinese fluente. Molti tibetani parlano della ferrovia in costruzione da Golmund, nel nord del Qinghai, a Lhasa, come di una nuova strada per l’immigrazione cinese (si tratta di una delle grandi opere infrastrutturali che negli ultimi vent’anni hanno occupato un ruolo centrale nello sviluppo economico della Cina e dovrebbe essere completata entro la fine del 2006). Forse è così, però Chamdo è già da tempo collegata a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, da tre voli aerei settimanali.

E già la presenza cinese è fortissima. Da Chamdo per arrivare a Lhasa, la capitale del Tibet, ci vogliono tre giorni di jeep nonostante la distanza sia di poco più di mille chilometri. Gli stessi funzionari cinesi non esitano a definire «la peggiore strada del paese» quella che collega le due città. Si procede saltando sulle buche, avvicinandosi pericolosamente, di tanto in tanto, ai precipizi in fondo ai quali scorrono impetuosi i fiumi di montagna.

Quando, spesso, si incontra uno degli scassati camion guidati da minacciosi khampa, passano delle ore prima che si possa azzardare un sorpasso.

Se la montagna è ancora dominata dai tibetani, le città sono completamente cinesi. Bayi – una città nuova che dopo un paio di giorni sui monti è una sosta obbligata – prende il nome dalla data di fondazione dell’esercito popolare cinese (vuol dire «primo agosto»; «yi» è «uno» in cinese e «ba» vuol dire «otto», quindi è la città del primo giorno dell’ottavo mese, perché in cinese si va sempre dal più grande al più piccolo e le date si scrivono indicando prima l’anno, poi il mese e infine il giorno). Gli alberghi sono decenti, l’acqua calda è disponibile e nei ristoranti ragazze in minigonna servono cibo del Sichuan. Infine, ecco Lhasa. Intorno al Jokhang, il tempio più importante del buddhismo tibetano, e nel mercatino che circonda il maestoso Potala, la città proibita sogno di tanti avventurieri dei secoli scorsi ha mantenuto il suo fascino. Il resto è Cina.

La città nuova avanza verso ovest, lungo l’arteria chiamata viale Pechino, che taglia la città da est ad ovest e ormai stringe d’assedio il quartiere vecchio del Jokhang. Il Barkhor, la strada che corre intorno al tempio e viene percorsa da migliaia di pellegrini che si sdraiano per terra, si rialzano e si sdraiano di nuovo fino ad aver completato il percorso, è un misto tra un mercato tradizionale tibetano ed un supermarket di paccottiglia per i turisti dai gusti facili. Difficile dire quanto resisterà. Oggi assomiglia alla Katmandu degli anni Settanta, con i bar con il roof top, i giovani con le biciclette ed i sacchi a pelo, i gruppi di anziani turisti europei e giapponesi. E, soprattutto, turisti cinesi a frotte.

La municipalità di Lhasa ha poco più di 500 mila abitanti, 238 mila dei quali vivono nell’area urbana. A questi vanno aggiunte quasi centomila persone della cosiddetta popolazione fluttuante. Secondo i dati forniti dalle stesse autorità, circa la metà degli abitanti della città propriamente detta sono cinesi han. In tutta la Regione autonoma, secondo le statistiche ufficiali, è di etnia tibetana il 92% della popolazione. Però solo coloro che stanno per più di nove mesi all’anno sono registrati come «residenti». I cinesi d’inverno chiudono negozi, alberghi e ristoranti e tornano nei loro paesi d’origine. La maggior parte delle imprese è familiare e spesso i membri di una famiglia si alternano nella gestione delle attività in Tibet seguendo i ritmi dettati dagli altri impegni: per esempio, d’estate gli studenti sono liberi e i genitori ne approfittano per metterli al lavoro in modo da poter tornare a casa per qualche mese.

In estrema sintesi si può affermare che nella Regione autonoma del Tibet c’è una fortissima immigrazione cinese, arrivata alla seconda generazione. L’esercito è presente in modo discreto, ma in forze. L’opposizione dei tibetani non si esprime in forme eclatanti ma è generalizzata. La cultura tibetana, con la relativa liberalizzazione religiosa degli ultimi anni e con una atmosfera generalmente più aperta (molti fatti recenti indicano che l’attuale dirigenza di Pechino sta facendo dei passi indietro) è sopravvissuta e si è rinforzata, anche al di fuori della Regione autonoma. Il buddhismo – come anche il taoismo e, in misura nettamente inferiore ma significativa, il cristianesimo – sta conoscendo una diffusione di massa in tutta la Cina. Per quanto riguarda i tibetani, questo si traduce nella conservazione di una forte identità culturale.

giovedì 13 marzo 2008

la soluzione ai problemi dei precari secondo l'ottavo nano

La battuta del Cavaliere ad una studentessa durante un programma tv
Reazioni indignate da Pd e SA. Franceschini: "Si scusi", Bertinotti: "Allarmante"

Berlusconi: "Contro la precarietà?
Sposare mio figlio o un milionario"

ROMA - La ricetta di Silvio Berlusconi contro la precarietà? Sposarsi un ricco. La battuta, cui il leader del Pdl non ha saputo resistere, era diretta ad una studentessa che ieri nel corso del programma "Punto di Vista" del Tg2 gli chiedeva come fosse possibile per le coppie giovani mettere su famiglia senza la sicurezza di un posto, e un reddito, fisso.

"Io, da padre - ha risposto Berlusconi sorridendo - le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere". Poi, ha elencato le proposte contenute nel programma del Pdl per aiutare i giovani, dalle agevolazioni sui mutui al piano-casa.

All'obiezione del conduttore della trasmissione, Maurizio Martinelli, che "di figli di Berlusconi in giro ce ne sono pochi" il Cavaliere, sempre sorridente, ha insistito: "Se dovessi dire qual è il consiglio più valido, penso sia quello che le ho dato all'inizio...".

La battuta ha scatenato un coro di reazioni indignate da parte del Pd e della Sinistra Arcobaleno. "Come italiano mi vergogno delle parole di Berlusconi" commenta Dario Franceschini. "Di fronte a centinaia di migliaia di giovani italiani che vivono la precarietà del loro rapporto di lavoro come un'ipoteca sul loro futuro, rispondere ad una ragazza precaria che il modo di uscire dalla sua situazione è sposare il proprio figlio, o il figlio di un milionario, suona come un'offesa insopportabile" continua il vicesegretario del Partito Democratico, aggiungendo: "Penso che in qualsiasi paese un leader politico, a prescindere da quale parte politica esso appartenga, sarebbe costretto a scusarsi per quella battuta offensiva".

Per Fausto Bertinotti, l'uscita di Berlusconi, anche se si tratta di uno scherzo, è allarmante e "indicativa di una cultura che propone ai giovani una realizzazione fuori dalla loro vita ordinaria". Per il candidato premier di Sinistra Arcobaleno viste le proposte della destra non resta che augurare ai precari "che vincano la lotteria", ma la ricetta della sinistra è quella di "cancellare l'idea della lotteria" a favore di miglioramenti concreti.
guarda il video

L'iniziativa, serissima, ha la forma di una "istanza di matrimonio"
I firmatari si dicono in possesso dei "requisiti richiesti", sorriso compreso

Precarie dal "lodevole sorriso"
chiedono la mano di Pier Silvio

E la ragazza oggetto della battuta in tv si candida col Pdl al Comune di Roma
di CLAUDIA FUSANI


Precarie dal "lodevole sorriso"
chiedono la mano di Pier Silvio " width="230">

Silvio Berlusconi e Perla Pavoncello

ROMA - Stavolta Silvio l'ha fatta grossa. Ma così grossa che potrebbe costringere il primogenito Pier Silvio a passare le prossime settimane a smistare richieste di matrimonio e/o richieste di assegni di mantenimento. C'è un esercito di precari e precarie infatti che ha deciso di prendere in parola i consigli del Cavaliere. Ed avendo tutti i requisiti richiesti, dalla condizione di co.co.pro a quella di un sorriso dolce, rassicurante e magnetico, chiedono di sposarlo. O, in alternativa, di essere da lui mantenuti.

L'ISTANZA DI MATRIMONIO

Stavolta il Cavaliere non può certo lamentarsi di mancanza di ironia e assenza di humour. Capirà, ad esempio, che la condizione di precario aiuta ad allenare l'ingegno e a sfruttare ogni minimo appiglio che può sbucare fuori all'improvviso nella fluida e incerta vita da precario. Un appiglio come una dichiarazione del candidato premier pronunciata in diretta tivù. Silvio ha suggerito alla giovane (che intanto ha candidato al Comune di Roma) che la soluzione dei suoi problemi di lavoratrice co.co.pro e part time è sposare un milionario? O il figlio di Berlusconi? Detto. Fatto.

"Così - racconta l'autrice dell'istanza - l'altro giorno mentre stavamo compilando 581 domande di stabilizzazione di altrettanti precari del ministero dell'Ambiente e dell'Apat abbiamo pensato di utilizzare più o meno lo stesso schema per le domande di matrimonio". L'idea è genialmente semplice. Ha la forma di un foglio di carta A4, la dicitura "raccomandata" ed è, nè più nè meno, che una istanza di matrimonio. Comincia così: "Oggetto: istanza di matrimonio ai sensi delle dichiarazioni del candidato premier del Pdl Silvio Berlusconi nel corso del programma Punto di vista del Tg2 del 13 marzo 2008".

Segue un modulo da riempire con nome e cognome, dati anagrafici, codice fiscale e la citazione integrale di quello che il Cavaliere ha detto in tivù alla giovane che gli chiedeva soluzioni per la sua vita co.co.pro: "Io, da padre, le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere". A parte la consecutio dei tempi - forse era meglio un futuro invece dell'indicativo - la dichiarazione di Berlusconi, accompagnata a sua volta dal di lui da sorriso rassicurante, non fa una piega. E non lascia spazio a dubbi.

Quindi, si legge nell'istanza, "essendo il sottoscritto o sottoscritta in possesso dei requisiti (sottolineato ndr) previsti dalle suddette dichiarazioni (precari e lodevole sorriso) chiede di potersi sposare con Lei (sic)". Non c'è fretta, ovviamente. Il Cavaliere, o qualcuno dei suoi figli, Pier Silvio ma anche il più giovane Luigi e poi chissà, anche i nipoti, possono prendersi tutto il tempo che vogliono. In attesa della cerimonia infatti, i precari dal bel sorriso chiedono "di poter essere mantenuto/a con adeguato assegno di mantentimento".

A proposito del sorriso va segnalato che i precari titolari della richiesta di matrimonio precisano in un "nota bene" che "il lodevole sorriso è un requisito acquisito a seguito dei ripetuti colloqui per i rinnovi dei contratti". Insomma, caso mai il Cavaliere non lo sapesse, questi ragazzi, molti trentenni, hanno imparato a sorridere per non piangere e per distrarre il capo del personale di turno, quello che fa i colloqui, dalla monta di rabbia, speranza e disperazione che sale dal loro stomaco su fino al volto ad ogni incontro per cercare lavoro. Allegato all'istanza c'è la foto "attestante il lodevole sorriso" di cui sopra e la dichiarazione, sorta di liberatoria, che assicura che "nessuna altra analoga istanza è stata inviata ad altro milionario". L'indirizzo è in alto a destra sul foglio: "A Pier Silvio Berlusconi-vicepresidente Mediaset-viale Europa 46, 20093 Cologno Monzese- Milano".

"Meno male che Silvio c'è" recitano i 200 camper sguinzagliati per l'Italia per la campagna elettorale. Meno male che Silvio c'è e che ha parlato in tivù, dicono i precari. Resta da capire ora - avvocati sono già al lavoro - se la dichiarazione pubblica in tv ha il valore di un'impegnativa ufficiale. Un po' come successe con il contratto con gli italiani del 2001. Allora ci fu una firma. Questa volta, in effetti, no. Però chissà... Perchè se fosse, il cavalier Berlusconi e i di lui eredi maschi sarebbero costretti, come minimo, a mantenere un sacco di precarie. Con la discriminante del sorriso.

E intanto Perla Pavoncello, la ragazza oggetto della battuta di Berlusconi, si è candidata al comune di Roma con il Pdl. "D'altra parte - ha commentato Silvio Berlusconi - ha dichiarato che votava per noi. E dopo anche le sue dichiarazioni così di buon senso e con sense of humour, certamente apprezzabile e superiore a quello di tutta la sinistra, dico 'bene, viva!'".

Perla appartiene a una delle più celebri famiglie della Comunità ebraica romana e può sicuramente portare molti voti. Da sinistra sono arrivati attacchi anche alla gestione del programma del Tg2 "Sapevano che era di An, l'hanno invitata per questo" protesta Paolo Ferrero, Sa "e questo sarebbe servizio pubblico?".

e se proprio volessimo dirla tutta fino in fondo...

ecco cosa ci mancava!

naked news...

nude e precari

e anche questa...

il prof si fa una canna in classe...

...o forse era solo una sigaretta

martedì 11 marzo 2008

gli serve, capito?

Berlusconi blinda Ciarrapico: «Ci serve»

«È un editore con giornali importanti. Fini era d'accordo». Ma An replica: «Parole improprie»



ROMA - «Noi dobbiamo fare una campagna elettorale e si deve vincere. L'editore Ciarrapico ha giornali importanti a noi non ostili ed è assolutamente importante che questi giornali continuino ad esserlo visto che tutti i grandi giornali stanno dall'altra parte». È con queste parole che il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, ha spiegato il senso della candidatura di Giuseppe Ciarrapico, il controverso imprenditore ciociaro che con la sua discesa in campo da due giorni sta agitando le acque nel centrodestra.

SCELTA CONTESTATA - La scelta di candidare l'editore, un tempo molto vicino a Giulio Andreotti, non è stata ben digerita dal presidente di An, Gianfranco Fini. E non è piaciuta neppure alla Lega Nord, al punto che il leader del Carroccio, Umberto Bossi, lunedì ha chiesto pubblicamente la sua esclusione dalla lista del Pdl. Ma Berlusconi non ha voluto sentire ragioni dai suoi alleati e così la candidatura è rimasta. Il Cavaliere ha detto di non comprendere le polemiche, soprattutto quelle sollevate dall'interno del suo schieramento, anche perché - ha spiegato - «pure An era d'accordo su questa candidatura».

LA RUSSA: «IMPROPRIO» - Ma la replica di Alleanza nazionale non si è fatta attendere. In una una nota, Ignazio La Russa ha sottolineato che è «improprio» dire che An era d'accordo con la candidatura di Giuseppe Ciarrapico per la Pdl. Piuttosto, ha spiegato La Russa, il partito ha appreso solo sabato a Milano della scelta e ha espresso le sue «forti perplessità», poi rimettendosi alla decisione del leader della coalizione e prendendone atto.

«SIGNORE DI MONDO» - Il Cavaliere è in ogni caso tornato a dirsi convinto della sua scelta, secondo molti suggerita dal suo storico consigliere, Gianni Letta. Secondo Berlusconi, Ciarrapico è «un signore di mondo, che sprizza la simpatia di un Aldo Fabrizi». E sul fatto che all'indomani della sua «nomination» abbia rivendicato la sua mai nascosta vicinanza alle posizioni fasciste, il leader forzista ha minimizzato: «Veramente pensiamo che con quello che sta succedendo con i rifiuti a Napoli, sia importante una dichiarazione del signor Ciarrapico subito smentita? Le cose serie sono altre. Le sue parole? È stato male interpretato e ha smentito completamente».

FASCISMO E 25 APRILE - Lui, Ciarrapico, in realtà aveva preso le distanze dalle leggi razziali emanate sotto il regime fascista, ma ha detto di essere culturalmente ancora legato a quell'ideologia, se non altro per una questione di storia personale. E in una dichiarazione al Corriere aveva spiegato che, dopotutto, «Berlusconi non è mai stato antifascista. Lo conosco da decenni, non mi ricordo nemmeno che abbia mai festeggiato un 25 aprile... ». Ma a questa precisazione ha voluto rispondere lo stesso Cavaliere: «Ho partecipato e ho fatto dichiarazioni reiterate sul 25 aprile, ci mancherebbe altro. Smentisco di non avere mai detto la mia e di non essermi mai unito a chi ha festeggiato questa data importante nella nostra storia».

L'IRONIA SU PRODI - Insomma, una polemica e una querelle di cui il leader del centrodestra avrebbe fatto volentieri a meno. Forse anche per questo con i cronisti che lo assediano a Palazzo Grazioli ha preferito tagliare corto e puntare il dito contro gli avversari. Ha sbeffeggiato il suo avversario storico, Romano Prodi, all'indomani del suo annuncio di ritiro dalla scena politica: «Dopo il grande successo che ha ottenuto, mi viene da dire: errare umanum est, perseverare è Prodianum...». Ha attaccato la politica delle alleanze del Pd: «Avevano detto che correvano da soli. Alla fine hanno imbarcato Di Pietro e i Radicali e in tutte le amministrazioni locali continuano a essere alleati con la sinistra radicale». E ha detto di non avere mai strappato il programma del centrosinistra, parlando del «solito sistema mistificatorio» e spiegando che «sono loro che strappano come sempre il loro programma».

L'ATTACCO A VELTRONI - Berlusconi se l'è poi presa anche con Veltroni: «Ormai il suo bluff è scoperto. Del fuoco d'artificio non è rimasto più nulla. Il tanto vantato decisionismo di Veltroni s'è fermato davanti a Bassolino che è rimasto lì dov'era». Berlusconi ha bocciato le ultime proposte avanzate dal suo avversario per facilitare la nascita di un'impresa: «Ormai la copiatura del nostro programma è un fatto continuo. Peccato che queste proposte le abbiano scoperte solo adesso visto che non hanno fatto nulla di simile quando erano al governo».

LE CRITICHE AL PDL - Ma al centro del dibattito politico della giornata resta comunque il caso-Ciarrapico. Da Padova, Veltroni parla di «candidatura imbarazzante» e di «motivazione quasi peggiore». Mentre il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini afferma che «il Pdl fa un patto con il diavolo, si vende anche l'anima pur di vincere le elezioni». Fausto Bertinotti, candidato premier della Sinistra-l'Arcobaleno, denuncia «la visione utilitaristica della politica, dove non conta il profilo programmatico né una certa aderenza ai valori della Costituzione Repubblicana, e dove è buono solo chi porta voti». Per il candidato premier della Destra, Daniela Santanchè, «la verita è che il fascismo non c'entra nulla, Ciarrapico è amico di Bettini e sarà l'ambasciatore di Silvio presso Walter, sarà uno degli uomini dell'inciucio. Si usa la bandiera del fascismo per coprire le magagne, Ciarrapico è l'uomo delle grandi mediazioni, cone dimostra il Lodo Mondadori».

poveri cinquantenni, e povera italia...

Un monarca, per favore
Rossana Rossanda


Quaranta anni fa, dopo il 1968, c'era a ogni assemblea una discussione su chi potesse aprirla, presiederla e chiuderla, nella generale presa di parola che dilagò in Italia e in gran parte d'Europa. Ognuno sentì che poteva e doveva parlare, esporsi, assumersi delle responsabilità, partecipare a una decisione rifiutando di delegarla ad altri, perché ogni mandato rappresentativo portava in sé il verme della gerarchia e della burocratizzazione.
Adesso, quegli ardenti giovani sono almeno cinquantenni e assieme alla loro prole non sembrano desiderare altro che dare una delega al più presto e a un leader che presenti un'immagine attraente, capace di decidere per tutti, perlopiù autocandidato dopo un vasto lavorio, sul quale discutere fra pochi e per un poco, e mandare al voto popolare affidandoglisi per cinque anni senza essere più seccati. In capo a quella scadenza si giudicherà se confermarlo o no, nel mandato. Questo è il sugo della democrazia moderna e, come dice Veltroni, semplificata e non si rompano ulteriormente le scatole.
Nel giro di una generazione s'è dissolta l'acerba critica che, nel nome di un bisogno e diritto assoluto di partecipazione di tutti e di ciascuno, investì la «forma partito» e ogni struttura organizzata.
Verso di essi la sfiducia era duplice: qualsiasi organizzazione cristallizza livelli di comando che depotenziano l'assemblea. E nel medesimo tempo spersonalizzava le responsabilità in nome di una «linea» astratta dettata dal gruppo dirigente, lontana dalla complessità degli individui e delle individue che portavano avanti il cambiamento.
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Perché di cambiamento si trattava, come sempre quando ingenti masse, stavolta un'intera generazione, si muovono. E in quale direzione era chiaro: allargare la sfera delle decisioni al limite fino alla partecipazione di tutti. Obiettivo difficile. Ma quella spinta spezzò luogo per luogo l'impermeabilità delle strutture politiche, economiche, civili, dalla fabbrica agli ospedali, che furono invase e pervase.
Negli anni Settanta non fu «ideologia», fu esperienza di massa. Essa fragilizzava non solo i vecchi partiti ma i nuovi, e i gruppi extraparlamentari costituitisi sotto l'ondata del movimento, e lo stesso costituirsi nei movimenti di strutture d'una qualche stabilità. Uno dei maggiori problemi della democrazia, e non solo quella diretta, ma ogni democrazia che si rispetti, fu sperimentato da migliaia di soggetti, uomini e donne, giovani e vecchi, molti dei quali per la prima volta «facevano politica».
In Italia durò quasi dieci anni, incontrando prima resistenze forti ma opache e poi, quando cominciò l'azione dei gruppi armati, la repressione si scatenò su quelli ma anche su di essa, che andò finendo. Oggi l'esito di quella stagione è surreale. Il concetto stesso di democrazia ne è uscito modificato ma in senso opposto a quello che aveva innervato la spinta d'urto iniziale.
Oggi infatti ne siamo agli antipodi: prima niente delega, oggi avanti tutta con la delega, prima niente leader, oggi solo un leader, al massimo due per via dell'alternanza che si confrontino in lunghe sfide di immagine. Quando uno di essi avrà ottenuto dagli elettori anche pochi voti in più assicurandosi un consistente «premio di maggioranza», decida senza perdere tempo in parlamentarismi, comitati e assemblee, centralizzando di fatto i poteri fino alla scadenza fisiologica del mandato, che la società non deve accelerare né disturbare. (A meno che il leader sia scoperto in flagrante delitto di menzogna - possibilmente d'ordine personale, perché quella politica è un inconveniente ammesso).
A uscirne a pezzi in Italia sono stati per primi i partiti del dopoguerra, dove la cristalizzazione burocratica s'era trasformata negli anni del Caf anche in monopolio di sempre meno giustificabili privilegi, quando non corruzioni e imbrogli con la scusa dei «costi della politica», producendo alla fine lo scandalo di Tangentopoli.
Diversa fu soltanto l'origine della crisi del partito più partito di tutti, quello comunista, provocata non dalla corruzione ma dal dubbio sulla sua stessa ragione di essere dopo la caduta del Muro di Berlino. Dubbio che si presentò anche come la prima rottura di metodo: in capo a una notte di pensamenti, l'allora segretario Occhetto si presentò non alla segreteria o alla direzione del Pci ma in una popolare sezione di Bologna, di tradizione partigiana, proponendo a quegli stimati veterani di cambiare nome e bandiera del Pci per tenerlo fuori dal precipitare dell'Urss e ridare fiato a una nuova «Cosa».
Fu uno choc, che quella sezione ingoiò, e da allora gli choc non sono cessati, sempre più diretti fra leader e base, leader ed elettori, leader e gente non più intercettata da un partito - perché il metodo della Bolognina non fu messo in causa da nessuno, tanto dovette sembrare liberatorio dalla cappa delle forme.
Scomposte le quali, la divaricazione fra partito politico come luogo di elaborazione, cultura, interesse d'un gruppo politico-sociale e dirigente carismatico - che fino ad allora s'erano tenuti assieme - si è andata allargando, e dai partiti ha investito le istituzioni elettive modificando l'ossatura formale della rappresentanza. Inutile fare la storia. Sta di fatto che scomposto il partito, il militante si è andato confondendo con il simpatizzante, la base del partito del dirigente scivola nella base elettorale, il leader si candida da sé, cerca ex post un consenso e assume i comportamenti d'una figura carismatica dal quale si attende la parola.
È fin paradossale che nel 2008, mentre le residue monarchie, in Spagna e Gran Bretagna, sono semplici portaparola dei governi, i capi di stato delle repubbliche presidenziali sono sempre meno garanti delle costituzioni e sempre più dirigenti assoluti dell'esecutivo. Addio alle distinzioni di poteri fra un capo dello stato, il potere legislativo e quello esecutivo - esse tendono a essere riassunte tutte nel capo dello stato. Con Mitterrand presidente, si diceva ancora il governo Rocard o Chirac o Jospin, mentre oggi, del governo presieduto da Fillon, è chiamato senz'altro il governo Sarkozy. In Italia il processo è più sornione, perché per ora non siamo ancora una repubblica presidenziale, ma le pressioni per divenirlo sono esplicite.
Insomma dal «niente delega» del 1968 e seguenti si è passati alla quasi generale autoconsegna a un leader, mentre i poteri costituzionali e i contropoteri della repubblica rinunciano a funzionare. Se lo tentano, il presidente li sfida. In Francia, Sarkozy fa appello contro di essi per istituire la «pericolosità sociale» come sufficiente a tenere illimitatamente in galera anche chi ha scontato la sua pena, chiedendo e avendo l'appoggio delle famiglie delle vittime. Berlusconi ha fatto lo stesso contro la magistratura, che non è riuscita mai a condannarlo sul serio. Veltroni, leader del Pd, ha ottenuto un raid distruttivo della polizia contro un'incolpevole comunità romena a mo' di vendetta per ingraziarsi l'opinione.
Ogni leader è ormai tentato dal populismo, arma (impropria) personale. Le leggi sono fredde e impermeabili, anche Veltroni si rivolge agli umori d'un popolo già di sinistra - come fa Berlusconi con quello di destra - che lui solo capirebbe e questo popolo volentieri gli si affida, a misura di quanto il senso comune democratico si sia andato guastando.
È il modello americano senza le sue salvaguardie, anch'esse del resto fortemente attenuate dopo l'11 settembre: il presidente Bush, che da un anno non ha più con sé né il paese né il Congresso, continua a condurre una guerra illegale e mortale all'Iraq, ne agita un'altra all'Iran, e appoggia le più folli avventure di Israele contro Gaza, tirando dritto fino alla scadenza del prossimo novembre. Chissà che un'azione di al Qaeda non lo confermi. Lui o un altro repubblicano, mentre i democratici si dilaniano in infinite primarie.
Questa sarebbe la democrazia «modernizzata» che hanno in testa anche politici molto diversi, come Berlusconi e Sarkozy, Putin e Veltroni. Il cui slogan è non per caso: semplifichiamo. Un parlamento è troppo complicato in una società divisa. Semplifichiamolo. L'ideale è arrivare a due capi assoluti con maggioranze assolute. Due condottieri. Due prìncipi. Prìncipi repubblicani, s'intende. Nel senso che durano cinque anni salvo riconferma.
Un capovolgimento del senso della Costituzione del 1948 e dei sommovimenti che l'avrebbero radicalizzata. Non è un evento giuridico, una vicenda delle culture del diritto. Qualcosa di più forte di esse le ha minate nel profondo perché si vada concludendo a questo modo quella che speranzosamente è stata chiamata «la transizione italiana» dalla prima alla seconda Repubblica. La quale si affaccia ben deforme. C'è da interrogarsi perché sia andata così e quali ne possano essere ancora i ripari. Quel che è certo è che, piaccia o non piaccia, l'estrema sinistra, fra cui Negri, avevano veduto giusto: sugli stati ha prevalso la forza cogente delle proprietà e dei capitali internazionali diventati giganti con la globalizzazione, che non incontra più freni né correttivi nei poteri politici. Ne è stata aiutata e li depotenzia.
Messa in causa la loro base di massa nelle figure del conflitto di classe, di sesso, di dominio sulla sfera etica, i leader europei sembrano apprendisti stregoni che non poggiano più che sui loro stessi esorcismi. Mentre alle masse sembra non restare che la protesta o la rivolta, mancando qualcosa di più, a partire da una preliminare e condivisa ricomposizione degli interessi. Che sia finita un'epoca più di quanto ci siamo finora resi conto è confermato dalla battuta di Gianfranco Fini che, per sbeffeggiare la Repubblica nata nel 1945, ha proposto di chiamare giorno della Liberazione quel 13 aprile che presume giorno di vittoria del Popolo delle Libertà. A mettere un alt occorre un sussulto di coscienza, di cultura. Al quale sta chiamando soltanto la Sinistra Arcobaleno, povera sinistra un po' malconcia, ma la sola a ragionare.

Lucida analisi generale cara Rossanda: peccato per le ultime tre righe...

un'altra persona per bene...

l democratico Spitzer costretto a chiedere scusa alla famiglia in televisione
Secondo il canale Fox sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni dalla guida dello Stato

New York, il governatore nei guai
dopo inchiesta su prostituzione

Lo inchioderebbero delle intercettazioni telefoniche nell'indagine su squillo da 5mila dollari


New York, il governatore nei guai
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Spitzer in tv con la moglie per chiedere scusa

NEW YORK - Scandalo a luci rosse a New York: il governatore dello Stato, Elliot Spitzer, inflessibile ex procuratore contro Wall Street e i colletti bianchi, è inciampato in un giro di prostituzione. Democratico, sposato con tre figli, Spitzer secondo la rete televisiva Fox sarebbe deciso a dimettersi dal suo incarico.

Secondo quanto rivelato dal New York Times, a incastrare il politico sarebbe un'intercettazione telefonica dell'Fbi, durante la quale si sente il governatore di New York organizzare un incontro con una squillo 'di lusso' nella stanza 871 dell'hotel "Mayflower" di Washington il 13 febbraio scorso. Una fonte vicina alle indagini ha raccontato al giornale che l'inchiesta a carico di Spitzer - identificato come 'cliente 9' - fa parte di un'indagine su un giro di prostituzione che ruota intorno alla società Emperors Club Vip, nell'ambito della quale venerdì scorso sono state arrestate quattro persone.

Spitzer ha almeno in parte ammesso le sue colpe, visto che ha immediatamente diffuso un comunicato nel quale dice di scusarsi "con la mia famiglia e con il pubblico". La vicenda ha avuto un'immediata ed enorme eco negli Stati Uniti, con tutte le televisioni e i siti web che l'hanno fatta diventare la notizia del giorno. In particolare si cerca di valutare le conseguenze politiche dello scandalo e le eventuali ripercussioni sulla campagna elettorale. Spitzer è tra l'altro un 'superdelegato' per la convention dei democratici e il suo appoggio era ritenuto importante nella corsa alla nomination per la Casa Bianca di Hillary Clinton e Barack Obama.

Spitzer, comparso in tv al fianco la moglie, oltre a scusarsi ha detto di volersi ora "dedicare a riguadagnare la fiducia della mia famiglia". Non ha voluto invece rispondere ai giornalisti che chiedevano la conferma di sue imminenti dimissioni. "Sono molto deluso di non essere stato in grado di vivere in base agli standard che mi aspettavo da me stesso", si è limitato ad affermare.

Fonti della procura hanno riferito che gli accusati hanno organizzato incontri tra oltre 50 prostitute e uomini facoltosi - la 'tariffa' arrivava fino a 5.500 dollari l'ora - a New York, Washington, Los Angeles, Miami, Londra e Parigi.

Il 48enne politico democratico, che per le primarie ha dato il suo endorsement a Hillary Clinton, ha ricoperto l'incarico di procuratore di New York per otto anni prima di essere eletto governatore. Ai tempi, 'Time' lo soprannominò "Crociato dell'anno", mentre i tabloid lo chiamarono 'Eliot Ness', dal nome del personaggio del procuratore interpretato da Kevin Costner ne 'Gli Intoccabili'. Noto per aver condotto diverse inchieste che hanno portato a sgominare giri di prostituzione, iniziò la carriera come avvocato in alcuni studi legali della Grande Mela, dopo la laurea ad Harvard.

quelli che ci indicano la via morale...

lunedì 10 marzo 2008

Scoppia la polemica sul sito delle risposte interattive
Usato per traduzioni e problemi. Gli utenti: "E' intasato"

In Italia i compiti si fanno su Yahoo
Ma è rivolta: "Andate a studiare"

di SARA FICOCELLI

Una quindicina di anni fa, per correggere una versione di latino, si telefonava al compagno di classe più bravo, oggi le traduzioni dettate al telefono sono state surclassate dall'interattività del web e in particolare da uno strumento, "Yahoo Answer", creato per rispondere alle domande degli utenti, anche a quelle più strane. Il sistema è facile: basta porre una domanda in rete e subito chi in quel momento è collegato risponde, cercando di fornire una soluzione e correggendo quelle sbagliate. Chi risponde più velocemente o in modo più esaustivo guadagna dei punti in più rispetto agli altri; viene persino segnalata la "miglior risposta".
E così, da un "Aiutino in italiano" ad un altro "Help, sono in para con la versione di inglese", sono veramente tanti i messaggi di studenti che su "Yahoo Answer" si fanno correggere i compiti a casa. Versioni di latino, soluzioni ai problemi di matematica e geometria, questionati di storia: ogni pomeriggio il sito si trasforma in un vero e proprio centro di aiuto-compiti.

Cosa che in poco tempo ha scatenato le ire di quanti invece usano il programma per scambiarsi informazioni, curiosità, insomma che hanno concluso da un bel po' la carriera scolastica e non ne possono più di trovare il sistema intasato da traduzioni di greco e problemi di fisica. La protesta raccoglie anche le critiche di chi non è d'accordo per principio, indignato dal fatto che gli studenti di oggi siano incapaci di fare i compiti da soli.
Scorrere col mouse tra un commento e l'altro è un vero spasso, un po' per la fantasiosità dei nickname e un po' per la vivacità del dibattito. A innescare la miccia un post fra i tanti, intitolato proprio "Perché Answers nel pomeriggio diventa un centro di aiuto compiti?". A porre il quesito è "Cicciograna", secondo il quale "a giudicare dalla qualità sintattica e grammaticale delle domande, invece di stare al PC a perdere tempo ed implorare qualcun altro di lavorare per loro, dovrebbero dare una bella ripassata ai testi di lingua italiana, perché si trova un campionario di orrori che ha dell'incredibile!". La "miglior risposta" è quella di "Melancholia", che chiede implorante di "non rispondere più a questi ragazzini... poi ci lamentiamo se l'Italia va a rotoli...". Subito pronta la replica di "Chase Young": "e allora. che c'è di male??? se uno la fa solo perché non ha voglia ok, però se non riesce a farli????".
Non mancano però le eccezioni, come "Gianni93", che dice che "sinceramente quando devo fare i compiti me li faccio da solo e non ho mai chiesto a qualcuno, specialmente su answer, di svolgerli per me...", oppure "Calypso", secondo la quale "se a scuola ascoltassero la lezione invece di messaggiare o fare filmini per youtube, forse answer non sarebbe intasato da liceali che chiedono traduzioni di latino". Devil, tra il serio e il faceto, lancia un sassolino con un "siamo studenti, siamo studenti, siamo un mucchio di deficienti...", mentre è più lucida l'analisi di "Peter", secondo cui "i compiti hanno cercato di evitarli un po' tutti... anche mio nonno ogni tanto mi racconta di aver cercato di evitare di non farli.... e penso che nel 26 fossero un po' più severi.... ma ti appoggio il fatto che c'è una generale e disarmante ignoranza... ormai gli studenti se ne sbattono di tutto... del rispetto dell'insegnate... di chi lavora... e poi da adulti si lamentano di percepire uno stipendio minimo.... dovevano pensarci prima....".

Commenti di ragazzi che hanno in media meno di venti anni, pronti a difendersi e ad ammettere i propri errori. Il filo conduttore è per tutti lo stesso: la sincerità, talmente forte da risultare spiazzante. Il post di "Anna" punta l'accento su una questione interessante, che va oltre un semplice problema di intasamento della rete, chiedendo "Answer inibisce le capacità degli studenti?". "Capita di vedere domande di geometria, matematica, letteratura, addirittura intere versioni di latino.... Spesso sono problemi o operazioni anche molto banali, che i ragazzi non solo non sanno risolvere, ma nemmeno hanno la voglia di guardare su un libro e cercare la regola da applicare!". Secondo lei sarebbe più giusto che "questi ragazzi svolgessero i loro compiti invece che sbolognarli ai "più grandi", che prontamente rispondono alle domande pur di accaparrasi 10 miseri punticini... Lasciamo che i ragazzi svolgano da soli i compiti!". Il suo appello viene subito raccolto da "Ipazia", una di quelle che sta dall'altra parte della barricata, quella di chi fornisce le risposte: "In linea di principio, sono d'accordo con quanto dici, anche se sono io stessa tra quelli che "passano" le versioni su Answers... predico bene e razzolo male, dunque".

Sulla questione delle risposte "accaparra-punti" interviene "Stedeme": "Ripeto x l'ennesima volta che secondo me, se uno risponde, non lo fa per i punti. Anche perché, alla fine, non si vince niente! Che senso avrebbe cercare ogni mezzo per accumulare punti??". Mania di protagonismo, noia o semplice senso di solidarietà tra "Answeristi": sono tante le ragioni che spingono gli utenti a rispondere agli studenti che chiedono aiuto per un compito di grammatica o di geometria. Con buona pace di quanti, invece, non solo non rispondono ma sono assolutamente contrari a questa nuova "moda". E lo dimostra il coro unanime sollevato dalla timida domanda di "Magic Girl": "Come faccio a finire in tempo i compiti per le vacanze?". Risposta: "Spegni il pc e comincia a studiare".

sabato 8 marzo 2008

avvicinandosi...

giovedì 6 marzo 2008

neppure gli americani li sopportano più...


Al presidente e al vicepresidente Usa i cittadini di Brattleboro e di Marlboro contestano "crimini contro la Costituzione", in riferimento alla guerra in Iraq

Voto in due cittadine del Vermont
"Arrestate Bush e Cheney"



BRATTLEBORO (Vermont) - Il presidente americano George W. Bush e il suo vice Dick Cheney vanno arrestati con l'accusa di "crimini contro la Costituzione". Lo sostengono gli abitanti di due cittadine del Vermont, Brattleboro e Marlboro, che si attraverso un referendum locale hanno dato disposizioni precise in questo senso alla polizia.

Seppur simbolicamente, gli elettori dei due piccoli centri hanno stabilito che la polizia cittadina dovrà investire della questione "altre autorità competenti che possano ragionevolmente istruire un processo" contro Bush e Cheney.

Al presidente e al vicepresidente Usa lo Stato del Vermont - noto per il suo sciroppo d'acero e per i bei panorami da cartolina, ma anche per l'orientamento politico liberale - chiede da tempo di porre fine alla guerra in Iraq. Contro Bush e Cheney diverse città del Vermont hanno anche approvato un documento con il quale si chiede che si proceda per arrivare all'impeachment. Nessuna di queste richieste è stata in alcun modo presa in considerazione a Washington.

Bush non ha mai visitato il Vermont ufficialmente come presidente, sebbene abbia passato delle vacanze con la famiglia nel vicino Maine. A Brattleboro vivono 12.000 persone, la città è sul fiume Connecticut. Marlboro è vicina, e conta appena 1000 abitanti.

il passato del futuro

Vademecum anti bufale della Società italiana di ginecologia e ostetricia per smascherare tutte le false credenze del 30% delle giovanissime

Lavande alla Coca e sesso lampo i contraccettivi delle adolescenti

Dure a morire anche molte false credenze sulla pillola anticoncezionale
L'esperto: "L'unico modo per fare l'amore sereni è informarsi per tempo"


LISBONA - Adolescenti convinte di poter rimanere incinta con un bacio e metodi contraccettivi a base di lavande alla Coca Cola, rapporti lampo di meno di un minuto oppure in piedi o in acqua. Almeno il 30 per cento dei ragazzi crede nella validità dei metodi concezionali fai-da-te e moltissimi pensano che sia impossibile rimanere incinta la prima volta che si fa l'amore o se non si raggiunge l'orgasmo. Tutti luoghi comuni presenti nei blog per giovanissime, bufale antiche che ritornano nel web.

"Sesso senza sorprese - tutto quello che (non) devi sapere per non rimanere incinta" è una guida che si propone di smontare uno alla volta i più diffusi consigli sulla contraccezione "alternativa", un'idea del progetto Scegli Tu, il programma per una contraccezione consapevole della Società italiana di ginecologia e ostetricia. Il vademecum, che rientra nell'ambito dello "Yasminelle study", sarà diffuso nelle università, ai concerti e nelle discoteche, per educare divertendo anche chi è totalmente a digiuno in una materia in cui i giovani italiani sono particolarmente ignoranti, ma che rappresenta un problema anche per gli altri paesi del vecchio continente.

Dal congresso europeo di Ginecologia e Ostetricia in corso fino a sabato a Lisbona arriva infatti il richiamo degli esperti a non abbassare la guardia in tema di sicurezza contraccettiva. "Una guida di questo genere può far sorridere - commenta Giorgio Vittori, Presidente della Sigo - ma è sufficiente un'analisi sommaria di quanto i ragazzi ci chiedono e si raccontano per capire che il livello di informazione è ancora davvero molto scarso. Vanno per la maggiore rimedi del tutto privi di fondamento scientifico e antichi pregiudizi duri a morire nei confronti del più sicuro anticoncezionale: la pillola. Con questo primo opuscolo ci auguriamo di riuscire a chiarire una volta per tutte che l'unico modo per fare l'amore sereni è informarsi per tempo, per non farsi cogliere impreparati". L'8 marzo, giorno della Festa della Donna, la guida "antibufale" sarà distribuita in anteprima nelle piazze di Ancona, Bologna, Milano, Roma, Firenze, Cagliari, Torino, Palermo, Bari e Napoli.

Al congresso europeo ampio spazio è riservato al tema della contraccezione e, in particolare, a come migliorare la consapevolezza e ridurre ulteriormente il ricorso all'interruzione volontaria di gravidanza. Tutti concordano: la priorità è migliorare l'informazione.

In Italia, secondo le ultime stime, solo lo 0,3% delle under 19 possiede una buona educazione sessuale. Solo una su 4 raggiunge un livello sufficiente. Anche per questo nel nostro Paese l'utilizzo di mezzi contraccettivi fatica a decollare: "Fortunatamente il trend sta iniziando ad invertirsi - commenta il professor Gianbenedetto Melis, direttore della clinica di ostetricia e ginecologia di Cagliari - In Italia l'uso degli estroprogestinici è in aumento, ma il nostro Paese rimane ancora il fanalino di coda dell'Europa: attualmente solo il 17 per cento delle donne li utilizza. I motivi di questa riluttanza sono senza dubbio culturali e scontano preconcetti e luoghi comuni ancora molto diffusi".

In particolare, intorno alla pillola continuano ad esserci tutta una serie di convinzioni errate: fra le più dure a morire la necessità di sospendere temporaneamente l'assunzione, il fatto che aumenti la crescita di peli, che faccia perdere i capelli, che sia opportuno un periodo di "disintossicazione" prima di avere figli, che faccia diminuire la libido. Ma senza dubbio, il timore più frequente è quello di ingrassare. "E' questo il motivo principale per cui tante donne rifiutano di utilizzare questo contraccettivo, esponendosi al rischio di gravidanze indesiderate - continua Melis - Oggi invece, grazie alle ridotte dosi di estrogeni e all'uso di progestinici di nuova generazione, il rischio di aumentare di peso si è considerevolmente ridotto. In particolare si sono dimostrati efficaci i progestinici di quarta generazione, come il drospirenone, contenuto nella pillola Yasminelle".

Un altro pregiudizio molto diffuso, soprattutto fra i più giovani, è l'impossibilità di utilizzare contemporaneamente pillola e preservativo. La "doppia barriera" è invece il metodo che si consiglia di preferenza alle giovanissime. La pillola è infatti il metodo più sicuro per evitare una gravidanza ed è una scelta autonoma della donna, che in questo modo non delega al partner la responsabilità della contraccezione. Il preservativo è invece attualmente l'unico strumento che protegge dal rischio di malattie sessualmente trasmissibili, come l'Aids, l'epatite, ma anche patologie molto diffuse come herpes genitale, candidosi o clamidia.

...e la droga