sabato 29 dicembre 2007

A Bergamo sgominata la «banda» della panda nera

I raid dei carabinieri anti-immigrati

In 21 ogni venerdì sera davano vita a pestaggi contro extracomunitari

tratto dal sito del corriere della sera

BERGAMO — La chiamavano la «caccia grossa» con la Panda nera. Carabinieri e vigili urbani usavano un’auto con una targa rubata e, secondo l’accusa, ogni venerdì sera davano vita a raid punitivi contro extracomunitari. Prima il briefing in caserma a Calcio, nella Bergamasca, poi via. Ma su quella Panda c’era una microspia. E ora le conversazioni concitate, i pestaggi degli stranieri, le urla durante perquisizioni «dure» a caccia di droga (che talvolta spariva con denaro e cellulari dei fermati) sono finite in un dossier della Procura. Il gruppo aveva scelto il venerdì probabilmente per poter apparire sui giornali della domenica. Perché il giorno dopo, ai cronisti, raccontavano di arresti e di «brillanti operazioni antidroga». Solo dopo sono emersi i metodi usati. Una «banda »—così la definiscono gli inquirenti — di 21 persone, (una dozzina i carabinieri) cinque delle quali accusate di associazione per delinquere. Qualcuno è ancora ai domiciliari, altri sono stati sospesi, altri ancora trasferiti. Eppure sono stati rimpianti dagli abitanti di Calcio: poco dopo gli arresti dello scorso luglio, sono comparse scritte del tipo: «Rivogliamo i nostri carabinieri», «Deidda sindaco» e via così. Ora, a sei mesi dagli arresti, arrivano le prime richieste di patteggiamento: un carabiniere di Calcio, Danilo D’Alessandro (1 anno e 8 mesi) e un vigile di Cortenuova, Andrea Merisio (3 anni). Molti hanno chiesto il rito abbreviato, compreso il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant», come lo soprannominavano gli altri della banda. «Il capo indiscusso » del gruppo, per i pm di Bergamo. Un tipo dai modi spicci, carismatico. E’ l’ex comandante della stazione di Calcio, che in questi giorni, fino alla fine del processo (prevista per il 14 febbraio) è stato autorizzato a tornare ai domiciliari proprio nella stazione che comandava.

Le violenze Per l’accusa era tutto studiato, a partire dalla Panda recuperata prima di essere demolita sui cui era stata piazzata una microspia. E dalle vittime: preferibilmente extracomunitari clandestini che difficilmente avrebbero trovato il coraggio di denunciare. Invece qualcuno lo ha fatto. Agivano armati, scrive nella sua ordinanza il giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino, in «un clima di violenza, di esaltazione collettiva e di autocompiacimento», in un paese di neppure cinquemila anime, Calcio, (sindaco leghista), dove le parti si sono invertite: i carabinieri sono diventati delinquenti e i marocchini i loro accusatori. A una vittima viene rotto il naso. A un’altra il timpano. A un’altra ancora i denti. La voce di Deidda, con marcato accento sardo. «Tu sei troppo agitato, mo ti piazzo un cazzotto in testa. Da chi hai comprato? Ti porto in caserma e ti sfondo a mazzate ». Parla di un altro controllo: «Uno di Martinengo... poi si è messo a sputare i denti e l’ho mandato via... perché appena gli ho dato un destro, caz..., ha cominciato a sanguinare, ha sputato i denti». Quando un marocchino, per sfuggire a un inseguimento, si butta da un tetto quelli commentano: «Perché anziché finire nelle nostre mani preferiscono suicidarsi?».

Gli adepti La banda cercava anche nuovi adepti. La filosofia era questa: «Più siamo più danni facciamo », si spinge a dire Andrea Merisio, vigile di Cortemilia a un aspirante «picchiatore». L’8 giugno esordisce nel raid uno studente di 29 anni. Merisio e Deidda sono compiaciuti del nuovo acquisto: « Ci ha chiesto perché non lo abbiamo picchiato quello con la camicia bianca... La mentalità c’è». L’obiettivo della «caccia grossa » era spesso quello di aumentare le statistiche degli stupefacenti sequestrati. Per il capitano Massimo Pani, (che non ha partecipato ai raid), allora comandante della Compagnia di Treviglio, e nel frattempo promosso maggiore, i numeri erano una fissa. Tanto che Monacelli avrebbe mostrato a colleghi un sms di Pani, in cui lo invitava a sequestrare «almeno 25 chili di droga, in modo da poter battere il record del suo predecessore». Avrebbe fatto pressioni su due subordinati, minacciando di farli trasferire perché non testimoniassero contro Monacelli, sospettato di procurata evasione e cessione di droga. Ultimo guaio: avrebbe restituito un chilo di hashish a uno spacciatore che minacciava di raccontare certi metodi.

Il razzismo L’odio per gli extracomunitari emerge nelle conversazioni del gruppo. Mauro Martini, carabiniere di Calcio, al telefono con la fidanzata è esplicito: «’Sti marocchini, li ammazzerei tutti, non muoiono mai». Deidda non è da meno: «... Me ne sbatto i c. e ’sti marocchini di merda mi hanno veramente rotto i c.».

Cristina Marrone
29 dicembre 2007

“In un unico buio” primo romanzo di Marzio Bertotti meglio conosciuto come “Mungo v.r.” mitico chitarrista del Declino

Scusa laido ma divulgo...

Finalmente in libreria “In un unico buio” primo e atteso romanzo di Marzio Bertotti meglio conosciuto come “Mungo v.r.” mitico chitarrista del Declino .

Ringraziandolo profondamente per la concessione riportiamo qui di seguito parte del capitolo “don't crack under pressure” conservando stretta nel cuore la profonda emozione di quando, all'oscuro della inaspettata “citazione” mi trovai, ormai un paio di anni or sono, a leggere una delle prime stesure su dattiloscritto.

.right in sight. , commosso, ringrazia Mungo per aver trasferito su pagina l'intensità delle sue esibizioni live e gli augura un infinito imbocca al lupo per la sua carriera di scrittore.

A voi che leggete questa notizia .right in sight. consiglia di non mancare la lettura di “In un unico buio” alla quale vi introduciamo con questa breve chiacchierata con l'autore.

.xlx. intervista Marzio Bertotti

1. - Cosa ti resta, dal punto di vista dell'approccio alla vita, dell'esperienza Declino a quasi 20 dalla sua conclusione?

Intanto la capacità di circoscrivere un fatto, una lettura, un ascolto… al suo nocciolo senza farmi influenzare troppo dall'eventuale crosta di cui può essere rivestito. E' un percorso certamente riduttivo perché anche la complessità è importante e, spesso, necessaria, però nella valutazione più intima, solo la comprensione del nocciolo duro (l' hardcore …) conta.

In secondo luogo rimane l'attitudine a riciclare e riconvertire ogni stimolo, anche quelli potenzialmente negativi, in cose che, pur se sempre mie, sono condivisibili per chiunque. Quando suonavo con DECLINO molto spesso prendevo spunto, per i riff o per i testi, da idee e soluzioni sonore anche molto lontane dai “canoni” del punk HC propriamente detto. La sovversione totale di ogni legge e di ogni “canone” non implicava forse anche di quello punk?

2. - Come ti si è manifestata la vocazione alla scrittura?

Come tante cose della vita, l'inizio è stato abbastanza banale. Si era con mia moglie e un amico a bere e cazzeggiare. Io, come al solito, bevevo e parlavo e parlavo e bevevo… blah… blah… blah… siccome sono abbastanza prolisso (leggi spaccacazzo) i due mi hanno intimato di non rompere i coglioni e che se proprio avessi voluto continuare con le mie menate sarebbe stato meglio scriverci un libro… chissà che, magari, non ci avessi pure fatto qualche soldo… Un po' a mo di scommessa, un po' per risentimento, ho cominciato veramente a pensare ad una storia. Poi la cosa mi è piaciuta e l'ho cominciata a scrivere. In realtà molto del materiale che poi è finito nel romanzo faceva già parte delle chiacchiere di cui accennavo prima… però il plot , la trama, l'ho buttata giù strada facendo.

3. - E' stata difficile la ricerca di un editore interessato alla pubblicazione del tuo primo libro?

Nel mio caso, siccome si trattava di un noir , la ricerca di un possibile editore si riduceva in fondo a poche decine di indirizzi perché in Italia le case editrici che pubblicano noir sono veramente poche. Ho provato a mandare il dattiloscritto ad una quindicina di editori, tenendomi i restanti nomi per una seconda spedizione nel caso di rifiuto di tutti i primi. Devo dire che quasi tutti mi hanno risposto (i tempi sono stati di 6-8 mesi/un anno) e sebbene la loro opinione per la pubblicazione fosse negativa, bisogna riconoscere che le risposte furono abbastanza personalizzate con, anche, qualche valutazione più dettagliata dell'opera. Alla fine, circa un anno dopo la spedizione del malloppo, sono stato contattato dalle Edizioni Angolo Manzoni di Torino presso la quale oggi il libro vede finalmente la luce.

4. - Dopo la pubblicazione di questo tuo primo romanzo hai in programma nuove pubblicazioni, hai già scritto nuove cose?

Sfortunatamente non decido io il calendario delle mie pubblicazioni, ho però pronto un nuovo romanzo (tostissimo!) e diversi racconti. Al momento, poi, sto raccogliendo idee e materiale per altri due romanzi di cui a grandi linee esistono già lo schema, la trama e alcuni personaggi. Purtroppo il tempo è il vero tiranno. Lavorare su una pagina, dalla sua prima composizione alla sua versione definitiva, significa ore e ore passate sul testo. Lasciare decantare per qualche mese per poi eliminare il superfluo e ricominciare a “riscrivere” il tutto, significa avere un “parco” ore non sempre disponibile.

5. – Parlami del tuo metodo di lavoro, del tuo approccio alla pagina: tempo fa leggevo un'intervista a Nick Cave (per rimanere in ambito musicista-scrittore) nella quale egli affermava che il suo scrivere è frutto di regolari tempi impiegatizi… anche tu ti sottoponi ad una sorta di disciplina di tempi e metodi o segui maggiormente l'ispirazione?

Idealmente vorrei che fosse così. Mi piacerebbe avere a disposizione il tempo che il certosino, con dedizione e disciplina, aveva per lavorare sulle miniature o la “dimensione” spazio/orario del ragioniere implacabile sui conti. Siccome però non ho né il tempo del monaco né lo spazio lavorativo del ragioniere (e tanto meno i soldi di Nick Cave) devo accontentarmi di usare e sfruttare il solo tempo che riesco a ritagliarmi: impazzire per buttare giù qualche riga al volo, in posti provvisori e in situazioni bislacche. Dal tram alle pause sul posto di lavoro, dalla tazza del cesso a ogni piccolo spazio che mi si presenta. Uno dei momenti che preferisco per inventare storie e situazioni, invece, è la notte a letto prima di dormire. Nel buio e nel silenzio della stanza ragiono sulle trame e sui personaggi. Il guaio è che, purtroppo, il mattino dopo spesso non ricordo più nulla!

6. – A proposito di ispirazione: cosa ti stimola maggiormente, la realtà, la cronaca, la fantasia. Si nascondono tratti autobiografici nelle tue storie?

Direi, piuttosto… la pornografia. Ehi! Intendiamoci… non sto parlando di sesso! Quello che intendo, è che dei fatti, della realtà, della cronaca, l'aspetto che mi attrae è il suo lato più marcio. A costo di passare per ingenuo moralista, non mi occupo del lato “corretto” dei fatti, delle buone azioni (o cattive che siano) anche se poi magari ci sono nei miei racconti. Mi interessa piuttosto la dimensione corrotta che sta dietro ai fatti e azioni. La loro dimensione pornografica, appunto. Credo che solo nel peggio di ciascuno è possibile scorgere il lato più sincero e forse più umano di noi. Il resto è crosta, tanto ipocrita quanto fittizia. E' più onesto il dettaglio di una foto hardcore che mille biblioteche di romanzi d'amore.

Per quanto riguarda eventuali tratti autobiografici direi che la domanda è mal posta. Certo che tutto è autobiografico! Sia quando componi sublimi poesie sia quando caghi, stai sempre facendo qualcosa di autobiografico! Però, forse, ciò che volevi sapere era se le situazioni o gli avvenimenti dei miei racconti sono stati vissuti da me in prima persona o se corrispondano precisamente ad eventi realmente accaduti. Direi, allora, che sarebbe più opportuno parlare di contesti autobiografici. A volte sono state esperienze mie altre volte di gente che ho incontrato o frequentato. Nei racconti più recenti, invece, ho lavorato maggiormente sulla finzione. Finzione fino ad un certo punto, però. I fatti riportati sono stati ricostruiti e romanzati per esigenze della trama, ma sono, pur sempre, accaduti in cronaca.

7. – Il tuo scrivere è procedimento che determina la storia, modificandone il percorso o è codifica che traduce in parole una storia già completa e definita nella tua mente?

Avvengono entrambe le cose combinandosi assieme. Però sarebbe necessario premettere e sfatare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la falsa idea che si ha dello “scrivere”. Il lavoro maggiore non è la creazione di un testo. Il vero lavoro comincia dopo e consiste nella sua sistemazione in un continuo procedere, spesso schizofrenico, su e giù lungo la trama, scomponendo e ricomponendo le varie parti come fossero pezzi distinti tra loro che solo alla fine assumeranno forma conclusa e cronologicamente contestuale. C'è la trama, ci sono i capitoli e ci sono i personaggi. Ci sono i tempi e i luoghi della storia ma poi ci si muove da quello e si modella il tutto continuamente. Funziona un po' come si fa per il montaggio di un film. Scrivere un capitolo, o anche semplicemente una frase, comporta un grande lavoro di rifinitura e sintesi. In questa ottica, allora, non è così importante sapere prima se il testo cambierà o quanto cambierà man mano che lo si scrive. E' già nel suo stesso costruirsi e definirsi che la scrittura si “autoinfluenza”. Il punto decisivo è sapere che devi essere disponibile al cambiamento, disponibile a piegarti. E' come per il falegname intagliatore quando, di fronte ad una venatura del legno più dura, può scegliere: di eliminare il “difetto” oppure di valorizzarlo e renderlo parte di una nuova idea che nasce dentro al lavoro originario ma che, pure, lo renderà diverso. Certo, per uniformità della storia, devi rimanere fedele all'idea di fondo di cui volevi trattare, ma flessibilmente. Non si deve avere “paura” di cambiare. C'è da aggiungere, comunque, che non esiste “una storia finita” pensata completamente prima della scrittura. Esiste un'idea di massima, una storia, o più storie, da raccontare, qualche spezzone di immagini e qualche scampolo di dialoghi. Boh, il resto si “assembla” e si accorpa man mano. Un buon metodo è quello di fare una scaletta, un indice degli argomenti e dei temi trattati. Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi, delle azioni e dei ragionamenti, dei dialoghi possono essere pensati e scritti, invece, separatamente. Nel mio caso, poi, mi piace inserire o usare fatti di cronaca vera e ricreare i contesti storici. Quindi, anche se parlo di qualcosa che penso di conoscere, devo sforzarmi di documentarmi ancora di più, andare a cercare altri dettagli e circostanze, provare a rendere il più credibile possibile l'ambientazione.

8. – Parlami del Mullah M: personaggio enigmatico dalle generalità sconosciute e firma di sanguinarie fustigazioni nonché di sagaci intuizioni con le quali mi pare tu sia in particolare sintonia.

Nessuno sa chi sia. Che faccia abbia o quanto vasta sia la sua cultura o ramificata la rete dei suoi adepti e ammiratori. Dovrebbe essere un italiano perché si esprime in italiano, ma anche su questo non ci sono risposte sicure.

Io l'ho scoperto per caso navigando sulla rete. Sono rimasto subito stregato dalla potenza delle sue parole, dall'acuta analisi e profondità del pensiero, dalla sua prosa e poesia così attenta e precisa eppure semplice. Il Mullah M.? Un genio! Tagliente come il bisturi del chirurgo e dirompente come il plastico del kamikaze. Il terrorista culturale che tutti vorremmo essere o almeno averlo come amico.

9. - Infine, senti mai il richiamo del primo amore? Dopo l'esperienza di “In disparte” con Indigesti non senti mai il desiderio di tornare a suonare in un gruppo?

Assolutamente, si! Quasi tutti i giorni! Purtroppo però ci sono impedimenti… intanto l'età… che non aiuta… (va bè che Lemmy ha 60 anni però…), di nuovo il tempo tiranno (considera che “ tengo famigghia …”), ma soprattutto… quale motivazione, urgenza o bisogno potrei mai accampare di fronte ad un pubblico con almeno 20 anni di meno, se non il mio diletto?

Dal romanzo “IN UN UNICO BUIO” di Marzio BERTOTTI –

EDIZIONI ANGOLO MANZONI, Torino 2005 Î . 12,00

“…Don't crack under pressure!”

Torino, la notte dopo, ore una e venti

Compatta e brutale la musica arriva fino al bancone del bar sovrastando ogni possibile dialogo. Nell'oscurità accentuata dal fumo riesco appena ad intravedere il tipo rasato, seminudo e coperto di tatuaggi che, sul palco, urla al microfono contorcendosi tra i fili e i monitor. Dietro, altri tre o quattro ragazzi suonano saltando in continuazione. Il caldo e la mancanza d'aria sono esasperanti. Il volume supera la soglia fisica del dolore, violentando le viscere e i timpani. Intorno la gente continua a bere bottiglie di birra e a farsi canne. Qualcuno discute animatamente, altri si aggirano, insieme ai loro cani pulciosi, per il bar e la piccola biblioteca militante. Le pareti della casa occupata sono coperte di scritte, graffiti e disegni di tubi metallici che si intersecano e si connettono tra loro, animali spaventosi e giganteschi, scritte dai colori fosforescenti. Sulle colonne e sulle porte disegni di ossa, tibie, femori, mascelle sdentate, vermi e lucertole si contorcono nelle orbite vuote dei teschi.

Dal soffitto, fissate con catene, penzolano marmitte sfondate, tubi idraulici flessibili, mascherine di plastica e reti mimetiche. Le uniche luci, sul bancone del bar, rischiarano appena le facce di chi sta servendo da bere. Seduti su una transenna, un gruppo di ragazzi mostra i rispettivi tatuaggi e piercing. Uno spettacolo già visto, altrove, lontano. Nel tempo...

Prendo una birra. L'appuntamento con Top Cat è qui, dopo le due. Sono in anticipo comunque e, poi, non c'è nemmeno da esserne troppo sicuri che arrivi. Rassegnato vado verso il corridoio che porta al piano di sopra. Mobili scassati e pitturati si mescolano a rifiuti e bottiglie vuote. Sulle scale qualcuno sta vomitando. Rinuncio alla ricerca di un angolo più tranquillo.

Finalmente, alla terza birra, entra Top Cat con un altro tipo. Mi vede, mi fa cenno che verrà da me.

Ne approfitto per dare un'occhiata al concerto. Il gruppo è scatenato come non mai. Un bel concerto. Sotto il palco slamming furioso e violento. Gente che si arrampica l'una sull'altra come naufraghi alla ricerca di un rottame in un mare in tempesta. Saliti sul palco si tuffano, a volo d'angelo, su quelli rimasti sotto.

“…In my heart the flame is burning… Don't crack under pressure!”

- urla il cantante mentre frusta le schiene di quelli vicini al palco con il cavo del microfono. Sono tutti prossimi al delirio.

“Ti piacciono?” - la voce di Top Cat, leggermente in falsetto, mi raggiunge alle spalle.

“Beh, tosti lo sono… anche i pezzi mi sembrano buoni”

“Anche a me piacciono” - replica Top Cat - “senti che roba la cassa! Peccato… non ho più l'età per buttarmi là in mezzo”.

“A chi lo dici!”

Bertotti Marzio

Marzio Bertotti è nato a Torino nel 1960 ed è cresciuto nel quartiere popolare di Barriera di Milano (“principale attore non protagonista” del romanzo "In un unico buio") dove abita tuttora. Impegnato politicamente nei circoli del proletariato giovanile, tra il 1979 e il 1987 ha vissuto all'estero (Londra, Amsterdam, San Francisco...) Nel 1984 è il chitarrista del gruppo H.C. Punk “DECLINO. Rientrato in Italia nel 1988, si laurea in Storia, viene assunto in una grande azienda, e svolge una serie di inchieste giornalistiche in Africa (Mali, Senegal, Tunisia e Kenya), collaborando con una rivista tecnica. Successivamente, gestisce una scuola di lingue e informatica e tiene corsi di arti marziali cinesi. Oggi lavora come consulente per una agenzia di cooperazione internazionale, seguendo progetti di cooperazione con paesi in via di sviluppo.

Marzio Bertotti - In un unico buio

Il riscatto della memoria attraverso il delitto

Una serie di omicidi, dissimulati da incidenti, decima il gruppo dirigente di un'azienda del Torinese già al centro di inchieste per presunte infiltrazioni mafiose. Le battaglie di un anziano ribelle piemontese si intrecciano e confondono con i luoghi e le mappe della “sovversione sociale“ giovanile di tutta l'Europa. Un magistrato integerrimo, ma isolato, cerca il successo giudiziario, a costo di venire a patti con la propria coscienza. Sullo sfondo di un quartiere di Torino teatro di lotte feroci e altrettanto feroci repressioni, raccontato attraverso epoche diverse e fatti storici rimossi e misconosciuti, un personaggio misterioso e spietato cerca di cancellare ogni traccia del suo passato per potersi rifare un'altra vita altrove. Ritrova invece la sua identità e l'ambiente abbandonato anni prima. Azione, suspense, storia e tecnologia si fondono in questo noir dalle forti implicazioni emotive, che è anche la storia di un conflitto, la ricerca di un riscatto interiore e di un anelito di riscossa.

“LA STAMPA” - TORINO, 4 FEBBRAIO 2006.
RITROVATO IL CORPO DELL'INGEGNER SEVERI. ALLA VIGILIA DELLE OLIMPIADI INVERNALI, UN'OMBRA INQUIETANTE APPANNA NUOVAMENTE L'IMMAGINE DI CITTÀ VIVIBILE CHE TORINO AVEVA FATICOSAMENTE RITROVATO DOPO ANNI DI DECLINO. L'INGEGNER SEVERI, AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA S.I.R.F., SCOMPARSO DA QUATTRO GIORNI, È STATO RITROVATO IN UN FOSSO NUDO E INCAPRETTATO CON UNA MAZZETTA DI SOLDI IN BOCCA…


http://www.angolo-manzoni.it/

contro l'atomica

Per non scordare cosa provoca il nucleare vedi il documentario Le gru di Sadako