di Lucio Angelini
Una volta c’era l’abitudine di iniziare le fiabe con la formula “C’era una volta”. A dire il vero l’usanza resiste ancora oggi, ma un po’ perché sono fatto a modo mio, un po’ perché sono convinto che, di tanto in tanto, introdurre un cambiamento nei cliché narrativi non guasti, vorrei iniziare la mia fiaba invertendo i due termini: “Una volta c’era”.
Ebbene, amici lettori, dovete sapere che UNA VOLTA C’ERA un principe poverissimo. “Ma come?”, obietterete subito voi. “Se era poverissimo che razza di principe era?”
Il fatto è, tesorucci, che un conto sono i titoli nobiliari, un conto i patrimoni. I titoli nobiliari, infatti, tendono a restare sempre uguali a se stessi. I patrimoni, invece, ad assecondare le cosiddette “alterne vicende” (l’andamento di certe guerre, l’esito di certi investimenti eccetera), contraendosi, espandendosi o tracollando di conseguenza. Vi basti sapere, in ogni caso, che il nostro principino conduceva una vita tutt’altro che principinesca. Non solo era poverissimo e abitava in un’autentica catapecchia, anziché nel solito stucchevole, meraviglioso castello, ma era anche piuttosto bruttarello, discretamente traccagnotto e non poco stortignaccolo. Ciò nonostante, a volte desiderava che sua madre lo ammirasse come il più grande degli eroi e che suo padre, invece, potesse semplicemente scomparire. Ma era un'idea che gli ingenerava ansia perché... che cosa sarebbe stato della sua famiglia senza la figura del padre? (Spettava al padre, infatti, nelle sue fanciullesche aspettative, prendersene cura.) E che cosa sarebbe stato di lui, soprattutto, se suo padre avesse scoperto che ne desiderava segretamente l’eliminazione? Come minimo, avrebbe potuto perpetrare una qualche tremenda vendetta... ed era forse proprio per questo che al nostro principino, gran divoratore di fiabe, ne piaceva in particolare una in cui una donna, debitamente avvenente e desiderabile, era tenuta prigioniera da un drago malvagio. Nella sua interpretazione, infatti, tale donna meravigliosa (che gli ricordava, evidentemente, sua madre) non coabitava di sua libera volontà con una figura maschile tanto malvagia (che gli ricordava, evidentemente, suo padre). Se avesse potuto, anzi, avrebbe preferito di gran lunga stare con un giovane eroe innocente come lui.
Fosse come fosse, nel drago (o gigante o mostro o altro) il nostro principino tendeva a proiettare le proprie ansie irrisolte, per godere alla fine come un matto nel vederlo ucciso. “Voi bambini”, gli aveva rivelato un giorno sua nonna, a cui era spuntata una tardiva (anche se giovanilmente divorante) passione per la psicanalisi, “avete un estremo bisogno di nutrirvi di immagini simboliche, che sappiano tranquillizzarvi e assicurarvi una felice soluzione dei vostri problemi. E non avete tutti i torti. Quando un genitore amorevole, per esempio, vi si presenta all’improvviso con pretese che a voi sembrano del tutto irragionevoli e minacciose, il mondo prima amico vi diventa di colpo un incubo irto di pericoli. Per fortuna, poi, vi basta ascoltare una fiaba che subito tornate a guardare con fiducia al futuro.”
“Perché le fiabe hanno questo potere, nonna?”, le aveva chiesto il principino.
“Proprio perché le fiabe, caro il mio discendente, prospettano efficaci soluzioni simboliche ai tumulti che avete dentro, senza tuttavia spaventarvi con riferimenti troppo vicini a voi nel tempo e nello spazio.”
“Alludi per caso alla formula ‘C’era una volta in un lontano paese’, nonna?”
“Sì, ma non per caso. Tua nonna, amore, non parla mai a caso, bensì a ragion veduta. Anche se una fiaba, dicevo, prende le mosse da una situazione realistica, poi in genere si sviluppa per vicende fantastiche che non hanno più nulla a che fare con persone e luoghi reali, ma alludono a condizioni essenzialmente mentali, ed è proprio grazie a questa indeterminatezza spazio-temporale che essa riesce ad assicurare l’auspicato effetto rasserenatorio.”
“In che senso, nonna?”
“Nel senso che, leggendo una fiaba, un bambino può proiettare tranquillamente la figura del padre in un personaggio malvagio (un drago, un gigante, e via dicendo) o la figura della madre in una strega o matrigna, o in quel che vuoi tu, senza sentirsene in colpa. Uccidere un drago o punire una strega cattiva sono eventi situati in epoche e terre talmente lontane che voi bambini, identificandovi nell’eroe che ristabilisce la giustizia, non avete bisogno di confonderle con la vostra particolare realtà. E il compito delle fiabe, ripeto, è appunto questo: tradurre in FORME comprensibili e liberatorie le vostre ansie INFORMI.”
“Quali ansie informi, nonna, di preciso?”
“Che ne so?... il vostro bisogno di essere amati, per dirne una; la paura di essere abbandonati, per dirne un’altra; e poi ancora la vostra angoscia di separazione, la paura di non essere considerati, i vostri tentativi di restare aggrappati ai genitori anche quando venga il momento di affrontare il mondo da soli, eccetera eccetera.”
“Non pensavo che dentro noi bambini ci fossero delle ansie tanto complicate, nonna!”
“Eppure dovresti sapere molto bene che il mestiere di bambino non è dei più facili.”
“In effetti… ”
“Nell’età in cui le fiabe sono maggiormente significative per voi, il vostro principale problema è appunto quello di mettere un po’ d’ordine nel gran caos della vostra mente, affinché possiate capirvi meglio.”
“Puoi essere più precisa, nonna?”
“Alludo al caos che vi deriva dal dover vivere in un marasma di sentimenti contraddittori, tra perfetti grovigli di amore e odio, desiderio e paura, obbedienza e ribellione. Mediante le sue immagini semplici e dirette e i suoi personaggi o totalmente buoni o totalmente cattivi, la fiaba vi aiuta a scindere ogni contraddizione in opposti, consentendovi così di operare una sorta di strutturazione bipolare del mondo. Capisci quello che voglio dire?”
“Sì, nonna. Che il male e il bene sono perfettamente divisi. I personaggi delle fiabe sono tutti o perfettamente buoni o perfettamente cattivi.”
“Infatti. Solo lentamente un bambino arriva ad accettare l'idea che la personalità umana possa contenere anche aspetti di natura dubbia. Non per niente si dice che un bambino conosca per ‘qualità intere’. A seconda dei momenti vede il mondo o come totalmente paradisiaco o come totalmente infernale, per cui adora proiettare nei personaggi negativi tutti quegli aspetti allarmanti che non riesce ad accettare come parti di sé.”
“E che però restano comunque dentro di lui, vero?”
“Certo, ma il processo gli permette di controllare le sue contraddizioni e di conservare, per esempio, una madre interiore dall'infinita bontà anche quando la madre vera non gli appaia più infinitamente buona. Così non resta distrutto dal giudicare cattiva sua madre. Le fiabe, insomma, sanno parlare direttamente al suo inconscio e sdrammatizzargli le tensioni più preoccupanti.”
“Inconscio, hai detto, nonna? Che roba è?”
“Una sorta di cassaforte della nostra mente in cui sono ammassati impulsi, angosce, desideri repressi, tracce di esperienze di cui non si è più consapevoli, ma che in qualche modo continuano a condizionare i nostri comportamenti.”
“E chi li ha rinchiusi là dentro, nonna?”
“Noi stessi, perché ci spaventavano o ci facevano sentire in colpa. Ma le fiabe, caro mio, offrono a voi bambini la possibilità di elaborare in modo fantastico le vostre segrete paure, facendovi apparire risolvibili i compiti che vi trovate costretti ad affrontare. Sarà capitato anche a te, immagino, di desiderare segretamente, che ne so?, di prevalere su un genitore! D’altronde, se ti venisse esplicitamente detto che potresti riuscirci, ciò ti ingenererebbe ansia.”
“E perché mai, nonna?”
“Perché, in tal caso, non potresti più sentirti adeguatamente protetto da una persona così sprovveduta. Ma dal momento che il gigante in cui magari lo proietti è un personaggio fantastico, ecco che puoi tranquillamente immaginare di poterlo sconfiggere, senza per questo rinunciare a sentirti difeso dagli adulti.”
“Nonna, ma io non mi sento quasi mai protetto dai miei genitori. Il babbo è uno sbruffone che ci fa vivere in povertà, mentre secondo me dovrebbe sforzarsi di apparire un po’ più all’altezza del suo ruolo.”
“Sappi che la povertà e la ricchezza, piccolino, sono condizioni molto relative. La vera ricchezza è tutta interiore, credi a me.”
“In che senso, nonna?”
“Nel senso che chi ha imparato ad apprezzare la bellezza, la natura, i sentimenti veri... ”
“Sì, certo”, la interruppe il principino, “ma si è mai visto un principe che non possegga nemmeno uno straccio di mantello, né azzurro né di alcun altro colore, da buttarsi sulle spalle la domenica?”
“Sai perfettamente che i ragazzi di oggi vestono casual anche nei giorni festivi”, ridacchiò sua nonna.
“Non fosse che io sono il figlio del re, il principe ereditario!”, protestò il principino.
“E che cos’ha mai un principe ereditario di diverso dagli altri suoi coetanei? Non siete forse tutti quanti ugualmente insicuri e pieni di dubbi?”
“Riguardo a che cosa, nonna?”
“Riguardo a come dobbiate essere, o meglio, a COME CHI... dobbiate essere, A CHI vi convenga assomigliare in rapporto alle tre fondamentali posizioni umane, di padre, madre e figlio. Non c’è bambino, in altre parole, che, a un certo punto del proprio sviluppo, non cominci a domandarsi se debba continuare in eterno a fare il piccolo che è sempre stato, o non piuttosto sforzarsi di diventare come la sua mamma o come il suo papà. Naturalmente questo stato di confusione mentale gli scatena una tremenda battaglia interiore.”
“Quante battaglie, nonna!”
“Purtroppo. ‘Se davvero voglio svilupparmi’, vi dite a volte senza nemmeno rendervene conto, ‘un giorno o l’altro mi toccherà cercare di sottrarmi a questa maledetta esistenza triadica e lottare per diventare qualcosa di diverso dall'uno o dall'altro dei miei genitori, come dal puro e semplice figlio che sono stato fino a oggi, accudito e accontentato in tutto’. Ma perché questo diventi possibile, caro il mio piccolino, (e cerca di ficcartelo bene in testa!) dovete prima liberarvi del potere che i vostri genitori hanno su di voi, ma soprattutto (impresa assai più ardua!) del potere che voi stessi avete conferito loro a motivo della vostra ansia e del vostro bisogno di dipendenza. Solo così potrete finalmente diventare padroni del vostro destino!”
“Insomma è necessario che l'autorità dei nostri genitori, almeno per un po’, diminuisca, vero, nonna?”
“Certo, tesoro. Ogni figlio, per un certo tempo, deve poter vedere i propri genitori, fossero anche i migliori del mondo, come un patrigno e una matrigna frustranti ed esigentissimi, perché ciò costituisce una tappa inevitabile della sua evoluzione. Ecco perché, mentre per un bambino molto piccolo i genitori sono degli esseri onnipotenti, per il figlio adolescente non rappresentano più nulla finché egli non abbia conseguito la maturità (dopodiché i genitori buoni ricompaiono, eh eh, soppiantando definitivamente quelli cattivi).”
* * *
Era vero. Da un lato il principino sentiva di volere perfettamente bene ai suoi genitori, dall’altro gli capitava spesso anche di detestarli, con tutte le loro richieste, le loro manie, i loro tic, le loro meschinità. Provava anche lui, insomma, quei famosi “sentimenti ambivalenti” a cui sua nonna faceva continuamente riferimento e che gli ingeneravano i più disparati interrogativi: se i suoi genitori fossero davvero delle potenze benevole; se esistesse qualche altra potenza benevola oltre loro; se ci fosse qualche speranza per lui anche se a volte si comportava male; chi o che cosa lo proiettasse nelle avversità; chi o che cosa potesse impedire che gli capitassero dei guai; se potesse ottenere l'amore esclusivo e incondizionato prima dell’uno e poi anche dell’altro genitore; se vi fosse qualche possibilità di eliminare quell'intruso di suo fratello (nato per secondo, e subito divenuto oggetto di attenzioni decisamente esagerate, rispetto a quelle un tempo riservate a lui) e mille altre ancora.
Spesso, inoltre, il nostro principino sospettava che i suoi genitori (o almeno uno dei due) non fossero quelli veri, ma solo persone che millantavano di esserlo e allora si aspettava che un giorno o l'altro i genitori sostituiti potessero ricomparire ed elevarlo alla nobile condizione che gli competeva, per farlo vivere, alla fine, soddisfatto e felice.
Sua nonna, naturalmente, gli spiegava che tali fantasie erano solo salutari, in quanto gli permettevano di dare sfogo alla sua collera segreta senza per questo fargli avvertire alcun senso di colpa. E in effetti a lui piacevano un sacco le fiabe in cui un genitore vero era affiancato da un patrigno o da una matrigna...
“Sai che stanotte”, confidò un giorno a sua nonna, “ho sognato che il babbo era morto?”
“Naturalmente l’hai fatto morire tu” sbadigliò la vecchia. “Almeno in sogno. Ma non preoccuparti, sono le classiche fantasie edipiche.”
“Edipiche?”, si stupì il principe. “E che significa?”
“ ‘Edipico’, tesoro, non è un termine difficile: viene da Edipo, il protagonista di un mito greco.”
“E che cosa fa di tanto interessante questo Edipo nel mito greco?”
“Diventa re uccidendo suo padre e sposando sua madre, la quale, ahilei!, si uccide.”
“Accidenti, che destino!”
“Purtroppo i protagonisti dei miti non hanno scelta: per quanto cerchino di sottrarsi al proprio destino, restano comunque condannati a subirlo fino in fondo. Il destino, nei miti, prevale su tutto. Nelle fiabe, invece, le difficoltà edipiche vengono integrate in processi di sviluppo. Come dire che se nel mito greco Edipo finisce per sposare sua madre (una donna molto più vecchia di lui), gli eroi delle fiabe trasferiscono in un partner non edipico, ovvero della loro stessa età, il loro primitivo attaccamento a un genitore. E voi bambini avete maledettamente bisogno di sapere che il destino NON è qualcosa di ineluttabile, bensì di plasmabile. Ecco perché le fiabe vi si confanno a meraviglia. Il loro messaggio di fondo, infatti, è che una lotta coraggiosa e tenace consente la conquista di una vita migliore.”
“Vuoi dire che non c’è niente di male a sognare di uccidere il proprio padre o di sposare la propria madre?”
“Non nella ‘fase edipica’. E non c’è bambino che non l’attraversi. Si chiama, appunto, ‘complesso di Edipo’ il vostro normale desiderio di sbarazzarvi di uno dei due genitori per avere l'altro in modo esclusivo, con conseguente senso di colpa e timore di mutilazione.”
“E come fa un bambino ad accorgersi di stare vivendo la fase edipica?”
“Non se ne accorge. È una sorta di battaglia che si svolge dentro di lui a sua insaputa, anche se lo fa star male. Tutto quello che avverte è una duplice sensazione: da un lato quella di essere stato spodestato dal genitore del suo stesso sesso nell'affetto dell'altro genitore, mentre quest'ultimo avrebbe preferito di gran lunga lui come partner matrimoniale, dall’altro il timore che l’usurpatore, ancora molto potente, possa intuire i suoi pensieri e perpetrare una terribile vendetta.”
“Insomma la sensazione di non saper bene che pesci pigliare.”
“Appunto. E il complesso di Edipo, mio caro, non è un problema di poco conto, ma il problema CENTRALE di tutta l'infanzia, a meno che un bambino non rimanga fissato a uno stadio ancora più remoto.”
“E le bambine? Sognano anch’esse di sposare la propria madre?”
“Le bambine, naturalmente, sognano di diventare le compagne esclusive del loro papà, soppiantando la mamma.”
“E come si fa a uscire indenni dalle difficoltà edipiche, nonna?”
“Stringendo una forte e attiva alleanza con il genitore del proprio sesso, in modo che, mediante l'identificazione e l'apprendimento cosciente da lui, si possa maturare regolarmente fino all'età adulta. Le fiabe insegnano che usurpare il posto di una persona solo perché lo si desidera intensamente comporta regolarmente la distruzione dell'usurpatore. Meglio accettare il proprio posto di figlio che intestardirsi a pretendere quello di genitore, per desiderabile che la sostituzione possa apparire. Ma la lezione resta valida anche per tutte le altre fasi della vita: l'unico modo per entrare in possesso di ciò che ci spetta è cercare di conseguirlo mediante il nostro operato.”
“Quante complicazioni, nonna!”, sospirò il principino, allontanandosi pensieroso.
* * *
Nelle fiabe, gli aveva detto sua nonna, un bambino proietta in personaggi distinti gli aspetti contrastanti di un suo stesso genitore: quello scettico (che lo sottovaluta) e quello che lo incoraggia (e prevale). Ed era vero che i suoi genitori gli apparivano molto diversi a seconda dei momenti. Quando non riusciva a far bene una certa operazione, per esempio, suo padre poteva dirgli: “Sei proprio un buono a nulla!”, o: “Non combinerai mai niente di buono nella vita!”. E allora lui sentiva di detestarlo. Altre volte, invece, si complimentava con lui: “Bravo il mio ometto!”, gli diceva. “Sei quasi intelligente come il tuo papà!”. E allora lui sentiva di volergli profondamente bene.
Un giorno, mentre sua madre allattava il fratellino di pochi mesi, il principe sentì di detestarlo al punto da volerlo quasi uccidere.
Corse impaurito dalla nonna, che stava leggendo “L’interpretazione dei sogni”, e gemette:
“Ahi, nonna, come si stava bene in braccio alla mamma, un tempo! Che sicurezza! Che tepore!”.
“Hai ragione”, ammise la vecchia, togliendosi gli occhiali. “La prima esperienza conscia di una persona è proprio l'assunzione di cibo. Per i bambini la madre che avviluppa l'infante fra le braccia rappresenta la fonte di ogni cibo, con cui vivere in una specie di simbiosi. E quale bambino non desidera un'esistenza completamente simbiotica con la madre?”
“Quale, nonna?”
“Nessuno. Per un bambino il seno della madre, all’inizio, è tutto. ‘In principio erat mamma’, potremmo dire alla latina.”
“Nel senso che di mamma ce n’è una sola?”
“No, sciocchino, che cos’hai capito? In latino ‘mamma’ significa ‘mammella’. E di mammelle, se mi permetti, noi donne ne abbiamo due. Comunque hai ragione: il seno della madre, all’inizio, è tutto quello che un bambino chiede alla vita e si aspetta di ricevere. Solo che... ”
“Solo che?”
“Solo che, nel momento in cui ha fame e viene allattato, può vivere questa esperienza in modi diversi, nella sua fantasia.”
“Per esempio?”
“Per esempio, se il seno gli viene offerto prontamente, è probabile che egli si figuri di assumere in sé, ovvero di introiettare psichicamente, un seno-oggetto buono, avvertendo di conseguenza anche se stesso come buono. E poiché questo gli dà sicurezza, non può che influenzare positivamente i successivi rapporti con l'oggetto. Se il seno, invece, gli viene offerto con ritardo, lasciandolo a lungo affamato, è probabile che si senta indotto a mobilitare impulsi aggressivi, a fantasticare un seno-oggetto cattivo e ad avvertire anche se stesso come cattivo.”
“Be’, ma allora le madri dovrebbero stare molto attente a non far aspettare un bambino, quando ha fame.”
“Sicuro! Il rapporto con il mondo comincia e si sviluppa proprio all'insegna delle fantasie inconsce che caratterizzano l'attività psichica in quella fase. Solo più tardi arriva il momento dello svezzamento.”
“Svezzamento?”
“Già. O divezzamento. Il passaggio da un’alimentazione esclusivamente lattea a una mista, come recitano i trattati di pediatria. Ma non spaventarti, lo svezzamento è solo il momento in cui la madre esercita il potere della privazione orale e pretende che il bambino impari ad arrangiarsi con ciò che il mondo esterno ha da offrirgli. La complicazione sta tutta nel fatto che per un bambino l'espulsione dal paradiso della prima infanzia (o ‘rinuncia alla dipendenza orale’) è accettabile soltanto se può guardare con realistica fiducia a ciò che il suo corpo e i suoi organi potranno fare per lui.”
“E dove prende questa fiducia, nonna?”
“Dagli incoraggiamenti che ha ricevuto e, perché no?, anche dalle fiabe. Un bambino, sconvolto dal fatto che la madre non lo serva più senza far domande, ma avanzi delle richieste, immagina che quando lo allattava e creava un mondo di beatitudine orale lo facesse solo per ingannarlo, un po’ come la strega di Hänsel e Gretel, per intenderci. Che lo allattasse per allettarlo, se mi consenti un gioco di parole.”
“Adoro quella fiaba, nonna!”
“Lo so bene. Mi è toccato raccontartela un sacco di volte! In Hänsel e Gretel, però, la casa di marzapane (una casa, attento!, che si può pappare) rappresenta a un tempo la regressione all'avidità orale e l'irresistibile tentazione di assecondarla. Ma se un bambino restasse perpetuamente immerso in un'esistenza basata sulle soddisfazioni più primitive, non potrebbe mai diventare un individuo autonomo. E così, a un certo punto, sua madre deve assolutamente smettere di allattarlo, se vuole favorirne lo sviluppo: come dire che i desideri incorporativi, se protratti eccessivamente a lungo e non sublimati, possono diventare terribilmente distruttivi.”
“Povero bambino!”
“Lo so, lo so. La speranza del bambino sarebbe quella di continuare a ‘ricevere’ in eterno, ma con l'aumento delle sue capacità i genitori devono sforzarsi di apparirgli sempre meno disposti a prodigarsi per lui, anche se questo ‘spossesso del regno della prima infanzia’ è la più grave delusione della sua giovane vita. Ecco perché, acquistando consapevolezza delle ‘limitazioni’ dei suoi genitori, il bambino tende a ricavare soddisfazioni a livello fantastico: fantasie oltre il presente, che gli rendano tollerabili le frustrazioni della realtà.”
“Credi che mi sia abbandonato anch’io a fantasie del genere, nonna?”
“Certo, tesoro. La fantasia accompagna in modo costante le nostre esperienze di realtà, interagendo assiduamente con esse.”
“Che buffa idea quella di mangiare una casa di marzapane, però!”
“Non fosse che, come ti ho detto, la casa di marzapane rappresenta la madre. E Hänsel e Gretel, non potendo mangiare la madre, devono accontentarsi di mangiarne la rappresentazione simbolica.”
“La strega della fiaba, però, vuole mangiare i bambini veri, i bambini in carne e ossa, e c’è una bella differenza, nonna, se permetti!”
“La differenza più importante sta nel fatto che il mangiare dei simboli, anziché la cosa reale, non comporta rischi. Interiorizzata, però, la necessità dell'azione intelligente e dell'industriosità (o capacità di ricavare qualcosa di buono anche dai materiali meno promettenti), i due bambini, come ricorderai, sono pronti a tornare a vivere felicemente con i loro genitori.”
“Ricordo anche, nonna, che Hänsel e Gretel portano in dono un ricco bottino di perle e di pietre preziose, quando tornano a casa.”
“A significare che se, come bambini dipendenti, erano stati un peso per i loro genitori, al loro ritorno, invece, ne diventano il sostegno. La morale della storia, insomma, è una sorta di monito contro la regressione.”
“Vuoi dire che bisogna trovare a tutti i costi la forza di dire addio all’infanzia, nonna?”
“Certo.”
“Ma quando termina questa benedetta infanzia, di preciso?”
“Quando la fiducia in un'inesauribile e magica riserva di nutrimento si dimostra, appunto, una fantasia lontana dalla realtà.”
“Come fai a sapere tutte queste cose difficili, tu?”
“Ho letto, ho studiato, ho osservato, ho riflettuto... Alla fine della fiaba, ti dicevo, Hänsel e Gretel riconoscono i pericoli del ritorno alla fase della dipendenza e della passività. Capiscono che, per sopravvivere, occorre sviluppare l'iniziativa e progettare l'azione, integrando il cosiddetto ‘principio di piacere’ con il ‘principio di realtà’.”
“Come sarebbe a dire, nonna?”
“Il ‘principio di piacere’ è la nostra tendenza a ottenere il soddisfacimento immediato dei nostri bisogni, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze future. Il ‘principio di realtà’, invece, quello che ci porta a pazientare, ad accettare molte frustrazioni per ottenere ricompense veramente durevoli più avanti nel tempo. Ma se vogliamo conseguire l'integrazione della personalità, piccolino, dobbiamo prima imparare a disciplinare i nostri desideri istintivi. Ti basti sapere che, per aver agito in base al puro principio di piacere, Cappuccetto Rosso regredisce a una forma d'esistenza addirittura prenatale, quella in cui il grembo materno le aveva offerto sicurezza da tutti i pericoli. Così viene proiettata nella tenebra del bosco interiore (la pancia del lupo), ove si prepara ad accogliere una luce nuova, ovvero una migliore comprensione delle proprie esperienze emotive, unita alla percezione dei pericoli insiti nell'assecondare i desideri edipici.”
“Riassumendo, nonna, potremmo dire che le fiabe non sono affatto campate in aria, ma hanno molto a che fare con i nostri problemi reali, vero?”
“Verissimo. Sono, infatti, la traduzione in forme narrative dei vostri più importanti conflitti.”
“Però non sarebbe affatto brutto se la realtà fossero le fiabe e le fiabe la realtà...”
“Che vuoi dire?”
“Che, se così fosse, la vita reale sarebbe molto più semplice, no? Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, senza possibilità di equivoci. E con la vittoria dei Buoni sempre assicurata. Allora sì che varrebbe davvero la pena di vivere da buoni!”
Da quando, in casa, era arrivato quel brutto piscialletto di suo fratello con il suo perpetuo bisogno di assistenza, il principino era attanagliato da dubbi cocenti. Ma chi l’aveva chiamato, quello lì? Non bastava già lui a riempire di gioia la vita dei suoi genitori?
Così, a poco a poco, aveva cominciato a paventare un vero e proprio ripudio da parte dei suoi genitori, a sospettare che in lui o nei suoi desideri ci fosse qualche grave colpa, tale da giustificare quella che andava percependo come una vera e propria caduta a picco nell’inferno, dopo il felice Eden della prima infanzia.
“Sai, nonna”, disse un giorno alla sua navigata consigliera, “che da un po’ di tempo mi è venuto un sospetto?”
“Quale sospetto, caro?”
“Che il babbo e la mamma ne abbiano abbastanza di me, che si siano stancati di volermi bene e intendano occuparsi soltanto di quell’odioso poppante piovuto in casa da non si sa dove.”
“Va là, va là, scioccherello. Sono sensazioni che TUTTI i bambini provano, prima o poi, all’arrivo di un fratellino o di una sorellina!”, gorgogliò la vecchia.
* * *
Un brutto giorno, tuttavia, le sue paure si rivelarono meno infondate di quanto sua nonna gli avesse assicurato. I suoi genitori, infatti, buttarono là la frase che se per caso aveva voglia di vedere un po’ il mondo, o di partire in cerca di avventure... be’, loro non avrebbero avuto proprio nulla da ridìre.
Da un lato il principino ci rimase male, dall’altro capì l’antifona e decise che, a quel punto della sua vita, una bella esperienza di viaggio o di allontanamento dalla casa parentale non sarebbe poi stata del tutto negativa. Magari gli avrebbe anche dischiuso qualche prospettiva interessante...
“Amore”, lo confortò sua nonna. “In fondo hai già fatto le prove del tuo primo viaggio importante tanto tempo fa, quando, ascoltando la mia prima fiaba, ti identificasti nell’eroe che si allontanava da casa in cerca di AVVENTURE... e soprattutto (fuori dai simboli) in cerca di se stesso.”
“Sì, lo so, nonna, me l’hai già detto tante volte.”
“E come mai, allora, non hai ancora capito che i viaggi degli eroi sono soprattutto viaggi all'interno della mente?”
“Perché a me, invece, adesso tocca partire per davvero.”
“Ah, sì? E di che cosa hai paura, di preciso?”
“Di poter fare dei brutti incontri, per esempio. So perfettamente che, una volta partiti, gli eroi non tardano a perdersi in un BOSCO o in un'immensa e tenebrosa FORESTA, dove non mancano di incontrare orchi, streghe, animali feroci, e chi più ne ha più ne metta. Ma chi mi assicura che saprò sempre essere all’altezza della situazione, nonna?”
“Vedi che non ragioni? Proprio perché appartieni a una fiaba (Una volta c’era, per la precisione), non dovresti dubitare minimamente di come l’esperienza andrà a finire.”
“Vuoi dire che anche in questo caso il lieto fine è assicurato?”
“Più o meno. Quanto a orchi, streghe, animali feroci, ti ho già spiegato che cosa significano.”
“Dimmelo ancora, nonna, te ne prego.”
“Non sono che simboli, ovvero la semplice traduzione in FORME comprensibili e liberatorie delle ansie INFORMI che vi attanagliano alla vostra benedetta età.”
“Ah, già, le ansie informi... il nostro bisogno di essere amati, la nostra paura di essere abbandonati, i nostri tentativi di restare aggrappati ai nostri genitori anche quando venga il momento di affrontare il mondo da soli.”
“Grazie ad adeguati processi di equivalenza simbolica, i vostri più feroci nemici interiori diventano infatti, a seconda dell’età, il lupo cattivo, l’orco, il fantasma, il vampiro, il mostro, lo zombie e così via.”
“Dall’astratto al concreto, per sintetizzare, vero, nonna?”
“Appunto. Per un bambino le paure astratte (quelle senza nome e senza volto, per intenderci) sono decisamente le più difficili da sopportare: meglio per lui trovarsele esteriorizzate in creature ben precise, per quanto raccapriccianti.”
“Ma qual è, esattamente, la nostra maggior paura, nonna?”
“Il mostro che un bambino conosce meglio e che considera più preoccupante in assoluto è quello che sente o teme di essere, e che a volte arriva a perseguitarlo. Le fiabe gli consentono di intesservi sopra delle fantasie liberatorie, aiutandolo, così, ad esorcizzarlo e sconfiggerlo. Senza tali fantasie, un bambino rimarrebbe eternamente in balia delle proprie peggiori ansie.”
“E va bene, cercherò di fare del mio meglio, allora.”
“Dai retta a me, piccolino, parti tranquillo e vedrai che tutto andrà come deve andare. Sappi, comunque, che non escludo di poterti seguire da vicino, magari in forma di aiutante magico, o di grillo parlante... ”
“Non mi avrai mica nascosto di avere dei poteri magici, nonna, eh?”
“E che ci sarebbe di strano, se così fosse?”
“Nonna!”
“Okay, okay, stavo solo scherzando.”
“E tuttavia, se dovessi scoprire che possiedi davvero dei poteri magici, se non altro capirei come tu faccia a conoscere tutte queste cose complicate senza essere mai andata a scuola un solo giorno, nonna.”
“Che vuoi farci? C’è chi ha bisogno di andare a scuola e chi, invece, può permettersi di costruirsi una solida cultura tutta da sé.”
“Lo so, lo so che sei un’autodidatta, nonna. Ma riassumendo, faccio bene a partire oppure no?”
“Certo che fai bene a partire! Sganciarsi dai propri genitori è un passo importantissimo, anche se fa perdere dei vantaggi. In ogni caso, il più delle volte al vostro ritorno ve li ritrovate ancora lì, in trepida attesa, pronti a volervi bene come prima e a gioire di soddisfazione se solo possono constatare che siete riusciti a cavarvela anche senza di loro.”
“Ma allora perché ci mettono al mondo, se poi godono così tanto nel vedere che ce la caviamo senza di loro, nonna?”
“Semplicemente perché queste sono le regole del ‘gioco dei genitori’!”
“ ‘Gioco dei genitori’? Vuoi dire che anche quello di fare i genitori è un gioco, nonna?”
“Una specie di gioco, nel senso che anche nell’essere genitori, come in tutti i giochi, ci sono regole, ruoli, comportamenti, spazi, luoghi eccetera.”
“E chi vince a questo gioco, nonna?”
“Vincono quei genitori che, appunto, riescono a portare i propri figli all’autonomia. Per un adulto che abbia deciso di giocare al ‘gioco dei genitori’, infatti, la vittoria consiste esattamente nell’ottenere questo tipo di risultato, il solo che gli possa confermare di aver impartito al proprio figlio l’educazione giusta, capisci?”
“Sì, certo, lo so, ma... ma riuscirò a cavarmela anch’io senza i miei genitori, nonna?”
“Certo che ci riuscirai, tontolone! Non avrai difficoltà, dopo i miei insegnamenti, a interpretare nel modo giusto gli avvenimenti che ti capiteranno”, tagliò corto la vecchia.
* * *
“Eccomi praticamente espulso dal paradiso originario dell'infanzia”, piagnucolò il principe un istante prima di abbandonare il rassicurante tepore del suo focolare domestico. “Be’, nel mio caso il termine ‘paradiso’ mi sembra francamente esagerato”, si corresse, “considerando che non proprio TUTTI i miei desideri di bambino sono stati puntualmente soddisfatti senza alcuno sforzo da parte mia. Spesso, anzi, adesso che ci penso, mi sono dovuto impuntare in capricci estenuanti, prima di venire esaudito. Ma visto che essere cacciati di casa, come dice la nonna, simboleggia la necessità di diventare se stessi, e che l'autorealizzazione esige l'abbandono dell’orbita parentale, non mi resta che smammare... sì, proprio nel senso di dire addio alla mamma.... ih, ih, ih, come sono triste!... Vabbè, pazienza. Vedrò di stare via solo il tempo strettamente necessario a conseguire questo benedetto risveglio a un livello superiore di umanità per poi tornare a rilassarmi come piace a me. Certo, dovrò correre anch’io i miei bravi rischi e affrontare le mie brave peripezie, ma se riuscirò a vincere quest’inevitabile battaglia contro le mie stesse contraddizioni interiori eliminando ogni turbolenza esterna ed interna, dopo potrò finalmente vivere Felice & Contento fino alla fine dei miei giorni. Partirò, dunque, senza ulteriori indugi.”
* * *
Fu così che il nostro principe, sottratta una semplice accetta dal laboratorio del babbo (un patito del Fai-da-te), infilò l’uscio della catapecchia e si allontanò mormorando: “Addio, casina mia... per piccina che tu sia, mi sembravi comunque una badia... ih, ih, ih!”.
Naturalmente viaggiava a piedi, perché figuriamoci se, povero in canna com’era, poteva permettersi un cavallo.
(“Scusa tanto”, gli aveva detto suo padre prima di impartirgli la benedizione di prammatica, “ma a che ti serve la mia accetta?”. “Non lo so, esattamente”, aveva risposto il principe, arrossendo un poco. “Ma ho la netta sensazione che potrà tornarmi utile.”)
* * *
Ad attraversare il regno paterno ci mise una manciata di minuti, perché i confini dello stesso coincidevano esattamente con quelli del campicello domestico. Tutto quello che si stendeva di là da esso (boschi, monti, valli) era già stato ceduto da un pezzo a un odioso re confinante, notoriamente dedito all’usura. E suo padre, perennemente a corto di liquidi, non si era peritato di cadere nelle sue trappole. Anzi, di debito in debito, aveva finito per inguaiarsi al punto che un brutto giorno, a parziale risarcimento delle rate inevase, aveva dovuto cedergli tutte le sue terre. Quando sua moglie, la regina, l’aveva saputo, era montata su tutte le furie. C’erano stati litigi furiosi, scazzottate. Erano volate suppellettili e parole irripetibili, anche in sua presenza, tanto che il principino si era lasciato scappare più volte la considerazione: “Oddio, mio padre mi sembra diventato un orco!” (non che sua madre gli ricordasse esattamente una fata, in quei momenti, a dire il vero)...
L’unica a non perdere la testa, in mezzo a tanto sfacelo, era stata sua nonna che un giorno, vedendolo particolarmente depresso e sofferente, gli aveva ribadito come fosse normale, sì, assolutamente normale che, a seconda delle circostanze, i bambini tendessero a vedere il mondo o come interamente paradisiaco o come interamente infernale, per cui se anche suo padre, in quel periodo, gli sembrava un orco, poteva stare certo che, prima o poi, la sua immagine sarebbe tornata ad apparirgli perfettamente accettabile. Doveva solo lasciar fare al tempo fino ad accettare l'idea che la personalità umana possa contenere anche aspetti di natura contraddittoria.
* * *
Cammina cammina, il nostro eroe arrivò a un bosco talmente fitto e oscuro che se ne sentì subito, paradossalmente, rassicurato: visto che perdersi doveva, perdersi là dentro sarebbe stato un gioco da ragazzi.
“È esattamente come l’ho sempre immaginato!”, trillò tra sé. “Il classico bosco in cui si comincia finalmente a comprendere CHI si voglia essere. Non mi resta che appassionarmi, dunque, alla ricerca di me stesso.”
Ciò pensato, sparì tra le felci.
“Accidenti, che oscurità! Che intrichi! Che inquietudine!”, prese a lamentarsi subito dopo. Non se la sentiva già più di accarezzare delle fantasie ottimistiche, ma cercò di tener duro.
“La nonna dice che smarrirsi in una foresta irta di pericoli, in una fiaba, significa abbandonare la sicurezza dell'infanzia, e che staccarsi dalla casa dell'infanzia per crearsi un'esistenza indipendente è qualcosa di inevitabile e necessario. Solo se saprò affrontare con coraggio le mie ansie, dunque, riuscirò a sapere chi sono in realtà. Il mio compito, per adesso, è quindi quello di cercare di sopravvivere con le mie sole forze alle dure e spaventevoli prove che mi si pareranno davanti.”
D’improvviso il rumore di uno schianto gli gelò il sangue. Si fermò, rizzò le orecchie, dilatò gli occhi, aspettò, trepidò, ma non accadde nulla.
Pensò a sua nonna.
“Ah, nonnina, se tu fossi qui!”
Un secondo schianto, un istante dopo, gli fece accapponare la pelle.
Per qualche minuto non ebbe il coraggio di muoversi, né di guardarsi attorno. “Nonna, nonna, dove sei? Ho paura! Dammi un consiglio! Voglio tornare indietro!”
Non aveva finito di lanciarle il suo S.O.S. mentale che una vocina prese a squittirgli in testa:
“Guarda che soltanto integrando il tuo desiderio di rimanere vincolato al passato con l'impulso a tendere verso un nuovo futuro potrai conseguire un'esistenza riuscita.”
“Sei tu, nonna? Dove sei? Ti sento vicina.”
“Non temere, piccolino. Come ti dissi prima della partenza, sei solo il protagonista di una fiaba che, anche se piuttosto speciale, finirà come ogni altra fiaba di questo mondo, ovvero lietamente. Non dimenticare che gli ingredienti di fondo delle fiabe (le PERIPEZIE e il LIETO FINE) sono gli stessi da secoli.”
“Non potrei passare direttamente al finale, in tal caso?”
“Eh, no! Devi prima affrontare le peripezie di rito, esperienze assolutamente salutari e determinanti per voi bambini.”
“In che senso?”
“Nel senso che solo grazie a esse riuscirete a consolidare la vostra capacità di speranza, a considerare ogni vostra batosta solo momentanea, accessoria, non pregiudizievole del successo finale, una sorta di inevitabile scotto da pagare, semmai, per averlo. Nelle fiabe nessuno si arrende al proprio destino e i brutti anatroccoli diventano regolarmente degli splendidi cigni. Affronta, dunque, con fiducia la tua dose di peripezie, se vuoi approdare lietamente al... lieto fine. Non sarai né il primo, né l’ultimo a sentirti momentaneamente incapace di trovare il sentiero da cui uscire dal bosco, salvo poi risolvere come qualunque altro eroe che si rispetti il complicato garbuglio della tua crisi interiore, puntando sparato verso la vittoria.”
“Non ti nascondo, nonna, che la sensazione di smarrimento in una fitta e buia foresta non è per niente esaltante”, balbettò il principe.
“Tira un bel respiro profondo e rimettiti in cammino”, gli suggerì la vocina, “se vuoi uscire vincitore da quella che, tutto sommato, non è che la solita banale avventura dell’umana maturazione.”
* * *
Man mano che procedeva, il principino sentiva progressivamente attenuarsi il rancore provato nei confronti di suo padre al momento del congedo. Non gli era piaciuta, in particolare, l’aria di soddisfazione che aveva avuto l’impressione di scorgergli in faccia, quasi che quel brutto egoista fosse segretamente contento di liberarsi di lui.
“La nonna mi ha consigliato di comportarmi come tutti gli eroi delle fiabe. Devo solo ricordarmi che le fiabe, per loro natura, parlano il linguaggio dei simboli, anziché quello della realtà di tutti i giorni!”
Proprio in quell’istante un grosso ramo d’albero gli si fiondò davanti all’improvviso, con un crepitio sinistro. La gran capocciata che ci diede contro lo fece riscuotere dalle sue elucubrazioni. Lì per lì cadde, ma subito dopo, stoicamente, si rialzò.
“Accidenti a questa stupida foresta simboleggiante l'oscuro e quasi impenetrabile mondo del mio inconscio!”, imprecò. “Sarà anche vero che devo imparare a rinunciare all'organizzazione della vita di cui godevo nella casa parentale per costruirmi delle solide strutture autonome, ma l'impatto con questo dannato ramo non è stato per niente piacevole. Mi sta addirittura spuntando un bernoccolo. Uffa. Sono entrato in questo bosco da pochissimo e già non vedo l’ora di sfangarmela via, ovvero di trovare al più presto la strada per diventare me stesso e riemergere dalla mia avventura a un livello d’umanità più sviluppato. E tuttavia so molto bene che dovrà prima apparirmi tutta una serie di creature variamente inquietanti (orchi, streghe, animali feroci e via dicendo), con cui fare simbolicamente i conti. Ah, come rimpiango il rassicurante focolare domestico! Ah, come mi manca il tranquillo paradiso di un tempo! Ah, com’è cambiata la mia vita da quando ho cominciato ad affrontare le stressanti prove della maturazione interiore. Mammina, mammina, dove sei? Se è vero che il ricordo della buona madre idealizzata dell'infanzia può continuare a confortarci anche nelle peggiori difficoltà della vita, rendendocela più sopportabile, sostienimi adesso, in questo duro momento di lotta per l'integrazione della mia personalità!”
* * *
Di lì a pochi istanti, due testardi occhi di lupo presero a fissarlo con cattiveria di dietro un sipario di frasche.
“Eccoci alla scena clou: l’incontro con il Lupo Cattivo!”, rabbrividì il principe, comunque deciso a ostentare sicurezza. E prima ancora che l’orribile bestione gli rivolgesse la parola, scandì:
“Guarda che non sto affatto andando dalla nonna, se proprio vuoi saperlo!”
“Chi se ne frega di dove stai andando”, ribatté il lupo. “Noi animali pericolosi delle fiabe abbiamo solo il compito di rappresentare gli istinti selvaggi, non ancora assoggettati al controllo della razionalità.”
“Credi che non lo sappia? Non sono poi così digiuno di psicanalisi.”
“Digiuno... digiuno... questa parola mi ricorda qualcosa... ah, sì, il fatto che non mangio da parecchie ore. Non senti come mi brontola lo stomaco? Credo di avere le ragnatele nella pancia.”
“E vorresti riempirtela con me?”
“Non l’ho ancora detto.”
“Ma l’avrai sicuramente pensato. Accomodati pure, dunque. Non c’è problema. Sono pronto a farmi divorare. Mia nonna mi ha già anticipato lo sviluppo della faccenda.”
“Che cosa ti ha anticipato, scusa?”
“Che quand’anche dovessi finire nella tua pancia, non morirei davvero, ma solo per rinascere in una forma più elevata. Un po’ come successe a Cappuccetto Rosso, per intenderci.”
“Ah, sì? E chi sarebbe questa Cappuccetto Rosso?”
“Dai, non fare il finto tonto: la squinzetta che, perduta l'innocenza dell'infanzia e affrontati i pericoli in agguato dentro se stessa e nel mondo, rinacque con una migliore comprensione delle proprie esperienze emotive, unita alla percezione dei pericoli insiti nell’assecondare i desideri edipici.”
“Guarda guarda!”
“Bando ai convenevoli, dunque, e spalanca pure le fauci.”
“Fossi in te, non sarei così sicuro di poter rinascere ad alcun livello d’esistenza, né superiore, né inferiore, una volta che ti avrò divorato.”
“Piantala, lupo.”
“Piantala tu, piuttosto. Qua si stanno mettendo in discussione le mie capacità ingestive e digestive, poffalbacco! Ho una mia dignità da difendere.”
“Va là, va là. Confessa di essere rimasto alquanto spiazzato dalla mia reazione. Pensavi di cavartela come da manuale, procedendo alla solita truculenta scena della pappazione dell’eroe, e invece ti sei ritrovato a fare i conti con un personaggio tutt’altro che sprovveduto.”
“Ne sei davvero convinto?”
“La storia di Cappuccetto Rosso avverte che la sosta nella pancia del lupo è solo temporanea.”
“Interessante. E che cos’altro sai, sbruffoncello?”
“Un sacco di cose. La nonna mi ha preparato per filo e per segno a questa specie di rito di passaggio.”
“Vuoi dire che, non contenta di averti rintronato la testa di fiabe, te ne ha pure fornito le spiegazioni?”
“Le istruzioni per l’uso, se preferisci.”
“Errore gravissimo!”
“E perché mai?”
“Perché il compito delle fiabe è semplicemente quello di infondere speranza nel futuro tramite la promessa di un lieto fine, senza impartire alcun insegnamento esplicito.”
“Cioè, secondo te, la nonna avrebbe sbagliato a decodificarmi i significati delle fiabe?”
“Sbagliato è dir poco. Spiegare a un bambino a quali aspetti della sua psiche corrispondano i vari personaggi che incontra nelle fiabe equivale a defraudarlo di un beneficio quanto mai necessario. E noi Lupi Cattivi che ci staremmo a fare, scusa, se la nostra funzione simbolica dovesse essere sbandierata ai quattro venti? Che capacità di suggestione avremmo più?”
“Perché escludere che una spiegazione razionale possa anche arricchire un bambino, almeno in certi casi?”
“Perché è bene che un bambino rimanga INCONSAPEVOLE delle proprie pressioni inconsce (soprattutto di quelle più sadicamente vendicative), se non si vuole che ne resti distrutto.”
“E chi lo dice?”
“Tutti i luminari del settore. Senza un periodo di fede nella magia o di pensiero magico, un individuo non sarà mai in grado di affrontare le durezze della vita adulta. I soggetti prematuramente deprivati della fede nella magia e costretti a vedere la realtà con occhi da adulto continueranno a cedere con eccessiva facilità alla tentazione di rifugiarsi in pseudo-paradisi quali quelli indotti, per esempio, dalla droga. Più si è insicuri nel proprio intimo, più ci si sente disposti ad aggrapparsi a proiezioni infantili d’ogni sorta, e a soluzioni da fiaba.”
“Ti assicuro che, per quanto mi riguarda, avevo già creduto sufficientemente a lungo in questo tipo di soluzioni. Doveva pur arrivare il momento della razionalità.”
“Sì, ma tua nonna avrebbe fatto meglio ad astenersi dal chiarirti con tanto anticipo la simbologia delle fiabe. Che bisogno ne aveva? Non le bastava comunicarti l’idea di fondo che solo lottando contro le difficoltà della vita saresti riuscito a conseguire la maturazione?”
“Uhm, credo che la nonna si sia lasciata sfuggire le prime spiegazioni razionali per pura esasperazione. Ricordo che una sera insistetti così a lungo affinché mi narrasse daccapo una certa fiaba a me particolarmente cara che a un certo punto mi guardò dritto negli occhi e sbottò: ‘Ascoltami bene, piccola peste: non ti pare di avermi stressata abbastanza, per oggi? Che ne diresti di addormentarti, finalmente, e di lasciare un po’ di respiro anche a me? Sarà anche vero che le fiabe vi consentono di identificarvi in eroi che, pur costretti a uscire da soli nel mondo, sono comunque sostenuti nelle difficoltà e riescono, alla fine, a trovare se stessi, ma dal momento che sono due ore filate che ti racconto la medesima storia, non trovi che abbia diritto anch’io ad andare a nanna, a questo punto?’ ”
“Non aveva tutti i torti, poveretta.”
“Poveretto io, soprattutto. Ci rimasi terribilmente male. Non sapevo ancora che, quando una figura affettuosissima come quella della nonna si trasforma all'improvviso in un’altra che minaccia il tuo stesso senso di identità, la prima reazione a portata di mano, per un bambino, è proprio quella di cercare di sdoppiarla in immagini separate.”
“Conosco il meccanismo: la nonna spazientita e con gli occhi iniettati di sangue non era più la stessa di un momento prima. Si era trasformata in una sorta di orchessa. E tu non vedevi l’ora che riemergesse la nonna buona. ”
“Appunto. Ma quel fugace accenno al meccanismo dell’identificazione aveva attirato il mio interesse e fu così che, nei giorni seguenti, presi a tempestarla di domande.”
“E lei?”
“Dapprima si schermì, poi, intuendo che non le avrei dato tregua, cominciò a decodificarmi a poco a poco l’intero armamentario simbolico delle fiabe: gli ingredienti ricorrenti, le potenzialità terapeutiche e via dicendo.”
“Che sciocca!”
“Perché sciocca?”
“Perché, così facendo, ti espose a rischi tutt’altro che lievi. Rispetto al modo di funzionare della mente di un bambino le spiegazioni scientifico-razionali non sono meno estranee degli eventi soprannaturali per l’intelletto maturo. Il pensiero del bambino resta animistico fino all'età della pubertà, capisci? (‘Alla nuvola Olga scappava tantissimo la pioggia’, recita, per esempio, un librino di Nicoletta Costa). Un bambino crede che tutto ciò che si muove sia vivo, e che perciò comprenda e senta come lui. Gli insegnamenti razionali degli adulti non scalfiscono minimamente la sua modalità di conoscenza profonda. Per un bambino che voglia sentirsi sicuro sulla terra è di maggiore conforto sapere che essa poggia sul dorso di una tartaruga che apprendere che galleggia nello spazio cosmico attratta dalla gravità. In base alla sua esperienza, infatti, un bambino pensa che tutto debba poggiare su qualcosa.”
“E quindi?”
“E quindi NON BISOGNEREBBE ASSOLUTAMENTE MAI SPIEGARE A UN BAMINO I SIGNIFICATI DI UNA FIABA. Essa gli appare convincente proprio perché si conforma al suo modo di pensare e di percepire il mondo. I suoi processi interiori, voglio dire, possono chiarirglisi solo attraverso immagini che parlino direttamente al suo inconscio.”
“Sei proprio sicuro che le immagini evocate dalle fiabe sortiscano tale effetto?”
“Più che sicuro. Il bambino sente che la fiaba ha qualcosa di importante da dirgli circa la sua situazione interiore del momento, ma deve essere lasciato perfettamente libero di godere delle cose fantastiche che la fiaba gli racconta. L'insegnamento che, se vuole conquistare un obiettivo, non dovrà arrendersi ai primi insuccessi, è efficace solo se comunicato in modo casuale, tendente a indicare che la vita è così, non come una morale o un precetto.”
“Non si farebbe prima a dirgli con chiarezza: ‘Attento a non arrenderti ai primi insuccessi della vita!’, o ‘Solo chi affronta con costanza e determinazione la lotta contro gli ostacoli riuscirà a strappare la vittoria finale’? Che bisogno c’è di ammannirgli tutte quelle ridicole panzane?”
“Le spiegazioni o gli insegnamenti realistici vanno contro le sue esperienze interiori, lo informano senza arricchirlo, lo lasciano confuso, soverchiato e intellettualmente sconfitto.”
“Be’, non esageriamo. ‘Soverchiato’ mi sembra una parola francamente eccessiva. A tantissimi bambini viene semplicemente IMPOSTO, dietro minaccia di severi castighi, di subordinarsi ai dettami degli adulti, e non mi risulta che alcun bambino sia mai morto solo per questo. I bambini si adeguano e basta, non foss’altro che per evitare i castighi.”
“Un atteggiamento così autoritario impedisce a un bambino di conseguire una vera maturazione. La fiaba è allusiva: indirizza i suoi pensieri senza dirgli esplicitamente come debba essere. Gli permette, anzi, di trarre da solo le giuste conclusioni.”
“A dire la verità, quando leggo una fiaba non mi chiedo mai se abbia o no qualcosa da insegnarmi. Me la gusto e basta. A proposito, non trovi che si stia facendo tardi? Che cosa aspetti a divorarmi?”
“Accidenti, me ne stavo dimenticando. Certo che ti divoro! Sono qui per questo. Per noi lupi delle fiabe divorare l’eroe di turno è un must. Guarda che bei denti aguzzi ho!”
“Sono così aguzzi solo per far capire bene a noi bambini che i nostri primitivi desideri incorporativi, se protratti troppo a lungo e non sublimati, diventano distruttivi. Il lupo che inghiotte Cappuccetto Rosso insieme alla nonna simboleggia la sua anteriore oralità cannibalistica, da cui deve emendarsi. Insieme alla sua paura di essere divorata da conflitti più grandi di lei.”
“Be’, visto che sai già tutto, ti ingoio e buonanotte.”
“Lascia che ti ricordi un’ultima cosa: l'avidità orale del lupo, per sua sfortuna, è anche la sua rovina!”
“Sì, ma noi Lupi Cattivi esprimiamo soprattutto la VOSTRA personale cattiveria, la VOSTRA personale propensione all'azione violenta o irresponsabile per il raggiungimento dei VOSTRI scopi, oltre che la VOSTRA angoscia di poter essere divorati. D’altronde, se il Lupo Cattivo non avesse attrattiva su di voi, non avrebbe nemmeno alcun potere su di voi. Ecco perché Cappuccetto Rosso è universalmente amata. Per quanto virtuosa essa sia, infatti, si lascia tentare, e nello stesso tempo avverte che fidarsi troppo espone a trappole.”
“In ogni caso, per lei poi arriva il buon cacciatore che, al momento giusto, la tira fuori dalla pancia del lupo.”
“Il che non significa che ci sarà un cacciatore anche per te. Adesso spalanco la bocca e ti ingoio in un sol boccone.”
“Peccato solo”, gridò il principe all’improvviso, “che io abbia portato con me questa provvidenziale accetta!”
E, toltosi l’arnese di tracolla, gli menò sul capo un fendente talmente vigoroso da squarciarglielo all’istante in due orrende metà. Il bestione si afflosciò al suolo in una pozza di sangue. Il principe, lì per lì, ci rimase male, poi fece spallucce e sospirò:
“Be’, non è la prima volta, in fondo, che in una fiaba si diano degli effetti pulp!”.
Accucciatosi a terra, il principe prese ad aspettare l’apparizione di qualche animale salvatore che lo aiutasse a uscire dal bosco senza ulteriori perdite di tempo. Nell’attesa, optò per una meditazione zen.
“Anche noi bambini”, prese a dirsi, “sappiamo essere un po’ filosofi, a volte, nel senso che anche noi bambini cerchiamo delle risposte sensate da dare agli eterni interrogativi dell’uomo (‘Chi sono? Come devo comportarmi di fronte ai problemi della vita? Cosa devo diventare? Da dove sono venuto? Come si è formato il mondo? Chi ha creato l'uomo e tutti gli animali? Qual è il fine della vita?’).”
Fu a quel punto che una specie di frullo lo fece sobbalzare.
Si guardò attorno e non scorse nulla. Aspettò qualche altro minuto e finalmente, da un cespuglio laterale, vide emergere un galletto arancione a pallini rossi e blu.
“E questo da dove salta fuori?”, esclamò.
Il galletto, dopo averlo salutato con un baldanzoso chicchiricchì, lo invitò a seguirlo.
“Sei un animale salvatore?”
“Eh, quanta fretta!”, sgallettò il galletto. “Non vedi l’ora di uscire dai tuoi conflitti interiori, vero?”
“Sarebbe strano il contrario, non trovi?”
“Sicuramente sì. E tuttavia anche i vostri peggiori conflitti hanno una loro importantissima funzione.”
“Quella di renderci insoddisfatti di un certo sistema di vita per indurci a cercare delle soluzioni migliori?”
“Come fai a saperlo? Sei un bambino-prodigio?”
“Sono un bambino normalissimo.”
“Se voi bambini foste totalmente liberi da conflitti, non correreste mai i rischi impliciti nel passaggio da una forma di esistenza più primitiva a un'altra più elevata. Di qui il tuo temporaneo smarrimento nel bosco, dal quale posso assicurarti che ti tirerò fuori il più presto possibile, non foss’altro che per compiacere tua nonna.”
“Conosci mia nonna?”
“In qualche modo.”
“Magari sei addirittura... lei?”
“No, no, la conosco solo per fama.”
“Vuoi dire che anche mia nonna appartiene al vostro mondo? Che è una fata anche lei, come vado sospettando da diverso tempo? Me lo confermi?”
“Non lo confermo e non lo nego. Ma sii grato a tua nonna, che, raccontandoti fiabe, ti ha permesso fin da piccino di interpretare le tue tensioni interiori in modi conformi al tuo stato di sviluppo intellettuale e psicologico.”
“Pare, tuttavia, che la nonna abbia commesso una grave imprudenza nel rivelarmene i significati più reconditi.”
“Quel che è stato è stato, inutile recriminare. Seguimi con fiducia e speriamo di imboccare al più presto una qualche adeguata scorciatoia. Vedrai che, alla fine del viaggio, riuscirai anche tu a conquistare il tuo bravo regno.”
“Cioè la condizione di comandare, anziché di essere comandato, vero?”
“Più o meno. Le fiabe, come tua nonna ti avrà senz’altro chiarito, servono soprattutto a inculcare la convinzione che, se si vuole diventare padroni del proprio destino, cioè conquistare il regno di una personalità autonoma, è necessario affrontare pericoli, sopportare privazioni, districare viluppi.”
“Conosco il discorso. E tuttavia, accidenti!, non mi aspettavo tutto questo buio.”
“Che cos’è che ti preoccupa, in particolare?”
“Mi stavo semplicemente domandando se sia veramente pronto a conseguire la sicurezza circa me stesso, il mio corpo, la mia vita, la mia posizione nella società... ”
“E perché non dovresti esserlo?”
“Potrei sempre incappare in qualche difficoltà superiore al previsto... Metti che, da qualche spelonca, sbuchi fuori, che so io?, un gigante. Che potrei fare, a quel punto?”
“Un gigante? Semplicissimo. Lavorare d’astuzia e sforzarti di metterlo nel sacco.”
“Quale sacco?”
“Quello in cui, da che mondo è mondo, o meglio, da che fiaba è fiaba, tutti i giganti vengono messi, caro il mio giuggellone! Il conflitto con il gigante, come saprai, esprime il timore e il risentimento dei bambini verso il potere che gli adulti esercitano su di loro. Ma dal momento che il gigante di una fiaba è un personaggio fantastico, un bambino può tranquillamente immaginare di riuscire a metterlo nel sacco senza per questo cessare di sentirsi protetto dagli adulti.”
“Parli proprio come mia nonna.”
“Modestamente.”
“A proposito, visto che la nonna mi ha anticipato praticamente ogni fase di questo viaggio iniziatico per la conquista della maturità, non si potrebbe soprassedere almeno a qualcuno dei prevedibili incontri a cui noi giovani eroi delle fiabe siamo in genere destinati?”
“Alludi a orchi, streghe & company?”
“Esattamente. Sarebbero sfide puramente oziose, a questo punto, considerato il mio elevato grado di disincanto.”
“E va bene, vedrò di semplificarti le procedure d’uscita dal bosco.”
Aggirarono astutamente una serie di pericoli, fra cui un’orrenda spelonca da cui uscivano versacci spaventevoli, e finalmente arrivarono dall’altra parte del bosco.
A quel punto il galletto gli raccomandò:
“Prosegui sempre diritto davanti a te. E non perderti d’animo, perché dalle difficoltà delle fiabe, come ti è stato detto e ripetuto fino alla nausea, si esce necessariamente incolumi.”
“Nonché dotati di un’umanità superiore”, sbadigliò il principe.
“Già.”
Il galletto produsse un ultimo, virtuosistico chicchiricchì e, dopo avergli augurato buona fortuna, si dileguò tra le frasche.
Il principe, a quel punto, abbassò lo sguardo sulle proprie mani e sui propri abiti e si rese conto di quanto graffiato e lacero fosse. Quel cretino di un gallo doveva essersi divertito come un matto a farlo passare proprio in mezzo ai roveti più intricati e pungenti.
Sprimacciatosi alla meglio la casacca e rifocillatosi con fragole e bacche di stagione trovate lì nei pressi (“Niente male questi frutti di bosco!”, ammise), riprese il cammino e non tardò a uscire dal bosco.
* * *
Dove poteva mai arrivare, di lì a un paio di giornate di cammino, se non di fronte a un corso d’acqua tumultuosa e profonda?
La prima tentazione, naturalmente, fu quella di restarne al di qua, ma poi ragionò:
“Nelle fiabe, in genere, l’attraversamento di un corso d'acqua marca simbolicamente il momento della transizione a un livello superiore d'esistenza. Non sarò dunque così codardo da restarmene ancorato alla terra della passività e della dipendenza.”
E si sentì disposto a fare qualsiasi cosa, pur di superare il liquido ostacolo e trasmigrare sull’altra sponda, ovvero nel regno dell’iniziativa e dell'autonomia.
Per prima cosa allungò il collo per vedere se a monte o a valle del punto in cui si trovava ci fossero dei ponti già bell’e in piedi, poi, non scorgendone nessuno, si risolse a fabbricarne uno tutto da sé.
“Costruire un ponte non è molto diverso dallo scalare una montagna”, argomentò. “La simbologia è evidente. Se scalare una vetta fisica rimanda all’elevarsi spiritualmente, gettare un ponte tra due terre separate equivale ad armonizzare due parti della personalità non ancora integrate tra loro. E tuttavia costruire un ponte non è la cosa più semplice del mondo. Per mia fortuna, con felice intuizione, mi sono portato dietro quest’utilissima accetta.”
Ciò pensato, abbatté un paio di tronchi di ragionevole lunghezza, li trascinò fino alla riva del corso d’acqua e, raccolte le forze, li spinse orizzontalmente verso la sponda opposta.
Al tramonto del secondo giorno la terra di qua dal fiume aveva ormai trovato un punto di collegamento con quella di là da esso.
Il principe transitò sull’altra riva perfettamente incolume, ma evitò con cura di tagliarsi il ponte alle proprie spalle, avendo ogni intenzione di rivarcarlo a ritroso alla fine delle proprie peregrinazioni, quando fosse giunto il momento del ritorno alla catapecchia natia.
* * *
D’un tratto, in una piccola radura tra gli alberi, scorse un appetitosissimo rustico di cioccolata, ma si guardò bene dal precipitarsi ad addentarlo. La fiaba di Hansel e Gretel gli era stata decodificata a dovere. Benché con l’acquolina in bocca, tirò diritto per un’altra manciata di giorni senza imbattersi in nessun altro tipo di tentazione, finché, un mattino, non avvistò un capannello di nani intenti a tempestarsi dolorosamente le teste di pugni. Avvicinatosi ulteriormente, scoprì che stavano piangendo attorno a una bara di cristallo, dentro la quale era distesa la classica meravigliosa fanciulla.
“Scusate l’invadenza, nanetti”, si intromise con voce cortese. “Volete che ve la baci?”
“Baciare una morta? E a che pro?”, gemette uno di loro.
“Ora vi spiego”, rispose il principe. “Da un lato le fiabe, se prese come descrizioni della realtà, appaiono assolutamente immorali sotto tutti gli aspetti: crudeli, sadiche, e chi più ne ha più ne metta. Intese come simboli di accadimenti o problemi psicologici, invece, sono perfettamente ragionevoli e veritiere. Ed è proprio come specchi di un'esperienza interiore, rappresentazioni simboliche di fondamentali processi psichici che dovreste comprenderle. Quando eravate piccoli vi avranno certamente narrato la fiaba di Biancaneve, no?”
“Siamo ancora piccoli”, puntualizzò uno di loro.
“Spiritoso! Intendevo piccoli d’età. Il periodo trascorso da Biancaneve nella bara di cristallo allude al cosiddetto periodo di latenza... o a qualche forma immatura e pre-individuale di esistenza. Se la storia di Biancaneve venisse interpretata alla lettera, comunicherebbe che il destino della donna dipende dall'attesa di un necrofilo, di qualcuno a cui piaccia baciare i morti e che esca dalla foresta al momento giusto. Non sarebbe certo un bel quadro. Invece il bacio di un principe, nelle fiabe in genere e in questa in particolare, serve solo a spezzare il cosiddetto ‘incantesimo del narcisismo’.”
“In che senso?”
“Nel senso che chi ha paura di trasformarsi e svilupparsi può anche rimanere in un sonno simile alla morte, in cui la sua bellezza si conservi frigida e isolata dal mondo, ma con ciò precludendosi ogni conoscenza. È esattamente quello che è successo alla vostra fanciulla. Che vi piaccia o meno, soltanto un positivo rapporto e il raggiungimento dell'armonia con un esponente dell'altro sesso potrà risvegliarla dal pericolo di trascorrere la propria vita dormendo. Ecco perché mi sono offerto di baciarla.”
“Sei sicuro che non siano tutte balle?”, lo provocarono i nani.
“Cercherò di spiegarmi meglio. Il fatto che un individuo abbia raggiunto la maturità fisica, come nel caso evidente della vostra fanciulla, non significa necessariamente che sia preparato ad affrontare l'età adulta anche sotto gli aspetti intellettuale ed emotivo. Occorre molto tempo per realizzare l'integrazione dei vecchi conflitti.”
“Vuoi dire che, se adeguatamente sollecitata, la nostra fanciulla potrà risvegliarsi?”
“E perché no? A occhi e croce, mi pare non aspetti che un provvidenziale bacio di principe.”
“Non avrai confuso la storia di Biancaneve con quella della Bella Addormentata, per caso?”
“La simbologia è la stessa. Il sonno, o stato di raggelamento, di entrambe (per Biancaneve nella cassa di cristallo, per la Bella Addormentata nella stanza in cima alla torre), addita le medesime difficoltà adolescenziali. Da un lato non c’è nessuna fretta di maturare. Dall’altro, finché si permane in tale stato, non si può conseguire alcuna reale conoscenza o provare alcun reale sentimento.”
“E allora?”
“E allora semplicemente smettetela di disperarvi!”
“Okay, ci hai convinti. Vada per il bacio.”
Il principe si chinò e appoggiò con delicatezza le proprie labbra su quelle della ragazza. Di colpo la finta morta aprì gli occhi e gli fece ciao-ciao con la manina.
“Eccomi pronta a salire sul tuo cavallo e a seguirti fino al tuo meraviglioso castello”, farfugliò con la voce ancora impastata di coma.
“Cavalli non ne ho, mi dispiace. A parte quello dei pantaloni.”
“Il cavallo dei pantaloni? E che razza di cavallo è? Uffa, che delusione. Quasi quasi richiudo gli occhi e mi raggelo di nuovo... ma almeno un meraviglioso castello ce l’avrai, mi auguro.”
“Una catapecchia, a dire il vero. Per di più intestata ai miei genitori.”
“Naaa, mi stai prendendo in giro! Oppure dici così per pura modestia. Ma io non ci casco, sai? Ti seguirò comunque e dovunque!”
La Bella Risvegliata si tirò su a sedere, sporse una gamba fuori dalla bara e con un agile balzo si calò a terra, decisa a unire il proprio destino a quello del principe.
“Condividerò il tuo destino”, confermò, infatti, anche a parole subito dopo.
I due promessi sposi salutarono i nani e si misero in viaggio verso l’orizzonte, pronti a dissolversi in lontananza come in una vecchia pellicola sentimentale.
* * *
“Sai”, disse la fanciulla dopo un po’. “Mentre simulavo lo stato di coma, in realtà tenevo le orecchie ben aperte e così ho sentito tutto.”
“Ah, furbacchiona!”
“Be’, volevo dirti che condivido in pieno la tua analisi.”
“Quale analisi, scusa?”
“L’analisi secondo cui un bambino, per poter conoscere se stesso, deve prima lasciarsi espellere dal paradiso originario dell'infanzia, dove tutti i suoi desideri venivano soddisfatti senza alcuno sforzo da parte sua, e affrontare con coraggio la battaglia delle proprie contraddizioni interiori.”
“Ma questo l’ho detto in un’altra parte della fiaba, a dire il vero. Vabbè, non importa. Magari avrai un udito ultrafino. Comunque, si tratta di cose abbastanza risapute”, si schermì il principe. “Niente di nuovo sotto il sole. Le fiabe, si sa, esprimono dei rites de passage: la morte metaforica di un’individualità vecchia e inadeguata per conseguire un livello superiore d’esistenza.”
“Mi auguro vivamente che riusciremo a conseguirlo anche noi due.”
“Puoi contarci. Il vero problema, a questo punto, è solo quello di affrettare i tempi, dato che, francamente, comincio a sentirmi un po’ provato da questo ozioso peregrinare tra foreste di simboli d’ogni sorta. Non vedo l’ora di rientrare alla base e riprendere il mio tranquillo tran-tran quotidiano.”
Proseguirono per un altro quarto d’ora senza parlare, poi la ragazza s’informò:
“Quanto pensi sia grande il regno di tuo padre, se non sono indiscreta?”
“Niente di smisurato, a dire il vero. Ma potremo estenderne tranquillamente i confini, qualora dovessimo trovarlo eccessivamente stretto per le nostre esigenze. C’è un ricchissimo re confinante che concede mutui con grande facilità a chiunque ne abbia bisogno. E sa perfettamente che i giovani sposi devono affrontare delle spese... Tanto per cominciare, potremmo ricomprargli una parte delle terre incautamente cedutegli da mio padre.”
“Buona idea. Sempreché il tizio in questione non pratichi dei tassi d’interesse irragionevoli. Non sarà per caso un usuraio, vero?”
Il principe preferì cambiare argomento.
“Ai debiti, come dice il proverbio, penseremo a tempo debito”, tagliò corto.
“E che razza di proverbio è? Che significa?”
“Significa che è inutile precorrere i tempi. Abbandoniamoci, dunque, al pensiero della lunga felicità che ci attende, punto e basta.”
“Ma almeno prova a corteggiarmi un po’. Dimmi, per esempio, che mi trovi all’altezza del ruolo che dovrò ricoprire.”
“Quale ruolo, scusa?”
“Quello di first lady del tuo regno, sciocchino. Non mi trovi caruccia?”
“Ne ho viste di peggiori”, si limitò a borbottare il principe, che nel campo amoroso preferiva l’understatment alle svenevolezze. “E tu come mi trovi?”
“Lì per lì, se devo essere sincera, non mi sei parso poi questo gran che. Anzi, ti ho trovato alquanto repellente, ma ho capito quasi subito che si trattava di un ribrezzo simbolico.”
“Vuoi dire che la mia bruttezza non ti ha preoccupata?”
“Non più di tanto. Ho immaginato che servisse soprattutto a ricordarmi che una creatura, per poter diventare amabile, deve prima essere amata incondizionatamente.”
“Un po’ come in La Bella e la Bestia, insomma.”
“Appunto.”
“Davvero saggio, da parte tua. L’attaccamento edipico, infatti, ha le conseguenze più positive solo a patto che, durante il processo di maturazione, venga trasferito dal genitore molto più anziano a un amante di età adeguata.”
“E dunque mi aspetto che tu mi renda felice come merito, o mio sapientissimo rospo.”
“Vedrò di fare il possibile.”
Il principe si sentiva ormai spossato e propose di sedersi su un masso.
“Suggestivo, qua intorno”, provò a divagare, indicando il paesaggio.
“Una landa desolata, a dire il vero”, ridacchiò la ragazza. “Sono certa, tuttavia, che, proseguendo verso l’orizzonte, la situazione migliorerà.”
“A proposito, non mi hai ancora detto come ti chiami.”
“Chiamami pure Desiderata, se lo desideri.”
“In che senso ‘se lo desidero’? Non è il tuo nome vero?”
“Non del tutto.”
“Posso essere così indiscreto da... ”
“No.”
“E vabbè, vada per Desiderata, allora. In fondo, un nome vale l’altro. Magari hai solo deciso di rifarti una verginità.”
“E tu come ti chiami?”
“Princisbecco.”
“Cosaaa? Vuoi dire che sei un principe fasullo?”
“E perché mai?”
“Saprai meglio di me che princisbecco significa...”
“Significa semplicemente che ai miei genitori il nome non dispiacque, anche se non si trattava di un vero nome di persona. Ma che vuoi farci? Mammina e papino sono sempre stati degli originali. Comunque stai tranquilla, ti porterò nel mio regno e mi sforzerò di fare di te una regina discretamente ‘felice e contenta’. Saprai che, nelle fiabe, la formula conclusiva ‘E vissero felici e contenti’ esprime soprattutto la necessità dell'integrazione psichica, no? Insieme all’ammonizione che si diventa individui completi soltanto se, oltre a essere se stessi, si raggiunge la capacità di stabilire un rapporto d'intimità con un'altra persona.”
“Come dire che l'‘io’ senza il ‘tu’ vivrebbe un'esistenza desolatamente frigida e solitaria, vero?”
“Già. Ma non ero io quello che si era raggelato, se ci pensi bene.”
“Un mero espediente per liberarmi dei nani, se vuoi che metta le carte in tavola.”
“E se io non fossi passato dalle vostre parti?”
“Pazienza. Sarebbe passato qualche altro principe. Ma quel che è successo è successo e, visto che ormai il destino ci ha fatti incontrare, non ti resta che unirti alla compagna della tua vita. Che cosa aspetti?”
“Semplicemente che cali il sipario sulla nostra storia. Senza contare che, prima di accingermi al passo definitivo, vorrei riprendermi dalle dure lotte sostenute, concedendomi una meritata vacanza.”
“Be’, non esageriamo. Non mi sembri poi reduce da lotte così epiche. Per quel che mi riguarda, per esempio, ti ho subito dimostrato la massima disponibilità.”
“Attraversare il bosco non è stato altrettanto semplice, se mi consenti.”
“Ma se non hai nemmeno incontrato il Lupo Cattivo...”
“Certo che l’ho incontrato!”
“E perché non ti ha divorato, allora?”
“Perché non gliene ho lasciato il tempo. Giocando d’anticipo, gli ho assestato un vigoroso fendente sulla testa con l’accetta.”
“Poveraccio, che crudeltà!”
“Ma quale crudeltà? Un’altra uccisione anch’essa meramente simbolica, scioccherella! Con il lupo moriva, essenzialmente, la MIA anteriore voracità cannibalistica. Certo che, quando ho visto tutto quel sangue, mi sono davvero impressionato, ma ormai è acqua passata, non pensiamoci più.”
“Il sangue non è acqua, se permetti.”
“Spiritosa. Mi prendi in giro? Vabbè, lasciamo perdere. Quello che conta, adesso, è affrettare il ritorno al castello di mio padre. La nostra fiaba volge ormai al termine e non vedo l’ora di presentarti non solo alla mamma e al papà, ma anche, e SOPRATTUTTO, alla nonna.”
“Oh, my God! Ci hai pure una nonna?”
“E che nonna! Chi credi che mi abbia sostenuto nella difficile ricerca di una vera identità?”
“Lei, suppongo.”
“Infatti. È proprio per questo che non vedo l’ora di riabbracciarla e di dimostrarle che, grazie alle sue dritte, sono riuscito ad affrontare con dignità tutte le prove via via incontrate nel mio viaggio.”
“Uhm.”
“Perché mi stai fissando in quel modo, adesso?”
“Perché, improvvisamente, non ti trovo più così brutto come al momento del mio risveglio (che trauma, se ci ripenso!). Credo, anzi, di aver già fatto l’occhio alle tue disarmonie.”
“Oh, grazie tante, sono commosso. Non ci resta che rialzarci in piedi e correre felici da mio padre, allora, per esautorarlo e costringerlo a consegnarci le chiavi del regno. Così potrà finalmente ritirarsi in pensione e dedicarsi ai suoi hobby preferiti.”
“Non avevi detto che era una catapecchia, il vostro castello?”
“Forse solo perché, quando si è giovani, si tende a disprezzare un po’ tutto, a tranciare giudizi spocchiosamente sommari. Ma adesso che sono diventato maturo, sento che il mio castello ci apparirà più che vivibile e che sapremo abitarlo con saggezza e soddisfazione fino alla fine dei nostri giorni.”
“Abbracciamoci, dunque, nel finale, e promettiamoci eterna dedizione, prima di riprendere il cammino verso il nostro radioso destino di felicità.”
“Per assurgere definitivamente a quella regalità che, nelle fiabe, allude semplicemente a uno status di vera indipendenza.”
“Non c’è fiaba, per concludere, che non prometta il massimo premio possibile (ovvero una vita felice e il regno di cui sopra) all’eroe che, attraverso una coraggiosa lotta, arrivi a procurare la giusta soluzione ai conflitti edipici, trasferendo l'amore per la madre - o, peggio ancora, per la nonna! -, a una partner adeguata alla sua età. Quanto alla figura di tuo padre, lungi dall'essere un minaccioso rivale, non tarderà a rivelarsi a sua volta per quello che è: un protettore benevolo e pronto ad approvare suo figlio per essersi realizzato come adulto.”
“Sulla benevolenza di mio padre, a dire il vero, manterrei ancora qualche riserva”, sospirò il principe. “Ma non voglio precorrere i tempi. Aspetterò di vedere come mi accoglierà al mio ritorno, e soprattutto come reagirà alla mia ingiunzione di consegnarmi le chiavi del regno… Detto questo, non ci resta che congedarci da voi, amici lettori. La dissolvenza finale è già iniziata da diversi minuti e non vorrei mai che, tra una disquisizione e l’altra, Desiderata e io perdessimo di vista l’orizzonte.”
“Quel romantico orizzonte contro cui siamo spiritosamente disposti a stagliarci nel fotogramma finale, debitamente di profilo, teneramente abbracciati l’uno all’altra.”
“Adieu, dunque. Si è fatto tardi, ma il lieto fine è assicurato. Siatene lieti anche voi. E grazie a tutti per l’attenzione con cui avete seguito la nostra simbolicissima vicenda. Diffondetela a chi volete, se vi va. Cambiatene le parole a vostro piacimento, stravolgetene i dialoghi e i dettagli, moltiplicatene i pericoli e le peripezie, ma rispettatene almeno un elemento, per favore: la formula iniziale. Niente ‘C’era una volta’, per una volta, bensì ‘Una volta c’era...’.”
[Qui termina il saggio mascherato da racconto di Lucio Angelini. Come preannunciato, la quarta parte sarà costituita da un commento al testo di Tiziano Scarpa, originariamente concepito come prefazione.]
di Tiziano Scarpa
Caro Lucio,
ho letto la tua fiaba per adulti Una volta c’era. È molto bella,
complimenti, soprattutto la parte dalla comparsa del lupo in poi. Il dialogo tra il principino e il lupo è divertente perché c’è una situazione di dissimmetria, di sbilanciamento di potere fra i due dialoganti. È un dialogo sadico. Ricorda moltissimo (non nel senso del plagio, ma della sintonia) proprio De Sade, i dialoghi fra i persecutori di Justine e la fanciulla sventurata. Un lupo che si appresta a mangiare il principino e gli spiega perché lo fa e perché è giusto farlo. In più, per il regime stesso della tua fiaba, raggiunge il vertice e il nec plus ultra del disincanto analitico con quel “NON BISOGNEREBBE ASSOLUTAMENTE MAI SPIEGARE A UN BAMBINO I SIGNIFICATI DI UNA FIABA”, che giustamente tu scrivi a lettere capitali.
Dicevo, è una situazione comicamente sadiana, perché chi compie il male espone anche l’ideologia che lo giustifica, o meglio, è perfettamente consapevole di compiere il male, ma non per questo cessa di compierlo, anzi lo indica come facente parte di una logica universale più grande dei torti e delle ragioni individuali, in un sistema generale dove il male ha il suo ruolo ecc. ecc. È una situazione sadica, e perciò sommamente drammaturgica. Sta succedendo davvero qualcosa fra i due. Lo stesso, naturalmente in una situazione cambiata, si può dire della bella addormentata, e un po’ anche del gallo colorato. Non altrettanto, forse, della nonna, che è una specie di “prologo in cielo”, stemmatico, araldico, statico. Per carità, tutto molto interessante, ma fra nonna e nipote, sebbene ci sia qualche divertente equivoco e una situazione assai paradossale (la sorpresa di incontrare una nonna che, invece di raccontare favole, le spiega), non accade molto. Intendiamoci: non perché non ci siano colpi d’accetta (anche nel resto della fiaba non accade granché, non mi sto riferendo a una necessità di inventare avvenimenti estremi), ma perché il conflitto o la dissimmetria energetica tra i dialoganti è meno fattiva. È un disequilibrio, voglio dire, soprattutto conoscitivo: un sapiente che indottrina un ignaro. È una lezione, una conferenza: una nonna che dà al nipote ripetizioni di psicoanalisi... Questo racconto così ben dialogato, io lo vedrei bene dentro una raccolta di saggi sulla fiaba per genitori un po’ digiuni di antropologia e psicologia infantile, per dare al lettore un intermezzo di sollievo alla pesantezza espositiva prosastica e professorale. Meno proponibile lo vedo da solo come “fiaba per adulti”. Scusa se non sono consequenziale in queste note, sto impegnandomi in una lettura integrale, senza limitarmi a pure considerazioni editoriali. Allora umanamente ti dico che la tua fiaba mi sta facendo meditare moltissimo (l’ho terminata da pochi minuti, sono in treno), perché raffigura malinconicamente un mondo adulto condannato all’analisi. Un mondo completamente leopardiano, dove è accaduto lo sterminio di tutte le illusioni, e dove è possibile comunque inoltrarsi in uno spiraglio, in una piega di felicità assumendo una postura ironica, non dico rassegnata, ma comunque realistica (e infatti, il dialogo con il lupo potrebbe essere considerato una variazione del dialogo fra la Natura e un Islandese). La morte dell’incanto, del simbolico, dell’illusione dell’infanzia, che rade al suolo qualsiasi fiaba e lascia un deserto dove tuttavia è possibile vivere, purché ci si rassegni alla citazione della felicità consapevolmente ironica, conquistata per un atto di volontarismo, volonteroso, sì, quanto conscio della propria un pochino risibile velleitarietà. La chiave del tuo bel happy end sta infatti tutta in quell’avverbio, “spiritosamente”, nella meravigliosa battuta della petulantissima, analiticissima neoprincipessa: “Quel romantico orizzonte contro cui siamo spiritosamente disposti a stagliarci nel fotogramma finale...”. Una situazione (il deserto analitico, la distesa di macerie del simbolico raso al suolo) dove si può persino vivere felicemente, in una cornice che è una citazione più o meno improbabile del romanticismo (citato in forma di nostalgia: residuo di un bisogno non del tutto superato dalla rivelazione educativa dell’analisi), in un orizzonte un po’ di cartapesta, ma che comunque accoglie, purché si viva spiritosamente. Purché si viva lasciando che questa landa spazzata dall’analisi venga percorsa dalla brezza dello spirito. Che è poi l’altra faccia dell’intelligenza analitica che distrugge tutti i simboli che tocca. Lo spirito è la saggezza, è l’analisi che torna in forma di consolazione, che trova bello “lo stesso” un teatro visto dietro le quinte.
Dove voglio arrivare? Non lo so. Tu prometti una fiaba: per adulti, d’accordo, ma pur sempre una fiaba, e quel che dai è una lezione sulle fiabe, un dialogo filosofico analitico, di antropologia simbolica... una storia in cui tutti i personaggi sono dei sapientoni che, più o meno consapevolmente, rovinano al lettore il gusto di farsi raccontare una storia. La nonna è già un lupo anticipato, è un cagnolino domestico e innocuo che analizza, come il lupo, ma senza alcuna minaccia. C’è una sublime (e molto sadica) punizione, una frustrazione del lettore che attraverso il protagonista si trova sbalestrato in un mondo dove nessuno racconta più nulla, ma tutti analizzano qualsiasi cosa e fanno a pezzi i sogni e le fiabe con l’accetta, compreso quel lupo che da un lato dichiara di voler difendere l’inconsapevolezza infantile, dall’altro, fin da quando apre bocca, si pone a sua volta come un disincantatore analitico. Altrimenti potrebbe starci molto, molto simpatico, a noi lettori, e la sua difesa del simbolico, non puramente dichiarativa, meramente verbale, ma fattiva (un lupo ignorante che non sa nulla di significati e vuole solo divorare) ci starebbe a cuore come residuo nostalgico del mondo fiabesco, dell’illusione curativa, formativa (che dà forma all’informe, come bene fai formulare alla nonna). Interessante la posizione dei padri e delle madri, puri totem silenti relegati sullo sfondo, nomi che quasi non agiscono. D’accordo, li descrivi, li ritrai. Ma da lontano, sfocatamente, senza dargli la parola. Come sono,
il padre e la madre: sono anch’essi analitici? Qual è il conflitto fra il principino e loro? Tu lo descrivi, ma se si trovassero faccia a faccia, che forma assumerebbe la loro contrapposizione in praesentia? E poi c’è un’altra direzione che la tua fiaba, forse volutamente, non chiarisce. È una fiaba per adulti, in che senso? Me lo sono chiesto. Mi sono risposto che non è una “fiaba per adulti”, questa, ma è un “racconto civile”. Non è una fiaba, perché le fiabe sono incivili, selvagge: animistiche, come tu dici bene portando a esempio una citazione da una fiaba altrui dove alle nuvole “scappa” la pioggia. Caratteristica delle fiabe è quella di mettere in scena prove iniziatiche. Qui (come nella civiltà moderna) alla prova iniziatica (all’esperienza traumatica) si sostituisce l’educazione. Alla notte passata da soli nella foresta si sostituisce il compito in classe, l’esame di maturità... Oppure, per paradosso, si potrebbe sostenere che questa è una fiaba in cui, invece della solita prova iniziatica simbolica (l’essere divorati dal lupo, l’essere impiccati dal Gatto e la Volpe e ritrovare il padre nel ventre di una balena...), la prova iniziatica da subire è quella della sottrazione della prova iniziatica! La prova iniziatica, cioè il trauma regolato, collaudato dalla tradizione che ha brevettato il rito: dove tuttavia, sebbene in forme sorvegliate e protette, si produce una ferita vera, non immaginaria... Bene, tu racconti il trauma di coloro che hanno subito la sottrazione del trauma...! Il principe ha una vita durissima, un’infanzia tristissima, in cui nessuno gli eroga più il simbolico! Ce la deve fare lo stesso, la sua prova iniziatica è l’assenza di prove iniziatiche! Deve crescere in un mondo in cui la crescita è demandata tutta all’educazione, e non all’iniziazione. Molto interessante, davvero. Spunto bellissimo. Intuizione notevole. Per un adulto, si sa, l’iniziazione (grazie a dio!) c’è ancora, ce ne sono fin troppe ogni giorno. L’iniziazione è il reale (anche se a rigore non si può chiamare iniziazione il trauma puro, senza la sorveglianza di chi organizza il rito ed espone sì al trauma gli iniziandi, ma sotto la sua protezione: noi invece oggi siamo esposti al trauma del reale senza essere passati attraverso nessuna iniziazione rituale…) In questa fiaba (per definizione, chiaro, essendo una fiaba) manca, appunto, il reale, che è il terreno di coltura (e di conflitto, e di abrasione, e di corrosione) degli adulti. Tu hai proposto agli adulti, insomma, una fiaba in cui non solo il simbolico è corroso e distrutto dall’analisi, ma anche il reale. Il reale dell’adulto, nella tua fiaba, è la definizione intellettiva, lo splanamento dei simulacri. Non rimane più nulla, solo le leve e le pulegge razionalistiche che fanno girare le passioni e danno forma alle energie pulsionali. L’immaginario stesso si dissolve in una abbacinante consapevolezza onnipervasiva. Una volta c’era, dunque, non si limita a ricapitolare agli adulti il percorso e i metodi con cui ha agito in noi infanti il simbolico, ma vuole soprattutto raccontare il trauma dell’infanzia senza trauma, mettere in scena il trauma dell’analisi che depriva l’anima di simboli e di iniziazioni rituali di cui essa è (parzialmente) ignara. Mette in scena la tragedia di sapere fin da subito di essere fregati! Edipo che uccide un passante che gli annuncia di essere suo padre e va a letto con una donna che lo avverte di essere sua madre... Interessantissimo. Geniale, probabilmente, anche se qui tu ti tieni misteriosamente alla larga dal padre e dalla madre... Sono solo alcuni spunti che ti offro in modo un po’ disordinato, spero siano sufficientemente chiari.
Un saluto carissimo
Tiziano
Venezia, 3 febbraio 2004