venerdì 30 novembre 2007
windows (s)vista
Non decollano le vendite del nuovo sistema operativo: gli utenti continuano a preferire Xp
Windows Vista ancora nei guai
Negli Usa gli utenti infuriati minacciano una class action miliardaria
annapolis
Appuntamento pericoloso
Zvi Schuldiner
Decine di alti dignitari sono arrivati negli Stati uniti per partecipare al teatro organizzato dal presidente Bush, per quella che fino a qualche settimana fa era una «conferenza di pace» Israele-Palestina e che adesso è solo «un incontro». Un incontro, realizzato con il pretesto della pace ma che potrebbe costituire la base per future guerre. Annapolis aumenta infatti il pericolo di un attacco all'Iran All'«incontro» sono presenti non soltanto israeliani e palestinesi ma anche la Lega Araba, inviati della maggior parte dei paesi arabi e all'ultimo momento anche un sottosegretario agli esteri della Siria, grazie a una diversa formulazione dell'invito. Europa, Russia, India, Brasile e Cina daranno tutti altro lustro a un momento pieno di incognite. Già oggi molti ritengono che il principale obiettivo della conferenza non sia un contributo alla pace israelo-palestinese. Nel migliore dei casi si prepara una dichiarazione congiunta dell'ultimo minuto, che non sarà altro che un inutile ritorno a alcuni luoghi comuni. Nessuno discute l'idea della «pace» e la maggioranza accetta l'idea di «due popoli, due stati», ma questa supposta pace passa per due partner incapaci di arrivare ai contenuti di un accordo autentico. Il governo israeliano, al riparo della politica estera americana, insiste nei suoi sforzi per frammentare la società palestinese. Per cecità e corruzione, alcuni leader palestinesi ritengono che un intervento militare di Israele potrebbe distruggere Hamas e permettere alla nomenclatura di Fatah il ritorno alle dolcezze del potere. La massiccia presenza dei paesi arabi potrebbe essere il raggio di luce che indica a Hamas una posizione più flessibile, ma questo non sembra preoccupare Abu Mazen e i suoi, a cui il recupero del potere sta a cuore più che gli interessi dei palestinesi. In Palestina Hamas denuncia la svendita che Abu Mazen sarebbe sul punto di fare, in Israele la destra accusa il governo Olmert di tradimento. Entrambi reagiscono pavlovianamente a qualsiasi iniziativa di pace. Senza capire che da Annapolis non uscirà che qualche fuoco d'artificio, qualche vacua dichiarazione senza valore. Il presidente Bush gioca la cosa come un trionfo diplomatico, su due fronti. Da un lato la sua immagine negli Usa si è seriamente deteriorata, evaporano i miti che hanno portato alla guerra e gli americani cominciano a capire quale disastro era contenuto nella sua politica. Dall'altro lato gli ultrà americani vedono nella conferenza una possibilità per proseguire i propri piani criminali. Il cui prossimo passo è un attacco contro l'Iran, realizzato direttamente oppure dando via libera al governo israeliano. I generali americani sono contrari, ma i generali erano contrari anche a usare l'atomica per mandare un segnale a Stalin. Annapolis permette a Bush, Cheney e soci di raggruppare i paesi arabi «moderati», rafforzare alcuni di quei regimi minacciati dal fondamentalismo e costruire un'alleanza che renda possibile un attacco all'Iran, l'ultimo e demenziale passo degli «ultra-con». Se non ci saranno ostacoli, una guerra lunga e sanguinosa travolgerà la regione. L'«incontro» inizia con il pretesto della pace israelo-palestinese, ma la pace è molto lontana. E la disillusione darà nuove ragioni per un'esplosione nei Territori, nei quali tre milioni di palestinesi continuano a pagare il duro prezzo dell'occupazione.
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coordinato da Jamil Hilal, Jaca Book, 2007, 304 pagine, euro 22
UN SAGGIO DA COMPRARE, DA REGALARE E …..DA LEGGERE!
Palestina dal collasso di Oslo alla speranza dello stato unico di Jamil Hilal, il manifesto 2007 07 19
“Comunque, i palestinesi si sono resi conto che Oslo era una imboscata di Israele e Usa tesa a ostacolare le aspirazioni palestinesi all'indipendenza nazionale e alla libertà. Israele, sostiene la stragrande maggioranza dei palestinesi, non ha mai inteso porre fine all'occupazione della Cisgiordania e della striscia di Gaza, smantellare gli insediamenti, accettare l'istituzione di uno stato palestinese indipendente e realizzabile con Gerusalemme est capitale, e non ha mai pensato di riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, come stabilito dalle risoluzioni delle Nazioni unite. Questo è reso evidente dalla continuazione della costruzione e dell'ampliamento delle colonie dopo gli accordi di Oslo, la costruzione di strade bypass, in stile apartheid (solo per israeliani), che collegano le colonie alle città e villaggi all'interno della linea verde, il mai terminato processo di ebraizzazione di Gerusalemme est e il suo isolamento dalla Cisgiordania.”
Tempo scaduto di Ilan Pappe, Seconda conferenza annuale a Bil’in, 18 aprile 2007
“ Giunti al 40° anno di occupazione e al 60° anno dalla Nakba, dobbiamo dire che il tempo è scaduto Stiamo ancora parlando di soluzione due-stati mentre dovremmo parlare di soluzione uno-stato. Stiamo ancora parlando della possibilità che i rifugiati rinuncino al loro diritto al ritorno, mentre noi dovremmo insistere che i rifugiati dovrebbero avere il diritto al ritorno. E stiamo ancora parlando di accordi parziali mentre dovremmo parlare di una soluzione globale della questione palestinese.”
E’ tempo per l’alternativa di uno stato laico e democratico di Omar Barghouti, Italia, ottobre 2007
“Che liberazione! La soluzione due-stati per il conflitto israelo-palestinese è finalmente morta. Ma qualcuno deve emettere un certificato ufficiale prima che al cadavere putrefatto venga data una degna sepoltura e prima che noi tutti possiamo andare avanti e esaminare l’alternativa più giusta, più morale - e perciò più duratura - per una pacifica coesistenza fra Ebrei e Arabi nel Mandato di Palestina: la soluzione di uno stato laico e democratico.”
Ma è ancora possibile uno Stato palestinese? di Danilo Zolo, Il manifesto, 7 dicembre 2006
“L'idea che oggi sia ancora possibile la formazione di uno Stato palestinese - sostiene llan Pappe - è patetica illusione o crudele impostura.”
Palestina quale futuro? – La fine della soluzione dei due-stati
coordinato da Jamil Hilal, Jaca Book, 2007, 304 pagine, euro 22
Indice
Introduzione all’edizione italiana, JAMIL HILAL
Palestina: l’ultima questione coloniale, JAMIL HILAL
Il sionismo e la soluzione dei due-stati, ILAN PAPPÉ
Israele e il 'pericolo demografico', AS'AD GHANEM
Il paradosso dell’autodeterminazione palestinese, NILS A. BUTENSCHǾN
L’amministrazione Bush e la soluzione due-stati, HUSAM A. MOHAMAD
L’economia di una Palestina indipendente, SUFYAN ALISSA
La trasformazione dell’ambiente palestinese, JAD ISAAC AND OWEN POWELL
Hamas: dall’opposizione al governo, ZIAD ABU-AMR
Hamas e lo stato palestinese, ARE KNUDSEN AND BASEM EZBIDI
Alla ricerca di una soluzione, SHARIF S. ELMUSA
La giustizia è la via per una soluzione, KARMA NABULSI
PALESTINA QUALE FUTURO? La fine della soluzione dei due Stati
(dal retro di copertina)
Questa raccolta di saggi presenta in modo aggiornato e articolato l'attuale situazione del conflitto israelo-palestinese nella più ampia prospettiva della scena mediorientale e internazionale.
Emerge con forza da queste pagine l'impraticabilità della cosiddetta soluzione dei due Stati, che comporterebbe la concreta costituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano su di un territorio dotato di una minima coesione e con un livello accettabile di accesso alle risorse per i suoi abitanti. Alla luce dell'attuale estrema frammentazione della Cisgiordania, aggravata dalla progressiva costruzione del Muro di separazione, tale soluzione si rivela semplicemente impraticabile di fronte a un' élite politico-militare israeliana che prosegue implacabilmente nella trasformazione dei territori palestinesi in entità territoriali satellite, circondate dallo Stato di Israele e da esso completamente dipendenti sotto ogni profilo. Lo studio della politica militare e demografica di Israele si affianca qui all'analisi della scena politica palestinese e del drammatico confronto tra Hamas e Fatah.
Sullo sfondo, paradossalmente meno utopico della soluzione dei due Stati, resta lo scenario di un unico Stato democratico e pluralista capace di ospitare tutti e di difendere i diritti di tutti. Un «sogno» più realistico di qualsiasi opzione oggi presente nell'agenda dei capi di Stato.
ISM- Italia
info@ism-italia.it
www.ism-italia.it under construction
ISM-Italia è il gruppo di supporto italiano dell’ISM.
L’International Solidarity Movement (ISM www.palsolidarity.org) è un movimento palestinese impegnato a resistere all’occupazione israeliana usando i metodi e i principi dell’azione-diretta non violenta. Fondato da un piccolo gruppo di attivisti nel 2001, ISM ha l’obiettivo di sostenere e rafforzare la resistenza popolare assicurando al popolo palestinese la protezione internazionale e una voce con la quale resistere in modo nonviolento alla schiacciante forza militare israeliana di occupazione.
pd: da lavoratori a consumatori
Aspettando la Befana
Loris Campetti
Eravamo stati ottimisti al manifesto, denunciando la perdita di ogni connotato di sinistra da parte del nascente Partito democratico che si colloca, come recita il suo programma, in una posizione equidistante tra capitale e lavoro. Dovevamo capirlo proprio leggendo il programma del Pd, in cui i lavoratori vengono sostituiti dai consumatori: l'azionista di riferimento del nuovo che avanza è l'impresa, il capitale. Così si spiega la irricevibile conclusione del tormentone welfare, dettata direttamente dalla Confindustria. Prendiamocela pure con Dini e il suo manipolo di senatori che per il governo a centralità Pd contano più dei 150 parlamentari della sinistra, ma chi muove i fili che animano il rospo, se non Luca Cordero di Montezemolo?
Il faticoso lavoro della commissione lavoro della Camera per costruire mediazioni difficili tra spinte divergenti, è stato rottamato dall'ala che comanda nel governo. Per salvare, o per dannare se stesso? Il testo su cui Prodi impone la fiducia è praticamente lo stesso sottoposto al voto dei lavoratori, quello sottoscritto dalle parti sociali ma contestato da settori della Cgil, dalla Fiom, dai sindacati di base e bocciato nelle più importanti fabbriche italiane.
Le forze a sinistra del Pd si erano impegnate a svolgere un confronto serrato in parlamento, avevano strappato qualche miglioramento al testo per i lavoratori «usurati», aumentandone la platea, e per i giovani precarizzati, ponendo un tetto alla possibilità infinita di rinnovo dei contratti a termine. Tutto spazzato via. Anche le richieste e le residue speranze delle centinaia di migliaia di persone che il 20 ottobre avevano manifestato a Roma per chiedere un'inversione di tendenza sulla precarietà sono state spazzate via. Uomini e donne che offrivano allo zoppicante Prodi una sponda, una via d'uscita, hanno perso su tutti i fronti. E con loro, però, hanno perso le forze politiche che alla riuscita della manifestazione contro la precarietà avevano contribuito. Rifondazione innanzitutto, e il Pdci, ma anche Sd e Verdi rischiano di perdere, insieme alla battaglia contro la precarietà, la loro base sociale. Ma il governo è un mezzo, o un fine? Il Prc rinvia la verifica a gennaio: ma le cose per la sinistra andranno meglio, dopo la Befana? E ancora: è peggio restare senza ministro, viceministra e sottosegretari, o senza base sociale?
Tutti, in Italia, denunciano il livello miserabile dei salari dei lavoratori dipendenti, dagli economisti liberisti a Padoa Schioppa. Lo denuncia anche l'Ue: nel Belpaese si lavora di più e si guadagna di meno che nel resto d'Europa. Però, milioni di lavoratori restano senza soldi e senza contratti, mentre infuria l'offensiva padronale per cancellare quelli nazionali e legare gli aumenti agli utili aziendali. Tutti in Italia denunciano gli effetti devastanti della precarietà, ma quando si tratta di votare, la maggioranza eletta per porvi un argine si fa incantare dalle sirene confindustriali e dai ruggiti dei rospi, fino a confondersi con il suo teorico antagonista, il governo Berlusconi.
Un altro regalo alla odiata antipolitica.
Il faticoso lavoro della commissione lavoro della Camera per costruire mediazioni difficili tra spinte divergenti, è stato rottamato dall'ala che comanda nel governo. Per salvare, o per dannare se stesso? Il testo su cui Prodi impone la fiducia è praticamente lo stesso sottoposto al voto dei lavoratori, quello sottoscritto dalle parti sociali ma contestato da settori della Cgil, dalla Fiom, dai sindacati di base e bocciato nelle più importanti fabbriche italiane.
Le forze a sinistra del Pd si erano impegnate a svolgere un confronto serrato in parlamento, avevano strappato qualche miglioramento al testo per i lavoratori «usurati», aumentandone la platea, e per i giovani precarizzati, ponendo un tetto alla possibilità infinita di rinnovo dei contratti a termine. Tutto spazzato via. Anche le richieste e le residue speranze delle centinaia di migliaia di persone che il 20 ottobre avevano manifestato a Roma per chiedere un'inversione di tendenza sulla precarietà sono state spazzate via. Uomini e donne che offrivano allo zoppicante Prodi una sponda, una via d'uscita, hanno perso su tutti i fronti. E con loro, però, hanno perso le forze politiche che alla riuscita della manifestazione contro la precarietà avevano contribuito. Rifondazione innanzitutto, e il Pdci, ma anche Sd e Verdi rischiano di perdere, insieme alla battaglia contro la precarietà, la loro base sociale. Ma il governo è un mezzo, o un fine? Il Prc rinvia la verifica a gennaio: ma le cose per la sinistra andranno meglio, dopo la Befana? E ancora: è peggio restare senza ministro, viceministra e sottosegretari, o senza base sociale?
Tutti, in Italia, denunciano il livello miserabile dei salari dei lavoratori dipendenti, dagli economisti liberisti a Padoa Schioppa. Lo denuncia anche l'Ue: nel Belpaese si lavora di più e si guadagna di meno che nel resto d'Europa. Però, milioni di lavoratori restano senza soldi e senza contratti, mentre infuria l'offensiva padronale per cancellare quelli nazionali e legare gli aumenti agli utili aziendali. Tutti in Italia denunciano gli effetti devastanti della precarietà, ma quando si tratta di votare, la maggioranza eletta per porvi un argine si fa incantare dalle sirene confindustriali e dai ruggiti dei rospi, fino a confondersi con il suo teorico antagonista, il governo Berlusconi.
Un altro regalo alla odiata antipolitica.
è tutta colpa dei rom
Ahmetovic, il rom testimonial. Scandalo per un «bluff» di provincia
Pubblicità Travolse quattro giovani, oggi pubblicizza jeans. Lui nega e Mastella indaga
Cinzia Gubbini
Un vero bluff, pure piuttosto squallido, su cui non conviene sbizzarrirsi in commenti circa i limiti della pubblicità. La storia di Marco Ahmetovic - condannato per aver investito e ucciso, da ubriaco, quattro ragazzi a Appignano del Tronto lo scorso aprile - testimonial di una linea di abbigliamento, profumi, occhiali e orologi (uno in vendita su Ebay a 159 euro) battezzata «LineaRom» non sarebbe altro che una trovata dell'imprenditore Alessio Sundas, una specie di Fabrizio Corona dei poveri. La questione del rom testimonial era stata sollevata con un'interrogazione in parlamento dalla deputata di Forza Italia Gabriella Carlucci, promettendo di marciare su piazza Montecitorio con i familiari delle vittime di quell'orrendo incidente, e rilanciata dal quotidiano Libero. Ieri il ministro della Giustizia Clemente Mastella - definendo la vicenda «sconcertante» - ha annunciato di aver inviato gli ispettori del ministero a verificare le condizioni detentive del ventiduenne rom. Che dal giorno della sentenza vive in un appartamento di San Bendetto del Tronto, ospite di Marco Fabiani, un uomo di Appignano, il cui ruolo in tutta la vicenda non è chiarissimo. Fabiani, che spesso si definisce «portavoce» del giovane rom, ieri ha smentito qualsiasi tipo di coinvolgimento di Ahmetovic nella linea di abbigliamento Sundas e ha annunciato di voler querelare l'imprenditore. «E' un uomo ignobile - si sfoga Fabiani - senza scrupoli, e che sta cercando di farsi pubblicità non tanto sulle spalle di Marco, quanto sulle spalle delle povere vittime di quel terribile incidente». Ancora ieri mattina, quando la notizia degli ispettori inviati da Mastella è finita su tutte le agenzie, Alessio Sundas rilasciava dichiarazioni di tutt'altro tenore: «Ahmetovic è stato scritturato dalla mia agenzia, il contratto si aggira sui cinquantamila euro». E in un'intervista rilasciata all'Agr assicurava che il rom è già richiestissimo dalle discoteche, disposte a pagarlo con un cachet di tremila euro. Una provocazione? «Il sistema è questo, io ho fatto una scommessa». Ma non finisce qui. Perché Sundas (già sospettato di aver truffato alcuni aspiranti modelli) gioca a tutto campo, e la butta anche in politica. Cosicché rende noto di essere a capo di un movimento politico (www.listaalessiosundas.com) ispirato agli «ideali cattolici liberali e socialisti», promotore di una proposta di legge per vietare l'apparizione di persone condannate in televisione: «Sono proprio contento dell'iniziativa di Mastella, che tra l'altro è amico di miei cari amici ed è una persona splendida». Insomma, vicenda losca in cui c'è il peggio del peggio. Fabiani, dalla casa di San Benedetto del Tronto che abitualmente mette a disposizione di persone agli arresti domiciliari «per volontariato», assicura che ad Ahmetovic non è mai arrivato un euro: «Questo Sundas ci ha contattato spacciandosi per agente di Fabrizio Corona. Diceva che Marco poteva diventare una star e prometteva un sacco di soldi. Ma a noi interessava perché diceva che avrebbe fatto pubblicare il libro». Dalle sue prigioni, infatti, Ahmetovic sta scrivendo un memoriale (come Corona...) dal titolo «Anche io sono un essere umano»: «Un documento crudo - spiega Fabiani - di cui non ho voluto neanche correggere gli errori ortografici per mantenerlo più vero». La proposta fatta a Sundas da Fabiani - e anche dal padre di Ahmetovic che ha preso parte alle trattative - era di 10 mila euro di anticipo, ma non se n'è fatto nulla. L'iniziativa di Mastella ha ricevuto il plauso di tutti ed è stata sostenuta con una nota del governo. I genitori dei quattro ragazzi uccisi dal pullmino guidato da Ahmetovic chiedono che torni in carcere. Dove tra l'altro è probabile che finirà quando verrà giudicato dalla Cassazione per una tentata rapina di cui è reo confesso. Alla fine, tanta pubblicità certo non gli giova.
giovedì 29 novembre 2007
mercoledì 28 novembre 2007
ritorna benigni
L'attore toscano invita il pubblico a seguirlo il 29 novembre su RaiUno nella serata-evento "Il quinto dell'Inferno"
Il ritorno a cinque anni da "L'ultimo del Paradiso" che inchiodò oltre 12 milioni di telespettatori
Lettera di Benigni agli italiani
"Vi aspetto, parleremo d'amore"
"Tracceremo la storia del sentimento, dal primo libro della Genesi all'ultimo di Bruno Vespa
ma anche il sesso, nei suoi aspetti più estremi, da Casanova a Sandro Bondi"
Roberto Benigni
Inizia così, e dà subito un'idea di quel che sarà lo show, la lettera agli italiani inviata da Roberto Benigni a poche ore dal suo ritorno su RaiUno. L'appuntamento è per giovedì 29 novembre, in diretta in prima serata (e senza interruzioni pubblicitarie), con Il quinto dell'Inferno. Il ritorno in tv per l'attore toscano dall'ormai lontana e indimenticabile serata del 23 dicembre 2002, quella di L'ultimo del Paradiso, che tenne inchiodati alla tv 12 milioni 687 mila spettatori con il 45,48% di share. Senza contare, negli anni recenti, le folle oceaniche accorse nelle piazze e nei teatri italiani per applaudirlo nel suo TuttoDante, oltre cento repliche in quarantotto città e più di un milione di spettatori.
Benigni, dunque, dopo Celentano, uno dei due pezzi da novanta che RaiUno ha schierato per l'ultima settimana di novembre. E a proposito del Molleggiato, durante un'intervista al Tg1 Benigni lo ha definito "un mascalzone, un traditore": "Volevo intitolare la mia trasmissione di giovedì L'azienda di mio cognato è messa male e lui ha intitolato la sua trasmissione La situazione di mia sorella non è buona. Mi è toccato cambiare titolo. Poi ha parlato male di Berlusconi e Mastella e ora a me tocca parlarne bene. Lui ha invitato Laura Chiatti e io ora dovrò invitare Rosy Bindi. Le farò fare uno spogliarello".
Una serata-evento, quella del 29 novembre, che culminerà nella lettura del Canto di Paolo e Francesca, ma durante la quale Benigni affronterà sì l'amore ma pure il sesso, "il motore del mondo", percorrendolo "nei suoi aspetti più estremi, dalla libidine sfrenata alla totale repressione, insomma da Casanova a Sandro Bondi". E la politica, "da Voltaire, 'non sono d'accordo con quello che dici ma sono pronto a morire purché tu lo dica', a Berlusconi, 'Chi vota a sinistra è un coglione'". "Parleremo della grandezza dell'Italia - continua Benigni nella sua lettera - per capire che cosa abbiamo fatto di bello per meritare città come Milano, Firenze, Roma dove sono nati uomini come Manzoni, Michelangelo, Cesare, e cosa abbiamo fatto per meritare città come Arcore, Ceppaloni, Montenero di Bisaccia e... non mi ricordo dove è nato Buttiglione".
E poi, naturalmente, "lasceremo parlare Dante, ci faremo dire da lui cos'è quella nostalgia dell'infinito, quella ventata di annientamento che ci precipita addosso quando ci si innamora e smantella tutta la nostra vita, quella sensazione felice, pericolosa e rara che unisce sensualità e tenerezza e ci rende immortali". "Ce lo faremo dire da lui - conclude Benigni - con parole antiche e commoventi che hanno attraversato i secoli per posarsi sulle nostre labbra. Nulla di solenne, semplicemente la bellezza. A giovedì".
ecco cosa è successo il 29 sera
ritorna celentano
Il ritorno del Molleggiato su RaiUno con "La situazione di mia sorella non è buona"
Appello ai tifosi violenti: "Mettete via i vostri simboli, dal fango può nascere il fiore più bello"
Celentano, canzoni e provocazioni
"Ultrà, siate motore del cambiamento"
Prodi "forse è sulla strada giusta, ma il popolo non gradisce". "Silvio, dai un segnale che non sei più quello di ieri"
"Mastella deve avere il coraggio di dire che ha sbagliato a rimuovere il magistrato che indagava su di lui"
di ALESSANDRA VITALI
Celentano con Mogol e Bella
all'inizio della trasmissione
Politici e nucleare. Si parte con un siparietto gigione (prima però, sui titoli di testa, c'è la silhouette della Chiatti che accenna a uno strip), con Celentano, Mogol e Bella a parlar di canzoni, di come cantare l'amore. C'è Fabio Fazio, intervistatore-spalla che dà la stura a un primo sermone del Molleggiato sui rischi di nucleare, radiazioni e polveri sottili. Casini, Berlusconi, la destra e anche D'Alema che hanno il torto di sostenere "che oggi le centrali nucleari sarebbero più sicure, ma il rischio sono le scorie". I politici "hanno fretta, non possono aspettare sennò perdono i voti". Prodi forse "è sulla strada giusta, fa promesse che si possono attuare ma il popolo non gradisce". Canta, scorrono le immagini della repressione in Birmania e di Aung San Suu Kyi.
Architetti-kamikaze. Ce n'è per il debito pubblico, i pochi investimenti nella ricerca, i grattacieli nei quali "i deficienti identificano il benessere", gli "architetti-kamikaze che distruggono ogni cosa", "a Milano hanno fatto la Bocconi, un mostro". Poi sposta l'azione nella toilette, un gruppo di amici a scambiarsi aneddoti, barzellette, ricordi. Con Milena Gabanelli al telefono si interroga sul perché i quotidiani non diano il dovuto risalto ai casi sollevati dal suo Report, invece "se all'Isola dei famosi c'è uno che va a casa o litiga con un altro, gli danno risalto".
"Ultrà, fate la rivoluzione". E' la fine, il sermone più consistente. Celentano invoca una "vera rivoluzione", "le votazioni non servono, non cambiano niente se la gente non risorge da dentro". XChiede la svolta agli ultrà: basta andare negli stadi "con spranghe e bastoni a colpire la polizia". Piuttosto, "cambiate il vostro simbolo, togliete l'accento e diventate 'ultra', seppellite gli oggetti di violenza che caratterizzano la vostra identità". Gli "ultra" motori del cambiamento: "Deve partire da voi l'input primitivo. Dal fango nasce il fiore più bello. Se lo farete - continua Celentano - costringerete il potere a piegarsi agli ideali di amore, uguaglianza, bellezza".
Mastella e Berlusconi. Agli "ultra" Celentano affida anche la moralizzazione dei costumi: "Obbligherete i politici a non commettere atti impuri" e Mastella "a una riflessione importante, a dire 'ho sbagliato a togliere l'indagine al magistrato che stava indagando su di me, lo rimetto al suo posto'". Quanto a Berlusconi, "è bello il successo del suo nuovo partito, ma Silvio, se vuoi voltare pagina devi fare una rivoluzione dentro di te, dare un segnale che non sei più quello di ieri". Per questo, serve "guardarsi negli occhi con lo sguardo di chi non ha paura di mettere in discussione i progetti della Moratti e tutto ciò che è contro la natura. Se non lo farai non sarai un 'ultra' e il tuo partito - conclude Celentano - invecchierà quando meno te lo aspetti".
studenti danno i voti ai proff.
Il tribunale di Colonia ha respinto l'istanza di un'insegnante
stabilendo che il sito offre un servizio valido ad alunni e famiglie
Studenti che danno i voti ai prof
è possibile su un portale tedesco
dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
Studenti che danno i voti ai prof
è possibile su un portale tedesco" width="280">
BERLINO - Gli studenti in Germania possono dare voti ai professori. Non è uno scherzo: è già da tempo prassi sul sito www.spickmich.de. E il tribunale di Colonia, quarta città del paese, ha dato ragione ai giovani nella sentenza con cui ha respinto le proteste di un'insegnante, che si sentiva diffamata dai giudizi negativi dei suoi allievi e vedeva nell'uso del sito una violazione del dovere di rispetto della sua personalità e del diritto alla privacy.è possibile su un portale tedesco" width="280">
Il sito esiste da qualche tempo e già conta almeno 150mila utenti registrati. Su www.spickmich.de i ragazzi possono comunicare tra loro, esporre in loro scritti online la situazione nella loro classe e nella loro scuola, ed esprimere giudizi positivi o negativi sugli insegnanti. C'è una scala di misura per dare voti e giudizi ai professori, in questa nuova situazione nata nel mondo virtuale che capovolge i ruoli rispetto al mondo reale della scuola: chi deve distribuire giudizi e voti da soggetto diventa oggetto di giudizi e voti degli alunni.
La scala comprende diverse categorie. Nei giudizi, un professore stimato può essere giudicato "ben preparato", "uno che dà voti giusti", oppure "un tipo cool e spiritoso". Quanto ai voti, sono come i voti del sistema scolastico tedesco, ma sul sito premiano o puniscono appunto gli insegnanti e non gli studenti. I voti vanno da 1 a 6 in ordine decrescente: 1 è come il nostro dieci, uno più è dieci e lode. Fino al tre meno compreso si è sufficienti. Quattro o quattro più sono insufficienze migliorabili, da quattro meno a sei sono insufficienze decise.
L'insegnante che si era rivolta alla giustizia per bloccare il funzionamento del sito è professoressa a Neukirchen-Vluyn, nel nordovest. E i suoi studenti non erano stati teneri: le avevano affibbiato appena un 4,3 come voto. Insomma una brutta, grave insufficienza. L'insegnante e i suoi legali hanno protestato denunciando la violazione dei diritti della persona. Ma i giudici - in prima istanza qualche mese fa, ora in appello - le hanno dato torto. Il portale internet www.spickmich.de, dicono i magistrati, offre valutazioni affidabili su quali professori sono competenti e offrono alle loro classi lezioni interessanti e valide. E così il sito, continuano i giudici, offre un servizio valido e utile agli studenti ma anche alle loro famiglie. Il tribunale non si è pronunciato sulla questione se anche giudizi come "insegnante sexy" o "insegnante brutto" siano leciti o no.
Le associazioni degli insegnanti hanno duramente protestato. "Le leggi sul Datenschutz, cioè sulla tutela della privacy, con questa sentenza vengono prese meno sul serio per i professori che per gli altri cittadini", ha detto il presidente dell'associazione dei filologi, Heinz-Peter Meldinger, alla Sueddeutsche Zeitung. Il sindacato degli insegnanti (Gew) afferma che internet non è il luogo adatto per una valutazione della qualità del lavoro del personale docente. Ma finora, la sfida l'hanno vinta gli studenti.
lunedì 26 novembre 2007
messi male con l'informazione
Il piccolo schermo è la principale fonte di informazione
ma nella classifica di credibilità è surclassato da radio, Internet e giornali
Indagine sulla televisione
Tutti la guardano, pochi si fidano
di LUIGI CECCARINI e FABIO BORDIGNON
LA TELEVISIONE: in cima alla classifica del "pubblico"; in coda a quella della credibilità. E' il principale strumento di informazione per i cittadini: la vedono tutti, tutti i giorni. Ma, in quanto ad attendibilità, è superata da vecchie e nuove fonti: da Internet, ma anche dai giornali e, soprattutto, dalla radio. Vuoi per le polemiche (politiche) che in modo ricorrente la investono. Vuoi per la politica, che arriva a colorare programmi di approfondimento e conduttori. Vuoi per il conflitto di interessi, questione ancora scottante, agli occhi del cittadino-spettatore. Lo confermano i dati del 16° Osservatorio Demos-Coop sul Capitale sociale, che in questa edizione si concentra sul rapporto tra informazione e società.La televisione (94%), i quotidiani (63%) e la radio (61%) rappresentano mezzi "tradizionali" e, ancora oggi, ampiamente utilizzati per informarsi. In particolare, quasi la totalità della popolazione apprende le notizie dallo schermo televisivo. Ma anche i nuovi media, come la tv digitale (29%) o Internet (39%) sono un'esperienza quotidiana per una parte considerevole di cittadini. Del resto, l'istantaneità dell'informazione è oramai un tratto che segna il modo di comunicare. In questo scenario, sembra resistere il quotidiano: sei persone su dieci affermano di consultarlo almeno qualche volta alla settimana.
L'indagine Demos-Coop fa osservare, inoltre, come la radio (60%), cui va il primato della credibilità, ma anche Internet (36%) e i quotidiani (38%) siano ritenuti più affidabili della televisione (30%). Il classico "l'ha detto la Tv" sembra assumere un diverso significato. Tanto più per i giovani, fra i quali la fiducia verso la radio, Internet e i quotidiani è più elevata rispetto a quanto si osserva fra adulti e anziani.
Ma il Tele-giornale resta, ad oggi, la principale sorgente informativa, e alle testate maggiori va comunque un gradimento piuttosto esteso. A suscitare la fiducia dei telespettatori è innanzitutto il Tg3 regionale, che con il 72% dei consensi conferma l'attenzione per l'informazione locale. Seguono, nell'ordine, Tg1 (69%), Tg3 nazionale (63%), Tg2 (63%) e Tg5 (59%). Il grado di fiducia varia, sensibilmente, in relazione all'orientamento politico. Il Tg3 viene apprezzato soprattutto dagli spettatori di sinistra. Mentre i tutti i notiziari di Mediaset (Tg5, Tg4, Studio aperto) si caratterizzano per un profilo di (centro) destra. Tg1 e Tg2, infine, si collocano più vicini al "centro": leggermente spostato a sinistra, il Tg di Riotta, un po' più verso centro-destra, quello di Mazza. Equidistante dalle due aree ideologiche appare, invece, il profilo dei Tg regionali.
Non sono però solo i Tg a connotarsi politicamente, ma anche i principali programmi di approfondimento (e i rispettivi conduttori): Annozero e Ballarò risultano i più apprezzati dall'elettorato di centro-sinistra, mentre Matrix e Porta a Porta hanno maggiore seguito a centro-destra. Nel complesso, i punteggi più elevati vanno alle trasmissioni di Floris (57%) e Mentana (52%). Anche se molti di questi programmi di approfondimento sono superati dalla satira giornalistica: le Iene (50%) e, in particolare, Striscia la notizia, cui va in assoluto l'apprezzamento più convinto (64%). Greggio e Iacchetti, le veline e il Gabibbo, ma anche Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Ilary Blasi, protagonisti dell'"informazione alternativa", sembrano fare concorrenza ai grandi nomi del giornalismo.
Questa la fotografia dell'informazione televisiva, scattata dal sondaggio alla vigilia dell'ennesimo terremoto sulla Tv scatenato dal caso Rai-Mediaset. Una vicenda che riporta l'attenzione su un tema particolarmente sentito dall'opinione pubblica: il conflitto d'interessi, ritenuto problema grave e "urgente" dal 66% dei cittadini. La proprietà del polo televisivo privato da parte del leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, secondo la metà degli intervistati danneggia la libertà di informazione (52%) e condiziona la politica (55%). Un dato che cresce sensibilmente tra gli elettori del centrosinistra, dove è quasi l'80% a condividere questa opinione.
domenica 25 novembre 2007
25° torino film festival
Dal 23 novembre 2007. Ecco il programma.
Quanto tempo è passato...E Wenders è ancora qui con Alice.
"My life was saved by Rock'n Roll.
Because it was this kind of music that, for the very first time in my life, gave me a feeling of identity, the feeling that I had a right to enjoy, to imagine, and to do something. Had it not been for Rock'n Roll, I might be a lawyer now."
Ho visto due film, uno bello "The elphant and the sea" e uno bellissimo "Celluloid"
Quanto tempo è passato...E Wenders è ancora qui con Alice.
"My life was saved by Rock'n Roll.
Because it was this kind of music that, for the very first time in my life, gave me a feeling of identity, the feeling that I had a right to enjoy, to imagine, and to do something. Had it not been for Rock'n Roll, I might be a lawyer now."
Ho visto due film, uno bello "The elphant and the sea" e uno bellissimo "Celluloid"
sabato 24 novembre 2007
.........................................................................?
texas ranger!!!
leggete la bibbia ragazzi, ve lo dice Chuck Norris aaargggggghhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh......
da vedere qui!!!
da vedere qui!!!
chi doveva implodere?
Nota comune dei leader di Alleanza nazionale e dell'Udc
Il leader forzista: "Si tengano il progetto, io mi prendo gli elettori"
Nel centrodestra si scatena la rissa
Fini e Casini: "Berlusconi populista"
Veltroni: "Dialogo con il Cavaliere solo se si parla di riforme istituzionali"
Nel centrodestra si scatena la rissa
Fini e Casini: "Berlusconi populista"
ROMA - Da una parte un centrodestra che continua a far segnare alti toni di polemica interna, dall'altro il Partito democratico che muove i primi passi e delinea le strategie future. Da un lato l'asse Fini-Casini che si consolida e si scambia colpi bassi con Berlusconi, dall'altro Walter Veltroni che vede nella "chiarezza dei programmi" la stella polare del neonato partito e avverte il Cavaliere: "Dialogo con lui solo se è disposto a parlare anche di riforma istituzionale". Il tutto mentre il Berlusconi spinge l'acceleratore sul neonato "partito del popolo", ribattezzando "verso il nuovo partito dei moderati e dei liberal" i gruppi di Forza italia nei consigli regionali.
"No al populismo". Si fa sempre più aspro lo scontro all'interno del centrodestra. Ad alzare i toni arriva una nota congiunta di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini che chiedono "progetti che nulla hanno a che fare con la improvvisazione propagandistica né con estemporanee sortite populistiche". Un evidente riferimento al neonato partito del popolo creato da Silvio Berlusconi. Che, però, replica sprezzante: "La Cdl stava diventando un teatrino, loro due si tengano il progetto, io gli elettori". Controreplica di Casini: "Berlusconi ci avverta quando arriva al 101%". Una vera e propria rissa.
La nota di oggi segna, in modo ancora più profondo, il solco tra Berlusconi e i due ex alleati. Una frattura che ha mandato in frantumi la Cdl, che si trova davanti ad una crisi senza precedenti. Lapidario il leader della Destra Francesco Storace che, saputo della lettera, taglia corto: "Prodi ringrazia". Ma Casini difende l'intesa con Fini: "Siamo convinti entrambi che è arrivato il momento degli esami di coscienza e che serve serietà: è singolare che dopo aver fatto degli errori ci si proponga di risolverli con la bacchetta magica".
Veltroni: "Programmi chiari". "Non so se mani libere, ma sicuramente chiarezza programmatica". Veltroni, durante la registrazione di 'Otto e mezzo', spiega così quale sarà l'azione del Pd. Ribadisce di voler superare "la stagione delle alleanze forzose" di mirare ad "un bipolarismo virtuoso". Bisogna mettere alle spalle, continua il segretario del Pd "tredici anni incompiuti, in cui esistevano solo Berlusconi e i comunisti" e puntare "a due schieramenti che si presentano sulla base di un programma condiviso". Un tema, questo, che rilancia il tema delle alleanze. In primis quella con la sinistra radicale che, però, non può più essere un "freno o un fattore condizionante".
Dal futuro al presente. Che, nelle intenzioni del segretario del Pd, non deve vedere un ritorno alle urne: "Se l'italia va a votare adesso si ritrova nella situazione attuale". Poi l'impegno: "Togliamo il
tema delle riforme dalle furbizie. Non farò giochini o scavalchi". Da ultimo tocca al Cavaliere e all'incontro che li vedrà davanti venerdì 30. Veltroni è chiaro: "Se Berlusconi ritiene che si debba fare solo la legge elettorale e poi andare al voto, gli dirò che questo non è uno schema che mi interessa. Risponderò sì se il modello è la legge elettorale proporzionale".
Da ultimo una battuta che sembra indirizzata al Cavaliere: "Chi ha l'età per farlo deve pensare al Paese, chi ha vent'anni più di noi può anche pensare a se stesso".
Il leader forzista: "Si tengano il progetto, io mi prendo gli elettori"
Nel centrodestra si scatena la rissa
Fini e Casini: "Berlusconi populista"
Veltroni: "Dialogo con il Cavaliere solo se si parla di riforme istituzionali"
Nel centrodestra si scatena la rissa
Fini e Casini: "Berlusconi populista"
ROMA - Da una parte un centrodestra che continua a far segnare alti toni di polemica interna, dall'altro il Partito democratico che muove i primi passi e delinea le strategie future. Da un lato l'asse Fini-Casini che si consolida e si scambia colpi bassi con Berlusconi, dall'altro Walter Veltroni che vede nella "chiarezza dei programmi" la stella polare del neonato partito e avverte il Cavaliere: "Dialogo con lui solo se è disposto a parlare anche di riforma istituzionale". Il tutto mentre il Berlusconi spinge l'acceleratore sul neonato "partito del popolo", ribattezzando "verso il nuovo partito dei moderati e dei liberal" i gruppi di Forza italia nei consigli regionali.
"No al populismo". Si fa sempre più aspro lo scontro all'interno del centrodestra. Ad alzare i toni arriva una nota congiunta di Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini che chiedono "progetti che nulla hanno a che fare con la improvvisazione propagandistica né con estemporanee sortite populistiche". Un evidente riferimento al neonato partito del popolo creato da Silvio Berlusconi. Che, però, replica sprezzante: "La Cdl stava diventando un teatrino, loro due si tengano il progetto, io gli elettori". Controreplica di Casini: "Berlusconi ci avverta quando arriva al 101%". Una vera e propria rissa.
La nota di oggi segna, in modo ancora più profondo, il solco tra Berlusconi e i due ex alleati. Una frattura che ha mandato in frantumi la Cdl, che si trova davanti ad una crisi senza precedenti. Lapidario il leader della Destra Francesco Storace che, saputo della lettera, taglia corto: "Prodi ringrazia". Ma Casini difende l'intesa con Fini: "Siamo convinti entrambi che è arrivato il momento degli esami di coscienza e che serve serietà: è singolare che dopo aver fatto degli errori ci si proponga di risolverli con la bacchetta magica".
Veltroni: "Programmi chiari". "Non so se mani libere, ma sicuramente chiarezza programmatica". Veltroni, durante la registrazione di 'Otto e mezzo', spiega così quale sarà l'azione del Pd. Ribadisce di voler superare "la stagione delle alleanze forzose" di mirare ad "un bipolarismo virtuoso". Bisogna mettere alle spalle, continua il segretario del Pd "tredici anni incompiuti, in cui esistevano solo Berlusconi e i comunisti" e puntare "a due schieramenti che si presentano sulla base di un programma condiviso". Un tema, questo, che rilancia il tema delle alleanze. In primis quella con la sinistra radicale che, però, non può più essere un "freno o un fattore condizionante".
Dal futuro al presente. Che, nelle intenzioni del segretario del Pd, non deve vedere un ritorno alle urne: "Se l'italia va a votare adesso si ritrova nella situazione attuale". Poi l'impegno: "Togliamo il
tema delle riforme dalle furbizie. Non farò giochini o scavalchi". Da ultimo tocca al Cavaliere e all'incontro che li vedrà davanti venerdì 30. Veltroni è chiaro: "Se Berlusconi ritiene che si debba fare solo la legge elettorale e poi andare al voto, gli dirò che questo non è uno schema che mi interessa. Risponderò sì se il modello è la legge elettorale proporzionale".
Da ultimo una battuta che sembra indirizzata al Cavaliere: "Chi ha l'età per farlo deve pensare al Paese, chi ha vent'anni più di noi può anche pensare a se stesso".
venerdì 23 novembre 2007
giovedì 22 novembre 2007
edo e marco da ascoltare!
Edoardo Cerea, piacentino, dopo una lunga esperienza da interprete in varie bande rock e r&b, debutta come autore nel 2004 con l’album "Come se fosse normale" prodotto artisticamente da Mario Congiu. L'album è il risultato del curioso incontro, avvenuto nel 1999, fra l'universo musicale "americano" di Cerea e quello letterario più "italiano" di Marco Peroni, l'autore di tutti i testi delle canzoni. Proprio in questa credibile amalgama tra melodia e parola, rock e canzone d’autore risiede la particolarità del lavoro che Cerea e Peroni stanno portando avanti: tuttavia, come le moltissime recensioni positive hanno puntualmente sottolineato, pieno di sorprese e colori è anche il fondamentale contributo artistico di Mario Congiu.
Da circa due anni Cerea è anche la voce del fortunato tributo a Luigi Tenco "L'aria triste che tu amavi tanto", uno spettacolo allestito da Renzo Sicco per Assemblea Teatro; questa esperienza si è concretizzata nella realizzazione di due dischi : "L’aria triste che tu amavi tanto" (in collaborazione con Mescal) e "Ho capito che ti amo". Cerea è attualmente impegnato in un nuovo spettacolo teatrale scritto e diretto da Marco Peroni "Ostinati e contrari", una sorta di storia del miracolo economico italiano raccontata attraverso le canzoni di Tenco, Paoli, De Andrè e Amodei.
Inoltre da alcuni mesi Edoardo Cerea sta lavorando alla registrazione del suo secondo album, scritto con Marco Peroni e sotto la direzione artistica di Mario Congiu; produttore esecutivo del progetto è Pino Maio.
Il titolo del disco è "Disperanza" e sarà pubblicato dalla nostra etichetta il prossimo gennaio 2008.
punk'n'roll will never die
Simbolo per eccellenza di contestazione e ribellione, il genere punk non smentisce certo la propria natura allergica a regole e schemi quando si cerca di stabilire la sua data di nascita. Così, mentre alcune case editrici e discografiche (indipendenti o di mercato) si apprestano a celebrarne nel 2007 il trentennale attraverso la pubblicazione o riedizione di dischi e libri sull’argomento, la questione delle sue origini è tutt’altro che pacificata.
C’è che individua la nascita del punk con l’uscita del primo album dei Ramones (Ramones, 1976), band statunitense formatasi nel 1974, che ebbe una grande influenza sul movimento punk, e chi invece preferisce aspettare il 1977, con la pubblicazione in Gran Bretagna di Never Mind the Bollocks. Here’s the Sex Pistols, celebre (nonché unico) disco del gruppo che a torto o a ragione divenne l’emblema stesso di questo genere musicale. Non a caso, per definire la cosiddetta “prima ondata punk”, si parla generalmente di “Punk 77”, un movimento che ha per protagonisti formazioni come i Sex Pistols e i Ramones, appunto, ma anche i Clash, i Buzzcocks, i Damned, i Dead Boys, i Vibrators e i Germs.
E infine, c’è chi ritiene che le origini di questo genere musicale debbano essere retrodatate, risalendo al cosiddetto Rock di Detroit di fine anni Sessanta, e comprendere esperienze come quelle degli Mc5, degli Stooges, dei Velvet Underground, dei New York Dolls, dei Television, dei Talking Heads, di Patti Smith, David Bowie e Iggy Pop.
“Per me queste datazioni non hanno senso, una caratteristica del punk, che lo distingue anche dalle altre controculture legate al rock, è stata proprio la volontà dei suoi protagonisti di ridefinire continuamente questo genere”, dice Ermanno “Gomma” Guarneri, tra i protagonisti della scena punk italiana degli anni Ottanta e curatore di un libro e dvd recentemente pubblicati per le edizioni Shake, dal titolo “Punx. Creatività e rabbia”. “Nel nostro Paese – continua – il boom di produzioni che possiamo definire punk si ebbe tra la fine degli anni Settanta e il 1988-1989”. In quegli anni, in Italia come negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, centinaia di gruppi si esibivano dal vivo in piccoli spazi occupati e si autoproducevano creando etichette indipendenti, opponendosi così ai costi e alle regole crescenti imposte dall’industria della discografia e dei concerti.
Inizialmente fu un fenomeno di nicchia che ebbe origine – qualunque sia la data di nascita che vogliamo scegliere – negli Stati Uniti e si sviluppò in particolare a New York, dove i gruppi si esibivano soprattutto al Cbgb, celebre locale di Manhattan. Trapiantato in Europa attraverso la fondamentale esperienza britannica, il punk si caratterizzò nel nostro continente per un maggiore impegno politico, legato alle occupazioni studentesche e al movimento anarchico successive al 1977.
Dal punto di vista musicale il punk, che pure affonda le sue radici nel rock’n’roll, si distingue da questo genere per una minore attenzione alla tecnica (alcuni gruppi si vantavano di non saper nemmeno suonare): gli accordi di base erano tre ed erano sufficienti per esprimere un contenuto di rabbia e ribellione che trovò il suo terreno fertile nella Gran Bretagna e in generale nell’Europa della crisi economica degli anni Settanta e Ottanta. “Quella del punk non era solo una scelta estetica – spiega Ermanno “Gomma” Guarneri, autore tra l’altro di un sito dedicato alle controculture (www.gomma.tv) – ma la necessità di una generazione di giovani appartenenti alla classe operaia”. In Italia prese forma nelle canzoni dei primi Skiantos, dei Cccp, dei Declino, degli Indigesti, dei Negazione, dei Raw Power, dei Peggio Ponx, dei Wretched, solo per citarne alcuni.
Oggi, di quel movimento dalle numerose sfumature e dagli infiniti sottogeneri, rimangono soprattutto la pratica dell’autoproduzione e della distribuzione indipendente, quel “do it yourself” che rappresentò un vero e proprio credo del punk e che le nuove tecnologie hanno contribuito a diffondere.
Sul punk italiano, oltre al citato Punx. Creatività e rabbia, si possono leggere “Lumi di Punk”, antologia a cura di Marco Philopat da poco in libreria, “Costretti a sanguinare. Il romanzo del punk italiano 1977-1984”, dello stesso autore, ripubblicato da Einaudi nel 2006. Sul punk inglese e americano, invece, fondamentali sono la recente riedizione di “Il sogno inglese” di John Savage, “Please Kill Me”, a cura di Gillian McCain e Legs McNeil, Post-punk 1978-1984” di Simon Reynolds e “American (Punk) Hardcore”, in uscita a febbraio per le edizioni Shake
vedi qui
...e i kina dove li mettiamo?
C’è che individua la nascita del punk con l’uscita del primo album dei Ramones (Ramones, 1976), band statunitense formatasi nel 1974, che ebbe una grande influenza sul movimento punk, e chi invece preferisce aspettare il 1977, con la pubblicazione in Gran Bretagna di Never Mind the Bollocks. Here’s the Sex Pistols, celebre (nonché unico) disco del gruppo che a torto o a ragione divenne l’emblema stesso di questo genere musicale. Non a caso, per definire la cosiddetta “prima ondata punk”, si parla generalmente di “Punk 77”, un movimento che ha per protagonisti formazioni come i Sex Pistols e i Ramones, appunto, ma anche i Clash, i Buzzcocks, i Damned, i Dead Boys, i Vibrators e i Germs.
E infine, c’è chi ritiene che le origini di questo genere musicale debbano essere retrodatate, risalendo al cosiddetto Rock di Detroit di fine anni Sessanta, e comprendere esperienze come quelle degli Mc5, degli Stooges, dei Velvet Underground, dei New York Dolls, dei Television, dei Talking Heads, di Patti Smith, David Bowie e Iggy Pop.
“Per me queste datazioni non hanno senso, una caratteristica del punk, che lo distingue anche dalle altre controculture legate al rock, è stata proprio la volontà dei suoi protagonisti di ridefinire continuamente questo genere”, dice Ermanno “Gomma” Guarneri, tra i protagonisti della scena punk italiana degli anni Ottanta e curatore di un libro e dvd recentemente pubblicati per le edizioni Shake, dal titolo “Punx. Creatività e rabbia”. “Nel nostro Paese – continua – il boom di produzioni che possiamo definire punk si ebbe tra la fine degli anni Settanta e il 1988-1989”. In quegli anni, in Italia come negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, centinaia di gruppi si esibivano dal vivo in piccoli spazi occupati e si autoproducevano creando etichette indipendenti, opponendosi così ai costi e alle regole crescenti imposte dall’industria della discografia e dei concerti.
Inizialmente fu un fenomeno di nicchia che ebbe origine – qualunque sia la data di nascita che vogliamo scegliere – negli Stati Uniti e si sviluppò in particolare a New York, dove i gruppi si esibivano soprattutto al Cbgb, celebre locale di Manhattan. Trapiantato in Europa attraverso la fondamentale esperienza britannica, il punk si caratterizzò nel nostro continente per un maggiore impegno politico, legato alle occupazioni studentesche e al movimento anarchico successive al 1977.
Dal punto di vista musicale il punk, che pure affonda le sue radici nel rock’n’roll, si distingue da questo genere per una minore attenzione alla tecnica (alcuni gruppi si vantavano di non saper nemmeno suonare): gli accordi di base erano tre ed erano sufficienti per esprimere un contenuto di rabbia e ribellione che trovò il suo terreno fertile nella Gran Bretagna e in generale nell’Europa della crisi economica degli anni Settanta e Ottanta. “Quella del punk non era solo una scelta estetica – spiega Ermanno “Gomma” Guarneri, autore tra l’altro di un sito dedicato alle controculture (www.gomma.tv) – ma la necessità di una generazione di giovani appartenenti alla classe operaia”. In Italia prese forma nelle canzoni dei primi Skiantos, dei Cccp, dei Declino, degli Indigesti, dei Negazione, dei Raw Power, dei Peggio Ponx, dei Wretched, solo per citarne alcuni.
Oggi, di quel movimento dalle numerose sfumature e dagli infiniti sottogeneri, rimangono soprattutto la pratica dell’autoproduzione e della distribuzione indipendente, quel “do it yourself” che rappresentò un vero e proprio credo del punk e che le nuove tecnologie hanno contribuito a diffondere.
Sul punk italiano, oltre al citato Punx. Creatività e rabbia, si possono leggere “Lumi di Punk”, antologia a cura di Marco Philopat da poco in libreria, “Costretti a sanguinare. Il romanzo del punk italiano 1977-1984”, dello stesso autore, ripubblicato da Einaudi nel 2006. Sul punk inglese e americano, invece, fondamentali sono la recente riedizione di “Il sogno inglese” di John Savage, “Please Kill Me”, a cura di Gillian McCain e Legs McNeil, Post-punk 1978-1984” di Simon Reynolds e “American (Punk) Hardcore”, in uscita a febbraio per le edizioni Shake
vedi qui
...e i kina dove li mettiamo?
la francia sciopera
Statali, studenti e ferrovie La Francia contro Sarkozy
La mobilitazione generale scuote dal torpore persino il Partito Socialista, che presenterà a giorni una sua proposta di legge per difendere il potere d'acquisto dei salari
Anna Maria Merlo
Parigi
Migliaia le persone - 70 mila secondo i sindacati, 20mila per il governo - hanno partecipato ieri, sotto la pioggia, al corteo parigino nella giornata di sciopero di tutto il pubblico impiego, mentre ferrovie e trasporti urbani nella capitale continuano ad essere quasi paralizzati, ormai per la seconda settimana. Sempre secondo dati sindacali, erano 60mila a Marsiglia, 30mila a Tolosa, 15mila a Lione. A Parigi, due ore dopo l'inizio della manifestazione, gli insegnanti, molto numerosi, erano ancora bloccati in coda al corteo, in Place d'Italie. Categoria per categoria, tutta la funzione pubblica era presente. Insegnanti, lavoratori dell'energia o delle Poste, dipendenti dei ministeri e degli ospedali, persino dei poliziotti hanno sfilato dietro uno slogan comune: «tutti assieme per un servizio pubblico di qualità, per le pensioni e il potere d'acquisto». I ferrovieri erano ben presenti al corteo parigino, ma non in prima linea, perché alcuni sindacati della funzione pubblica avevano preso le distanze dallo sciopero dei trasporti che rischia di diventare impopolare. «Capiamo le ragioni dei ferrovieri, ma con la loro protesta stanno cannibalizzando tutte le altre rivendicazioni», ha affermato l'Unsa.
C'è stato un momento di tensione: il segretario della Cfdt, François Chérèque, che nei giorni scorsi ha invitato i ferrovieri a riprendere il lavoro, è stato preso di mira da un gruppo di dipendenti della Sncf e costretto a lasciare il corteo di corsa. Nei cortei, un po' dovunque, anche molti studenti e un folta rappresentanza di liceali, ormai anch'essi entrati nel movimento di protesta contro la legge sull'autonomia delle università.
C'è stata guerra di cifre tra sindacati e governo. Non più del 30% dei pubblici dipendenti in sciopero per il ministro del bilancio e della funzione pubblica, Eric Woerth, che però ha ammesso che è vero che «i funzionari non guadagnano bene». Per i sindacati, la partecipazione è stata particolarmente alta nella scuola, con il 65% nelle elementari e il 58% nella secondaria. Molte scuole con lezioni a singhiozzo, posta non distribuita, amministrazioni chiuse, aerei ritardati, telegiornali ridotti su tv e radio. I dipendenti pubblici insistono su due punti: protestano contro i tagli all'occupazione - 22.900 soppressioni di posti nel 2008, 150mila entro il 2012 - e chiedono aumenti di stipendio. La carenza di personale è sentita soprattutto nella scuola (dove verranno eliminati 11.200 insegnanti il prossimo anno) e negli ospedali. Altre categorie insistono soprattutto sugli stipendi: per i sindacati, nel pubblico impiego il potere d'acquisto è calato del 6% dal 2000. «Falso», risponde il governo, che afferma che c'è stato un aumento del 2% (ma lo calcola basandosi solo su alcune categorie). L'Insée, l'Istat francese, ha rilevato che gli stipendi del settore pubblico sono aumentati meno di quelli del privato.
Sarkozy si è limitato a dire ieri che «non cederà». Il portavoce del governo, Laurent Wauquier, ha fatto sapere che Sarkozy potrebbe fare delle proposte «nei prossimi giorni», prima del viaggio in Cina, sabato. Il primo ministro, François Fillon, continua a mantenere la linea dura: ha assicurato che non cederà di fronte ai ferrovieri, «perché ci sono treni che non viaggiano, bus bloccati e metro che non funzionano». Più malleabile il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, che ha ricordato che oggi sono previsti i primi incontri tra Sncf (ferrovie), Ratp (metropolitana parigina), sindacati e rappresentante del governo. «Ci sono le condizioni perché ognuno dia prova di responsabilità», ha affermato Bertrand. I due movimenti di protesta - ferrovieri e funzione pubblica - si sono uniti, almeno per un giorno. Nelle ferrovie, alla riunione di oggi, la Sncf presenterà dei «meccanismi di accompagnamento» per attenuare l'effetto della riforma delle pensioni, una busta tra gli 80 e i 100 milioni di euro. Una trattativa sul modello di quella, già in corso - e che ha messo fine allo sciopero - a Edf-Gdf.
Per il pubblico impiego, bisognerà aspettare che Sarkozy faccia delle proposte, visto che il «potere d'acquisto», al centro della protesta, era stato il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale e adesso questa promessa non mantenuta gli si sta rivoltando contro. Una riunione con il governo è prevista su questo tema per il 3 dicembre. Ma non sembra che ci siano grandi idee: il governo, che dà la colpa alle 35 ore per il calo del potere d'acquisto, dovrebbe insistere sul tasto dell'aumento degli straordinari («lavorare di più per guadagnare di più»), che è già una delusione nel settore privato, dove ci sono stati tagli ai contribuiti per spingere i lavoratori a fare straordinari. Il governo dovrebbe fare proposte per aumenti di stipendio a fine carriera, ma insisterà anche su un'accresciuta mobilità e dovrebbe vantare i benefici della riduzione del personale per chi resta (meno dipendenti=stipendi maggiorati). Questo discorso non passa, soprattutto negli ospedali - dove gli straordinari, non pagati, si accumulano da anni - e nella scuola, perché significa un degrado della qualità. La prossima settimana, il Ps dovrebbe presentare una proposta di legge per migliorare il potere d'acquisto: la mobilitazione del pubblico impiego è una boccata d'ossigeno per un'opposizione resa afona dalla vittoria di Sarkozy.
La mobilitazione generale scuote dal torpore persino il Partito Socialista, che presenterà a giorni una sua proposta di legge per difendere il potere d'acquisto dei salari
Anna Maria Merlo
Parigi
Migliaia le persone - 70 mila secondo i sindacati, 20mila per il governo - hanno partecipato ieri, sotto la pioggia, al corteo parigino nella giornata di sciopero di tutto il pubblico impiego, mentre ferrovie e trasporti urbani nella capitale continuano ad essere quasi paralizzati, ormai per la seconda settimana. Sempre secondo dati sindacali, erano 60mila a Marsiglia, 30mila a Tolosa, 15mila a Lione. A Parigi, due ore dopo l'inizio della manifestazione, gli insegnanti, molto numerosi, erano ancora bloccati in coda al corteo, in Place d'Italie. Categoria per categoria, tutta la funzione pubblica era presente. Insegnanti, lavoratori dell'energia o delle Poste, dipendenti dei ministeri e degli ospedali, persino dei poliziotti hanno sfilato dietro uno slogan comune: «tutti assieme per un servizio pubblico di qualità, per le pensioni e il potere d'acquisto». I ferrovieri erano ben presenti al corteo parigino, ma non in prima linea, perché alcuni sindacati della funzione pubblica avevano preso le distanze dallo sciopero dei trasporti che rischia di diventare impopolare. «Capiamo le ragioni dei ferrovieri, ma con la loro protesta stanno cannibalizzando tutte le altre rivendicazioni», ha affermato l'Unsa.
C'è stato un momento di tensione: il segretario della Cfdt, François Chérèque, che nei giorni scorsi ha invitato i ferrovieri a riprendere il lavoro, è stato preso di mira da un gruppo di dipendenti della Sncf e costretto a lasciare il corteo di corsa. Nei cortei, un po' dovunque, anche molti studenti e un folta rappresentanza di liceali, ormai anch'essi entrati nel movimento di protesta contro la legge sull'autonomia delle università.
C'è stata guerra di cifre tra sindacati e governo. Non più del 30% dei pubblici dipendenti in sciopero per il ministro del bilancio e della funzione pubblica, Eric Woerth, che però ha ammesso che è vero che «i funzionari non guadagnano bene». Per i sindacati, la partecipazione è stata particolarmente alta nella scuola, con il 65% nelle elementari e il 58% nella secondaria. Molte scuole con lezioni a singhiozzo, posta non distribuita, amministrazioni chiuse, aerei ritardati, telegiornali ridotti su tv e radio. I dipendenti pubblici insistono su due punti: protestano contro i tagli all'occupazione - 22.900 soppressioni di posti nel 2008, 150mila entro il 2012 - e chiedono aumenti di stipendio. La carenza di personale è sentita soprattutto nella scuola (dove verranno eliminati 11.200 insegnanti il prossimo anno) e negli ospedali. Altre categorie insistono soprattutto sugli stipendi: per i sindacati, nel pubblico impiego il potere d'acquisto è calato del 6% dal 2000. «Falso», risponde il governo, che afferma che c'è stato un aumento del 2% (ma lo calcola basandosi solo su alcune categorie). L'Insée, l'Istat francese, ha rilevato che gli stipendi del settore pubblico sono aumentati meno di quelli del privato.
Sarkozy si è limitato a dire ieri che «non cederà». Il portavoce del governo, Laurent Wauquier, ha fatto sapere che Sarkozy potrebbe fare delle proposte «nei prossimi giorni», prima del viaggio in Cina, sabato. Il primo ministro, François Fillon, continua a mantenere la linea dura: ha assicurato che non cederà di fronte ai ferrovieri, «perché ci sono treni che non viaggiano, bus bloccati e metro che non funzionano». Più malleabile il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, che ha ricordato che oggi sono previsti i primi incontri tra Sncf (ferrovie), Ratp (metropolitana parigina), sindacati e rappresentante del governo. «Ci sono le condizioni perché ognuno dia prova di responsabilità», ha affermato Bertrand. I due movimenti di protesta - ferrovieri e funzione pubblica - si sono uniti, almeno per un giorno. Nelle ferrovie, alla riunione di oggi, la Sncf presenterà dei «meccanismi di accompagnamento» per attenuare l'effetto della riforma delle pensioni, una busta tra gli 80 e i 100 milioni di euro. Una trattativa sul modello di quella, già in corso - e che ha messo fine allo sciopero - a Edf-Gdf.
Per il pubblico impiego, bisognerà aspettare che Sarkozy faccia delle proposte, visto che il «potere d'acquisto», al centro della protesta, era stato il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale e adesso questa promessa non mantenuta gli si sta rivoltando contro. Una riunione con il governo è prevista su questo tema per il 3 dicembre. Ma non sembra che ci siano grandi idee: il governo, che dà la colpa alle 35 ore per il calo del potere d'acquisto, dovrebbe insistere sul tasto dell'aumento degli straordinari («lavorare di più per guadagnare di più»), che è già una delusione nel settore privato, dove ci sono stati tagli ai contribuiti per spingere i lavoratori a fare straordinari. Il governo dovrebbe fare proposte per aumenti di stipendio a fine carriera, ma insisterà anche su un'accresciuta mobilità e dovrebbe vantare i benefici della riduzione del personale per chi resta (meno dipendenti=stipendi maggiorati). Questo discorso non passa, soprattutto negli ospedali - dove gli straordinari, non pagati, si accumulano da anni - e nella scuola, perché significa un degrado della qualità. La prossima settimana, il Ps dovrebbe presentare una proposta di legge per migliorare il potere d'acquisto: la mobilitazione del pubblico impiego è una boccata d'ossigeno per un'opposizione resa afona dalla vittoria di Sarkozy.
mercoledì 21 novembre 2007
di cos'altro abbiamo ancora bisogno per capire...
Nelle intercettazioni tra 2004 e 2005 allegate all'inchiesta sul fallimento della Hdc
dell'ex sondaggista Crespi, la prova che alla concorrenza si era sostituita la complicità
La rete segreta del Cavaliere
che pilotava Rai e Mediaset
Ecco le telefonate dei dirigenti vicini a Berlusconi
di EMILIO RANDACIO e WALTER GALBIATI
La rete segreta del Cavaliere
che pilotava Rai e Mediaset
Il cavallo alato davanti agli studi Rai di saxa Rubra
MILANO - "Media-Rai". Le due superpotenze nazionali della tv, che dovrebbero competere aspramente per la conquista dell'audience, fare a gara nella pubblicazione di servizi esclusivi, in realtà si scambiano informazioni sui palinsesti. Concordano le strategie informative nel caso dei grandi eventi della cronaca. Orchestrano i resoconti della politica. Su tutto, la grande mano di Silvio Berlusconi e dei suoi collaboratori, che quotidianamente tessono la tela, fanno decine, centinaia di telefonate, si scambiano notizie, organizzano fino ai più piccoli dettagli. È il quadro che emerge dalle intercettazioni telefoniche - realizzate tra la fine del 2004 e la primavera del 2005 - allegate all'inchiesta sul fallimento della "Hdc", la holding dell'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi. E in particolare dai resoconti, redatti dalla Guardia di Finanza, delle conversazioni telefoniche di Debora Bergamini, ex assistente personale di Berlusconi e, all'epoca, dirigente della Rai, e di Niccolò Querci, pure lui ex assistente di Berlusconi e, all'epoca, numero tre delle televisioni Mediaset.
La "ragnatela" avvolge e intreccia le vicende della tv di Stato con quelle di Mediaset. I direttori di Tg1 e Tg5 (all'epoca Clemente J. Mimun e Carlo Rossella) fanno, testuale, "gioco di squadra". Il notista politico del Tg1 informa la Bergamini e la rassicura sul fatto che le notizie più spinose saranno relegate in coda al servizio di giornata. Fabrizio Del Noce cuce e ricuce, assicurando che Bruno Vespa, nella sua trasmissione, accennerà "al Dottore in ogni occasione opportuna". Querci, insieme al gran capo dell'informazione Mediaset, Mauro Crippa, cuce sul versante opposto. E arriva fino ad occuparsi delle vicende del festival di Sanremo (quell'anno affidato a Paolo Bonolis), cioè della trasmissione di massimo ascolto dell'azienda che dovrebbe essere concorrente. E poi ancora, le fibrillazioni in due fasi delicate: la morte del Papa e le elezioni amministrative dell'aprile 2005.
L'allora presidente Ciampi è pronto per una dichiarazione a reti unificate per onorare Giovanni Paolo II? La Bergamini allerta prima l'assistente personale del Cavaliere e poi Del Noce per preparare una performance parallela dell'inquilino di Palazzo Chigi. E ad essere allertato è anche il "rivale" Crippa. Le elezioni sono andate male? Bisogna "ammorbidire" i resoconti sui risultati elettorali. La Bergamini contatta Querci e con lui concorda la programmazione televisiva. La ragnatela avvolge tutto, pensa a tutto, provvede a tutto.
e ancora...
I verbali sulle intercettazioni telefoniche della GdF su ordine dei pm di Milano
relativi al fallimento della Hdc, svelano i contatti tra i vertici Rai e Mediaset
"Consulto Del Noce-Rossella sulle elezioni"
"Dati brutti, Cattaneo ora tenta di ritardarli"
Dai continui scambi di informazione tra le due aziende nelle ore dell'agonia del Papa
al "gioco di squadra" tra Tg1 e Tg5 per pianificare la strategia alle ultime elezioni
"Consulto Del Noce-Rossella sulle elezioni"
"Dati brutti, Cattaneo ora tenta di ritardarli"
La morte del Papa. Il primo aprile 2005 il mondo è con il fiato sospeso. L'agonia di Giovanni Paolo II sembra essere giunta alla fine. E nelle redazioni giornalistiche cresce l'ansia per non farsi cogliere impreparati all'appuntamento con un evento storico. Tanto più che in Italia l'avvenimento potrebbe avere riflessi anche sulle elezioni che si svolgeranno il 3 e 4 aprile. I brogliacci delle intercettazioni telefoniche eseguite dalla Guardia di Finanza su ordine dei pm di Milano Laura Pedio e Roberto Pellicano e relativi al fallimento della Hdc, svelano come quei giorni furono vissuti freneticamente alla Rai.
Alla notizia del peggioramento delle condizioni del pontefice i responsabili del palinsesto di viale Mazzini, Carlo Nardello e Deborah Bergamini, si muovono per cambiare la programmazione. E per farlo, nel pomeriggio, la Bergamini non esita a contattare Mauro Crippa, il suo omologo nell'organigramma Mediaset. Poi, alle 21 e 49, telefona a un tale "Vale", che potrebbe essere Valentino Valentini, assistente del Cavaliere. E tre minuti dopo a Fabrizio (forse il direttore di Raiuno Del Noce, appuntano i militari del Nucleo regionale delle Fiamme Gialle): "Debora lo avverte che Ciampi sta preparando un messaggio a reti unificate da mandare in onda alla morte del Papa. Debora gli riferisce di aver avvertito Berlusconi. Debora gli dice che Berlusconi pensa che questo metterà in buona luce Ciampi e avrebbe considerato l'ipotesi di rilasciare anche lui delle dichiarazioni".
Il 2 aprile, intorno a mezzogiorno, una donna contatta la Bergamini: "Le due si lamentano di una persona alla quale non riescono a spiegare che bisogna dare un senso di normalità alla gente al di là della morte del papa per evitare forte astensionismo alle elezioni. Il telefono della chiamante è intestato alla Rai". Lo stesso giorno, alle 14.31, un non meglio identificato Silvio per Debora: "Le dice che domani sarà a Roma per votare. Debora gli spiega i propri impegni. L'uomo dice di avere paura per le elezioni e del probabile forte astensionismo dei cattolici. Debora lo informa che Ciampi ha preparato un messaggio da mandare in onda al reti unificate. I due dicono che Berlusconi non sarebbe credibile se rilasciasse delle dichiarazioni. I due pensano che Letta e Fini lo sarebbero di più ma loro non possono trasmettere propri messaggi a reti unificate. Debora avrebbe dato parere negativo a Berlusconi sulla sua comparsa in tv".
Le elezioni amministrative. Poco dopo le 15 di quel complicato 2 aprile in cui poco prima delle 22 l'agenzia Ansa batterà la notizia della scomparsa di Giovanni Paolo II, Debora e Benito Benassi, vicedirettore marketing Rai, iniziano a pianificare la strategia mediatica per gestire al meglio le elezioni. Debora "dice che Cattaneo ha chiesto di condividere i loro pareri con quelli di Vespa al quale avrebbero chiesto di non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali". Alle 16 ancora Debora per Benito. "Gli dice che Nardello è molto nervoso. Benito ha intuito che il d. g. (Flavio Cattaneo-ndr) vuole che nella rappresentazione dei risultati elettorali si faccia più confusione possibile per camuffare la loro portata". Alle 17 la temperatura sale, come la sensazione che per la Casa delle Libertà le imminenti elezioni si tramuteranno in una sconfitta. Debora chiama Del Noce: "Lo informa della programmazione televisiva di Canale 5. Del Noce dice di aver parlato con Rossella. Debora dice di aver parlato con Mauro Crippa di Mediaset".
Alle 18 e 30 Del Noce telefona alla Bergamini: "Le comunica che Vespa ha parlato con Rossella. Del Noce le riferisce che Vespa accennerà in trasmissione "al Dottore" (ndr, Silvio Berlusconi) ad ogni occasione opportuna"". Un minuto dopo Debora contatta nuovamente Crippa: "Parlano dei rispettivi palinsesti". Alle 21 e 37 l'annuncio della morte del Papa. Le comunicazioni a Saxa Rubra apparentemente si placano nella notte. All'indomani, domenica 3 aprile, i seggi vengono aperti. Intorno alle 14, Del Noce telefona a Debora: "Parlano dell'affluenza degli elettori alle urne e degli exit poll. La Bergamini pensa che i dati seri si avranno dalle 21.00 in avanti. I due parlano male di Mazza (direttore del Tg2-ndr). I due accennano al gioco di squadra tra Mimun e Rossella".
Poco dopo Debora è al telefono con una donna: "Parlano della variazione dei palinsesti a seguito della morte del Papa. La donna vive a Roma. Parlano del ritorno di immagine negativo della presenza di Berlusconi alla trasmissione televisiva di venerdì 1.4.05".
Alle 17 è il consigliere Rai Angelo Petroni a fare squillare il telefono sempre più incandescente di Debora: "Voleva chiederle notizie dei sondaggi. Debora dice di aspettare dati attendibili dopo le 18.30". Le telefonate si susseguono velocemente. Benito a Debora: "Le dice che i dati sulle elezioni sono abbastanza disomogenei e che quindi i suoi dati non sono del tutto attendibili (ore 20.00 circa). Benito dice che l'Udc ha comprato voti in Calabria". Alle 21.29, l'allora notista politico del Tg1 Francesco Pionati, oggi senatore dell'Udc, per Debora Bergamini: "Parlano dei sondaggi elettorali e delle ripercussioni delle elezioni sull'azienda Rai. Pionati si raccomanda a Berlusconi tramite la Bergamini".
La mattina di lunedì 4 aprile il nervosismo è palpabile. Poco dopo le 10 del mattino una certa Linda per Debora: "Linda le passa Niccolò Querci, parlano del lutto nazionale e della programmazione televisiva. Debbi dice che loro fanno la prima serata sul Due (per le elezioni) e quindi gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale 5. Si risentiranno tra un quarto d'ora". Alle 18.51 è il direttore generale a scendere direttamente in campo. Tenta la mossa della vita, negare l'innegabile: "Cattaneo per Bergamini dice di aver parlato con Bonaiuti che era con Piersilvio, ma lui sta tenendo duro anche con gli altri dicendo che non è il caso di mandare in onda i dati. Cattaneo dice che sta rompendo i coglioni Follini, ma prima o poi dovranno dare i dati. Cattaneo dice che terranno più duro possibile".
Alle 19.30, arriva la telefonata direttamente da Arcore. È "Berlusconi per Bergamini". Cosa si dicono resta un mistero, perché il brogliaccio non può riportare le parole di un deputato, quale è appunto Berlusconi. Ma sull'altro fronte Cattaneo non demorde: "Dice che deve essere Nexus a dire che non ha i dati nazionali, non la Rai. Bergamini conferma che non li produrrà Nexus. Bergamini dice che alle dieci e trenta poi il Tg3 potrà dare i dati che vuole. Cattaneo dice che anche Vespa fa la serata elettorale e la Bergamini sostiene che "tanto Vespa è Vespa"".
Alle 20.38 la linea Cattaneo sembra incredibilmente prevalere. Benito per Bergamini: "Parlano dei dati elettorali che sono dannosi per uno schieramento e quindi è meglio non darli a Vespa". Alle 22.39 viene sancita la Caporetto. Una nota dell'Ansa ufficializza i dati: "Regionali: Unione verso l'11 a 2. Prodi: l'Italia ci chiede di governare. Follini: una sconfitta su cui riflettere".
Il mattino successivo lo smarrimento all'interno dei vertici di viale Mazzini prosegue mestamente. Questa volta è la direzione del Tg1 per Deborah: "La segretaria gli passa il dottor Mimun Clemente; continuano a parlare della sconfitta di Berlusconi". Alle 10.50 si pensa al rimedio. Un uomo per Debbi: "Dice di aver parlato con Paolo, l'uomo dice che il Cavaliere deve riconquistare il rapporto con il paese senza più vendere fumo. Parlano di dati economici e che i problemi grossi sono al Sud". Alle 13.19 Debbi per una donna: "Commentano lo stato d'animo del premier e la donna dice che dovrebbero andare via molte persone, la donna dice che dovrebbe migliorare la condizione di vita degli italiani". Intorno alle 22 di martedì 5 aprile, la notizia della presenza di Berlusconi a Ballarò, la trasmissione di Rai Tre, coglie tutti di sorpresa: "Ma è pazzo?", si chiedono in viale Mazzini.
Il 7, intorno alle 11, tale Riccardo contatta Debora per proporre drastiche soluzioni: "Parlano di politica e Riccardo dice che bisogna cambiare il portavoce di Berlusconi e Debbi risponde che è d'accordo, bisogna cambiare il modo di comunicare".
L'8 aprile un altro sconosciuto per Debora: "Commentano che ormai sono in mano ai comunisti, poi Debora dice che si devono vedere ed insiste che lui vada da lei. L'uomo dice che ha letto i giornali e gli chiede come sta il suo ex capo (parlano di politica); dicono che devono produrre una cosa scritta e seria. L'uomo parla del suo lavoro. Debora dice di andare a pranzo con Comanducci e Del Noce". Intorno a mezzogiorno un uomo contatta la Bergamini. "Parlano del fatto che Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere presenti al funerale del Papa. E fanno commenti sul cerimoniale e sui capi di Stato".
Il Festival di Sanremo. Le incursioni del gruppo Mediaset nella sfera della Rai non si limitano a eventi che possono oscurare l'immagine del Cavaliere. Vanno oltre. Il 24 agosto 2004, per esempio, Querci, top manager di Rti, parla con un uomo di Bonolis, "che ha detto di non capire nulla di musica anche se è stato nominato direttore artistico di Sanremo". Non ci sono problemi. Ci pensa Querci. "Nicolò dice che in relazione a Sanremo ha avuto delle idee e che vuole comunicare all'uomo. Nicolò, tuttavia, dice che la cosa comunque non deve sapersi in giro". Sanremo è sempre Sanremo.
Linea diretta continua
tra Rai e Mediaset
"Dosiamo spot e politici". Bergamini-Crippa, l'asse della "tv unica"
di WALTER GALBIATI ed EMILIO RANDACIO
Linea diretta continua
tra Rai e Mediaset
Debora Bergamini
MILANO - Linea comune, scambio di informazioni sui palinsesti, accordi per rallentare il flusso delle notizie in caso di dati elettorali negativi. Rai e Mediaset, nella primavera del 2005, avevano deciso di condividere perfino la politica degli spot, perlomeno nel caso di alcuni eventi straordinari, e la gestione delle presenze di esponenti politici nei programmi di punta della prima serata elettorale.
VERTICI A CONFRONTO
Venerdì 1° aprile, vigilia della scomparsa di Giovanni Paolo II, alle 11.42, queste "affinità elettive" sembrano materializzarsi ai massimi livelli aziendali. La responsabile dei palinsesti Rai, Debora Bergamini, chiama il responsabile dell'Informazione Mediaset, Mauro Crippa. "Debora - annota un militare delle Fiamme gialle nel suo brogliaccio depositato agli atti del processo sul fallimento della società Hdc - dice che Cattaneo (ndr, direttore generale Rai) ha parlato con Piersilvio (ndr, Berlusconi) e si sono accordati per dare coerenza ai palinsesti in relazione a una presunta notizia della morte del Papa. Debora dice di sospendere tutti gli spot e poi di modificare tutto in relazione a ciò".
Trascorre poco più di mezz'ora e la Bergamini ricontatta Crippa. "Parlano di nuovo dei palinsesti e Mauro dice che sta andando in riunione da Piersilvio. Debora comunica i palinsesti della Rai". Aggiunge anche "di non indicare alcun politico nelle trasmissioni". Alle 12.34 nuovo contatto. Questa volta la dirigente Rai decide di "aggiornare Mauro alla luce della conferenza stampa e dice che trasmetteranno gli spot regolarmente ad esclusione delle trasmissioni riferite al Papa".
Quando, a metà pomeriggio, da viale Mazzini si decide di rifare la scaletta dei programmi (ore 16.12), la Bergamini viene contattata, quasi in tempo reale, da Crippa. L'importanza strategica del ruolo della Bergamini appare evidente alle 17.50. "Un uomo (telefono intestato a ministero dell'Interno) per Debora: parlano del Papa e del fatto che le elezioni verranno comunque effettuate. Poi accennano ai sondaggi elettorali". Una rassicurazione importante in vista del tour de force che attende la tv di Stato in vista delle elezioni regionali.
LA PAURA DELLE URNE
Il 2 aprile, alla vigilia del voto, alle 16 Debora chiama Benito (con tutta probabilità Benassi, numero due del marketing Rai). "Dice che Nardello (ndr, responsabile del palinsesto di viale Mazzini) è molto nervoso. Benito ha intuito che il d. g. (ndr, Cattaneo) vuole che nella rappresentazione dei risultati elettorali si faccia più confusione possibile per camuffare la loro portata". La lunga mano di Debora arriva anche sulle frequenze radiofoniche. In serata, dopo le 18, un uomo per Debora: "È un dipendente Rai che lavora nel settore radiofonico. Parlano dell'organizzazione dei palinsesti radiofonici Rai". Non passa mezz'ora e Debora ricontatta ancora una volta Mauro Crippa: "Parlano dei rispettivi palinsesti. Debora dice di aver sentito Antonio Socci (ndr, giornalista e conduttore televisivo)".
Nella mattina di domenica 3 aprile, "in sottofondo voce di Debora che dice che Bondi e Cicchitto sono coscienti". Forse anche nel Palazzo trapelano i primi exit poll che riportano la netta supremazia dell'Ulivo sulla Casa delle Libertà. Ma si può solo ipotizzare. Alle 12.06 Debora per Giovanni: la donna "dice che ha finito ora la riunione di palinsesto. Giovanni vorrebbe dirle delle cose a voce che dovrebbe riferire anche al presidente. Giovanni si trova nella redazione di "Punto a Capo" al Clodio".
Poco dopo le 19, ancora Debora per Nardello: la donna "gli chiede come mai è stata spostata la riunione con il direttore generale e lui dice perché devono andare alla camera ardente del Papa. Debora gli chiede se andrà anche Paglia (ndr, probabilmente Guido, altro manager Rai) e lui risponde che è stato lui ad organizzare la visita".
A 24 ore dall'ufficializzazione del voto regionale, il sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, corre in soccorso dell'amica Debora: "Parlano di sondaggi elettorali. Crespi dice che se verranno confermate le proiezioni negative delle elezioni lui la farà lavorare da lui".
IL TRACOLLO
Martedì sembra un fuggi fuggi generale. Alle 15.48, la Bergamini per Benassi: "Debbi si lamenta perché tutti la chiamano facendole coraggio sulla situazione elettorale. Debbi dice che ha cercato Cattaneo ma che non lo ha trovato". Alle 17 ancora la Bergamini per tale Riccardo: "Parlano di politica e commentano gli articoli che hanno pubblicato sui giornali. Debbi dice che la situazione politica di adesso sembra quella di Mediaset quando era indebitata ed è stato deciso contro la sua volontà di collocarla sul mercato (fu fatta una cessione e risanata la parte organizzativa e i conti) e Debbi dice che occorre anche per il governo un'operazione anche contro la sua volontà. Debbi dice che i risultati dell'Udc sono stati occultati; parlano di politica e di personaggi politici".
Alle 18.24 la discussione sembra spostarsi addirittura sulle benedizioni politiche che personaggi noti devono avere per presentarsi nei programmi di prima serata. E non importa se a discuterne, da quanto risulta dai brogliacci, siano due funzionari Rai. Benito per Debora: "Parlano del palinsesto del 6 aprile. Benito dice di aver sentito Delogu (ndr, probabilmente il senatore di An Mariano), rispetto alla presenza di Rossella in prima serata su Canale 5".
Alle 19.45 Fabrizio per Debbi: "Fabrizio dice che Marinella (ndr, con tutta probabilità segretaria personale storica del Cavaliere) ha chiamato Guido e che gli ha fissato un appuntamento con il Dottore. Debbi dice che è strano questo". Alle 22.05, mentre il Cavaliere a sorpresa appare tra gli ospiti di "Ballarò", la dirigente Rai commenta con una interlocutrice la mossa, che sembra non convincerla. "Comunque sta dimostrando di essere vivo e soprattutto di avere coraggio... II problema semmai è nelle cazzate che è capace di dire, e forse era il caso di prepararsi meglio!!".
L'11 aprile alle 17 Clemente (ndr, probabilmente l'allora direttore del Tg1 Mimun) per Debora. Il messaggio non è chiaro, si può solamente intuire. Le elezioni regionali perse dal Polo risalgono, ormai, a una settimana prima. "Lei gli chiede se fa un lavoro sui giornalisti e lui risponde di spiegargli meglio; parlano di politica e televisione".
da vedere...
dell'ex sondaggista Crespi, la prova che alla concorrenza si era sostituita la complicità
La rete segreta del Cavaliere
che pilotava Rai e Mediaset
Ecco le telefonate dei dirigenti vicini a Berlusconi
di EMILIO RANDACIO e WALTER GALBIATI
La rete segreta del Cavaliere
che pilotava Rai e Mediaset
Il cavallo alato davanti agli studi Rai di saxa Rubra
MILANO - "Media-Rai". Le due superpotenze nazionali della tv, che dovrebbero competere aspramente per la conquista dell'audience, fare a gara nella pubblicazione di servizi esclusivi, in realtà si scambiano informazioni sui palinsesti. Concordano le strategie informative nel caso dei grandi eventi della cronaca. Orchestrano i resoconti della politica. Su tutto, la grande mano di Silvio Berlusconi e dei suoi collaboratori, che quotidianamente tessono la tela, fanno decine, centinaia di telefonate, si scambiano notizie, organizzano fino ai più piccoli dettagli. È il quadro che emerge dalle intercettazioni telefoniche - realizzate tra la fine del 2004 e la primavera del 2005 - allegate all'inchiesta sul fallimento della "Hdc", la holding dell'ex sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi. E in particolare dai resoconti, redatti dalla Guardia di Finanza, delle conversazioni telefoniche di Debora Bergamini, ex assistente personale di Berlusconi e, all'epoca, dirigente della Rai, e di Niccolò Querci, pure lui ex assistente di Berlusconi e, all'epoca, numero tre delle televisioni Mediaset.
La "ragnatela" avvolge e intreccia le vicende della tv di Stato con quelle di Mediaset. I direttori di Tg1 e Tg5 (all'epoca Clemente J. Mimun e Carlo Rossella) fanno, testuale, "gioco di squadra". Il notista politico del Tg1 informa la Bergamini e la rassicura sul fatto che le notizie più spinose saranno relegate in coda al servizio di giornata. Fabrizio Del Noce cuce e ricuce, assicurando che Bruno Vespa, nella sua trasmissione, accennerà "al Dottore in ogni occasione opportuna". Querci, insieme al gran capo dell'informazione Mediaset, Mauro Crippa, cuce sul versante opposto. E arriva fino ad occuparsi delle vicende del festival di Sanremo (quell'anno affidato a Paolo Bonolis), cioè della trasmissione di massimo ascolto dell'azienda che dovrebbe essere concorrente. E poi ancora, le fibrillazioni in due fasi delicate: la morte del Papa e le elezioni amministrative dell'aprile 2005.
L'allora presidente Ciampi è pronto per una dichiarazione a reti unificate per onorare Giovanni Paolo II? La Bergamini allerta prima l'assistente personale del Cavaliere e poi Del Noce per preparare una performance parallela dell'inquilino di Palazzo Chigi. E ad essere allertato è anche il "rivale" Crippa. Le elezioni sono andate male? Bisogna "ammorbidire" i resoconti sui risultati elettorali. La Bergamini contatta Querci e con lui concorda la programmazione televisiva. La ragnatela avvolge tutto, pensa a tutto, provvede a tutto.
e ancora...
I verbali sulle intercettazioni telefoniche della GdF su ordine dei pm di Milano
relativi al fallimento della Hdc, svelano i contatti tra i vertici Rai e Mediaset
"Consulto Del Noce-Rossella sulle elezioni"
"Dati brutti, Cattaneo ora tenta di ritardarli"
Dai continui scambi di informazione tra le due aziende nelle ore dell'agonia del Papa
al "gioco di squadra" tra Tg1 e Tg5 per pianificare la strategia alle ultime elezioni
"Consulto Del Noce-Rossella sulle elezioni"
"Dati brutti, Cattaneo ora tenta di ritardarli"
La morte del Papa. Il primo aprile 2005 il mondo è con il fiato sospeso. L'agonia di Giovanni Paolo II sembra essere giunta alla fine. E nelle redazioni giornalistiche cresce l'ansia per non farsi cogliere impreparati all'appuntamento con un evento storico. Tanto più che in Italia l'avvenimento potrebbe avere riflessi anche sulle elezioni che si svolgeranno il 3 e 4 aprile. I brogliacci delle intercettazioni telefoniche eseguite dalla Guardia di Finanza su ordine dei pm di Milano Laura Pedio e Roberto Pellicano e relativi al fallimento della Hdc, svelano come quei giorni furono vissuti freneticamente alla Rai.
Alla notizia del peggioramento delle condizioni del pontefice i responsabili del palinsesto di viale Mazzini, Carlo Nardello e Deborah Bergamini, si muovono per cambiare la programmazione. E per farlo, nel pomeriggio, la Bergamini non esita a contattare Mauro Crippa, il suo omologo nell'organigramma Mediaset. Poi, alle 21 e 49, telefona a un tale "Vale", che potrebbe essere Valentino Valentini, assistente del Cavaliere. E tre minuti dopo a Fabrizio (forse il direttore di Raiuno Del Noce, appuntano i militari del Nucleo regionale delle Fiamme Gialle): "Debora lo avverte che Ciampi sta preparando un messaggio a reti unificate da mandare in onda alla morte del Papa. Debora gli riferisce di aver avvertito Berlusconi. Debora gli dice che Berlusconi pensa che questo metterà in buona luce Ciampi e avrebbe considerato l'ipotesi di rilasciare anche lui delle dichiarazioni".
Il 2 aprile, intorno a mezzogiorno, una donna contatta la Bergamini: "Le due si lamentano di una persona alla quale non riescono a spiegare che bisogna dare un senso di normalità alla gente al di là della morte del papa per evitare forte astensionismo alle elezioni. Il telefono della chiamante è intestato alla Rai". Lo stesso giorno, alle 14.31, un non meglio identificato Silvio per Debora: "Le dice che domani sarà a Roma per votare. Debora gli spiega i propri impegni. L'uomo dice di avere paura per le elezioni e del probabile forte astensionismo dei cattolici. Debora lo informa che Ciampi ha preparato un messaggio da mandare in onda al reti unificate. I due dicono che Berlusconi non sarebbe credibile se rilasciasse delle dichiarazioni. I due pensano che Letta e Fini lo sarebbero di più ma loro non possono trasmettere propri messaggi a reti unificate. Debora avrebbe dato parere negativo a Berlusconi sulla sua comparsa in tv".
Le elezioni amministrative. Poco dopo le 15 di quel complicato 2 aprile in cui poco prima delle 22 l'agenzia Ansa batterà la notizia della scomparsa di Giovanni Paolo II, Debora e Benito Benassi, vicedirettore marketing Rai, iniziano a pianificare la strategia mediatica per gestire al meglio le elezioni. Debora "dice che Cattaneo ha chiesto di condividere i loro pareri con quelli di Vespa al quale avrebbero chiesto di non confrontare i voti attuali con quelli delle scorse regionali". Alle 16 ancora Debora per Benito. "Gli dice che Nardello è molto nervoso. Benito ha intuito che il d. g. (Flavio Cattaneo-ndr) vuole che nella rappresentazione dei risultati elettorali si faccia più confusione possibile per camuffare la loro portata". Alle 17 la temperatura sale, come la sensazione che per la Casa delle Libertà le imminenti elezioni si tramuteranno in una sconfitta. Debora chiama Del Noce: "Lo informa della programmazione televisiva di Canale 5. Del Noce dice di aver parlato con Rossella. Debora dice di aver parlato con Mauro Crippa di Mediaset".
Alle 18 e 30 Del Noce telefona alla Bergamini: "Le comunica che Vespa ha parlato con Rossella. Del Noce le riferisce che Vespa accennerà in trasmissione "al Dottore" (ndr, Silvio Berlusconi) ad ogni occasione opportuna"". Un minuto dopo Debora contatta nuovamente Crippa: "Parlano dei rispettivi palinsesti". Alle 21 e 37 l'annuncio della morte del Papa. Le comunicazioni a Saxa Rubra apparentemente si placano nella notte. All'indomani, domenica 3 aprile, i seggi vengono aperti. Intorno alle 14, Del Noce telefona a Debora: "Parlano dell'affluenza degli elettori alle urne e degli exit poll. La Bergamini pensa che i dati seri si avranno dalle 21.00 in avanti. I due parlano male di Mazza (direttore del Tg2-ndr). I due accennano al gioco di squadra tra Mimun e Rossella".
Poco dopo Debora è al telefono con una donna: "Parlano della variazione dei palinsesti a seguito della morte del Papa. La donna vive a Roma. Parlano del ritorno di immagine negativo della presenza di Berlusconi alla trasmissione televisiva di venerdì 1.4.05".
Alle 17 è il consigliere Rai Angelo Petroni a fare squillare il telefono sempre più incandescente di Debora: "Voleva chiederle notizie dei sondaggi. Debora dice di aspettare dati attendibili dopo le 18.30". Le telefonate si susseguono velocemente. Benito a Debora: "Le dice che i dati sulle elezioni sono abbastanza disomogenei e che quindi i suoi dati non sono del tutto attendibili (ore 20.00 circa). Benito dice che l'Udc ha comprato voti in Calabria". Alle 21.29, l'allora notista politico del Tg1 Francesco Pionati, oggi senatore dell'Udc, per Debora Bergamini: "Parlano dei sondaggi elettorali e delle ripercussioni delle elezioni sull'azienda Rai. Pionati si raccomanda a Berlusconi tramite la Bergamini".
La mattina di lunedì 4 aprile il nervosismo è palpabile. Poco dopo le 10 del mattino una certa Linda per Debora: "Linda le passa Niccolò Querci, parlano del lutto nazionale e della programmazione televisiva. Debbi dice che loro fanno la prima serata sul Due (per le elezioni) e quindi gli chiede di mettere una cosa forte in prima serata su Canale 5. Si risentiranno tra un quarto d'ora". Alle 18.51 è il direttore generale a scendere direttamente in campo. Tenta la mossa della vita, negare l'innegabile: "Cattaneo per Bergamini dice di aver parlato con Bonaiuti che era con Piersilvio, ma lui sta tenendo duro anche con gli altri dicendo che non è il caso di mandare in onda i dati. Cattaneo dice che sta rompendo i coglioni Follini, ma prima o poi dovranno dare i dati. Cattaneo dice che terranno più duro possibile".
Alle 19.30, arriva la telefonata direttamente da Arcore. È "Berlusconi per Bergamini". Cosa si dicono resta un mistero, perché il brogliaccio non può riportare le parole di un deputato, quale è appunto Berlusconi. Ma sull'altro fronte Cattaneo non demorde: "Dice che deve essere Nexus a dire che non ha i dati nazionali, non la Rai. Bergamini conferma che non li produrrà Nexus. Bergamini dice che alle dieci e trenta poi il Tg3 potrà dare i dati che vuole. Cattaneo dice che anche Vespa fa la serata elettorale e la Bergamini sostiene che "tanto Vespa è Vespa"".
Alle 20.38 la linea Cattaneo sembra incredibilmente prevalere. Benito per Bergamini: "Parlano dei dati elettorali che sono dannosi per uno schieramento e quindi è meglio non darli a Vespa". Alle 22.39 viene sancita la Caporetto. Una nota dell'Ansa ufficializza i dati: "Regionali: Unione verso l'11 a 2. Prodi: l'Italia ci chiede di governare. Follini: una sconfitta su cui riflettere".
Il mattino successivo lo smarrimento all'interno dei vertici di viale Mazzini prosegue mestamente. Questa volta è la direzione del Tg1 per Deborah: "La segretaria gli passa il dottor Mimun Clemente; continuano a parlare della sconfitta di Berlusconi". Alle 10.50 si pensa al rimedio. Un uomo per Debbi: "Dice di aver parlato con Paolo, l'uomo dice che il Cavaliere deve riconquistare il rapporto con il paese senza più vendere fumo. Parlano di dati economici e che i problemi grossi sono al Sud". Alle 13.19 Debbi per una donna: "Commentano lo stato d'animo del premier e la donna dice che dovrebbero andare via molte persone, la donna dice che dovrebbe migliorare la condizione di vita degli italiani". Intorno alle 22 di martedì 5 aprile, la notizia della presenza di Berlusconi a Ballarò, la trasmissione di Rai Tre, coglie tutti di sorpresa: "Ma è pazzo?", si chiedono in viale Mazzini.
Il 7, intorno alle 11, tale Riccardo contatta Debora per proporre drastiche soluzioni: "Parlano di politica e Riccardo dice che bisogna cambiare il portavoce di Berlusconi e Debbi risponde che è d'accordo, bisogna cambiare il modo di comunicare".
L'8 aprile un altro sconosciuto per Debora: "Commentano che ormai sono in mano ai comunisti, poi Debora dice che si devono vedere ed insiste che lui vada da lei. L'uomo dice che ha letto i giornali e gli chiede come sta il suo ex capo (parlano di politica); dicono che devono produrre una cosa scritta e seria. L'uomo parla del suo lavoro. Debora dice di andare a pranzo con Comanducci e Del Noce". Intorno a mezzogiorno un uomo contatta la Bergamini. "Parlano del fatto che Berlusconi è stato inquadrato pochissimo dalle telecamere presenti al funerale del Papa. E fanno commenti sul cerimoniale e sui capi di Stato".
Il Festival di Sanremo. Le incursioni del gruppo Mediaset nella sfera della Rai non si limitano a eventi che possono oscurare l'immagine del Cavaliere. Vanno oltre. Il 24 agosto 2004, per esempio, Querci, top manager di Rti, parla con un uomo di Bonolis, "che ha detto di non capire nulla di musica anche se è stato nominato direttore artistico di Sanremo". Non ci sono problemi. Ci pensa Querci. "Nicolò dice che in relazione a Sanremo ha avuto delle idee e che vuole comunicare all'uomo. Nicolò, tuttavia, dice che la cosa comunque non deve sapersi in giro". Sanremo è sempre Sanremo.
Linea diretta continua
tra Rai e Mediaset
"Dosiamo spot e politici". Bergamini-Crippa, l'asse della "tv unica"
di WALTER GALBIATI ed EMILIO RANDACIO
Linea diretta continua
tra Rai e Mediaset
Debora Bergamini
MILANO - Linea comune, scambio di informazioni sui palinsesti, accordi per rallentare il flusso delle notizie in caso di dati elettorali negativi. Rai e Mediaset, nella primavera del 2005, avevano deciso di condividere perfino la politica degli spot, perlomeno nel caso di alcuni eventi straordinari, e la gestione delle presenze di esponenti politici nei programmi di punta della prima serata elettorale.
VERTICI A CONFRONTO
Venerdì 1° aprile, vigilia della scomparsa di Giovanni Paolo II, alle 11.42, queste "affinità elettive" sembrano materializzarsi ai massimi livelli aziendali. La responsabile dei palinsesti Rai, Debora Bergamini, chiama il responsabile dell'Informazione Mediaset, Mauro Crippa. "Debora - annota un militare delle Fiamme gialle nel suo brogliaccio depositato agli atti del processo sul fallimento della società Hdc - dice che Cattaneo (ndr, direttore generale Rai) ha parlato con Piersilvio (ndr, Berlusconi) e si sono accordati per dare coerenza ai palinsesti in relazione a una presunta notizia della morte del Papa. Debora dice di sospendere tutti gli spot e poi di modificare tutto in relazione a ciò".
Trascorre poco più di mezz'ora e la Bergamini ricontatta Crippa. "Parlano di nuovo dei palinsesti e Mauro dice che sta andando in riunione da Piersilvio. Debora comunica i palinsesti della Rai". Aggiunge anche "di non indicare alcun politico nelle trasmissioni". Alle 12.34 nuovo contatto. Questa volta la dirigente Rai decide di "aggiornare Mauro alla luce della conferenza stampa e dice che trasmetteranno gli spot regolarmente ad esclusione delle trasmissioni riferite al Papa".
Quando, a metà pomeriggio, da viale Mazzini si decide di rifare la scaletta dei programmi (ore 16.12), la Bergamini viene contattata, quasi in tempo reale, da Crippa. L'importanza strategica del ruolo della Bergamini appare evidente alle 17.50. "Un uomo (telefono intestato a ministero dell'Interno) per Debora: parlano del Papa e del fatto che le elezioni verranno comunque effettuate. Poi accennano ai sondaggi elettorali". Una rassicurazione importante in vista del tour de force che attende la tv di Stato in vista delle elezioni regionali.
LA PAURA DELLE URNE
Il 2 aprile, alla vigilia del voto, alle 16 Debora chiama Benito (con tutta probabilità Benassi, numero due del marketing Rai). "Dice che Nardello (ndr, responsabile del palinsesto di viale Mazzini) è molto nervoso. Benito ha intuito che il d. g. (ndr, Cattaneo) vuole che nella rappresentazione dei risultati elettorali si faccia più confusione possibile per camuffare la loro portata". La lunga mano di Debora arriva anche sulle frequenze radiofoniche. In serata, dopo le 18, un uomo per Debora: "È un dipendente Rai che lavora nel settore radiofonico. Parlano dell'organizzazione dei palinsesti radiofonici Rai". Non passa mezz'ora e Debora ricontatta ancora una volta Mauro Crippa: "Parlano dei rispettivi palinsesti. Debora dice di aver sentito Antonio Socci (ndr, giornalista e conduttore televisivo)".
Nella mattina di domenica 3 aprile, "in sottofondo voce di Debora che dice che Bondi e Cicchitto sono coscienti". Forse anche nel Palazzo trapelano i primi exit poll che riportano la netta supremazia dell'Ulivo sulla Casa delle Libertà. Ma si può solo ipotizzare. Alle 12.06 Debora per Giovanni: la donna "dice che ha finito ora la riunione di palinsesto. Giovanni vorrebbe dirle delle cose a voce che dovrebbe riferire anche al presidente. Giovanni si trova nella redazione di "Punto a Capo" al Clodio".
Poco dopo le 19, ancora Debora per Nardello: la donna "gli chiede come mai è stata spostata la riunione con il direttore generale e lui dice perché devono andare alla camera ardente del Papa. Debora gli chiede se andrà anche Paglia (ndr, probabilmente Guido, altro manager Rai) e lui risponde che è stato lui ad organizzare la visita".
A 24 ore dall'ufficializzazione del voto regionale, il sondaggista del Cavaliere, Luigi Crespi, corre in soccorso dell'amica Debora: "Parlano di sondaggi elettorali. Crespi dice che se verranno confermate le proiezioni negative delle elezioni lui la farà lavorare da lui".
IL TRACOLLO
Martedì sembra un fuggi fuggi generale. Alle 15.48, la Bergamini per Benassi: "Debbi si lamenta perché tutti la chiamano facendole coraggio sulla situazione elettorale. Debbi dice che ha cercato Cattaneo ma che non lo ha trovato". Alle 17 ancora la Bergamini per tale Riccardo: "Parlano di politica e commentano gli articoli che hanno pubblicato sui giornali. Debbi dice che la situazione politica di adesso sembra quella di Mediaset quando era indebitata ed è stato deciso contro la sua volontà di collocarla sul mercato (fu fatta una cessione e risanata la parte organizzativa e i conti) e Debbi dice che occorre anche per il governo un'operazione anche contro la sua volontà. Debbi dice che i risultati dell'Udc sono stati occultati; parlano di politica e di personaggi politici".
Alle 18.24 la discussione sembra spostarsi addirittura sulle benedizioni politiche che personaggi noti devono avere per presentarsi nei programmi di prima serata. E non importa se a discuterne, da quanto risulta dai brogliacci, siano due funzionari Rai. Benito per Debora: "Parlano del palinsesto del 6 aprile. Benito dice di aver sentito Delogu (ndr, probabilmente il senatore di An Mariano), rispetto alla presenza di Rossella in prima serata su Canale 5".
Alle 19.45 Fabrizio per Debbi: "Fabrizio dice che Marinella (ndr, con tutta probabilità segretaria personale storica del Cavaliere) ha chiamato Guido e che gli ha fissato un appuntamento con il Dottore. Debbi dice che è strano questo". Alle 22.05, mentre il Cavaliere a sorpresa appare tra gli ospiti di "Ballarò", la dirigente Rai commenta con una interlocutrice la mossa, che sembra non convincerla. "Comunque sta dimostrando di essere vivo e soprattutto di avere coraggio... II problema semmai è nelle cazzate che è capace di dire, e forse era il caso di prepararsi meglio!!".
L'11 aprile alle 17 Clemente (ndr, probabilmente l'allora direttore del Tg1 Mimun) per Debora. Il messaggio non è chiaro, si può solamente intuire. Le elezioni regionali perse dal Polo risalgono, ormai, a una settimana prima. "Lei gli chiede se fa un lavoro sui giornalisti e lui risponde di spiegargli meglio; parlano di politica e televisione".
da vedere...
martedì 20 novembre 2007
è tutta colpa del fumo
Igiene al posto della morale: il nuovo nazismo
di Giuseppe Genna
Non so se ve ne siete accorti, ma so che se non ve ne siete accorti siete come il Dustin Hoffman di Rain Man: autistici sganciati dalla realtà. E' in atto da settimane un'esplosione di nucleo psicotico collettivo, che condiziona le semivite degli italiani, compulsivamente dediti ad accogliere in se stessi il messaggio di un ministro che vieta il fumo e si propone di "misurare la pancia agli italiani". Sono vicende grottesche che fanno il paio con le adunate di puberi paraciellini neoconservatori in Usa, milioni di giovani che ritengono significativo sacrificare l'imene e il prepuzio in un momento opportuno e prestabilito dell'esistenza.
Un'ideologia neopuritana si segnala in atto, nell'occidente che si autoproclama liberale, un movimento ben noto agli annali delle tragedie storiche: sostituzione della forza morale (cioè della potenza dei possibili umani) con un sistema morale, nello specifico di carattere igienico. Quando ciò succede, si stanno preparando olocausti. Tranquilli, però: non è il caso di oggi - l'olocausto non si sta annunciando, lo stanno già perpetrando un po' ovunque, tranne che sotto casa vostra.
Ciò che denuncio è che dietro il divieto al fumo in locali pubblici si agita un moloch ingovernabile e antiumano: la devastazione di voi stessi, fumatori o non fumatori che siate.
Non è questione di educazione e non desidero limitare il discorso a dipanare un dubbio amleticamente cretino come quello che piazza, al posto del teschio, una sigaretta da accendersi in presenza di convitati, di pietra o meno. E' sempre valso in queste occasioni urbane e conviviali un buonsenso umano, popolare, una considerazione dell'etichetta, questo reperto di una civiltà sepolta, di cui si vorrebbe dimenticare la tomba. Non c'erano normative da conclamare: il buonsenso e l'educazione sono forze psichiche ben più potenti dei codici giurisprudenziali.
Il ragionamento pretende quindi di essere più ampio. E' un ragionamento sull'inoculazione di dosi massicce di proibizionismo nel contesto sociale occidentale.
Ho una posizione che reclamo come personalissima intorno alla faccenda del proibizionismo. Non essendo mai stato un frequentatore assiduo dei centri sociali, da giovane mi domandavo il perché di un'insistenza tanto ossessiva a proposito del consumo di gangia. Perché alienare ogni possibilità di incontro mediante la compulsione a celebrare una supposta libertà di fumarsi quel che si desidera? I miei coetanei mi parevano i servi utili del potere: c'era da discutere di tutto, delle imposizioni ben più raffinate che un potere sempre più disumano andava elaborando, e questi miei simili trascorrevano il tempo a bere cocktail celebrando l'inseminazione di vasetti di terra e ululando alla libertà. Libertà da cosa? Libertà per cosa? La libertà di fumarmi uno spinello potevo benissimo prendermela. Non ho difficoltà a considerarmi eventualmente un teppista. Non mi pareva opportuna una battaglia politica così condotta. Mi sembrava che, a forza di trascinarsi avanti con questo antiproibizionismo sbandierato male, le menti si sarebbero infragilite per assenza di discussione su tematiche ben più decisive. La militanza contro il proibizionismo non si può agire conferendo legittimità di interlocuzione al proibizionismo. Questa ingenuità politica mi sembrava, e del resto mi sembra tuttora, un segno dei tempi: tempi poveri. Poveri di cosa? Di creatività. Di deriva.
Anche il discorso sulle moltitudini supposte mi pareva ingenuo: il potere andava frammentando, dividendo, colpiva la sostanza stessa delle moltitudini, che è il conscio/inconscio collettivo, lo psichismo generalizzato, sognando e imponendo una società termitaio che nulla aveva a che spartire col vecchio borghesariato. Si delineava (sto parlando degli Ottanta/Novanta) una società non neoborghese, bensì neolumpen. Si profilava un orizzonte di sottocultura generalizzata. Però, come detto, queste erano e sono impressioni personali.
L'esplosione imbecille che si misura in questi giorni in ogni bar e ristorante e casa privata è un fumus: persecutorio. Persecutorio di chi? Dell'idea stessa di uomo. Come dicevo, non è qui questione delle eventuali cellule metastatiche in sede polmonare: chi qui scrive è un accanito fumatore, quasi un chain smoker. Il problema ben più profondo che si sta delineando ai nostri occhi è un altro: l'idea di una vita igienizzata è totalmente irrealistica, nel momento in cui si vive sotto quello che Antonio Moresco emblematizza come "il cielo di merda", mentre emissioni gassose di ben altro spessore vanno a infestare non un bar ma l'intero pianeta, mentre schizza a livelli mai visti il consumo di psicofarmaci di terza generazione e tra poco di quarta, mentre le percentuali di sostanze tossiche che si sorbiscono bevendo un sorso d'acqua da un rubinetto di città sono tacitamente al di là di ogni norma salutare, mentre i crittogamici intridono le bucce delle mele di serra rivendute insipide nei supermarket, mentre il radon vagola per l'aere nettato dai nicotinici nelle casette da neoproletari di tutti noi, mentre i potentati nicchiano davanti ai protocolli ambientali, mentre le medesime società che enunciano principi fintamente salutistici vanno a sterminare popoli e a spargere sangue e indegnità.
Quando si afferma che si vive, qui e ora, in una società ipocrita, varrà la pena di dire a quale ipocrisia ci si riferisce e a cosa essa risulti congeniale.
Quest'ondata di psichismo impazzito, che fa impennare le vendite di nicorette e cerottini, si prepara ad accogliere, per fare un unico esempio sintomatico, la proposta urlata in prima pagina da Vittorino Andreoli su il Giorno di giovedì 20 gennaio: riaprire i manicomi, abolire la 180. Lo scandalo che il reazionariato attuale pompa riguardo ai cosiddetti omicidi all'interno delle mura di casa è puramente retorico e omogeneo a una logica proibizionista e nazisticamente igienista, esattamente come nel caso del fumo. L'argomento è diverso, la sostanza è la medesima e lo schema retorico pure. Il sillogismo dello psichiatra Andreoli, a cui intimerei davvero nazisticamente il taglio di quei capelli antiestetici, è folle: i manicomi sono stati chiusi e quindi aumentano i casi di mass murder domestici. Ergo: la 180 va abolita, è frutto di un periodo ideologico. Come se questo non fosse un periodo ideologico. Lo è e lo è ben più pesantemente di altri tempi trascorsi, solo che non dichiara la sua aggressiva identità ideologica: si limita a imporla con campagne retoriche a cui la psiche collettiva non è in grado di reagire. Gli omicidi di Alleghe c'erano anche quando i manicomi erano aperti e chiusi alla pubblica opinione: ma importa più la visibilità odierna, scandalistica, immorale. Tutto è malattia: il lotto, il fumo, l'alcol, la droga, i farmaci, i giocattoli prodotti in Cina, il latte della mucca. Affermare che tutto è malattia serve ad alzare le quote di ansia collettiva. Non l'arma dell'ideologia, bensì la stessa ideologia del presente occidentale è questo: paura.
Paura di cosa? Della paura.
L'atteggiamento terroristico che viene ormai estesamente utilizzato quale strumento di controllo sociale non è paura diretta, esperienziale. E' la paura come anticipazione della paura. Un'esplosione in metropolitana nell'ora di punta causa panico e sgomento: questa è paura esperienziale. Inoculare il terrore che arrivi il momento in cui avremo terrore è diverso: è una paura atmosferica, ubiquitaria, fumosa, anticipatoria. Ed è il metodo con cui un governo imbelle viene a dichiararci che ci verrà il cancro per colpa delle sigarette. Centrare l'attenzione sulla sopravvivenza, e non sulla vita, è una vecchia tattica del potere. Poco importa se torme di adolescenti faticano a esprimere un sorriso che non sia di protocollo o se gli anziani sono costretti in rifugi antiatomici estivi. Resistere nell'esistenza è impossibile: si muore, cicci belli, e non deve certo essere lo Stato, o fra' Girolamo, a dircelo. Il problema non è non morire e nemmeno come morire, ma come vivere.
A fronte di questo negazionismo che si erge a forma religiosa (si leggano bene i punti che riporto a fine articolo), l'unica terapia è: creatività. Quale creatività? Qui le risposte possono risultare le più disparate. Quella che io dò è: non la creatività che tenta la rappresentazione della realtà in scala 1:1. Il realismo è una strumentazione del potere: la realtà è un'allucinazione collettiva e, se esiste realismo, esso è allucinatorio a priori. E' dunque nella gestione eversiva dell'immaginario che si annida non il sistema morale, ma la potenza morale che irrora la comunità di difese rispetto agli attacchi di questo funebre neopuritanesimo. Deviare, dilatare, enfiare, sottrarre, rendere obliquo ben più e meglio di quanto faccia questa retorica antiumana, che si contenta di enunciarsi in cartellini con la barretta sulla sigaretta nei locali pubblici. Il sogno che i locali non siano più pubblici è quanto muove questo proibizionismo da incubo: un incubo che non è il sonno dell'umanità, bensì la veglia della macchina.
In questo momento di faglia, la letteratura, cioè il racconto di storie, molto può fare. Anzi: è decisiva.
Per questo motivo, eccovi un esempio di bassa letteratura: bassa, ma istruttiva e divertente. A scopo puramente propedeutico, per tentare di fare comprendere cosa io intenda quando avviso della possibilità che questo negazionismo igienista si trasformi in religione e manifesti la sua radice veracemente metafisica, riporto qui i punti qualificanti del movimento Alcolisti Anonimi. E' un canto al Potere Superiore, al Pensiero Unico Ineffabile E Per Ciò Ineffato. E' anche una barzelletta, e si può ridere, ricordandosi però che nel cuore del comico si annida l'assalto del tragico. Ecco a voi, dai manuali degli Alcolisti Anonimi,
I Dodici Passi
1) Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.
2) Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.
3) Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo.
4) Abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi.
5) Abbiamo ammesso di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano, l’esatta natura dei nostri torti.
6) Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere.
7 Gli abbiamo chiesto con umiltà di eliminare i nostri difetti.
8) Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro.
9) Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri.
10) Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso.
11) Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto cosciente con Dio, come noi potemmo concepirLo, pregandoLo solo di farci conoscere la Sua volontà nei nostri riguardi e di darci la forza di eseguirla.
12) Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività.
di Giuseppe Genna
Non so se ve ne siete accorti, ma so che se non ve ne siete accorti siete come il Dustin Hoffman di Rain Man: autistici sganciati dalla realtà. E' in atto da settimane un'esplosione di nucleo psicotico collettivo, che condiziona le semivite degli italiani, compulsivamente dediti ad accogliere in se stessi il messaggio di un ministro che vieta il fumo e si propone di "misurare la pancia agli italiani". Sono vicende grottesche che fanno il paio con le adunate di puberi paraciellini neoconservatori in Usa, milioni di giovani che ritengono significativo sacrificare l'imene e il prepuzio in un momento opportuno e prestabilito dell'esistenza.
Un'ideologia neopuritana si segnala in atto, nell'occidente che si autoproclama liberale, un movimento ben noto agli annali delle tragedie storiche: sostituzione della forza morale (cioè della potenza dei possibili umani) con un sistema morale, nello specifico di carattere igienico. Quando ciò succede, si stanno preparando olocausti. Tranquilli, però: non è il caso di oggi - l'olocausto non si sta annunciando, lo stanno già perpetrando un po' ovunque, tranne che sotto casa vostra.
Ciò che denuncio è che dietro il divieto al fumo in locali pubblici si agita un moloch ingovernabile e antiumano: la devastazione di voi stessi, fumatori o non fumatori che siate.
Non è questione di educazione e non desidero limitare il discorso a dipanare un dubbio amleticamente cretino come quello che piazza, al posto del teschio, una sigaretta da accendersi in presenza di convitati, di pietra o meno. E' sempre valso in queste occasioni urbane e conviviali un buonsenso umano, popolare, una considerazione dell'etichetta, questo reperto di una civiltà sepolta, di cui si vorrebbe dimenticare la tomba. Non c'erano normative da conclamare: il buonsenso e l'educazione sono forze psichiche ben più potenti dei codici giurisprudenziali.
Il ragionamento pretende quindi di essere più ampio. E' un ragionamento sull'inoculazione di dosi massicce di proibizionismo nel contesto sociale occidentale.
Ho una posizione che reclamo come personalissima intorno alla faccenda del proibizionismo. Non essendo mai stato un frequentatore assiduo dei centri sociali, da giovane mi domandavo il perché di un'insistenza tanto ossessiva a proposito del consumo di gangia. Perché alienare ogni possibilità di incontro mediante la compulsione a celebrare una supposta libertà di fumarsi quel che si desidera? I miei coetanei mi parevano i servi utili del potere: c'era da discutere di tutto, delle imposizioni ben più raffinate che un potere sempre più disumano andava elaborando, e questi miei simili trascorrevano il tempo a bere cocktail celebrando l'inseminazione di vasetti di terra e ululando alla libertà. Libertà da cosa? Libertà per cosa? La libertà di fumarmi uno spinello potevo benissimo prendermela. Non ho difficoltà a considerarmi eventualmente un teppista. Non mi pareva opportuna una battaglia politica così condotta. Mi sembrava che, a forza di trascinarsi avanti con questo antiproibizionismo sbandierato male, le menti si sarebbero infragilite per assenza di discussione su tematiche ben più decisive. La militanza contro il proibizionismo non si può agire conferendo legittimità di interlocuzione al proibizionismo. Questa ingenuità politica mi sembrava, e del resto mi sembra tuttora, un segno dei tempi: tempi poveri. Poveri di cosa? Di creatività. Di deriva.
Anche il discorso sulle moltitudini supposte mi pareva ingenuo: il potere andava frammentando, dividendo, colpiva la sostanza stessa delle moltitudini, che è il conscio/inconscio collettivo, lo psichismo generalizzato, sognando e imponendo una società termitaio che nulla aveva a che spartire col vecchio borghesariato. Si delineava (sto parlando degli Ottanta/Novanta) una società non neoborghese, bensì neolumpen. Si profilava un orizzonte di sottocultura generalizzata. Però, come detto, queste erano e sono impressioni personali.
L'esplosione imbecille che si misura in questi giorni in ogni bar e ristorante e casa privata è un fumus: persecutorio. Persecutorio di chi? Dell'idea stessa di uomo. Come dicevo, non è qui questione delle eventuali cellule metastatiche in sede polmonare: chi qui scrive è un accanito fumatore, quasi un chain smoker. Il problema ben più profondo che si sta delineando ai nostri occhi è un altro: l'idea di una vita igienizzata è totalmente irrealistica, nel momento in cui si vive sotto quello che Antonio Moresco emblematizza come "il cielo di merda", mentre emissioni gassose di ben altro spessore vanno a infestare non un bar ma l'intero pianeta, mentre schizza a livelli mai visti il consumo di psicofarmaci di terza generazione e tra poco di quarta, mentre le percentuali di sostanze tossiche che si sorbiscono bevendo un sorso d'acqua da un rubinetto di città sono tacitamente al di là di ogni norma salutare, mentre i crittogamici intridono le bucce delle mele di serra rivendute insipide nei supermarket, mentre il radon vagola per l'aere nettato dai nicotinici nelle casette da neoproletari di tutti noi, mentre i potentati nicchiano davanti ai protocolli ambientali, mentre le medesime società che enunciano principi fintamente salutistici vanno a sterminare popoli e a spargere sangue e indegnità.
Quando si afferma che si vive, qui e ora, in una società ipocrita, varrà la pena di dire a quale ipocrisia ci si riferisce e a cosa essa risulti congeniale.
Quest'ondata di psichismo impazzito, che fa impennare le vendite di nicorette e cerottini, si prepara ad accogliere, per fare un unico esempio sintomatico, la proposta urlata in prima pagina da Vittorino Andreoli su il Giorno di giovedì 20 gennaio: riaprire i manicomi, abolire la 180. Lo scandalo che il reazionariato attuale pompa riguardo ai cosiddetti omicidi all'interno delle mura di casa è puramente retorico e omogeneo a una logica proibizionista e nazisticamente igienista, esattamente come nel caso del fumo. L'argomento è diverso, la sostanza è la medesima e lo schema retorico pure. Il sillogismo dello psichiatra Andreoli, a cui intimerei davvero nazisticamente il taglio di quei capelli antiestetici, è folle: i manicomi sono stati chiusi e quindi aumentano i casi di mass murder domestici. Ergo: la 180 va abolita, è frutto di un periodo ideologico. Come se questo non fosse un periodo ideologico. Lo è e lo è ben più pesantemente di altri tempi trascorsi, solo che non dichiara la sua aggressiva identità ideologica: si limita a imporla con campagne retoriche a cui la psiche collettiva non è in grado di reagire. Gli omicidi di Alleghe c'erano anche quando i manicomi erano aperti e chiusi alla pubblica opinione: ma importa più la visibilità odierna, scandalistica, immorale. Tutto è malattia: il lotto, il fumo, l'alcol, la droga, i farmaci, i giocattoli prodotti in Cina, il latte della mucca. Affermare che tutto è malattia serve ad alzare le quote di ansia collettiva. Non l'arma dell'ideologia, bensì la stessa ideologia del presente occidentale è questo: paura.
Paura di cosa? Della paura.
L'atteggiamento terroristico che viene ormai estesamente utilizzato quale strumento di controllo sociale non è paura diretta, esperienziale. E' la paura come anticipazione della paura. Un'esplosione in metropolitana nell'ora di punta causa panico e sgomento: questa è paura esperienziale. Inoculare il terrore che arrivi il momento in cui avremo terrore è diverso: è una paura atmosferica, ubiquitaria, fumosa, anticipatoria. Ed è il metodo con cui un governo imbelle viene a dichiararci che ci verrà il cancro per colpa delle sigarette. Centrare l'attenzione sulla sopravvivenza, e non sulla vita, è una vecchia tattica del potere. Poco importa se torme di adolescenti faticano a esprimere un sorriso che non sia di protocollo o se gli anziani sono costretti in rifugi antiatomici estivi. Resistere nell'esistenza è impossibile: si muore, cicci belli, e non deve certo essere lo Stato, o fra' Girolamo, a dircelo. Il problema non è non morire e nemmeno come morire, ma come vivere.
A fronte di questo negazionismo che si erge a forma religiosa (si leggano bene i punti che riporto a fine articolo), l'unica terapia è: creatività. Quale creatività? Qui le risposte possono risultare le più disparate. Quella che io dò è: non la creatività che tenta la rappresentazione della realtà in scala 1:1. Il realismo è una strumentazione del potere: la realtà è un'allucinazione collettiva e, se esiste realismo, esso è allucinatorio a priori. E' dunque nella gestione eversiva dell'immaginario che si annida non il sistema morale, ma la potenza morale che irrora la comunità di difese rispetto agli attacchi di questo funebre neopuritanesimo. Deviare, dilatare, enfiare, sottrarre, rendere obliquo ben più e meglio di quanto faccia questa retorica antiumana, che si contenta di enunciarsi in cartellini con la barretta sulla sigaretta nei locali pubblici. Il sogno che i locali non siano più pubblici è quanto muove questo proibizionismo da incubo: un incubo che non è il sonno dell'umanità, bensì la veglia della macchina.
In questo momento di faglia, la letteratura, cioè il racconto di storie, molto può fare. Anzi: è decisiva.
Per questo motivo, eccovi un esempio di bassa letteratura: bassa, ma istruttiva e divertente. A scopo puramente propedeutico, per tentare di fare comprendere cosa io intenda quando avviso della possibilità che questo negazionismo igienista si trasformi in religione e manifesti la sua radice veracemente metafisica, riporto qui i punti qualificanti del movimento Alcolisti Anonimi. E' un canto al Potere Superiore, al Pensiero Unico Ineffabile E Per Ciò Ineffato. E' anche una barzelletta, e si può ridere, ricordandosi però che nel cuore del comico si annida l'assalto del tragico. Ecco a voi, dai manuali degli Alcolisti Anonimi,
I Dodici Passi
1) Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.
2) Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.
3) Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potemmo concepirLo.
4) Abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi.
5) Abbiamo ammesso di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano, l’esatta natura dei nostri torti.
6) Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere.
7 Gli abbiamo chiesto con umiltà di eliminare i nostri difetti.
8) Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro.
9) Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri.
10) Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso.
11) Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto cosciente con Dio, come noi potemmo concepirLo, pregandoLo solo di farci conoscere la Sua volontà nei nostri riguardi e di darci la forza di eseguirla.
12) Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività.
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