lunedì 30 giugno 2008










sua impunità...

e poi...

domenica 29 giugno 2008

pré-saint-didier

le terme davanti al monte bianco...

sabato 28 giugno 2008

dolce e gabbata

Treviso, sorpresa nei bagni di una media a scattarsi immagini piccanti con il videofonino
Inviava mms ai compagni in cambio di 5-10 euro. Il provveditore: "Sono preoccupata"

A dodici anni vende le sue foto nuda "Volevo comprare vestiti alla moda"

TREVISO - Si fotografava nuda nei bagni della scuola e vendeva le foto ai compagni per comprarsi abiti firmati. Ha appena 12 anni la studentessa di una scuola media di Treviso sorpresa da un professore mentre usava il videofonino per scattare piccanti immagini da vendere per 5 o 10 euro.

"Lo facevo per comprarmi i vestiti firmati che mamma e papà non mi vogliono regalare". Chiamata in direzione, la ragazzina ha confessato. Inviava le immagini con mms ai compagni di classe.

La direttrice dell'Ufficio Scolastico di Treviso Maria Giuliana Bigardi è preoccupata: "La crescente disattenzione delle famiglie nei confronti dei figli è allarmante". Possibile che in casa non si fossero accorti di quegli abiti costosi che indossava la ragazzina?

Dal prossimo anno, la dodicenne non frequenterà più quella scuola media: i genitori hanno preferito trasferirla in un altro istituto e affidarla ad uno psicologo.

e questa?

la seconda fatica del biaz

Un libro struggente e melanconico. Una voce particolarissima e una visione essenziale. Un racconto sui viaggiatori occidentali. La loro sete di vivere, l'anelito libertario, la chimera di lasciarsi tutto alle spalle, boicottare la vita ordinaria, emanciparsi dai sentimenti ingannevoli, dai rapporti umani ridotti a semplice scambio di informazioni, ma anche la sfida di mettere sotto assedio le vecchie abitudini, la noia, la propria corruzione come risorsa umana.

FUGA DAL MONSONE

di marco biaz


Due cartine e 46 illustrazioni di viaggio

con una postfazione dell'autore

Collana: Bianca - Le bussole. Genere: romanzo. Pagg: 244.

Prezzo: euro 9.80. ISBN: 978-88-95288-03-1.

Nel 1996 Marco Biaz raccolse i suoi bagagli di viaggio, i suoi appunti, e iniziò a scrivere questa storia partorita due anni prima nel corso del suo viaggio di ritorno dal Sud Est asiatico. Aveva girovagato in lungo e in largo per India, Sri Lanka, Nepal, Bangladesh, Thailandia, Malesia, Indonesia, zaino in spalla, per 12 mesi, in solitaria. Durante quel viaggio aveva conosciuto viaggiatori provenienti da ogni angolo dal mondo, dei quali aveva annotato storie, sogni, itinerari, fallimenti. Impiegati, hippy attempati, musicisti, hostess, raccoglitori di tulipani, trekker, sognatori, spacciatori, finti guru, futuri barman berlinesi. Ciò che li accomunava era il viaggio inteso come bivio, soluzione ai problemi o punto di rottura definitivo. Erano accomunati dalla diserzione dal regime routinario. Erano nuovi viaggiatori, esploratori, avventurieri che avevano abbandonato gli impegni, il lavoro, il denaro, le bollette da pagare, le sicurezze economiche, sociali, affettive, per scoprire come e dove si riesce a vivere la parte migliore di se stessi, a qualsiasi costo. ll loro viaggiare costituiva una fuga da se stessi, lo specchio infranto delle proprie illusioni. Un altro appuntamento con la loro storia, come crescere, lavorare, proliferare e morire di tumore o di infarto. Il libro ne racconta gli incubi peggiori, i sogni più intimi, gli amori, gli umori, i progetti.

"Nel loro caso viaggiare non significava cambiare, o migliorare, ma disinnescare quella bomba ad orologeria collocata nella psiche umana sovrapponendo ad ogni ripartenza un progetto, come un tentativo perpetuo di sublimare il senso dell’esistenza."

(Dalla prefazione di Maurizio DiMaggio, Dj sempre in viaggio, Radio Monte Carlo)

giovedì 26 giugno 2008

già tutto pianificato...come sempre.

Com’è vecchio Epifani (CGIL): crede di vivere ancora sotto la lira, al tempo della sovranità monetaria. Poichè Tremonti ha posto un «tasso d’inflazione programmato» ridicolo, 1,7%, Epifani ha fatto due conti e scoperto che un salario da 25 mila euro annui perde 1500 euro di potere d’acquisto in tre anni. Bella scoperta. Tremonti gli ha consigliato di telefonare alla BCE: «Vi spiegherà qual’ è il motivo tecnico per cui ci chiede di inserire nei documenti di finanza pubblica questa indicazione».

Appunto, non siamo più sovrani della moneta. Viviamo sotto una moneta estera, l’euro, ed è la Banca Centrale Europea a imporre il tasso d’inflazione a quel ridicolo livello. Tremonti però avrebbe dovuto spiegare meglio il motivo tecnico: si tratta del piano di impoverimento programmato, deciso dai gestori monetari, della classe media e lavoratrice europea.

La cosa risponde, in qualche modo, a giustizia: un popolo italiano che è meno colto, meno istruito, meno produttivo del popolo cinese o indiano, non può pretendere di avere un potere d’acquisto superiore. Nel prossimo decennio, ci impoveriremo al livello cino-indiano, mentre gli indiani e i cinesi saliranno tendenzialmente verso il livello attuale europeo. Ci si incontrerà a metà strada. Ma ovviamente, una cosa è essere dalla parte che sale, e ben peggio è stare dalla parte che scende.

Non è solo perdita del potere d’acquisto; è la perdita storica di possibilità che attende le generazioni future (e semi-analfabete); ci saranno meno speranze, e prospettive più ristrette. E se l’istruzione continua a scendere, ci saranno sempre meno competenze, quelle da cui dipende se risaliremo dall’abisso. E’ l’Occidente che diventa terzo mondo (1).

Il fenomeno non è solo italiano. Nè euro-dipendente. In Gran Bretagna, milioni di famiglie si sono accorte che il costo della vita è aumentato per loro del 6,7% annuo (inflazione reale) contro il 3,3% d’inflazione ufficiale. E un’inflazione programmata dal governo britannico del 2% (2). Il che è giusto, visto che i giovani maschi bianchi britannici intendono andare all’università solo in 26 casi su cento, mentre quelli di origine indiana o pakistana proseguono gli studi superiori in 62 casi su cento (3). Si sta evidentemente formando un sottoproletariato permanente di ignoranti bianchi, che saranno comandati e diretti da una classe dirigente di colorati.

Epifani vuole un tasso d’inflazione più alto per ottenere aumenti automatici dei salari; tutto lavoro in meno per i sindacati. Ma - è questo il segreto di pulcinella rivelato da Tremonti - la politica imposta dalla Banca Centrale persegue deliberatamente il progetto contrario: tenere il tasso d’inflazione artificialmente basso, in modo che gli alti salari europei (immeritati) vengano a poco a poco divorati dall’inflazione reale. Chi vuol guadagnare di più - questa la teoria - non si affidi agli automatismi; si metta a sgobbare, a fare più straordinari, il doppio lavoro, o - extrema ratio - a studiare di più. Questa teoria, come tutte le teorie economiche, viene da Washington.

Paul Krugman, economista di Princeton, benchè piuttosto critico del sistema capitalistico terminale, segnala che ormai la sola cosa da fare è scongiurare l’innesco della spirale prezzi-salari degli anni ‘70-‘80 (4). Nel 1981, il sindacato minatori USA strappò un aumento contrattuale dell’11% in 33 anni, seguito da aumenti salariali per tutte le altre categorie. «Lavoratori e datori di lavoro si impegnarono nel gioco della cavallina: i primi chiedevano aumenti di salario per tener testa all’inflazione, le ditte passavano i costi salariali maggiorati sui prezzi delle merci e servizi, e prezzi rincarati portavano ad ulteriori richieste salariali e così via». La spirale della «stag-flation». Da cui l’America è uscita con la deregulation, spietata soprattutto per i lavoratori.

Oggi, dice Krugman, è sciocco temere che l’alluvione monetaria con cui la FED ha salvato le banche d’affari provochi inflazione. «Dove sono i sindacati che chiedono aumenti salariali dell’11 %? Anzi, dove sono i sindacati tout court? I consumatori si preoccupano dell’inflazione, ma bisogna cercare col lanternino lavoratori che chiedano di compensare l’inflazione con salari più alti, e meno ancora padroni disposti. Di fatto le paghe sembrano persino rallentare, data la debolezza del mercato del lavoro».

L’offerta di lavoro - contrariamente all’offerta di petrolio - è sovrabbondante: è «giusto» che costi sempre meno. Quindi la FED fa benissimo a non aumentare il tasso primario per tenere sotto controllo l’inflazione. Non ci sarà inflazione. Il prezzo del disastro finanziario lo pagheranno i lavoratori.

Agisce qui il dogma - sancito da Milton Friedman, l’autore dell’ultraliberismo terminale - che l’inflazione è sempre e solo un problema monetario. I rincari di petrolio e cibo, che hanno altre cause, non sono definiti «inflazione». Basta, dice Krugman, che i prezzi delle materie prime calino. E caleranno perchè, nell’immiserimento generale, ci sarà meno richiesta per esse. Allora «anche l’inflazione si calmerà da sè».

E’ il Washington Consensus - sempre quello - a cui la Banca Centrale Europea sta obbedendo. A modo suo: mantiene interessi altissimi e impone ai Paesi membri più sconquassati «tassi d’inflazione programmata» ridicoli, raccomandando in più «moderazione salariale». Il lavoro italiano ha produttività bassa, e quindi il suo potere d’acquisto deve adeguarsi alla produttività.

Naturalmente non è colpa dei lavoratori se la loro produttività è bassa: è colpa delle imprese che non hanno investito in impianti nè in sviluppo, ed è colpa dell’inefficienza pubblica sprecona, la vera palla al piede.

Perciò, in questo fenomeno storico di arretramento - che dovremo sopportare - il nostro vero problema non è l’erosione del reddito reale. Il vero problema italiano è che potenti categorie si difendono - perchè possono - dall’erosione. Gli stipendi pubblici sono aumentati regolarmente più dell’inflazione reale; e peggio, aumentano meno quelli degli statali utili (poliziotti, insegnanti) e moltissimo quelli dei grandi fannulloni ammanicati.

Epifani ha fatto il calcolo su un salario privato di 25 mila euro l’anno, che perderà 1.500 euro di potere d’acquisto. Incauto: 25 mila euro sono la paga mensile dei deputati, e certo quelli si compenseranno dall’inflazione. E’ solo un esempio fra i tanti: pensate ai notai o agli idraulici, all’ENEL, ai bottegai, ai consiglieri regionali o dirigenti di ASL. Quelli, possono mantenere il loro livello di vita e d’acquisto, facendolo pagare a noi - precisamente a quella parte della popolazione che sta discendendo la china storica verso la miseria da terzo mondo.

Un simile programma di arretramento storico richiederebbe la condivisione dei sacrifici, a cominciare dalle categorie parassitarie, che costano troppo per il nulla che danno. Oltretutto, la loro difesa dei propri livelli di vita indebiti rallenta il processo di discesa dei prezzi - già spasmodicamente lento - che deve seguire l’impoverimento generale. Sappiamo che ciò non avverrà. Ne abbiamo le avvisaglie.

Il governo ha provato ad abolire nove province, e già si sta rimandando tutto, per le forti resistenze dietro le quinte che incontra. Tremonti ha preso provvediemnti timidi verso i profitti eccelsi dei petrolieri; e nessuno verso le banche e le assicurazioni (ho appena visto che, per fare un bonifico, la banca si è prelevata 6 euro, 12 mila lire!).

Nessuno in Italia ha la forza di ridurre alla moderazione le cosche e le caste. Krugman, americano, si domanda «dove sono i sindacati». Noi no, perchè lo sappiamo: sono a fianco di ogni Casta.




1) Ho spiegato più ampiamente questo processo storico in «Schiavi delle banche» (EFFEDIEFFE).
2) Harry Wallop, «Middle class hit as annual bills increase at twice inflation rates», Telegraph, 23 giugno 2008. «Le famiglie di classe media sono quelle più colpite, perchè tendono ad usare più l’auto e a mandare I figli a scuole private e università». In Gran Bretagna la famiglia che l’hanno scorso spendeva 100 sterline a settimana per il cibo, oggi ne spende 406. Il costo dell’istruzione superiore è aumentato del 13,1% in un anno. E il ministro delle Finanze (Cancelliere allo Scacchiere) Alistair Darling raccomanda di non reagire chiedendo più alti stipendi: «L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di tornare alla situazione degli anni ‘70-80, dove qualunque aumento salariale veniva divorato dagli aumenti dei prezzi nei negozi. Gli aumenti sia nel settore pubblico come in quello privato devono essere coerenti con la nostra inflazione programmata del 2%. Sarà difficile, sarà dura». Ma almeno in Inghilterra gli stipendi pubblici saranno trattati come i salari privati. Da noi è ben diverso.
3) Alexandra Frean, «White teenagers are significantly less likely to go university than their peers from ethnic minority gropus», Times, 18 giugno 2008.
4) Paul Krugman, «A return of that ‘70s show?», New York Times, 2 giugno 2008.

Maurizio Blondet

mercoledì 25 giugno 2008

se gli insegnanti vi sembrano troppi

Questo intervento è stato scritto un po' di mesi fa da Patroncini. Allora
ministro era Letizia Moratti. Anche oggi tuttavia molte cose hanno validità
soprattutto per gli argomenti che la stampa usa quando parla di scuola. Ve
lo riproponiamo

Alcuni giorni fa è venuta trovarmi a Roma la mia amica Mariangela che da
molti anni insegna nelle scuole italiane all’estero, ha passato cinque anni
in Inghilterra e da due anni lavora a Manchester a stretto contato con le
scuole inglesi. E’ stata l’occasione per ricordare i vecchi tempi del lavoro
sindacale fatto insieme a Milano. Ma tra ricordi, nostalgie e polemiche (che
tra due buoni amici di sinistra non mancano mai!) c’è stato anche il tempo
per parlare di scuola inglese.

A questo proposito, tra le altre cose che non mancherò di raccontare in un
altro momento, mi ha colpito il fatto che nelle scuole elementari di
Manchester l’insegnante, che lì è unico, lavori dalle 9 alle 15 con un
orario che prevede un quarto d’ora d’interruzione corrispondente alla
ricreazione dei bimbi e un’ora di intervallo mensa in cui l’insegnante non
segue gli alunni ma si fa gli affari suoi. Nell’insieme 4 ore e tre quarti
di insegnamento frontale per cinque giorni alla settimana, poco più delle 4
ore e 24 minuti medie di un maestro nostrano impegnato su un orario di 5
giorni alla settimana. Ho chiesto allora chi vigilasse sui ragazzi durante
la mensa e la ricreazione. Mi sono sentito rispondere che esistono tre o
quattro persone fornite dal comune che svolgono questo compito. E che esiste
anche per ogni classe un assistente, una specie di factotum, sempre pagato
dal comune e prevalentemente non qualificato dal punto di vista pedagogico,
che passa tutta la mattina con l’insegnante e gli alunni svolgendo compiti
di sorveglianza, di approntamento dei sussidi didattici, delle fotocopie o
quant’altro, di cura dei ragazzi svantaggiati e, in caso di necessità, di
sorveglianza della classe.
Cito questo fatto perché, come periodicamente succede, in questi giorni
siamo bersagliati da un ritornello che dice: gli insegnanti sono troppi, per
questo la scuola costa molto e gli insegnanti sono pagati poco. E qui via
sciorinare i dati: in Italia un insegnante ogni 10 alunni, in quest’altro
paese invece uno ogni 12, uno ogni 14, uno ogni 16 ecc.
Già! Ma mi chiedo nel caso dell’Inghilterra, che abbiamo appena visto coloro
che curano i ragazzi a mensa o che fanno gli assistenti in classe entrano
nel conto? Ne dubito! Anzi, nel caso specifico sono sicuro di no,
trattandosi di personale non qualificato per insegnare. E non entrano
neppure nella contabilità del Ministero dell’Educazione trattandosi di
dipendenti comunali.
Così come dipendono dai comuni gli amministrativi e i bidelli, i quali ,
contrariamente a una leggenda metropolitana che li voleva una peculiarità
solo italiana, esistono in tutto il mondo, solo che raramente dipendono
dalla stessa amministrazione che gestisce il personale docente e fanno parte
degli stessi sindacati di categoria dei docenti.
Ma che siano dipendenti di qua o di là, docenti o ata che siano, i loro
stipendi sono comunque un carico per la collettività e la pretesa dei
rigoristi nostrani che urlano alla troppa spesa per la scuola si riduce in
realtà ad una semplice differenza di voci di spesa e di capitoli di uscita
nei bilanci statali, non ad una reale riduzione della spesa pubblica e del
personale, dal momento che, anche se magari un assistente costa meno di un
insegnante, gli stipendi degli insegnanti sono notevolmente più alti..

Qualcuno potrebbe pensare che il caso inglese costituisca un’eccezione. E
invece no. In Francia succede la stessa cosa. Con una popolazione pari all’
Italia e quindi una popolazione scolastica non tanto dissimile la Francia
sembra avere un numero di insegnanti sensibilmente inferiore: circa 600.000
contri i nostri 800.000. Ma se si va a veder la totalità del personale
impegnato nel sistema scolastico francese (università escluse) si scopre che
in Francia vi lavorano circa 1.600.000 addetti contro 1.100.000 impiegati in
Italia.
Come mai questa differenza? Essa è dovuta a quattro fattori.
Il primo:
in Francia il sistema scolastico fa capo a tre ministeri diversi: quello
dell’Educazione nazionale (che retribuisce la maggior parte dei docenti),
quello della Gioventù e dello Sport (che retribuisce i docenti di
educazione fisica) e quello dell’Agricoltura e della Pesca ( che retribuisce
i docenti dei licei agricoli, il corrispettivo dei nostri Istituti Agrari).
Il secondo:
a partire dal 1998 sono stati introdotti con compiti di assistentato figure
a contratto quinquennale: sono giovani diplomati al primo impiego, si
chiamano aiuto-educatori (aides-educateurs), sono 70.000 e la loro
assunzione è finanziata dal Ministero del Lavoro, con i fondi per il primo
impiego. I loro compiti variano dalla vigilanza allo studio sussidiario,
dall’animazione alla cura in mensa e, se le competenze lo consentono, dai
laboratori di informatica alla sostituzione degli insegnanti assenti. Non si
tratta di insegnanti, non ne hanno la qualifica e spesso neppure un diploma
utile, ma ne svolgono molti compiti.
Il terzo:
esistono nel settore dei licei professionali una serie di insegnanti a
contratto, professionisti impegnati nelle materie di tecnica professionale:
il loro contratto non sempre è annuale né per orari definibili di cattedra.
Non vengono certo conteggiati tra i docenti stabilizzati.
Il quarto:
esistono oltre al personale ata vero e proprio (bidelli, amministrativi e
tecnici), figure non docenti inferiori e superiori, che potremmo definire
paradocenti: i MI-SE, sorveglianti, a 36 ore settimanali, costituiti da
studenti magistrali “in carriera”, addetti ad animazione e studio
sussidiario; i MA, docenti ausiliari, non abilitati ma inquadrati nel
sistema; i consiglieri di educazione e i consiglieri principali di
educazione, sorta di vicepresidi distaccati o di coordinatori disciplinari;
i Co-psy, orientatori psicopedagogici; i medici scolastici che non si
limitano al pronto soccorso ma tengono i corsi di igiene. Di prevenzione
sanitaria e di educazione sessuale.Tutte figure, tranne i consiglieri di
educazione, che difficilmente rientrano nel computo del personale docente
vero e proprio.

Insomma se si va guardare nelle cuciture della scuola internazionale (qui ci
limitiamo a quella europea) scopriamo che differenziando le figure si
possono alterare anche dei conti, nascondere delle voci, ma, a meno che non
si vogliano tagliare drasticamente i servizi, alla fine i conti pubblici
debbono poi tornare o sotto al forma di spese del ministero dell’istruzione
o sotto quella di altri ministeri o sotto quella del finanziamento degli
enti locali, per non dire persino dei finanziamenti alle aziende.
A questo proposito è illuminante l’esempio della Germania. Qui operano nel
settore dell’educazione duale circa 700.000 tutor aziendali accreditati con
appositi esami di “mastro operaio” che curano gli apprendisti che a loro
volta apprendono nell’alternanza scuola-lavoro. Si tratta di 700.000 persone
pagate dalle aziende e che probabilmente ricevono un’indennità o un
incentivo per il ruolo che svolgono verso questi ragazzi, ma per il quale le
aziende stesse ricevono dallo Stato finanziamenti pubblici. Non si vuole qui
entrare nel merito dell’efficacia del metodo, questione che da sola potrebbe
essere oggetto di ampie dissertazioni, ma non si vorrà far credere che lo
stato tedesco sborsi in indennità per 700.000 (settecentomila!) persone
meno di quanto sborsi il nostro ministero per gli stipendi di 24.000
(ventiquattromila!) insegnanti tecnico pratici che operano nei laboratori
delle scuole italiane più o meno con lo stesso obiettivo di insegnare ai
ragazzi a manovrare una macchina utensile o a costruire un impianto?

Naturalmente si potrebbe continuare citando altre decine di casi. Sempre per
rimanere nell’Unione Europea: il mediatore che lavora a combattere
dispersione e insuccesso scolastico tra i figli degli immigrati nelle scuole
del Belgio francofono, o il supporto libero del Belgio fiammingo, il Lehrer
fur sonderpaedagogisce Lehramter tedesco, simile al nostro insegnante di
sostegno, o il Didaskalos Idikis Agogis greco che lavora sui casi
problematici, o il Profesor de Apoyo spagnolo, che come i nostri
“sostegnisti” spesso denuncia di non essere usato per i portatori di
handicap ma per supplire i colleghi assenti, o gli Special Needs Assistants
della scuola irlandese, o i vari Sonderschullehrer, Begleitlehrer, Lehrer
fur muttersprachlichen Unterricht austriaci, o il Profesor de Apoio
Educativo portoghese, assistenti non “sostegnisti” stavolta, o i finlandesi
Eritysluokanopettaja, Erityispettaja, Koulunkavatiayustaja troppo difficili
da scriversi per chiedersi anche cosa facciano, o lo Specialpedagog svedese
o gli Asistent Ucitela cechi e slovacchi e gli ungheresi Gyogipedagogus,
Szocialpedagogus e Konduktor, o gli Eripedagogoog estoni, gli Specialusis
Pedagogas lituani, o i Facilitatori. maltesi. Chissà quanti di questi
soggetti che operano nella scuola in funzioni docenti, paradocenti o altro
vengono calcolati quando si fanno i conti sul corpo docente.

Noi italiani abbiamo fatto una scelta diversa negli anni del nostro boom
scolastico: quello di caricare pressoché tutte le spese allo Stato e tutti i
compiti alla figura docente, da quelli più umili come vigilare in mensa a
quelli più difficili come sostenere in classe i portatori di handicap. Anche
noi avevamo le assistenti nella scuola materna ad esempio o le insegnanti
comunali di doposcuola, ma li abbiamo riassorbiti le prime, prevalentemente
diplomate, tra le insegnanti, mentre i doposcuola comunali sono stati a poco
a poco sostituiti da quelli statali. E abbiamo un sistema di integrazione
generalizzato che occupa quasi 100.000 insegnanti di sostegno.
E’ stato forse uno sbaglio fare “todos caballeros”?
Se ne potrebbe anche discutere da un punto di vista pedagogico o gestionale,
ma non certo da un punto di vista contabile. Tanto più che nello stesso
momento in cui si dicono queste cose si tagliano i fondi agli enti locali
che eventualmente dovrebbero subentrare in questi servizi che, fatti dall’
uno o dall’altro, sono indispensabili. Come si faccia poi a legare a ciò
anche eventuali stipendi migliori per i docenti rimasti andrebbe spiegato: o
si incentiva un cannibalismo tra docenti di serie A e docente di serie B o
si pensa che a livello decentrato esistano trucchi migliori per falsare i
bilanci o per imbrogliare i lavoratori.
In verità alcuni fatti ci dimostrano che l’alternativa si gioca tra la
perdita di un servizio o la sua qualificazione insieme alla negazione dei
diritti di chi vi lavora. In Francia lo scorso anno il governo Raffarin
decise di dare un taglio alle spese per la scuola. Ci fu una levata di scudi
degli insegnanti e dei loro sindacati. Non taglieremo i docenti, disse
Raffarin, taglieremo gli aiuto-educatori e i sorveglianti. Ma il servizio
scolastico non funzionerà, ribatterono le famiglie. Ci metteremo
ex-insegnanti già in pensione e casalinghe senza figli, che costano meno e
magari a casa si annoiano pure, fu la risposta.
E’ dunque fuori luogo il timore che esprimono i nostri maestri elementari
quando si comincia distinguerli in maestri tutor e maestri coadiutori
(aides-educateurs?)? E’ fuori luogo il pensare che il vero risparmio a cui
si mira quando si dicono queste cose non stia solo nella riduzione degli
insegnanti per pagare meglio i restanti ma nel creare le condizioni perché
una parte di loro sia pagata meno, sia ricattabile e abbia meno diritti?

Pino Patroncini

martedì 24 giugno 2008

rom e memoria ram

I sindaci, sì a impronte digitali a bimbi rom. Unicef e Garante: discriminazione

Il sindaco di Milano e quello di Roma appoggiano la misura annunciata da Maroni

ROMA - Per il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e quello di Roma, Gianni Alemanno prendere le impronte digitali per i bambini Rom (una misura annunciata mercoledì dal governo per bocca del ministro dell'Interno Roberto Maroni) può essere vista come un'opportunità di tutela. Moratti lo ha detto a margine della prima conferenza programmatica dell'Anci in corso a Roma. Il sindaco del capoluogo lombardo, che ha precisato però di non aver letto il testo, ritiene che questo provvedimento potrebbe anche facilitare il compito delle forze dell'ordine. Secondo Alemanno «la proposta del ministro Maroni non è volta a registrare o a schedare i minori nomadi ma a proteggerli. I minori nomadi vengono spesso usati per l'accattonaggio e sfruttati, interscambiandoli da famiglia a famiglia ed evitando così le norme sulla revoca della patria potestà».

GARANTE PRIVACY: POSSIBILI DISCRIMINAZIONI - Dubbi però vengono espressi da parte del Garante della privacy, secondo il quale si potrebbero creare «delicati problemi di discriminazione che possono toccare anche la dignità delle persone e specialmente dei minori», si afferma in una nota. Il Garante ha chiesto informazioni alle autorità competenti e in particolare ai prefetti di Roma, Milano e Napoli.

«STUPORE E PREOCCUPAZIONE» - Chi invece non ha gradito l'annuncio è il comitato italiano dell'Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, che attraverso il suo presidente, Vincenzo Spadafora, esprime «stupore e grave preoccupazione». «Verrebbe da proporre al ministro, per rispettare il diritto all’uguaglianza di tutti i bambini, di schedare allo stesso modo tutti i bambini italiani - commenta Spadafora -. Ci auguriamo che si tratti di una proposta provocatoria destinata a non avere seguito. I bambini rom non sono diversi dagli altri bambini, e tra l’altro molti di loro sono cittadini italiani a tutti gli effetti, ma soprattutto i bambini non possono e non devono essere trattati come gli adulti». Per l'Unicef Italia attorno alla questione dei Rom è stato sollevato un clamore eccessivo. «Sono mesi ormai - si legge in una nota dell'organizzazione - che l’attenzione delle istituzioni, nonché dell’opinione pubblica e dei mass media italiani si concentra sulle comunità rom presenti nel nostro territorio. Un’attenzione che chiediamo non si trasformi in principi di discriminazione verso popolazioni e soprattutto bambini in condizioni di evidente vulnerabilità. Auspichiamo che il governo italiano affronti le tematiche relative alla sicurezza senza trascurare i diritti dei bambini, tra cui quelli di essere tutelati e non essere discriminati, come ricorda la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia con legge n° 176 del 27 maggio 1991».

«GIÀ CI SONO» - Favorevole invece il capo di gabinetto del ministro per le Pari opportunità, Simonetta Matone, ex giudice minorile: «Troppo spesso il pregiudizio ideologico frena la tutela e la difesa dei bambini. Prendere le impronte digitali è una prassi consolidata da sempre negli uffici giudiziari minorili. In tribunale ci sono pacchi alti così di impronte digitali di piccoli rom».

Quand'eravamo bimbi, ma ancora fino a qualche anno fa, gli zingari erano come le nuvole: arrivavano, si fermavano qualche giorno in qualche campo, e poi se ne andavano. Noi ragazzini eravamo un pò impauriti dall'arrivo dei 'singher', ne temevamo la cattiveria e avevamo paura che ci rubassero la bici, ma ne invidiavamo anche la libertà che avevano di fare ciò che volevano - i bimbi guidavano già il motorino! - e anche il fatto che i loro giovani figli sembrassero più vissuti di noi: avevano già due belle palle! Ma non ce lo dicevamo e non lo avremmo mai ammesso. Poi partivano e a noi restava un ricordo misto di terrore e invidia, e qualche ingenuo interrogativo sul significato di libertà. Nessuno fra noi, neanche i nostri genitori, si era mai posto il problema di cacciarli dai territori in cui vivevamo o tantomeno di eliminarli. Forse era ancora troppo recente l'esperienza nazi-fascista, almeno per gli adulti.

Rinchiuderli forzatamente in case super igienizzate, costringere i loro figli a frequentare la scuola e magari trovar loro persino un lavoro fisso per normalizzarli...Insomma, nomadi stabili e italiani precari: non fa un pò ridere?
Gli irlandesi ci ripensano...

lunedì 23 giugno 2008

parco dell'uccellina










Ritorno dal parco maremmano.
Sempre meritevole, ma lo preferivo anni fa
in bianco e nero.










martedì 17 giugno 2008

just use it

Firefox 3, browser da record

Esce Firefox 3, nuova versione del browser che contende all’ Explorer di Microsoft la leadership della navigazione sul web, sarà accompagnato da un tentativo di stabilire un record mondiale: quello del maggior numero di copie di un programma scaricate da Internet in un solo giorno. Mozilla Foundation, l’organizzazione non-profit con sede a Mountain View (California) che promuove il progetto open source, ha lanciato da settimane in tutto il mondo una campagna per esortare gli utenti di Firefox a scaricare tutti insieme dalla Rete la versione 3.

L’idea è quella di far entrare l’ evento nel Guinness dei Primati, i cui ispettori seguiranno passo per passo il Download Day di Firefox. In realtà non c’è un tetto stabilito per dichiarare raggiunto il primato, visto che non esiste ancora un record del genere. Mozilla dovrebbe battere senza troppi problemi gli 1,6 milioni di versioni scaricate nel primo giorno del debutto di Firefox 2 e punta a un traguardo ipotetico di 5 milioni di click sui bottoni del download promossi su siti Internet e blog di mezzo mondo. Sul sito www.spreadfirefox.com/worldrecord, dedicato all’ impresa, sono già state raccolte 1,3 milioni di promesse da tutto il mondo di scaricare domani il software. L’Italia risulta tra i paesi più attivi, con 59 mila persone impegnate a partecipare al Download Day. Firefox 3 vanta 15 mila miglioramenti rispetto alla versione precedente, sviluppati dalla propria comunità globale di esperti di software.

Il browser è attualmente il secondo più usato al mondo dopo Explorer, ma c’è chi ritiene che la terza versione possa portare Mozilla al sorpasso. Microsoft risponderà in agosto, quando è previsto il lancio di Explorer 8, ultima e rinnovata versione del browser della casa di Redmond.

rieccolo...

Il vero volto del Cavaliere

di EZIO MAURO


Il vero volto del Cavaliere
NEL mezzo della luna di miele che la maggioranza degli italiani credeva di vivere con il nuovo governo, la vera natura del berlusconismo emerge prepotente, uguale a se stessa, dominata da uno stato personale di necessità e da un'emergenza privata che spazzano via in un pomeriggio ogni camuffamento istituzionale e ogni travestimento da uomo di Stato del Cavaliere. No. Berlusconi resta Berlusconi, pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale, a limitare la libertà di stampa per sfuggire alla pubblicazione di dialoghi telefonici imbarazzanti, a colpire il diritto dell'opinione pubblica a essere informata sulle grandi inchieste e sui reati commessi, pur di fermare le indagini della magistratura.

La Repubblica vive un'altra grave umiliazione, con le leggi ad personam che ritornano, il governo del Paese ridotto a scudo privato del premier, la maggioranza parlamentare trasformata in avvocato difensore di un cittadino indagato che vuole sfuggire al suo legittimo giudice, deformando le norme.

In un solo giorno - dopo la strategia del sorriso, il dialogo, l'ambizione del Quirinale - Silvio Berlusconi ha chiamato a raccolta i suoi uomini per operare una doppia azione di sfondamento alla normalità democratica del nostro sistema costituzionale. Sotto attacco, la libertà di informazione da un lato, e l'obbligatorietà dell'azione penale dall'altro.

Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell'azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d'udienza, che tuttavia si traduce in un'alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Principio istituito a garanzia dell'effettiva imparzialità dei magistrati e dell'uguaglianza dei cittadini.

La nuova norma berlusconiana (presentata come un emendamento al decreto-sicurezza, firmato direttamente dai Presidenti della I e II commissione di Palazzo Madama) obbliga i giudici a dare "precedenza assoluta" ai procedimenti relativi ad alcuni reati, ma questa precedenza serve soprattutto a mascherare il vero obiettivo dell'intervento: la sospensione "immediata e per la durata di un anno" di tutti i processi penali relativi ai fatti commessi fino al 31 dicembre 2001 che si trovino "in uno stato compreso tra la fissazione dell'udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado".

È esattamente la situazione in cui si trova Silvio Berlusconi nel processo in corso davanti al Tribunale di Milano per corruzione in atti giudiziari: con l'accusa di aver spinto l'avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri della galassia Fininvest all'estero.

Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d'interessi, l'urgenza privata, l'emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova legge ad personam. Bisogna ad ogni costo bloccare quei giudici, anche se operano "in nome del popolo italiano", anche se il caso non riguarda affatto la politica, anche se il discredito internazionale sarà massimo. Bisogna con ogni mezzo evitare quella sentenza, guadagnare un anno, per dar tempo all'avvocato Ghedini (difensore privato del Cavaliere e vero Guardasigilli-ombra del suo governo) di ripresentare quel lodo Schifani che rende il premier non punibile, e che la Consulta ha già giudicato incostituzionale, perché viola l'uguaglianza dei cittadini: un peccato mortale, in democrazia, qualcosa che un leader politico non dovrebbe nemmeno permettersi di pensare, e che invece in Italia verrà presentato in Parlamento per la seconda volta in pochi anni, a tutela della stessa persona, dalla stessa moderna destra che gli italiani hanno scelto per governare il Paese.

Con ogni evidenza, per l'uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni, e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori, una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente la sua politica. No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere, il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile, come le leggi, come i poteri della magistratura.

È una coazione a ripetere, rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abita la Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere il Capo dell'esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare il giudiziario. Qualcosa a cui l'Occidente non è abituato, un abuso di potere che soltanto in Italia non scandalizza, e che soltanto l'establishment italiano può accettare banalizzandolo, per la nota e redditizia complicità dei dominati con l'ordine dominante, che è a fondamento di ogni autoritarismo popolare e di ogni democrazia demagogica, come ci avviamo purtroppo a diventare.

Questo uso esclusivo delle istituzioni e della norma, porta fatalmente il Premier ad un conflitto con il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Napolitano era già intervenuto, nelle forme proprie del suo ruolo, contro il tentativo di introdurre la norma anti-prostitute nel decreto sicurezza, spiegando che non si vedeva una ragione d'urgenza. Poi aveva preso posizione per la stessa ragione contro l'ingresso nel decreto della norma che porta i soldati in strada a svolgere compiti di polizia. Oggi si trova di fronte un emendamento che addirittura sospende per un anno i processi penali e ordina ai magistrati come devono muoversi di fronte ai reati, una norma straordinaria inserita come "correzione" in un decreto che parla di tutt'altro.

Che c'entra la sospensione dei processi con la sicurezza? Qual è il carattere di urgenza, davanti ai cittadini? L'unica urgenza - come l'unica sicurezza - è quella privatissima e inconfessabile del premier. Una stortura che diventa un abuso, e anche una sfida al Capo dello Stato, che non potrà accettarla. Come non può accettarla il Partito Democratico, che ieri con Veltroni ha accolto la proposta di Scalfari: il dialogo sulle riforme non può continuare davanti a questi "strappi" della destra, perché non si può parlare di regole con chi le calpesta.

Nello stesso momento, mentre blocca i magistrati e ferma il suo processo, Berlusconi interviene anche sulla libertà di cronaca. Il disegno di legge sulle intercettazioni presentato ieri dal governo, infatti, non impedisce solo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, con pene fino a 3 anni (e sospensione dalla professione) per il cronista autore dell'articolo e fino a 400 mila euro per l'editore. Le nuove norme vietano all'articolo 2 la pubblicazione "anche parziale o per riassunto" degli atti delle indagini preliminari "anche se non sussiste più il segreto", fino all'inizio del dibattimento.

Questo significa il silenzio su qualsiasi notizia di inchiesta giudiziaria, arresto, interrogatorio, dichiarazione di parte offesa, argomenti delle difese, conclusioni delle indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio. Tutto l'iter investigativo e istruttorio che precede l'ordinanza del giudice dell'udienza preliminare è ora coperto dal silenzio, anche se è un iter che nella lentezza giudiziaria italiana può durare quattro-sei anni, in qualche caso dieci. In questo spazio muto e segreto, c'è ora l'obbligo (articolo 12) di "informare l'autorità ecclesiastica" quando l'indagato è un religioso cattolico, mentre se è un Vescovo si informerà direttamente il Cardinale Segretario di Stato del Vaticano, con un inedito privilegio per il Capo del governo di uno Stato straniero, e per i cittadini-sacerdoti, più cittadini degli altri.

Se il diritto di cronaca è mutilato, il diritto del cittadino a sapere e a conoscere è fortemente limitato. Con questa norma, non avremmo saputo niente dello spionaggio Telecom, del sequestro di Abu Omar, della scalata all'Antonveneta, della scalata Unipol alla Bnl, del default Parmalat, della vicenda Moggi, della subalternità di Saccà a Berlusconi, dei "pizzini" di Provenzano, della disinformazione organizzata da Pollari e Pompa, e infine degli orrori della clinica Santa Rita di Milano. Ma non c'è solo l'ossessione privata di Berlusconi contro i magistrati e i giornalisti (alcuni).

C'è anche il tentativo scientifico di impedire la formazione di quel soggetto cruciale di ogni moderna democrazia che è la pubblica opinione, un'opinione consapevole proprio in quanto informata, e influente perché organizzata come attore cosciente della moderna agorà. No alla pubblica opinione (che non sappia, che non conosca) a favore di opinioni private, meglio se disorientate e spaventate, chiuse in orizzonti biografici e in paure separate, convinte che non esista più un'azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi individuali.

A questo insieme di individui - di cui certo fanno parte anche gli sconfitti della globalizzazione, la nuova plebe della modernità - il populismo berlusconiano chiede solo una vibrazione di consenso, un'adesione a politiche simboliche, una partecipazione di stati d'animo, che si risolve nella delega. La cifra che lega il tutto è l'emergenza, intesa come orizzonte delle paure e fine del conformismo, del politicamente corretto, delle regole e degli equilibri istituzionali.

Conta decidere (non importa come), agire (non conta con che efficacia), trasformare l'eccezione in norma. Il governo, a ben guardare, non sta militarizzando le strade o le discariche, ma le sue decisioni e la sua politica. Meglio, sta militarizzando il senso comune degli italiani, forzandolo in un contesto emergenziale continuo, con l'esecutivo trasformato per conseguenza da organo ordinario in straordinario, che opera in uno stato d'eccezione perenne. Così Silvio Berlusconi può permettersi di venire allo scoperto in serata, scrivendo in una lettera a Schifani che la norma blocca-processi "è a favore di tutta la collettività", anche se si applica "a uno tra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica".

È il preannuncio di una ricusazione, in una giornata come questa, vergognosa per la democrazia, con il premier imputato che rifiuta il suo giudice mentre ne blocca l'azione. A dimostrazione che Berlusconi è pronto a tutto. Dovremmo prepararci al peggio: se non fosse che il peggio, probabilmente, lo stiamo già vivendo.

(17 giugno 2008)

domenica 15 giugno 2008

canyoning

in val arroscia, sopra imperia, da ubi e gabriela, una splendida giornata di torrentismo...

venerdì 13 giugno 2008

history duel








duello alla officina H


domenica 8 giugno 2008

è da un mese che piove quasi ininterrottamente...
ancora i mondiali di canoa...
ignorarsi...

sabato 7 giugno 2008

west side story








grazie roberto per aver regalato la tua simpatia per me...








tentare?


si premia chi vince in canoa...
evitarsi...

lunedì 2 giugno 2008

si pranza a cascinette, ma non si parla...