Del leader della Lega disse anche che «era un uomo di m...»
«Bossi fa schifo», Pino Daniele a processo
Il cantante napoletano rinviato a giudizio per la frase sul Senatùr: «Lo diffamò». Rischia 500 mila euro di multa
Pino Daniele (Ansa)
NAPOLI - «Bossi che canta Maruzzella a Napoli? È un uomo di m..., mi fa schifo». È una frase che potrebbe costare molto cara al cantautore napoletano Pino Daniele, che durante una conferenza stampa, a Sanremo, all'epoca del festival della canzone italiana 2001, commentò così una performance del leader leghista, che in un ristorante di Napoli aveva intonato la celebre canzone partenopea.
Venerdì il gup Eduardo Brasco di Sanremo ha rinviato a giudizio Daniele, fissando la data di inizio del processo al prossimo 23 gennaio. Il giudice ha così ravvisato in quella frase gli estremi della diffamazione.
MEGA MULTA - Per via di quegli insulti Daniele potrebbe essere costretto a sborsare 500 mila euro, la cifra che i legali di Bossi avrebbero chiesto come risarcimento danni.
venerdì 16 novembre 2007
Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
IL TRIANGOLO NERO
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Se volete aderire a questa petizione:
http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.
Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.
Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo è illegale.
Se volete aderire a questa petizione:
http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html
effetto serra
Domani la presentazione della bozza dell'Ipcc, il comitato intergovernativo
"Le attività umane possono portare a cambiamenti senza ritorno"
Effetto serra, gli esperti Onu pessimisti
"Ormai potrebbe essere irreversibile"
Effetto serra, gli esperti Onu pessimisti
"Ormai potrebbe essere irreversibile"
VALENCIA - Rischiano di rivelarsi "irreversibili" l'effetto-serra e, più in generale, le conseguenze del surriscaldamento globale del pianeta: è l'allarme lanciato dall'Ipcc, il Comintato Intergovernativo sui Mutamenti Climatici, nella bozza di rapporto in via di completamento dopo un'approfondita analisi dei dati relativi all'impatto del fenomeno.
Come riferito dal capo della delegazione francese, Marc Gillet, i contenuti del documento, che dovrà fornire ai governi nazionali le linee-guida in materia per gli anni a venire, sono stati in linea di massima approvati dagli esperti internazionali dell'Ipcc, riuniti a Valencia, dopo un'intera notte di trattative. "Le attività umane potrebbero condurre a cambiamenti del clima improvvisi o irreversibili", recita il testo concordato. L'ente scientifico, quest'anno co-assegnatario del premio Nobel per la Pace insieme all'ex vice presidente americano Al Gore, è stato istituito nel '98 su iniziativa di due agenzie specializzate dell'Onu: l'Organizzazione Meteorologica Mondiale, o Wmo, e l'Unep, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.
La relazione sarà ufficialmente adottata domani nella località iberica; seguirà una conferenza stampa cui parteciperà lo stesso segretario generale del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon.
(16 novembre 2007)
"Le attività umane possono portare a cambiamenti senza ritorno"
Effetto serra, gli esperti Onu pessimisti
"Ormai potrebbe essere irreversibile"
Effetto serra, gli esperti Onu pessimisti
"Ormai potrebbe essere irreversibile"
VALENCIA - Rischiano di rivelarsi "irreversibili" l'effetto-serra e, più in generale, le conseguenze del surriscaldamento globale del pianeta: è l'allarme lanciato dall'Ipcc, il Comintato Intergovernativo sui Mutamenti Climatici, nella bozza di rapporto in via di completamento dopo un'approfondita analisi dei dati relativi all'impatto del fenomeno.
Come riferito dal capo della delegazione francese, Marc Gillet, i contenuti del documento, che dovrà fornire ai governi nazionali le linee-guida in materia per gli anni a venire, sono stati in linea di massima approvati dagli esperti internazionali dell'Ipcc, riuniti a Valencia, dopo un'intera notte di trattative. "Le attività umane potrebbero condurre a cambiamenti del clima improvvisi o irreversibili", recita il testo concordato. L'ente scientifico, quest'anno co-assegnatario del premio Nobel per la Pace insieme all'ex vice presidente americano Al Gore, è stato istituito nel '98 su iniziativa di due agenzie specializzate dell'Onu: l'Organizzazione Meteorologica Mondiale, o Wmo, e l'Unep, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.
La relazione sarà ufficialmente adottata domani nella località iberica; seguirà una conferenza stampa cui parteciperà lo stesso segretario generale del Palazzo di Vetro, Ban Ki-moon.
(16 novembre 2007)
giovedì 15 novembre 2007
l'everest è sulle alpi o in inghilterra?
One in three think Everest is in Europe as survey reveals poor geographical knowledge
· Research shows many know little about locality
· Awareness week aimed at improving skills
The most visited local "landmark" for many British adults is their nearby DIY store, according to a survey published today, which suggests we are a nation of reluctant explorers, with little sense of adventure and a poor understanding of geography. A third of those who took part in the survey thought Mount Everest is in Europe, while only half were aware that the Nile is the world's longest river.
The research warns that most people are failing to make the most of their local area and have little knowledge of important geographical facts.
The survey was carried out to mark National Geographic's geography awareness week and also today's so-called "GIS Day", which aims to encourage young people to understand the extent to which geographic information - and increasingly the opportunity to use technology such as digital mapping - underpins our daily lives.
The UK is among more than 80 countries which will participate by holding local events such as workshops and school assemblies.
Asked how many countries there were in the world, only a third were correct in choosing 193. A third of people thought Mount Everest was either in the Alps or the UK - it is in Nepal - and only half of respondents knew that the Nile was the world's longest river.
Asked which facility had been visited the most during the past month, the DIY superstore came top with 39%. The local museum was bottom with only 9%. Almost a third said they had never visited their local museum or church and a quarter had never been to their leisure centre.
Respondents were also asked about what they remembered most about geography lessons at school from a list of eight topics. Maps came top with 24%, rocks/erosion and "don't know" were in joint second place with 16%, and farming in last with 5%.
The findings follow a separate survey carried out earlier this week by the British Council, which showed that UK children aged 11 to 16 have the lowest international awareness among their age group in 10 countries.
David Lambert, professor of geography education and chief executive of the Geographical Association, said: "Geography helps us make sense of the world and face vital issues such as climate change, energy, food production, the 'war on terror', water and poverty. It also touches all our lives every day, from businesses to schools, government to hospitals.
"Essential to a rounded education, young people should learn geography because it introduces them to relationships between the human activity within our physical world. This is key to gaining an improved understanding of the environment we live in today and in the future."
Rebecca Smithers, consumer affairs correspondent
Wednesday November 14, 2007
The Guardian
· Research shows many know little about locality
· Awareness week aimed at improving skills
The most visited local "landmark" for many British adults is their nearby DIY store, according to a survey published today, which suggests we are a nation of reluctant explorers, with little sense of adventure and a poor understanding of geography. A third of those who took part in the survey thought Mount Everest is in Europe, while only half were aware that the Nile is the world's longest river.
The research warns that most people are failing to make the most of their local area and have little knowledge of important geographical facts.
The survey was carried out to mark National Geographic's geography awareness week and also today's so-called "GIS Day", which aims to encourage young people to understand the extent to which geographic information - and increasingly the opportunity to use technology such as digital mapping - underpins our daily lives.
The UK is among more than 80 countries which will participate by holding local events such as workshops and school assemblies.
Asked how many countries there were in the world, only a third were correct in choosing 193. A third of people thought Mount Everest was either in the Alps or the UK - it is in Nepal - and only half of respondents knew that the Nile was the world's longest river.
Asked which facility had been visited the most during the past month, the DIY superstore came top with 39%. The local museum was bottom with only 9%. Almost a third said they had never visited their local museum or church and a quarter had never been to their leisure centre.
Respondents were also asked about what they remembered most about geography lessons at school from a list of eight topics. Maps came top with 24%, rocks/erosion and "don't know" were in joint second place with 16%, and farming in last with 5%.
The findings follow a separate survey carried out earlier this week by the British Council, which showed that UK children aged 11 to 16 have the lowest international awareness among their age group in 10 countries.
David Lambert, professor of geography education and chief executive of the Geographical Association, said: "Geography helps us make sense of the world and face vital issues such as climate change, energy, food production, the 'war on terror', water and poverty. It also touches all our lives every day, from businesses to schools, government to hospitals.
"Essential to a rounded education, young people should learn geography because it introduces them to relationships between the human activity within our physical world. This is key to gaining an improved understanding of the environment we live in today and in the future."
Rebecca Smithers, consumer affairs correspondent
Wednesday November 14, 2007
The Guardian
la "percezione" dei giovani d'oggi.
Come ti percepisco il giovane
Alessandro Robecchi
Una malsana esposizione ai mass media dopo un recente caso di cronaca nera mi ha insegnato a capire i giovani. Ecco cosa devi fare per essere veramente un giovane: drogarti come una rockstar, andare in macchina a trecento all'ora di notte, possibilmente ubriaco. Bere come una spugna anche se sei a piedi, scopare come John Holmes non importa chi, o che cosa, a qualunque ora, farti dei filmini e metterli su youtube, andare al pub, fare un blog e nel tempo libero annoiarti mortalmente. Nei casi estremi, per combattere la noia puoi anche ammazzare qualcuno. Se queste deliziose attitudini fossero attribuite ai rom avremmo roghi e spedizioni punitive. Trattandosi dei giovani nostri, il pogrom si limita al preoccupato dibattito, alla mesta riflessione. Ed ecco il «giovane percepito»: le vecchiette cambiano marciapiede, i genitori si preoccupano, i Tg intervengono con le forze d'assalto. Allarme! Arriva il giovane percepito, in poche parole un cretino integrale pericoloso a sé e agli altri. Ovviamente il giovane percepito non esiste, nella vita reale, ma non importa, questa faccenda delle cose percepite funziona sempre, per la paura, per l'inflazione, per l'immigrato, per il rom, e anche per il giovane. Fateci caso: non è mai una percezione piacevole. Ogni volta che si parla di «percepito» anziché di «reale» aumentano in qualche modo paura e inquietudine. Vedere, studiare, conoscere, aprirà degli orizzonti, ma percepire mette solo fifa. Presto ci diranno (come hanno fatto con la sicurezza) che non importa se è reale, che quello che conta è la percezione, insomma, se in tanti pensano che i giovani siano fancazzisti ubriachi potenziali serial killer drogati e maniaci sessuali, bene, buona la prima, ecco fatto. Qualcun altro (specie a sinistra) percepisce invece un giovane più soft, che è soltanto un mezzo scemo rincretinito (non come quando eravamo giovani noi!). Risultato: ecco un'altra componente della società che diventa minaccia percepita. Quanti anni hai? Venti? Ti prego, non sgozzarmi! Paura, eh?
Alessandro Robecchi
Una malsana esposizione ai mass media dopo un recente caso di cronaca nera mi ha insegnato a capire i giovani. Ecco cosa devi fare per essere veramente un giovane: drogarti come una rockstar, andare in macchina a trecento all'ora di notte, possibilmente ubriaco. Bere come una spugna anche se sei a piedi, scopare come John Holmes non importa chi, o che cosa, a qualunque ora, farti dei filmini e metterli su youtube, andare al pub, fare un blog e nel tempo libero annoiarti mortalmente. Nei casi estremi, per combattere la noia puoi anche ammazzare qualcuno. Se queste deliziose attitudini fossero attribuite ai rom avremmo roghi e spedizioni punitive. Trattandosi dei giovani nostri, il pogrom si limita al preoccupato dibattito, alla mesta riflessione. Ed ecco il «giovane percepito»: le vecchiette cambiano marciapiede, i genitori si preoccupano, i Tg intervengono con le forze d'assalto. Allarme! Arriva il giovane percepito, in poche parole un cretino integrale pericoloso a sé e agli altri. Ovviamente il giovane percepito non esiste, nella vita reale, ma non importa, questa faccenda delle cose percepite funziona sempre, per la paura, per l'inflazione, per l'immigrato, per il rom, e anche per il giovane. Fateci caso: non è mai una percezione piacevole. Ogni volta che si parla di «percepito» anziché di «reale» aumentano in qualche modo paura e inquietudine. Vedere, studiare, conoscere, aprirà degli orizzonti, ma percepire mette solo fifa. Presto ci diranno (come hanno fatto con la sicurezza) che non importa se è reale, che quello che conta è la percezione, insomma, se in tanti pensano che i giovani siano fancazzisti ubriachi potenziali serial killer drogati e maniaci sessuali, bene, buona la prima, ecco fatto. Qualcun altro (specie a sinistra) percepisce invece un giovane più soft, che è soltanto un mezzo scemo rincretinito (non come quando eravamo giovani noi!). Risultato: ecco un'altra componente della società che diventa minaccia percepita. Quanti anni hai? Venti? Ti prego, non sgozzarmi! Paura, eh?
qualcosa di positivo, ogni tanto...
finché litigano fra loro...
Sciolto il gruppo dell'estrema destra all'europarlamento.
Il primo gruppo parlamentare europeo dichiaratamente
xenofobo e neofascista si è sciolto ieri a causa di una
lite tra i suoi membri rumeni e italiani. A scatenare i
dissidi sono state le dichiarazioni di Alessandra Mussolini
all'indomani dell'omicidio di Tor di quinto. La nipote del
duce aveva definito i rumeni "popolo di delinquenti" e
aveva chiesto l'espulsione dell'ambasciatore rumeno.
Irritati per le dichiarazioni razziste, i deputati del
partito Grande Romania hanno deciso di lasciare il gruppo
Its (Identità, tradizione, sovranità). Rimasto con solo 18
membri, due in meno del numero minimo, il raggruppamento è
stato così costretto a sciogliersi.
The Guardian, Gran Bretagna
Sciolto il gruppo dell'estrema destra all'europarlamento.
Il primo gruppo parlamentare europeo dichiaratamente
xenofobo e neofascista si è sciolto ieri a causa di una
lite tra i suoi membri rumeni e italiani. A scatenare i
dissidi sono state le dichiarazioni di Alessandra Mussolini
all'indomani dell'omicidio di Tor di quinto. La nipote del
duce aveva definito i rumeni "popolo di delinquenti" e
aveva chiesto l'espulsione dell'ambasciatore rumeno.
Irritati per le dichiarazioni razziste, i deputati del
partito Grande Romania hanno deciso di lasciare il gruppo
Its (Identità, tradizione, sovranità). Rimasto con solo 18
membri, due in meno del numero minimo, il raggruppamento è
stato così costretto a sciogliersi.
The Guardian, Gran Bretagna
venerdì 9 novembre 2007
boicottare pechino 2008?

Olimpiadi, dal governo cinese
lista nera di persone non gradite
In agosto "Reporters Senza Frontiere" ha lanciato
a Parigi una campagna per i diritti umani in Cina
DOSSIER Verso Pechino 2008
Non saranno ammessi in Cina
durante i Giochi perché «le loro
attività possono rappresentare
una minaccia». La denuncia
dagli Usa, ne fanno parte
anche dissidenti e Ong
PECHINO
Una lista nera di "elementi antagonisti" a cui sarà impedito l’ingresso in Cina durante le prossime Olimpiadi di Pechino. È il provvedimento preso nei mesi scorsi dal governo di Pechino contro una serie di persone ritenute, a vario titolo, pericolose per lo svolgimento dei Giochi.
A riferirlo è la China Aid Association, un’organizzazione non governativa con base negli Stati Uniti che opera per la libertà religiosa in Cina e che cita fonti interne al governo.
Nella lista nera di Pechino figurano sia gruppi terroristici che membri del movimento spirituale cinese Falun Gong, i cui attivisti sono da anni perseguiti del governo della Repubblica Popolare con l’accusa di appartenere a una setta eretica.
Tra le persone non gradite ci sono, però, anche operatori dei media e persone che hanno violato le leggi del commercio internazionale. Insomma, tutti coloro che rappresentano concretamente un pericolo o che possono sfruttare l’eco dell’evento olimpico per far sentire la propria voce dissidente contro il governo di Pechino.
L’ordine, arrivato dal ministero della Pubblica Sicurezza, prevede il bando di categorie come "elementi antagonisti", "membri di organizzazioni illegali" e "organizzazioni non governative le cui attività possono rappresentare una minaccia per i Giochi". Nel decreto del governo di Pechino, oltre a estremisti religiosi, vengono menzionati anche "lavoratori dei media che possono danneggiare i Giochi olimpici", "elementi pericolosi" e "altre persone che hanno recato danni al Partito comunista".
Non è chiaro se il provvedimento, che sarebbe stato emesso lo scorso aprile, venga applicato ai partecipanti o ai semplici spettatori, sebbene il ministero, secondo quanto riferisce l’associazione, avrebbe già ordinato una stretta sorveglianza anche su atleti, membri del Comitato olimpico, media e sponsor.
Le Olimpiadi di Pechino, che da un punto di vista delle strutture e dell’organizzazione complessiva sembrano viaggiare su solidissimi binari, sono state al centro di un vasto dibattito internazionale in merito alle presunte violazioni dei diritti umane da parte del governo cinese, accusato anche di sostenere i regimi del Sudan e della Birmania.
Nell’elenco delle persone sgradite si trovano anche curiose categorie. Come quella dei "frequenti trasgressori del codice della strada relativamente all’attraversamento con semaforo rosso".
Dal governo cinese, per ora, si limitano a definire il rapporto della China Aid Association «non molto accurato». Un dirigente del ministero, che non ha voluto qualificarsi, ha riferito ad Associated Press che il controllo del flusso di persone che entra nel Paese è una pratica normale.
averci riflettuto prima, caro terminator?
Il governatore presenta un ricorso contro l'Agenzia per l'ambiente
invocando l'approvazione di leggi che riducono le emissioni
Clima, la California di Schwarzy
fa causa al governo federale
Per la prima volta uno Stato Usa si impegna a rispettare il protocollo di Kyoto, respinto da Bush
Clima, la California di Schwarzy
fa causa al governo federale
Arnold Schwarzenegger
SAN FRANCISCO - Lo Stato della California, insieme ad altri quattordici Stati, ha presentato a Washington un ricorso contro l'Epa (Environmental Protection Agency), l'agenzia federale per la protezione ambientale, accusata di non voler prendere una decisione sul programma californiano di lotta all'effetto serra, con limiti più severi per le emissioni delle auto e dei camion leggeri. Il ricorso era stato annunciato, nelle scorse settimane, dal governatore della California, Arnold Schwarzenegger. Che ribadisce: "Vogliamo fare un altro grande passo nella battaglia contro il riscaldamento globale. La nostra salute e l'ambiente sono troppo importanti per rimandare ancora. E' venuto il momento di muoversi".
Per entrare in vigore, le regole decise dallo Stato - che rendono obbligatoria una riduzione del 30% delle emissioni dei veicoli da qui al 2016 - devono ricevere una deroga dalla stessa Epa, in quanto più restrittive rispetto a quelle federali.
Un provvedimento, quello di Schwarzenegger, contestato dall'industria dell'auto, che ha a sua volta presentato una serie di ricorsi. Anche perché i quindici Stati che hanno adottato, o hanno intenzione di adottare le regole sulla riduzione delle emissioni, rappresentano circa il 40% del mercato americano dell'auto. Le misure, che prevedono l'inizio dei tagli già dal 2008, bloccherebbero la vendita delle autovetture che non rispettano i parametri.
Nel ricorso, l'Epa è accusata di aver ritardato l'approvazione della legge e di "aver ignorato il diritto dello Stato a imporre delle norme più rigide", ha spiegato il ministro democratico della Giustizia della California, Edmund Brown, nel corso di una conferenza stampa alla quale ha partecipato anche Schwarzenegger (repubblicano come il presidente George W. Bush, dal quale l'Epa dipende), che ha ricordato di aver già sollecitato una risposta alle sue richieste due volte nel 2006.
E' la prima volta che uno Stato americano si impegna a rispettare il protocollo di Kyoto, respinto da Bush. La California, grande più o meno quanto l'Italia, registra circa 32 milioni veicoli immatricolati e vanta una lunga storia di conflitti con i grandi gruppi automobilistici dai quali è uscita spesso vincitrice. Riuscendo, a imporre, fin dagli anni Settanta, norme anti-emissioni, come ad esempio l'adozione di carburanti senza piombo e dei catalizzatori.
invocando l'approvazione di leggi che riducono le emissioni
Clima, la California di Schwarzy
fa causa al governo federale
Per la prima volta uno Stato Usa si impegna a rispettare il protocollo di Kyoto, respinto da Bush
Clima, la California di Schwarzy
fa causa al governo federale
Arnold Schwarzenegger
SAN FRANCISCO - Lo Stato della California, insieme ad altri quattordici Stati, ha presentato a Washington un ricorso contro l'Epa (Environmental Protection Agency), l'agenzia federale per la protezione ambientale, accusata di non voler prendere una decisione sul programma californiano di lotta all'effetto serra, con limiti più severi per le emissioni delle auto e dei camion leggeri. Il ricorso era stato annunciato, nelle scorse settimane, dal governatore della California, Arnold Schwarzenegger. Che ribadisce: "Vogliamo fare un altro grande passo nella battaglia contro il riscaldamento globale. La nostra salute e l'ambiente sono troppo importanti per rimandare ancora. E' venuto il momento di muoversi".
Per entrare in vigore, le regole decise dallo Stato - che rendono obbligatoria una riduzione del 30% delle emissioni dei veicoli da qui al 2016 - devono ricevere una deroga dalla stessa Epa, in quanto più restrittive rispetto a quelle federali.
Un provvedimento, quello di Schwarzenegger, contestato dall'industria dell'auto, che ha a sua volta presentato una serie di ricorsi. Anche perché i quindici Stati che hanno adottato, o hanno intenzione di adottare le regole sulla riduzione delle emissioni, rappresentano circa il 40% del mercato americano dell'auto. Le misure, che prevedono l'inizio dei tagli già dal 2008, bloccherebbero la vendita delle autovetture che non rispettano i parametri.
Nel ricorso, l'Epa è accusata di aver ritardato l'approvazione della legge e di "aver ignorato il diritto dello Stato a imporre delle norme più rigide", ha spiegato il ministro democratico della Giustizia della California, Edmund Brown, nel corso di una conferenza stampa alla quale ha partecipato anche Schwarzenegger (repubblicano come il presidente George W. Bush, dal quale l'Epa dipende), che ha ricordato di aver già sollecitato una risposta alle sue richieste due volte nel 2006.
E' la prima volta che uno Stato americano si impegna a rispettare il protocollo di Kyoto, respinto da Bush. La California, grande più o meno quanto l'Italia, registra circa 32 milioni veicoli immatricolati e vanta una lunga storia di conflitti con i grandi gruppi automobilistici dai quali è uscita spesso vincitrice. Riuscendo, a imporre, fin dagli anni Settanta, norme anti-emissioni, come ad esempio l'adozione di carburanti senza piombo e dei catalizzatori.
CdL contro la Treccani
La grande enciclopedia alla voce matrimonio decreta che "il riconscimento
giuridico, in uno stato laico e democratico, risponde a basilari principi di equità"
La Treccani "riconosce" le unioni di fatto
Scoppia la polemica, Cdl all'attacco
di ALESSANDRA LONGO
La Treccani "riconosce" le unioni di fatto
Scoppia la polemica, Cdl all'attacco
Volumi della Treccani
ROMA - Andate alla voce "matrimonio" della Treccani e scoprirete che mentre il Parlamento italiano è ancora incartato tra ex Pacs, ex Dico, ora Cus (Contratti di Unione solidale), la Grande Enciclopedia Italiana ha già fatto i conti con la realtà, e con il dibattito europeo, decretando che il "riconoscimento giuridico" e la tutela delle unioni di fatto rispondono, "in uno Stato laico e democratico, a basilari principi di equità sociale".
Apriti cielo, secondo il centrodestra, anche la Treccani è passata col nemico. È bastato che le agenzie di stampa riportassero ampi stralci della recentissima voce curata da Alessandra De Rose, per la settima appendice all'Enciclopedia (aggiornamento in due volumi diretto dal filosofo Tullio Gregory), ed ecco partire un imbarazzante fuoco di sbarramento proveniente soprattutto dalle trincee di Forza Italia e dell'Udc.
I curatori l'hanno spiegato chiaramente: non avevano, e non hanno, nessuna intenzione, parlando di coppie di fatto, "di intaccare in alcun modo l'istituto del matrimonio e il principio del favor matrimonii", la loro è una autorevole presa d'atto dei tempi che cambiano. Il matrimonio, visto dalla Treccani (ma anche da tutti i laici di questo Paese), non è l'unica "modalità prevalente di vita di coppia", come lo è stato fino alla metà del XX secolo. Col passare degli anni, leggiamo sulla Treccani, "la posizione di monopolio" è andata incrinandosi. Semplicemente si sono affermate forme "di costituzione della famiglia" diverse.
La Treccani fornisce le cifre: le unioni di fatto sono passate dall'1,8 per cento (biennio '94-'95) al 3,6 per cento del totale delle coppie nel 2001. Dati oggettivi, fenomeno sotto gli occhi di tutti come lo è, sottolinea l'Enciclopedia, la constatazione che solo pochi Paesi, tra cui l'Italia, sono indietro nel cammino di riconoscimento pubblico della famiglia di fatto con l'equiparazione giuridica alla famiglia di diritto, ossia quella fondata sul matrimonio. Analisi peraltro cauta che considera "lontana e, forse, considerate le condizioni sociali e culturali, neanche opportuna, l'introduzione di istituti "sconvolgenti" come il matrimonio tra gay".
Eppure, Isabella Bertolini, fedelissima del pluriammogliato Berlusconi, strilla indignata: "Anche la Treccani è diventata strumento di propaganda!". Le danno man forte Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera, che parla di "una scelta fuori luogo fatta dall'Istituto diretto dal professor Francesco Casavola" e il forzista Maurizio Lupi, convinto di trovarsi di fronte ad una tipico caso di "genuflessione al laicismo".
Barbara Pollastrini, ministro per le Pari Opportunità, in riunione con i suoi collaboratori, legge le dichiarazioni e si limita ad un commento amaro: "Ancora una volta la cultura e la società sono più avanti della politica e delle istituzioni, nell'analisi del senso comune, nella visione della società. Dobbiamo essere noi a colmare questo ritardo". Rina Gagliardi, senatrice di Rifondazione, sorride dell'indignazione degli avversari, di quel sospetto di una Treccani addirittura "comunista": "L'Enciclopedia fa il suo dovere, registra la realtà. Certo, alle gerarchie ecclesiastiche e ai teodem piacerebbe che rimanesse ferma al Medioevo".
È sera quando, negli uffici dell'Enciclopedia, arrivano telefonate, richieste di commento. Sconcerto, imbarazzo, fastidio. Il professor Gregory liquida il surreale polverone: "Noi al servizio della propaganda? Respingo queste accuse al mittente. Noi garantiamo sempre il massimo livello scientifico e siamo sempre e solo al servizio della cultura".
(9 novembre 2007)
giuridico, in uno stato laico e democratico, risponde a basilari principi di equità"
La Treccani "riconosce" le unioni di fatto
Scoppia la polemica, Cdl all'attacco
di ALESSANDRA LONGO
La Treccani "riconosce" le unioni di fatto
Scoppia la polemica, Cdl all'attacco
Volumi della Treccani
ROMA - Andate alla voce "matrimonio" della Treccani e scoprirete che mentre il Parlamento italiano è ancora incartato tra ex Pacs, ex Dico, ora Cus (Contratti di Unione solidale), la Grande Enciclopedia Italiana ha già fatto i conti con la realtà, e con il dibattito europeo, decretando che il "riconoscimento giuridico" e la tutela delle unioni di fatto rispondono, "in uno Stato laico e democratico, a basilari principi di equità sociale".
Apriti cielo, secondo il centrodestra, anche la Treccani è passata col nemico. È bastato che le agenzie di stampa riportassero ampi stralci della recentissima voce curata da Alessandra De Rose, per la settima appendice all'Enciclopedia (aggiornamento in due volumi diretto dal filosofo Tullio Gregory), ed ecco partire un imbarazzante fuoco di sbarramento proveniente soprattutto dalle trincee di Forza Italia e dell'Udc.
I curatori l'hanno spiegato chiaramente: non avevano, e non hanno, nessuna intenzione, parlando di coppie di fatto, "di intaccare in alcun modo l'istituto del matrimonio e il principio del favor matrimonii", la loro è una autorevole presa d'atto dei tempi che cambiano. Il matrimonio, visto dalla Treccani (ma anche da tutti i laici di questo Paese), non è l'unica "modalità prevalente di vita di coppia", come lo è stato fino alla metà del XX secolo. Col passare degli anni, leggiamo sulla Treccani, "la posizione di monopolio" è andata incrinandosi. Semplicemente si sono affermate forme "di costituzione della famiglia" diverse.
La Treccani fornisce le cifre: le unioni di fatto sono passate dall'1,8 per cento (biennio '94-'95) al 3,6 per cento del totale delle coppie nel 2001. Dati oggettivi, fenomeno sotto gli occhi di tutti come lo è, sottolinea l'Enciclopedia, la constatazione che solo pochi Paesi, tra cui l'Italia, sono indietro nel cammino di riconoscimento pubblico della famiglia di fatto con l'equiparazione giuridica alla famiglia di diritto, ossia quella fondata sul matrimonio. Analisi peraltro cauta che considera "lontana e, forse, considerate le condizioni sociali e culturali, neanche opportuna, l'introduzione di istituti "sconvolgenti" come il matrimonio tra gay".
Eppure, Isabella Bertolini, fedelissima del pluriammogliato Berlusconi, strilla indignata: "Anche la Treccani è diventata strumento di propaganda!". Le danno man forte Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera, che parla di "una scelta fuori luogo fatta dall'Istituto diretto dal professor Francesco Casavola" e il forzista Maurizio Lupi, convinto di trovarsi di fronte ad una tipico caso di "genuflessione al laicismo".
Barbara Pollastrini, ministro per le Pari Opportunità, in riunione con i suoi collaboratori, legge le dichiarazioni e si limita ad un commento amaro: "Ancora una volta la cultura e la società sono più avanti della politica e delle istituzioni, nell'analisi del senso comune, nella visione della società. Dobbiamo essere noi a colmare questo ritardo". Rina Gagliardi, senatrice di Rifondazione, sorride dell'indignazione degli avversari, di quel sospetto di una Treccani addirittura "comunista": "L'Enciclopedia fa il suo dovere, registra la realtà. Certo, alle gerarchie ecclesiastiche e ai teodem piacerebbe che rimanesse ferma al Medioevo".
È sera quando, negli uffici dell'Enciclopedia, arrivano telefonate, richieste di commento. Sconcerto, imbarazzo, fastidio. Il professor Gregory liquida il surreale polverone: "Noi al servizio della propaganda? Respingo queste accuse al mittente. Noi garantiamo sempre il massimo livello scientifico e siamo sempre e solo al servizio della cultura".
(9 novembre 2007)
sinistra e governo
Giorgio Cremaschi
Caro Sansonetti, fai bene a chiederti quali sono i limiti della partecipazione al governo delle sinistre e di Rifondazione Comunista. E' una domanda sacrosanta alla quale si possono dare diverse e concrete risposte. Quelle del sottoscritto, magari, sono molto più estreme di quelle di altri. Tuttavia ho l'impressione che la tua domanda sui limiti non avrà risposta. E mi dispiace: io credo che non dare risposta a questa domanda sia un suicidio.
La recente campagna del Partito Democratico e del governo contro i migranti, è l'esempio di una catena di sant'Antonio della riduzione del danno che porta, alla fine, alla catastrofe. Giuliano Amato dichiara che non possiamo lasciare alla destra la possibilità di scatenare un fascismo di massa. Quindi un piccolo fascismo, un po' contenuto e un po' più perbene, gestito dal governo di centrosinistra, riduce il danno. A sua volta la sinistra radicale dichiara che non possiamo lasciare che Giuliano Amato e il Partito Democratico si accordino con la destra, pertanto bisogna ridurre la riduzione del danno. E così si va avanti, in un teatrino della politica nel quale si dà per scontato che le misure prese dal governo verranno prima contrastate e poi accettate dalla sinistra radicale che, dopo, mostrerà la sua incisività dichiarando di aver cambiato profondamente le decisioni iniziali.
L'incapacità di scegliere, di decidere, di assumersi le proprie responsabilità sul merito delle questioni, la politica dei penultimatum e delle minacce che si sa già che poi rientreranno, questo ha distrutto tra tante persone la credibilità e la fiducia verso la politica.
Oggi si dice che non si può andare contro la marea popolare che dice basta con i migranti. Ma quando il ministro del Tesoro, con una politica di rigore liberista, smantella pezzo per pezzo il blocco sociale del centrosinistra, dalla scuola pubblica alle pensioni, dalla precarietà, alle privatizzazioni, ai contratti, allora quella politica antipopolare può essere accettata. Il populismo di destra va assecondato, a quello di sinistra non si può dare ascolto.
Lo dimostra anche quello che č avvenuto dopo la manifestazione del 20 ottobre. Che tu, assieme a Il Manifesto e a Carta, avete avuto il merito di convocare. Manifestazione che poi è finita immediatamente nel tritacarne delle interviste, dei convegni, delle chiacchiere politiciste. Chi doveva rappresentarla nelle istituzioni se ne è già dimenticato.
Quanto avviene alla sinistra e a Rifondazione è molto simile a ciò che accade alla Cgil.
Se guardiamo il programma dell'Unione e lo misuriamo con la concreta politica del governo è ovvia la domanda: ma che ci state a fare, lì? Se misuriamo la piattaforma congressuale e le lotte passate della Cgil con l'ultimo accordo del 23 luglio, č naturale la domanda: ma che c'entra quell'intesa con gli obiettivi del più grande sindacato italiano?
Nella Cgil la paura di restare da soli a praticare il conflitto sociale, anzi la crescente sfiducia nei confronti del conflitto sociale in quanto tale, hanno prodotto una subalternità di fondo all'impostazione moderata e concertativa della Cisl.
In Rifondazione Comunista la paura di ripetere il '98 è diventata il cardine di ogni scelta politica e si sa che la paura è sempre cattiva consigliera. Il danno peggiore inferto alle forze popolari della sinistra da questo governo e questa maggioranza è la diffusione della paura. La paura di essere responsabili del ritorno di Berlusconi, e poi la paura della paura. Quando i gruppi dirigenti emanano paura è difficile pensare che siano il popolo, i cittadini, la classe operaia ad aver coraggio da soli. Eppure a volte questo succede ugualmente, perché nonostante tutto ci sono lotte, movimenti, manifestazioni che esprimono uno spirito di resistenza e non rassegnazione che guarda al futuro. Tuttavia fino a quando questi movimenti si scontreranno con il voto di fiducia permanente che il governo chiede su se stesso, prima o poi si troveranno di fronte all'attacco alla loro indipendenza e autonomia.
Caro Direttore, tu ed io abbiamo subito l'onere di diversi attacchi, in particolare da L'Unitre La Repubblica, essendo considerati agenti di Berlusconi nel campo della sinistra. E' stupefacente come chi non è mai stato parte o ha tutto rifiutato della storia comunista, ricorra oggi al principio stalinista per cui chi dissente nelle tue file favorisce l'avversario. Così come a destra ci sono gli atei che diventano fondamentalisti religiosi per ragioni di potere, così a sinistra ci sono gli anticomunisti che praticano lo stalinismo. E' questo l'ultimo cascame del fallimento del centrosinistra.
Perché questa è la sintesi di tutto: una strategia che voleva dare rappresentanza politica e istituzionale a una alleanza di forze tesa a costruire un'alternativa alla destra berlusconiana e alla sua cultura, è oggi fallita proprio nel suo obiettivo di fondo. Oggi nella politica e nella società le ragioni della destra sono più forti di quando al governo c'era Berlusconi. E più berlusconiana l'Italia di oggi di quella governata dal Cavaliere. A questo punto non è neanche detto che il futuro sia il ritorno di Berlusconi al governo. La sua funzione infatti può essere esaurita per obiettivo raggiunto. Ci sono persino discrete probabilità che un governo costruito attorno al Partito Democratico porti avanti questa svolta.
Questa è l'evoluzione a destra della politica italiana, rispetto alla quale non c'è alcun reale e visibile contrasto da parte della sinistra radicale. Dire che tutto questo non ha responsabilità, è frutto del destino cinico e baro o addirittura colpa del popolo che non lotta a sufficienza, è una scusa mediocre e meschina.
Caro Direttore, mi fermo qui perché capisco che ora potrei eccedere. Nulla in politica sta scritto nelle tavole del destino, dunque la catastrofe del centrosinistra poteva essere evitata, se ci fossero stati più coraggio, più capacità di ascolto, più disponibilità verso il dissenso, soprattutto più verità e rigore. Ora andiamo alla crisi di una politica sostanzialmente al buio. Non è chiaro cosa succederà. E' sicuro però che si ricomincerà a vedere la luce solo quando la sinistra farà la sinistra, sia contro la destra, sia contro il centro, senza assumersi l'obbligo di stare al governo sempre e comunque. Fino ad allora avremo l'antipolitica prodotta dai gruppi dirigenti della politica.
Caro Sansonetti, fai bene a chiederti quali sono i limiti della partecipazione al governo delle sinistre e di Rifondazione Comunista. E' una domanda sacrosanta alla quale si possono dare diverse e concrete risposte. Quelle del sottoscritto, magari, sono molto più estreme di quelle di altri. Tuttavia ho l'impressione che la tua domanda sui limiti non avrà risposta. E mi dispiace: io credo che non dare risposta a questa domanda sia un suicidio.
La recente campagna del Partito Democratico e del governo contro i migranti, è l'esempio di una catena di sant'Antonio della riduzione del danno che porta, alla fine, alla catastrofe. Giuliano Amato dichiara che non possiamo lasciare alla destra la possibilità di scatenare un fascismo di massa. Quindi un piccolo fascismo, un po' contenuto e un po' più perbene, gestito dal governo di centrosinistra, riduce il danno. A sua volta la sinistra radicale dichiara che non possiamo lasciare che Giuliano Amato e il Partito Democratico si accordino con la destra, pertanto bisogna ridurre la riduzione del danno. E così si va avanti, in un teatrino della politica nel quale si dà per scontato che le misure prese dal governo verranno prima contrastate e poi accettate dalla sinistra radicale che, dopo, mostrerà la sua incisività dichiarando di aver cambiato profondamente le decisioni iniziali.
L'incapacità di scegliere, di decidere, di assumersi le proprie responsabilità sul merito delle questioni, la politica dei penultimatum e delle minacce che si sa già che poi rientreranno, questo ha distrutto tra tante persone la credibilità e la fiducia verso la politica.
Oggi si dice che non si può andare contro la marea popolare che dice basta con i migranti. Ma quando il ministro del Tesoro, con una politica di rigore liberista, smantella pezzo per pezzo il blocco sociale del centrosinistra, dalla scuola pubblica alle pensioni, dalla precarietà, alle privatizzazioni, ai contratti, allora quella politica antipopolare può essere accettata. Il populismo di destra va assecondato, a quello di sinistra non si può dare ascolto.
Lo dimostra anche quello che č avvenuto dopo la manifestazione del 20 ottobre. Che tu, assieme a Il Manifesto e a Carta, avete avuto il merito di convocare. Manifestazione che poi è finita immediatamente nel tritacarne delle interviste, dei convegni, delle chiacchiere politiciste. Chi doveva rappresentarla nelle istituzioni se ne è già dimenticato.
Quanto avviene alla sinistra e a Rifondazione è molto simile a ciò che accade alla Cgil.
Se guardiamo il programma dell'Unione e lo misuriamo con la concreta politica del governo è ovvia la domanda: ma che ci state a fare, lì? Se misuriamo la piattaforma congressuale e le lotte passate della Cgil con l'ultimo accordo del 23 luglio, č naturale la domanda: ma che c'entra quell'intesa con gli obiettivi del più grande sindacato italiano?
Nella Cgil la paura di restare da soli a praticare il conflitto sociale, anzi la crescente sfiducia nei confronti del conflitto sociale in quanto tale, hanno prodotto una subalternità di fondo all'impostazione moderata e concertativa della Cisl.
In Rifondazione Comunista la paura di ripetere il '98 è diventata il cardine di ogni scelta politica e si sa che la paura è sempre cattiva consigliera. Il danno peggiore inferto alle forze popolari della sinistra da questo governo e questa maggioranza è la diffusione della paura. La paura di essere responsabili del ritorno di Berlusconi, e poi la paura della paura. Quando i gruppi dirigenti emanano paura è difficile pensare che siano il popolo, i cittadini, la classe operaia ad aver coraggio da soli. Eppure a volte questo succede ugualmente, perché nonostante tutto ci sono lotte, movimenti, manifestazioni che esprimono uno spirito di resistenza e non rassegnazione che guarda al futuro. Tuttavia fino a quando questi movimenti si scontreranno con il voto di fiducia permanente che il governo chiede su se stesso, prima o poi si troveranno di fronte all'attacco alla loro indipendenza e autonomia.
Caro Direttore, tu ed io abbiamo subito l'onere di diversi attacchi, in particolare da L'Unitre La Repubblica, essendo considerati agenti di Berlusconi nel campo della sinistra. E' stupefacente come chi non è mai stato parte o ha tutto rifiutato della storia comunista, ricorra oggi al principio stalinista per cui chi dissente nelle tue file favorisce l'avversario. Così come a destra ci sono gli atei che diventano fondamentalisti religiosi per ragioni di potere, così a sinistra ci sono gli anticomunisti che praticano lo stalinismo. E' questo l'ultimo cascame del fallimento del centrosinistra.
Perché questa è la sintesi di tutto: una strategia che voleva dare rappresentanza politica e istituzionale a una alleanza di forze tesa a costruire un'alternativa alla destra berlusconiana e alla sua cultura, è oggi fallita proprio nel suo obiettivo di fondo. Oggi nella politica e nella società le ragioni della destra sono più forti di quando al governo c'era Berlusconi. E più berlusconiana l'Italia di oggi di quella governata dal Cavaliere. A questo punto non è neanche detto che il futuro sia il ritorno di Berlusconi al governo. La sua funzione infatti può essere esaurita per obiettivo raggiunto. Ci sono persino discrete probabilità che un governo costruito attorno al Partito Democratico porti avanti questa svolta.
Questa è l'evoluzione a destra della politica italiana, rispetto alla quale non c'è alcun reale e visibile contrasto da parte della sinistra radicale. Dire che tutto questo non ha responsabilità, è frutto del destino cinico e baro o addirittura colpa del popolo che non lotta a sufficienza, è una scusa mediocre e meschina.
Caro Direttore, mi fermo qui perché capisco che ora potrei eccedere. Nulla in politica sta scritto nelle tavole del destino, dunque la catastrofe del centrosinistra poteva essere evitata, se ci fossero stati più coraggio, più capacità di ascolto, più disponibilità verso il dissenso, soprattutto più verità e rigore. Ora andiamo alla crisi di una politica sostanzialmente al buio. Non è chiaro cosa succederà. E' sicuro però che si ricomincerà a vedere la luce solo quando la sinistra farà la sinistra, sia contro la destra, sia contro il centro, senza assumersi l'obbligo di stare al governo sempre e comunque. Fino ad allora avremo l'antipolitica prodotta dai gruppi dirigenti della politica.
i rischi della menzogna politica
Bauman: «Con la menzogna politica
i governi oggi corrono pochi rischi»
Susanna Marietti
Zygmunt Bauman, sociologo di origini polacche rifugiatosi in Gran Bretagna giovanissimo, ha raccontato nelle sue opere la solitudine del cittadino globale (come recita il titolo di un suo notissimo volume) e la ‘modernità liquida' dei nostri tempi. La liquidità, nel lessico di Bauman, è la mancanza di punti di riferimento, di progetti unitari e direzioni definite da seguire. Nella prefazione a un libro curato dall'associazione Antigone di imminente uscita per le edizioni Carta scrive:
«Gli stati cercano oggi urgentemente nuovi fondamenti per la loro autorità e la loro richiesta di obbedienza. I fondamenti esistenti - la promessa, e in buona parte la pratica, dello ‘stato sociale' che assicura i cittadini contro la sfortuna sofferta individualmente, benché originata socialmente - sono stati progressivamente indeboliti e rischiano di venir smantellati del tutto. La custodia della sicurezza personale sembra allora essere un'alternativa attraente».
In Italia viviamo in questo senso una situazione esemplare. Centrodestra e centrosinistra fanno a gara nel denunciare i pericoli drammatici delle nostre città, nonostante gli omicidi siano nettamente in calo e gli altri reati siano più o meno stabili da decenni. Eppure si distraggono le persone dai problemi di natura sociale, indirizzando il loro sguardo verso la parte economicamente debole e di conseguenza non integrata della società.
Certo. Per rendere efficace questa nuova legittimazione dell'autorità statale, i governi sono tentati di esagerare in ogni modo l'intensità delle minacce alla sicurezza. Essi hanno anche un disperato bisogno di dimostrare la propria fermezza nel combattere queste minacce stroncando il pericolo sul nascere. Nello sforzo di soddisfare entrambi i bisogni mantenendo un umore di costante emergenza, la menzogna politica si dimostra un espediente ideale. E curiosamente i cittadini quando vengono sottoposti a forti restrizioni delle proprie libertŕ personali, come interminabili controlli agli aeroporti o telecamere disposte ovunque, tendono a essere grati piuttosto che a sentirsi disturbati. Ricevono la dimostrazione che lo stato li protegge contro pericoli inimmaginabili in cui altrimenti si imbatterebbero… In molti acconsentirebbero a rinunciare a una buona parte delle proprie libertŕ personali per la sicurezza cosě intesa.
Il ricorso alla menzogna politica, dunque, porta a far sacrificare di buon grado quote di libertà personale.
Due minacce incombono oggi sul futuro della democrazia e dei diritti umani, nonché sulle speranze di far fronte seriamente alle sfide della nuova interdipendenza planetaria: i segreti di stato e le menzogne politiche. Entrambe le cose sono in rapida crescita ed entrambe sono usate per far spostare la legittimazione dei poteri locali e statali dalla sicurezza sociale a quella individuale. La menzogna politica, al contrario dei segreti di stato, č urlata a gran voce ‘per il bene dei cittadini'. Ma la sua efficacia nell'assalto alle libertà personali si basa sul presupposto che lo stato sa cose che i suoi cittadini non sono in grado di venire a sapere ed č meglio che non sappiano.
Il ricorso a una menzogna politica comporta un rischio minimo. Lo stato fabbrica un'informazione che finge di possedere, benché di nuovo ‘per il bene dei cittadini' non possa rivelarne i contenuti e le fonti. Ogni domanda posta dagli scettici č cosě squalificata in anticipo e costretta a rimanere senza risposta. Visto che tutte le possibili prove sono ben nascoste nel regno inaccessibile dei segreti di stato, il bluff non potrà mai venir scoperto. Nel caso in cui l'inganno venga messo a nudo da successivi eventi che lo stato non può controllare - come nel caso delle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein doveva essere in grado di rovesciare sulle isole britanniche in meno di un'ora - questi può ancora contare sulla deplorevolmente corta memoria pubblica e sulle ben note fluttuazioni della pubblica attenzione. La menzogna sarà rapidamente dimenticata, oppure al momento della sua rivelazione non sarà piů al centro dell'interesse pubblico. Mentire č oggi sicuro come mai prima: se gli allarmi dello stato su un imminente disastro non trovano conferma, non si sarà mai in grado di decidere se la minaccia non si sia materializzata grazie alla vigilanza del governo e all'efficacia delle sue contromisure o perché si basava su invenzioni.
Nella modernità liquida i rifiuti umani divengono sempre più numerosi.
Lo ‘stato sociale', quel coronamento della lunga storia della democrazia europea che fino a poco fa ha costituito la sua forma dominante, č oggi in ritirata. Esso fondava la richiesta di lealtà e obbedienza da parte dei cittadini sulla promessa di assicurarli contro la disoccupazione e l'esclusione, contro l'assegnazione alla condizione di ‘rifiuto umano' delle sfortune individuali, inserendo certezza in quelle vite altrimenti preda e dell'imprevisto. Se individui sfortunati inciampano e cadono, ci sarà qualcuno pronto ad aiutarli a rimettersi in piedi. Le instabili condizioni di occupazione dovute alle leggi del mercato erano allora, e continuano a essere, la maggiore fonte di insicurezza rispetto alla condizione sociale e all'autostima personale. Fu in primo luogo contro questa insicurezza che lo stato sociale prese a proteggere i suoi cittadini. Questo oggi non č più il caso per molte ragioni, tra cui principalmente la globalizzazione e la redistribuzione globale dei suoi rifiuti, processi gemelli che gli unici attori politici effettivi, gli stati nazione, non possono arrestare né influenzare seriamente. Gli stati attuali non possono mantenere la promessa dello stato sociale, e i loro politici neanche la rinnovano. Le politiche di questi ultimi preannunciano invece un'esistenza ancor più precaria e ossessionata dal rischio. Si chiede agli elettori di essere ‘più flessibili' - cioè di prepararsi a un'ulteriore futura insicurezza - e di cercare individualmente le proprie soluzioni ai problemi socialmente prodotti….
In Italia, l'ultima frontiera dell'emergenza č costituita dai rumeni.
A differenza di quanto accade con l'insicurezza, tangibilissima e quotidianamente esperita, prodotta dai mercati, i quali non hanno bisogno di alcun aiuto da parte dei poteri politici eccetto essere lasciati in pace, la mentalità da ‘fortezza assediata' e da proprietà privata e corpi individuali minacciati deve essere coltivata attivamente. Le minacce devono essere dipinte con i colori più sinistri, cosicché non l'avvento dell'apocalisse preannunciata, ma al contrario la non materializzazione delle minacce possa essere presentata al pubblico spaventato come un evento straordinario, e soprattutto come il risultato di abilità, vigilanza, cura e buona volontà eccezionali degli organi statali. E' ciò che viene fatto, e con risultati spettacolari. Quasi ogni giorno, almeno una volta alla settimana, Cia e Fbi mettono in guardia gli americani dagli imminenti attentati alla loro sicurezza, mentre il Presidente americano continua a ricordare ai suoi elettori che «basterebbe una fiala, una bomboletta, una bottiglia introdotta in questo paese a portarci un orrore mai conosciuto prima». Questa strategia č copiata con impegno, anche se finora con ardore un po' ridotto per mancanza di fondi (ma non di volontà), da altri governi che sovrintendono alla sepoltura dello stato sociale.
i governi oggi corrono pochi rischi»
Susanna Marietti
Zygmunt Bauman, sociologo di origini polacche rifugiatosi in Gran Bretagna giovanissimo, ha raccontato nelle sue opere la solitudine del cittadino globale (come recita il titolo di un suo notissimo volume) e la ‘modernità liquida' dei nostri tempi. La liquidità, nel lessico di Bauman, è la mancanza di punti di riferimento, di progetti unitari e direzioni definite da seguire. Nella prefazione a un libro curato dall'associazione Antigone di imminente uscita per le edizioni Carta scrive:
«Gli stati cercano oggi urgentemente nuovi fondamenti per la loro autorità e la loro richiesta di obbedienza. I fondamenti esistenti - la promessa, e in buona parte la pratica, dello ‘stato sociale' che assicura i cittadini contro la sfortuna sofferta individualmente, benché originata socialmente - sono stati progressivamente indeboliti e rischiano di venir smantellati del tutto. La custodia della sicurezza personale sembra allora essere un'alternativa attraente».
In Italia viviamo in questo senso una situazione esemplare. Centrodestra e centrosinistra fanno a gara nel denunciare i pericoli drammatici delle nostre città, nonostante gli omicidi siano nettamente in calo e gli altri reati siano più o meno stabili da decenni. Eppure si distraggono le persone dai problemi di natura sociale, indirizzando il loro sguardo verso la parte economicamente debole e di conseguenza non integrata della società.
Certo. Per rendere efficace questa nuova legittimazione dell'autorità statale, i governi sono tentati di esagerare in ogni modo l'intensità delle minacce alla sicurezza. Essi hanno anche un disperato bisogno di dimostrare la propria fermezza nel combattere queste minacce stroncando il pericolo sul nascere. Nello sforzo di soddisfare entrambi i bisogni mantenendo un umore di costante emergenza, la menzogna politica si dimostra un espediente ideale. E curiosamente i cittadini quando vengono sottoposti a forti restrizioni delle proprie libertŕ personali, come interminabili controlli agli aeroporti o telecamere disposte ovunque, tendono a essere grati piuttosto che a sentirsi disturbati. Ricevono la dimostrazione che lo stato li protegge contro pericoli inimmaginabili in cui altrimenti si imbatterebbero… In molti acconsentirebbero a rinunciare a una buona parte delle proprie libertŕ personali per la sicurezza cosě intesa.
Il ricorso alla menzogna politica, dunque, porta a far sacrificare di buon grado quote di libertà personale.
Due minacce incombono oggi sul futuro della democrazia e dei diritti umani, nonché sulle speranze di far fronte seriamente alle sfide della nuova interdipendenza planetaria: i segreti di stato e le menzogne politiche. Entrambe le cose sono in rapida crescita ed entrambe sono usate per far spostare la legittimazione dei poteri locali e statali dalla sicurezza sociale a quella individuale. La menzogna politica, al contrario dei segreti di stato, č urlata a gran voce ‘per il bene dei cittadini'. Ma la sua efficacia nell'assalto alle libertà personali si basa sul presupposto che lo stato sa cose che i suoi cittadini non sono in grado di venire a sapere ed č meglio che non sappiano.
Il ricorso a una menzogna politica comporta un rischio minimo. Lo stato fabbrica un'informazione che finge di possedere, benché di nuovo ‘per il bene dei cittadini' non possa rivelarne i contenuti e le fonti. Ogni domanda posta dagli scettici č cosě squalificata in anticipo e costretta a rimanere senza risposta. Visto che tutte le possibili prove sono ben nascoste nel regno inaccessibile dei segreti di stato, il bluff non potrà mai venir scoperto. Nel caso in cui l'inganno venga messo a nudo da successivi eventi che lo stato non può controllare - come nel caso delle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein doveva essere in grado di rovesciare sulle isole britanniche in meno di un'ora - questi può ancora contare sulla deplorevolmente corta memoria pubblica e sulle ben note fluttuazioni della pubblica attenzione. La menzogna sarà rapidamente dimenticata, oppure al momento della sua rivelazione non sarà piů al centro dell'interesse pubblico. Mentire č oggi sicuro come mai prima: se gli allarmi dello stato su un imminente disastro non trovano conferma, non si sarà mai in grado di decidere se la minaccia non si sia materializzata grazie alla vigilanza del governo e all'efficacia delle sue contromisure o perché si basava su invenzioni.
Nella modernità liquida i rifiuti umani divengono sempre più numerosi.
Lo ‘stato sociale', quel coronamento della lunga storia della democrazia europea che fino a poco fa ha costituito la sua forma dominante, č oggi in ritirata. Esso fondava la richiesta di lealtà e obbedienza da parte dei cittadini sulla promessa di assicurarli contro la disoccupazione e l'esclusione, contro l'assegnazione alla condizione di ‘rifiuto umano' delle sfortune individuali, inserendo certezza in quelle vite altrimenti preda e dell'imprevisto. Se individui sfortunati inciampano e cadono, ci sarà qualcuno pronto ad aiutarli a rimettersi in piedi. Le instabili condizioni di occupazione dovute alle leggi del mercato erano allora, e continuano a essere, la maggiore fonte di insicurezza rispetto alla condizione sociale e all'autostima personale. Fu in primo luogo contro questa insicurezza che lo stato sociale prese a proteggere i suoi cittadini. Questo oggi non č più il caso per molte ragioni, tra cui principalmente la globalizzazione e la redistribuzione globale dei suoi rifiuti, processi gemelli che gli unici attori politici effettivi, gli stati nazione, non possono arrestare né influenzare seriamente. Gli stati attuali non possono mantenere la promessa dello stato sociale, e i loro politici neanche la rinnovano. Le politiche di questi ultimi preannunciano invece un'esistenza ancor più precaria e ossessionata dal rischio. Si chiede agli elettori di essere ‘più flessibili' - cioè di prepararsi a un'ulteriore futura insicurezza - e di cercare individualmente le proprie soluzioni ai problemi socialmente prodotti….
In Italia, l'ultima frontiera dell'emergenza č costituita dai rumeni.
A differenza di quanto accade con l'insicurezza, tangibilissima e quotidianamente esperita, prodotta dai mercati, i quali non hanno bisogno di alcun aiuto da parte dei poteri politici eccetto essere lasciati in pace, la mentalità da ‘fortezza assediata' e da proprietà privata e corpi individuali minacciati deve essere coltivata attivamente. Le minacce devono essere dipinte con i colori più sinistri, cosicché non l'avvento dell'apocalisse preannunciata, ma al contrario la non materializzazione delle minacce possa essere presentata al pubblico spaventato come un evento straordinario, e soprattutto come il risultato di abilità, vigilanza, cura e buona volontà eccezionali degli organi statali. E' ciò che viene fatto, e con risultati spettacolari. Quasi ogni giorno, almeno una volta alla settimana, Cia e Fbi mettono in guardia gli americani dagli imminenti attentati alla loro sicurezza, mentre il Presidente americano continua a ricordare ai suoi elettori che «basterebbe una fiala, una bomboletta, una bottiglia introdotta in questo paese a portarci un orrore mai conosciuto prima». Questa strategia č copiata con impegno, anche se finora con ardore un po' ridotto per mancanza di fondi (ma non di volontà), da altri governi che sovrintendono alla sepoltura dello stato sociale.
giovedì 8 novembre 2007
il problema rumeno, ma non solo
Giocare col fuoco
Marco Revelli
Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per orrendo che sia - e l'assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un'intera popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana. Che la colpa «personale» dell'autore del crimine venga fatta pagare sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non sollevare un senso di desolazione e disgusto.
Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le irruzioni un po' in tutta Italia nei «campi nomadi», le identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino all'aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti, d'altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza.
Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività, neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva». Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella politica», come ama chiamarla Veltroni). E invece la politica, da cura del male si trasforma oggi in fattore di contagio.
Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l'odio. Per quotarlo alla propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini, perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L'hanno seguito a testa bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando così di contendergli lo spazio. Di parare il colpo, in una rincorsa sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l'ostilità preconcetta. Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune, qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano», sgomberando a colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando, a coltellate, qualche «abusivo» dell'umanità.
Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e dell'amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi mediatica e dall'urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un futuro che vada oltre il prossimo sondaggio.
Marco Revelli
Quanto avvenuto in Italia in questa maledetta settimana di Ognissanti non ha paragone con nessun altro paese civile. Che un crimine, per orrendo che sia - e l'assassinio di Giovanna Reggiani lo è -, produca come reazione la ritorsione collettiva, in alto e in basso, nelle istituzioni e nella società, contro un intero gruppo etnico e un'intera popolazione, è fuori da ogni criterio di civiltà, giuridica e umana. Che la colpa «personale» dell'autore del crimine venga fatta pagare sulla pelle di migliaia di donne, uomini, bambini, già costretti a vivere in condizioni di indigenza estrema, è cosa che non può non sollevare un senso di desolazione e disgusto.
Le immagini delle ruspe immediatamente entrate in azione per spianare gli «insediamenti abusivi» e ostentate in tutti i telegiornali, le irruzioni un po' in tutta Italia nei «campi nomadi», le identificazioni di massa e le prime espulsioni annunziate trionfalmente da prefetti e giornali, come se tra quel crimine e quelle persone scacciate senza tanti complimenti esistesse un nesso diretto, fino all'aggressione di Tor Bella Monaca, evocano scenari inquietanti, d'altri luoghi e di altri tempi. Alludono a una bolla di odio, di ostilità, di paura aggressiva gonfiatasi sotto la superficie patinata della nostra quotidianità, che personalmente mi terrorizza.
Sgonfiare quella «bolla calda» di rancore ed emotività, neutralizzarne i veleni, dovrebbe essere il compito di tutti noi. Di chiunque lavori davvero a una condizione di «sicurezza collettiva». Soprattutto della politica, nel suo senso più nobile, come organizzazione della coabitazione pacifica nella città (della «bella politica», come ama chiamarla Veltroni). E invece la politica, da cura del male si trasforma oggi in fattore di contagio.
Anziché neutralizzarlo, finisce per reclutare l'odio. Per quotarlo alla propria borsa, come risorsa capace di assicurare il consenso prodotto dalla paura. Nel caso specifico ha incominciato Gianfranco Fini, perfettamente coerente in questo con il suo passato fascista, occupando il terreno del crimine. Dichiarandone con la sua sola presenza il carattere «politico». Facendone oggetto di contesa politica. Ma gli altri, purtroppo, non si sono tirati indietro. L'hanno seguito a testa bassa, in rapida successione, governo e sindaco di Roma, forse pensando così di contendergli lo spazio. Di parare il colpo, in una rincorsa sciagurata. Di fatto contribuendo ad alimentare quella bolla, a legittimarne implicitamente gli umori lividi. A sdoganare l'ostilità preconcetta. Né ci si può stupire se, dietro le ruspe del comune, qualcuno penserà di fare da sé, di «dare una mano», sgomberando a colpi di spranga qualche baracca. O bruciandone qualcuna. O eliminando, a coltellate, qualche «abusivo» dell'umanità.
Stiamo veramente giocando col fuoco. La possibilità di evocare mostri che poi non si sapranno controllare è spaventosamente reale. Io ho paura. Non lo nego. Vorrei che chi ha oggi il potere della parola e dell'amministrazione, ci riflettesse. Seriamente. Fuori dalla nevrosi mediatica e dall'urgenza di piacere. Pensando, per una volta, a un futuro che vada oltre il prossimo sondaggio.
"i viceré" film di roberto faenza
Passato e presente a confronto: «I viceré»
Il film di Roberto Faenza sarà da venerdì nelle sale. Lo presentano il regista e i suoi interpreti, mettendo in evidenza il lato laico del romanzo, che ha subìto una censura di mercato per le sue istanze libertarie e anticlericali
Silvana Silvestri
Se il romanzo di Federico De Roberto I viceré suscitò polemiche all'epoca in cui uscì (fu pubblicato nel 1894) e valutazioni negative, come la stroncatura di Croce («un'opera che non illumina l'intelletto»), questa sana atmosfera polemica ritorna a investire anche il film di Roberto Faenza che uscirà nelle sale venerdì 9 novembre distribuito da 01 in numero considerevole di copie. L'attuale situazione politica italiana, con un tempismo straordinario, sembra fare da cassa di risonanza al film, alle critiche di un mondo antico che andava dissolvendosi (l'aristocrazia borbonica conteneva in sé i germi della sua dissoluzione). Roberto Faenza ha apprezzato del romanzo la sua impostazione laica, forse anche l'impianto anticlericale con quel convento dei benedettini come si è visto solo in qualche film albanese o ungherese (ben lontani da Roma), ma anche lui ne ha pagato le conseguenze. Ad esempio non è stato invitato nè al festival di Venezia nè alla festa di Roma che va bene per tutti, mantenendo così il significato ribelle, outsider, del romanzo. Risponde a tutte le polemiche che si sono susseguite in questi giorni la produzione, sostenendo che il film è stato visto solo da Piera De Tassis per Première e che tutte le altre proiezioni erano state annullate dagli «esperti». «Che il film non era stato accettato alla festa di Roma è stato comunicato solo il 3 novembre a festa conclusa». Qualche brivido del resto ha percorso anche Bruxelles dove il film è stato presentato non senza qualche tentennamento «perché sembrava che non desse un'immagine decorosa dell'Italia»). Qualche perplessità potrebbe nascere (secondo lo stile del cinema italiano contemporaneo) dal fatto che in un film pensato anche per la televisione, di cinema ne contenga una piccola porzione, ma risponde Faenza: «Questo film non è nato per la televisione, è nato per il cinema e siccome era un progetto costoso, abbiamo chiesto l'appoggio di Rai Fiction e Rai Cinema. Ci sono due versioni distinte, girate anche in modo diverso e con ottiche differenti, anzi sarebbe bene che la Rai programmasse entrambe le versioni per far capire la differenza». Colpisce il discorso finale del film dove al protagonista che infine diventa parlamentare liberale per non dispiacere né alla plebe nè al clero nè ai signori, riesce a fare un discorso che assomiglia tanto a quelli che sentiamo in questi giorni abbinati alla parola «democratico»: «La frase è di De Roberto e la poniamo in testa al film come didascalia, testimonianza di una mostruosa preveggenza dello scrittore. La differenza con il romanzo intanto risiede nel fatto che un film non è mai un libro. Io ho voluto dare molta importanza alla famiglia e non solo per i conflitti generazionali, ma per la sopraffazione che vi alberga e in questo caso per la smania di possedere tutto, i destini delle persone, la chiesa, la politica. Sono partito dalla famiglia come alcova di tutti i mali, esercizio di dominio tra padre e figlio da soggiogare». Il «dissidio», ma in chiave creativa in qualche modo si è riproposto tra Faenza e Alessandro Preziosi, tra regista e giovane interprete che ha voluto mettere qualcosa di buono nel suo cinico personaggio, di trovare qualcosa di positivo in quel ragazzo diventato uomo troppo presto. Il padre di famiglia, Lando Buzzanca, dipinto da De Roberto come la radice di ogni male dice di essersi spaventato non poco quando Faenza gli ha detto che si trattava di un film shakespeariano e che avrebbe dovuto far dimenticare Burt Lancaster con la sua interpretazione (ci riesce): «Poi mi sono lasciato prendere da alcune caratteristiche che io non possiedo per nulla, come l'avidità, la superstizione, la politica dell'odio: sono cose che ho dovuto cercare dentro di me, non potevo neanche parlarne con il regista perché lui è uno che non parla con gli attori, ma avevo già fatto esperienza con Germi a proposito, quindi sapevo come fare».
Nella tradizione aristocratica gli eredi dopo una giovinezza scapestrata, si adeguano alle regole e così fa anche Consalvo e le regole sono quelle del potere. Nulla cambia quindi, proprio come nel «Gattopardo» considerato da Faenza oleografico e nostalgico e Tomasi di Lampedusa un saccheggiatore di De Roberto (difficile sostenerlo, poiché Tomasi scrive della sua classe che conosce intimamente e De Roberto no): pensiamo che sono due mondi diversi, due differenti punti di vista e certo lo spettatore medio cresciuto a fiction non potrà avere molti strumenti storici per capire molto nè dell'uno nè dell'altro. A cominciare dal significato di cosa fosse la destra e la sinistra nel parlamento italiano dopo l'unità d'Italia.
Il film di Roberto Faenza sarà da venerdì nelle sale. Lo presentano il regista e i suoi interpreti, mettendo in evidenza il lato laico del romanzo, che ha subìto una censura di mercato per le sue istanze libertarie e anticlericali
Silvana Silvestri
Se il romanzo di Federico De Roberto I viceré suscitò polemiche all'epoca in cui uscì (fu pubblicato nel 1894) e valutazioni negative, come la stroncatura di Croce («un'opera che non illumina l'intelletto»), questa sana atmosfera polemica ritorna a investire anche il film di Roberto Faenza che uscirà nelle sale venerdì 9 novembre distribuito da 01 in numero considerevole di copie. L'attuale situazione politica italiana, con un tempismo straordinario, sembra fare da cassa di risonanza al film, alle critiche di un mondo antico che andava dissolvendosi (l'aristocrazia borbonica conteneva in sé i germi della sua dissoluzione). Roberto Faenza ha apprezzato del romanzo la sua impostazione laica, forse anche l'impianto anticlericale con quel convento dei benedettini come si è visto solo in qualche film albanese o ungherese (ben lontani da Roma), ma anche lui ne ha pagato le conseguenze. Ad esempio non è stato invitato nè al festival di Venezia nè alla festa di Roma che va bene per tutti, mantenendo così il significato ribelle, outsider, del romanzo. Risponde a tutte le polemiche che si sono susseguite in questi giorni la produzione, sostenendo che il film è stato visto solo da Piera De Tassis per Première e che tutte le altre proiezioni erano state annullate dagli «esperti». «Che il film non era stato accettato alla festa di Roma è stato comunicato solo il 3 novembre a festa conclusa». Qualche brivido del resto ha percorso anche Bruxelles dove il film è stato presentato non senza qualche tentennamento «perché sembrava che non desse un'immagine decorosa dell'Italia»). Qualche perplessità potrebbe nascere (secondo lo stile del cinema italiano contemporaneo) dal fatto che in un film pensato anche per la televisione, di cinema ne contenga una piccola porzione, ma risponde Faenza: «Questo film non è nato per la televisione, è nato per il cinema e siccome era un progetto costoso, abbiamo chiesto l'appoggio di Rai Fiction e Rai Cinema. Ci sono due versioni distinte, girate anche in modo diverso e con ottiche differenti, anzi sarebbe bene che la Rai programmasse entrambe le versioni per far capire la differenza». Colpisce il discorso finale del film dove al protagonista che infine diventa parlamentare liberale per non dispiacere né alla plebe nè al clero nè ai signori, riesce a fare un discorso che assomiglia tanto a quelli che sentiamo in questi giorni abbinati alla parola «democratico»: «La frase è di De Roberto e la poniamo in testa al film come didascalia, testimonianza di una mostruosa preveggenza dello scrittore. La differenza con il romanzo intanto risiede nel fatto che un film non è mai un libro. Io ho voluto dare molta importanza alla famiglia e non solo per i conflitti generazionali, ma per la sopraffazione che vi alberga e in questo caso per la smania di possedere tutto, i destini delle persone, la chiesa, la politica. Sono partito dalla famiglia come alcova di tutti i mali, esercizio di dominio tra padre e figlio da soggiogare». Il «dissidio», ma in chiave creativa in qualche modo si è riproposto tra Faenza e Alessandro Preziosi, tra regista e giovane interprete che ha voluto mettere qualcosa di buono nel suo cinico personaggio, di trovare qualcosa di positivo in quel ragazzo diventato uomo troppo presto. Il padre di famiglia, Lando Buzzanca, dipinto da De Roberto come la radice di ogni male dice di essersi spaventato non poco quando Faenza gli ha detto che si trattava di un film shakespeariano e che avrebbe dovuto far dimenticare Burt Lancaster con la sua interpretazione (ci riesce): «Poi mi sono lasciato prendere da alcune caratteristiche che io non possiedo per nulla, come l'avidità, la superstizione, la politica dell'odio: sono cose che ho dovuto cercare dentro di me, non potevo neanche parlarne con il regista perché lui è uno che non parla con gli attori, ma avevo già fatto esperienza con Germi a proposito, quindi sapevo come fare».
Nella tradizione aristocratica gli eredi dopo una giovinezza scapestrata, si adeguano alle regole e così fa anche Consalvo e le regole sono quelle del potere. Nulla cambia quindi, proprio come nel «Gattopardo» considerato da Faenza oleografico e nostalgico e Tomasi di Lampedusa un saccheggiatore di De Roberto (difficile sostenerlo, poiché Tomasi scrive della sua classe che conosce intimamente e De Roberto no): pensiamo che sono due mondi diversi, due differenti punti di vista e certo lo spettatore medio cresciuto a fiction non potrà avere molti strumenti storici per capire molto nè dell'uno nè dell'altro. A cominciare dal significato di cosa fosse la destra e la sinistra nel parlamento italiano dopo l'unità d'Italia.
il briefing di un lavoratore di un call center
Sono un uomo di 36 anni con quasi 2 lauree in psicologia e che ha avuto la
sfortuna di fare un esperienza, seppur breve, nel campo dei call-center
outbound. Al momento in cui vi scrivo sono al mio settimo giorno di prova
presso la “In-Contatto” una azienda di Roma che vende servizi per la
Fastweb, bene ieri è stato il mio ultimo giorno di lavoro, in quanto ho
cominciato a provare la nausea per quel posto dopo appena due o tre giorni
di lavoro.
Oltre a tutte le cose negative che ho potuto leggere su questo
sito riguardo a questi call-center outbound, e cioè la situazione
contrattuale pessima, le ferie inesistenti, le malattie e il tfr non pagati,
credo che la cosa peggiore non sia stata menzionata.
Nel caso mio la nausea è dovuta ai cosidetti “briefing” di inizio lavoro della durata di 10-20
minuti durante i quali la team-leader, una donna con molta aggressività, faceva qualunque tipo di pressione psicologica su chi il giorno prima aveva avuto la sfortuna di non prendere
un appuntamento con un consulente.
Questi cosidetti “briefing” erano conditi di parolacce di ogni tipo, intimidazioni e attacchi all’autostima dei lavoratori attraverso confronti tra chi aveva preso l’appuntamento e chi no. Insomma un qualcosa di assolutamente illegale, sfruttando la consapevolezza
che molte delle persone presenti non potevano rispondere perché bisognose
dei due soldi che avrebbero potuto guadagnare.
La cosa più sleale da parte di questa azienda nei miei confronti è stata quella di avermi assunto, quindi fatto un colloquio di lavoro con una selezionatrice, che ha invece
dei modi cordiali e rispettosi, altrettanto dicasi per il corso della durata
di due giorni, fatto con un amministratore dell’azienda, ed anche qui nessun
avvertimento circa le modalità di questi “briefing”, ma poi al primo giorno
di lavoro ecco che arriva la sorpresa, l’incontro con questa fantomatica
team-leader, una persona, anche se definirla tale è un complimento, totalmente inadatta a ricoprire un ruolo del genere, ma evidentemente le coercizioni adottate da questa persona fanno comodo all’azienda in termini di vendite.
Eppure alcuni particolari che possano allarmare si possono notare se si è attenti anche nei giorni del corso, mi riferisco all’arredamento della sede dell’azienda, un posto scarno e
trasandato, con arredamenti minimi che lasciano presagire che questo tipo di
aziende non navigano nel lusso, anzi probabilmente i titolari fanno la fame
più dei loro dipendenti.
Per concludere vorrei comunicare il nome di questa azienda così forse qualcuno che potrà avere la fortuna di leggere questa lettera potrà evitare di finirci un giorno, visto che questi sono sempre alla ricerca di persone, visto l’alto numero di abbandoni:
In-Contatto, Via di Torre Rigata 10, Roma
sfortuna di fare un esperienza, seppur breve, nel campo dei call-center
outbound. Al momento in cui vi scrivo sono al mio settimo giorno di prova
presso la “In-Contatto” una azienda di Roma che vende servizi per la
Fastweb, bene ieri è stato il mio ultimo giorno di lavoro, in quanto ho
cominciato a provare la nausea per quel posto dopo appena due o tre giorni
di lavoro.
Oltre a tutte le cose negative che ho potuto leggere su questo
sito riguardo a questi call-center outbound, e cioè la situazione
contrattuale pessima, le ferie inesistenti, le malattie e il tfr non pagati,
credo che la cosa peggiore non sia stata menzionata.
Nel caso mio la nausea è dovuta ai cosidetti “briefing” di inizio lavoro della durata di 10-20
minuti durante i quali la team-leader, una donna con molta aggressività, faceva qualunque tipo di pressione psicologica su chi il giorno prima aveva avuto la sfortuna di non prendere
un appuntamento con un consulente.
Questi cosidetti “briefing” erano conditi di parolacce di ogni tipo, intimidazioni e attacchi all’autostima dei lavoratori attraverso confronti tra chi aveva preso l’appuntamento e chi no. Insomma un qualcosa di assolutamente illegale, sfruttando la consapevolezza
che molte delle persone presenti non potevano rispondere perché bisognose
dei due soldi che avrebbero potuto guadagnare.
La cosa più sleale da parte di questa azienda nei miei confronti è stata quella di avermi assunto, quindi fatto un colloquio di lavoro con una selezionatrice, che ha invece
dei modi cordiali e rispettosi, altrettanto dicasi per il corso della durata
di due giorni, fatto con un amministratore dell’azienda, ed anche qui nessun
avvertimento circa le modalità di questi “briefing”, ma poi al primo giorno
di lavoro ecco che arriva la sorpresa, l’incontro con questa fantomatica
team-leader, una persona, anche se definirla tale è un complimento, totalmente inadatta a ricoprire un ruolo del genere, ma evidentemente le coercizioni adottate da questa persona fanno comodo all’azienda in termini di vendite.
Eppure alcuni particolari che possano allarmare si possono notare se si è attenti anche nei giorni del corso, mi riferisco all’arredamento della sede dell’azienda, un posto scarno e
trasandato, con arredamenti minimi che lasciano presagire che questo tipo di
aziende non navigano nel lusso, anzi probabilmente i titolari fanno la fame
più dei loro dipendenti.
Per concludere vorrei comunicare il nome di questa azienda così forse qualcuno che potrà avere la fortuna di leggere questa lettera potrà evitare di finirci un giorno, visto che questi sono sempre alla ricerca di persone, visto l’alto numero di abbandoni:
In-Contatto, Via di Torre Rigata 10, Roma
i call center
Nei call center italiani lavorano, secondo i dati forniti dalle associazioni di impresa sull’anno 2006, circa 250 mila addetti. Si deve distinguere tra le attività cosiddette “in house” e quelle in “outsourcing”.“In house” sono quei call center interni alle compagnie o alle aziende che ne utilizzano i servizi, con gli operatori inquadrati come dipendenti diretti delle stesse imprese. Ad esempio: il call center che risponde al numero clienti Telecom fa parte della stessa Telecom e gli operatori sono dipendenti Telecom.
In “outsourcing” sono, al contrario, le attività appaltate all’esterno, ad aziende specializzate nella fornitura di servizi: la compagnia telefonica, la banca o la società interessata ad aprire un canale di contatto con i propri clienti o fornitori (azienda committente o appaltante) affida dunque una commessa a un’altra impresa (appaltatrice): ad esempio Telecom affida una commessa ad Atesia, del gruppo Cos, perché i dipendenti di Atesia rispondano per conto della Telecom ai clienti Telecom. I lavoratori dunque non saranno contrattualizzati dal committente, ma direttamente dall’appaltatrice. Pur rispondendo a nome del committente, dunque, il loro rapporto di lavoro sarà istituito con la ditta di servizi che ha preso in gestione l’appalto.
Nei call center in “outsourcing”, dove sono oggi concentrati la maggior parte dei rapporti precari, lavorano circa 80 mila operatori (dati della Assocontact, associazione di imprese aderente alla Confindustria). I restanti 170 mila sono dunque contrattualizzati direttamente nei call center “in house”.
Circa il 50% dei committenti è costituito da compagnie telefoniche, associate nella Asstel, anch’essa aderente a Confindustria: dunque il contratto di riferimento che orienta oggi questo mercato è quello delle telecomunicazioni, ma non mancano call center in outsourcing che adottano altri contratti (commercio, metalmeccanici, trasporti) perché spesso il loro stesso committente li applica.
Un buon 20% dei committenti è invece concentrato nelle pubbliche amministrazioni, dai ministeri ai comuni alle province, fino agli enti pubblici e le Asl, tutti soggetti che fanno larghissimo uso del lavoro in appalto.
Degli 80 mila lavoratori in outsourcing, secondo la Assocontact, circa 20 mila avevano già un contratto subordinato prima della campagna di stabilizzazioni avviata dalla finanziaria 2007 (legge 296 del 27 dicembre 2006 - articolo 1 - commi 1202-1210). La campagna si è chiusa il 30 aprile 2007, e a quella data - secondo la Slc Cgil - sono stati stabilizzati ulteriori 18 mila lavoratori (quasi 9 su 10 da subito con un tempo indeterminato).
Resterebbero fuori dunque almeno 42 mila operatori, in gran parte outbound, cui le aziende non riconoscono il diritto automatico al contratto da dipendenti in forza della Circolare Damiano che permette il contratto a progetto per questo tipo di lavoratori.
cosa è l’outbound
Nei call center si definisce “outbound” quell’operatore che lavora sulle telefonate in uscita. E’ dunque il call center, attraverso questo operatore, che contatta i clienti chiamandoli al telefono (soprattutto a quello di casa) per proporre offerte, prodotti o fare sondaggi e inchieste di mercato.
Nella gran parte dei casi, il computer dell’operatore è già programmato su una lista di chiamate da fare e che partono in automatico: sarà poi l’operatore, una volta che il cliente avrà risposto, a “condurre” la conversazione attraverso una griglia di domande precostituita fornita dall’azienda. In genere anche le forme di saluto, i convenevoli, le risposte da fornire al cliente sono codificate e vengono fornite attraverso appositi manuali o corsi precedenti all’assunzione.
L’outbound secondo la circolare Damiano del 14 giugno 2006 può essere inquadrato con un contratto a progetto, nel caso in cui soddisfi una serie di requisiti di autonomia nel lavoro indicati dalla stessa circolare.
cosa è l’inbound
Nei call center è definito “inbound” quell’operatore che lavora in ricezione telefonate: è il cliente a chiamare il call center, da un telefono fisso o mobile, e il lavoratore si limita a rispondere alle domande o a fornire l’assistenza richiesta.
In molti call center questi operatori possono anche effettuare prenotazioni o vendite (si pensi ai biglietti dei treni o degli aerei acquistati per telefono), e dunque hanno l’autorizzazione, in accordo con il cliente, ad operare con le carte di credito dell’acquirente.
Secondo la circolare Damiano del 14 giugno 2006 questo tipo di operatore deve essere inquadrato con contratti di tipo subordinato, poiché “non gestisce, come nel caso dell’outbound, la propria attività, nè può in alcun modo pianificarla giacché la stessa consiste prevalentemente nel rispondere alle chiamate dell’utenza, limitandosi a mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie psicofisiche per un dato periodo di tempo”.
già stabilizzati
Dall’1 gennaio 2007 al 30 aprile 2007, grazie agli incentivi offerti dalla finanziaria (legge 27 dicembre 2006 - commi 1202-1210) e all’opera di contrattazione dei sindacati, sono stati stabilizzati 18 mila lavoratori dei call center. E’ un nucleo di lavoratori che risultava più individuabile e contattabile dai sindacati, perché appartenenti ai big del settore (come il gruppo Cos o la Omnia Network), già finiti sotto i riflettori della stampa.
La Slc Cgil, categoria che segue i lavoratori della comunicazione, ha diffuso un rapporto su queste prime stabilizzazioni: il fatto positivo è che la gran parte dei lavoratori (l’86%) ha avuto da subito il tempo indeterminato, e che entro due anni la percentuale salirà al 98%. Tra i fattori negativi, dobbiamo invece annoverare gli orari di lavoro e i salari spuntati. La maggior parte di questi operatori ha infatti ottenuto orari part time di sole 20 ore settimanali, che corrispondono a un salario inferiore ai 600 euro mensili. A fronte di quanto ottenuto, i lavoratori hanno dovuto firmare conciliazioni (come previsto dalla finanziaria) in cui hanno rinunciato a far causa per i salari pregressi (molti di loro hanno tra i 7 e i 10 anni di cocoprò alle spalle, e vanno a perdere almeno 10 mila euro per ogni anno lavorato).
Ma andiamo ai dati, tratti da un rapporto diffuso dalla Slc Cgil i primi di maggio 2007. Al 30 aprile 2007, i lavoratori stabilizzati a seguito della campagna incentivata dal governo risultano circa 18 mila: 16.199 con il contratto delle telecomunicazioni, e altri 2000 circa con i metalmeccanici o il commercio.La Slc Cgil fornisce un’analisi solo per i 16.199 di sua competenza. Di questi, 14.086 (pari all’86,5%) sono stati assunti da subito a tempo indeterminato; 538 (pari al 3,8%)con contratto a termine di cui è prevista la trasformazione a tempo indeterminato dopo 24 mesi; 1.274 (pari al 7,7%) con contratto di apprendistato o inserimento per cui è prevista la trasformazione in tempo indeterminato dopo 24 mesi; 301 (pari al 2%) con contratti a tempo determinato di 24 mesi, per i quali però non è prevista trasformazione in tempo indeterminato al termine del periodo. Dunque il 98% dei 16.199, trascorsi i due anni dall’inizio del periodo di stabilizzazione, si troverà assunto a tempo indeterminato.
Genere: le stabilizzazioni hanno riguardato le donne per il 68% (11.101 lavoratrici) e per il 32% uomini (5.098). Si è stabilizzato soprattutto al Sud e nelle Isole (49,7%, 7.795 persone); segue il Centro (33,5%, 5.634 persone) e il Nord (16,8%, 2.770 persone).
Età: il 61,3% dei lavoratori stabilizzati (10.098) ha un’età sotto i 30 anni; il 31,4% è compreso tra i 30 e i 50 anni (5.032); il 7,3% è sopra i 50 anni (1.069 persone).
Orari di lavoro: la maggior parte degli operatori ha ottenuto part time di sole 20 ore settimanali. Pesano soprattutto i gruppi più grossi, la Cos Almaviva e la Datel/Telic che da soli hanno stabilizzato 8 mila lavoratori, orientando però il mercato sui part time a basso quantitativo di ore. La percentuale di lavoratori a 20 ore è pari dunque al 53% (8.741 lavoratori), mentre hanno ottenuto part time tra le 20 e le 30 ore 3.217 lavoratori (pari al 20,2%); il 21,5% (3.361 persone) ha ottenuto part time tra 30 e 36 ore. Un 5,3% di “fortunatissimi”, 880 operatori, ha un full time di 40 ore settimanali.
Livelli contrattuali ottenuti: il 52% (8.545 operatori) ha ottenuto il terzo o un livello superiore da subito (il terzo livello è quello di riferimento per questi operatori, quando sono inquadrati con il contratto delle tlc). Gli altri hanno avuto in genere un secondo livello: il 7,5% (1.247 persone) passerà al terzo entro 3-6 mesi; il 15,5% (2.267) vi accederà entro 6-12 mesi; l’8,8% (1.454) entro 12-18 mesi; il 16,2% (2.686 persone) dopo 18 mesi.
Turni: un altro aspetto importante è quello dei turni di lavoro, dato che chi ha part time con poche ore ha necessità quasi sicuramente di un secondo impiego, impossibile da conciliare con il primo se l’azienda può cambiare i turni con la massima flessibilità. Specificando che in questo caso i numeri delle somme superano il 100% (perché diversi accordi possono contenere sia fasce rigide che il mantenimento della collocazione oraria pre-stabilizzazione, che il diritto allo spostamento in caso di secondo impiego), la Slc Cgil fa sapere che l’85% degli operatori (13.999) sono stati inquadrati in fasce orarie rigide (mattina, pomeriggio, sera/notte); il 24% (3.667) mantiene la collocazione oraria di quando era a progetto; l’89,5% (14.760) ha conseguito il diritto a spostare la propria collocazione oraria in caso di secondo lavoro; il 10,1% (1698) dovrà invece subire la collocazione oraria unilaterale dell’azienda, ovvero un iper-flessibile orario “h24″.
leggi e accordi
In questa sezione proponiamo la raccolta di alcune leggi e successivi accordi che hanno fatto la “storia” delle recenti vertenze sui call center. A partire dalla Circolare Damiano del 14 giugno 2006, passando per l’Avviso comune sindacati-Confindustria, fino all’Ordine del giorno del Direttivo Cgil che ha indicato come il sindacato intende interpretare la Circolare e l’Avviso comune nella pratica delle stabilizzazioni. Infine è utile leggere l’articolo 1 ai commi 1202 -1210 della finanziaria 2007 (legge 296 del 27 dicembre 2006), che ha disposto le regole e gli incentivi per la trasformazione dei rapporti parasubordinati in subordinati.
In “outsourcing” sono, al contrario, le attività appaltate all’esterno, ad aziende specializzate nella fornitura di servizi: la compagnia telefonica, la banca o la società interessata ad aprire un canale di contatto con i propri clienti o fornitori (azienda committente o appaltante) affida dunque una commessa a un’altra impresa (appaltatrice): ad esempio Telecom affida una commessa ad Atesia, del gruppo Cos, perché i dipendenti di Atesia rispondano per conto della Telecom ai clienti Telecom. I lavoratori dunque non saranno contrattualizzati dal committente, ma direttamente dall’appaltatrice. Pur rispondendo a nome del committente, dunque, il loro rapporto di lavoro sarà istituito con la ditta di servizi che ha preso in gestione l’appalto.
Nei call center in “outsourcing”, dove sono oggi concentrati la maggior parte dei rapporti precari, lavorano circa 80 mila operatori (dati della Assocontact, associazione di imprese aderente alla Confindustria). I restanti 170 mila sono dunque contrattualizzati direttamente nei call center “in house”.
Circa il 50% dei committenti è costituito da compagnie telefoniche, associate nella Asstel, anch’essa aderente a Confindustria: dunque il contratto di riferimento che orienta oggi questo mercato è quello delle telecomunicazioni, ma non mancano call center in outsourcing che adottano altri contratti (commercio, metalmeccanici, trasporti) perché spesso il loro stesso committente li applica.
Un buon 20% dei committenti è invece concentrato nelle pubbliche amministrazioni, dai ministeri ai comuni alle province, fino agli enti pubblici e le Asl, tutti soggetti che fanno larghissimo uso del lavoro in appalto.
Degli 80 mila lavoratori in outsourcing, secondo la Assocontact, circa 20 mila avevano già un contratto subordinato prima della campagna di stabilizzazioni avviata dalla finanziaria 2007 (legge 296 del 27 dicembre 2006 - articolo 1 - commi 1202-1210). La campagna si è chiusa il 30 aprile 2007, e a quella data - secondo la Slc Cgil - sono stati stabilizzati ulteriori 18 mila lavoratori (quasi 9 su 10 da subito con un tempo indeterminato).
Resterebbero fuori dunque almeno 42 mila operatori, in gran parte outbound, cui le aziende non riconoscono il diritto automatico al contratto da dipendenti in forza della Circolare Damiano che permette il contratto a progetto per questo tipo di lavoratori.
cosa è l’outbound
Nei call center si definisce “outbound” quell’operatore che lavora sulle telefonate in uscita. E’ dunque il call center, attraverso questo operatore, che contatta i clienti chiamandoli al telefono (soprattutto a quello di casa) per proporre offerte, prodotti o fare sondaggi e inchieste di mercato.
Nella gran parte dei casi, il computer dell’operatore è già programmato su una lista di chiamate da fare e che partono in automatico: sarà poi l’operatore, una volta che il cliente avrà risposto, a “condurre” la conversazione attraverso una griglia di domande precostituita fornita dall’azienda. In genere anche le forme di saluto, i convenevoli, le risposte da fornire al cliente sono codificate e vengono fornite attraverso appositi manuali o corsi precedenti all’assunzione.
L’outbound secondo la circolare Damiano del 14 giugno 2006 può essere inquadrato con un contratto a progetto, nel caso in cui soddisfi una serie di requisiti di autonomia nel lavoro indicati dalla stessa circolare.
cosa è l’inbound
Nei call center è definito “inbound” quell’operatore che lavora in ricezione telefonate: è il cliente a chiamare il call center, da un telefono fisso o mobile, e il lavoratore si limita a rispondere alle domande o a fornire l’assistenza richiesta.
In molti call center questi operatori possono anche effettuare prenotazioni o vendite (si pensi ai biglietti dei treni o degli aerei acquistati per telefono), e dunque hanno l’autorizzazione, in accordo con il cliente, ad operare con le carte di credito dell’acquirente.
Secondo la circolare Damiano del 14 giugno 2006 questo tipo di operatore deve essere inquadrato con contratti di tipo subordinato, poiché “non gestisce, come nel caso dell’outbound, la propria attività, nè può in alcun modo pianificarla giacché la stessa consiste prevalentemente nel rispondere alle chiamate dell’utenza, limitandosi a mettere a disposizione del datore di lavoro le proprie energie psicofisiche per un dato periodo di tempo”.
già stabilizzati
Dall’1 gennaio 2007 al 30 aprile 2007, grazie agli incentivi offerti dalla finanziaria (legge 27 dicembre 2006 - commi 1202-1210) e all’opera di contrattazione dei sindacati, sono stati stabilizzati 18 mila lavoratori dei call center. E’ un nucleo di lavoratori che risultava più individuabile e contattabile dai sindacati, perché appartenenti ai big del settore (come il gruppo Cos o la Omnia Network), già finiti sotto i riflettori della stampa.
La Slc Cgil, categoria che segue i lavoratori della comunicazione, ha diffuso un rapporto su queste prime stabilizzazioni: il fatto positivo è che la gran parte dei lavoratori (l’86%) ha avuto da subito il tempo indeterminato, e che entro due anni la percentuale salirà al 98%. Tra i fattori negativi, dobbiamo invece annoverare gli orari di lavoro e i salari spuntati. La maggior parte di questi operatori ha infatti ottenuto orari part time di sole 20 ore settimanali, che corrispondono a un salario inferiore ai 600 euro mensili. A fronte di quanto ottenuto, i lavoratori hanno dovuto firmare conciliazioni (come previsto dalla finanziaria) in cui hanno rinunciato a far causa per i salari pregressi (molti di loro hanno tra i 7 e i 10 anni di cocoprò alle spalle, e vanno a perdere almeno 10 mila euro per ogni anno lavorato).
Ma andiamo ai dati, tratti da un rapporto diffuso dalla Slc Cgil i primi di maggio 2007. Al 30 aprile 2007, i lavoratori stabilizzati a seguito della campagna incentivata dal governo risultano circa 18 mila: 16.199 con il contratto delle telecomunicazioni, e altri 2000 circa con i metalmeccanici o il commercio.La Slc Cgil fornisce un’analisi solo per i 16.199 di sua competenza. Di questi, 14.086 (pari all’86,5%) sono stati assunti da subito a tempo indeterminato; 538 (pari al 3,8%)con contratto a termine di cui è prevista la trasformazione a tempo indeterminato dopo 24 mesi; 1.274 (pari al 7,7%) con contratto di apprendistato o inserimento per cui è prevista la trasformazione in tempo indeterminato dopo 24 mesi; 301 (pari al 2%) con contratti a tempo determinato di 24 mesi, per i quali però non è prevista trasformazione in tempo indeterminato al termine del periodo. Dunque il 98% dei 16.199, trascorsi i due anni dall’inizio del periodo di stabilizzazione, si troverà assunto a tempo indeterminato.
Genere: le stabilizzazioni hanno riguardato le donne per il 68% (11.101 lavoratrici) e per il 32% uomini (5.098). Si è stabilizzato soprattutto al Sud e nelle Isole (49,7%, 7.795 persone); segue il Centro (33,5%, 5.634 persone) e il Nord (16,8%, 2.770 persone).
Età: il 61,3% dei lavoratori stabilizzati (10.098) ha un’età sotto i 30 anni; il 31,4% è compreso tra i 30 e i 50 anni (5.032); il 7,3% è sopra i 50 anni (1.069 persone).
Orari di lavoro: la maggior parte degli operatori ha ottenuto part time di sole 20 ore settimanali. Pesano soprattutto i gruppi più grossi, la Cos Almaviva e la Datel/Telic che da soli hanno stabilizzato 8 mila lavoratori, orientando però il mercato sui part time a basso quantitativo di ore. La percentuale di lavoratori a 20 ore è pari dunque al 53% (8.741 lavoratori), mentre hanno ottenuto part time tra le 20 e le 30 ore 3.217 lavoratori (pari al 20,2%); il 21,5% (3.361 persone) ha ottenuto part time tra 30 e 36 ore. Un 5,3% di “fortunatissimi”, 880 operatori, ha un full time di 40 ore settimanali.
Livelli contrattuali ottenuti: il 52% (8.545 operatori) ha ottenuto il terzo o un livello superiore da subito (il terzo livello è quello di riferimento per questi operatori, quando sono inquadrati con il contratto delle tlc). Gli altri hanno avuto in genere un secondo livello: il 7,5% (1.247 persone) passerà al terzo entro 3-6 mesi; il 15,5% (2.267) vi accederà entro 6-12 mesi; l’8,8% (1.454) entro 12-18 mesi; il 16,2% (2.686 persone) dopo 18 mesi.
Turni: un altro aspetto importante è quello dei turni di lavoro, dato che chi ha part time con poche ore ha necessità quasi sicuramente di un secondo impiego, impossibile da conciliare con il primo se l’azienda può cambiare i turni con la massima flessibilità. Specificando che in questo caso i numeri delle somme superano il 100% (perché diversi accordi possono contenere sia fasce rigide che il mantenimento della collocazione oraria pre-stabilizzazione, che il diritto allo spostamento in caso di secondo impiego), la Slc Cgil fa sapere che l’85% degli operatori (13.999) sono stati inquadrati in fasce orarie rigide (mattina, pomeriggio, sera/notte); il 24% (3.667) mantiene la collocazione oraria di quando era a progetto; l’89,5% (14.760) ha conseguito il diritto a spostare la propria collocazione oraria in caso di secondo lavoro; il 10,1% (1698) dovrà invece subire la collocazione oraria unilaterale dell’azienda, ovvero un iper-flessibile orario “h24″.
leggi e accordi
In questa sezione proponiamo la raccolta di alcune leggi e successivi accordi che hanno fatto la “storia” delle recenti vertenze sui call center. A partire dalla Circolare Damiano del 14 giugno 2006, passando per l’Avviso comune sindacati-Confindustria, fino all’Ordine del giorno del Direttivo Cgil che ha indicato come il sindacato intende interpretare la Circolare e l’Avviso comune nella pratica delle stabilizzazioni. Infine è utile leggere l’articolo 1 ai commi 1202 -1210 della finanziaria 2007 (legge 296 del 27 dicembre 2006), che ha disposto le regole e gli incentivi per la trasformazione dei rapporti parasubordinati in subordinati.
mercoledì 7 novembre 2007
La Voix de la Vallée
In Valle D’Aosta, regione autonoma, è stato introdotto il referendum propositivo. Per la prima volta in Italia si potranno approvare proposte di legge popolari. Il popolo diventa legislatore.
Il 18 novembre si vota su cinque proposte di legge per le regole per l’elezione del Consiglio e della Giunta regionali e il futuro dell’ospedale regionale. Il quorum minimo di partecipazione è del 45%. I partiti invitano la gente a non andare alle urne o non ne parlano.
Il 18 novembre si vota su cinque proposte di legge per le regole per l’elezione del Consiglio e della Giunta regionali e il futuro dell’ospedale regionale. Il quorum minimo di partecipazione è del 45%. I partiti invitano la gente a non andare alle urne o non ne parlano.
martedì 6 novembre 2007
è morto biagi
Il commento di berlusconi:
"Uno dei protagonisti del giornalismo italiano" "Al di là delle vicende che ci hanno qualche volta diviso, rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima".
cacciato dalla RAI il 26 settembre del 2002...
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