martedì 25 dicembre 2007
non c'è più oscar peterson
Il compositore canadese aveva 82 anni e da tempo era malato
Nella sua carriera ha suonato con i più grandi. Inventò uno stile
WASHINGTON - Il pianista e compositore Oscar Peterson, una leggenda del jazz, è morto a Toronto, in Canada, a 82 anni. Lo ha annunciato la rete televisiva pubblica canadese Cbc.
Peterson era nato a Montreal nel 1925 e la sua carriera di virtuoso del piano, che prese il via soprattutto da uno straordinario concerto a New York alla Carnegie Hall nel 1949, lo ha portato prima ad esibirsi con i maggiori nomi della scena del jazz mondiale, poi a diventare un'icona della musica a livello internazionale.
Pianista dalla tecnica straodinaria, fu tra i più prolifici della storia del jazz. Il suo stile, che si richiamava al maestro Art Tatum, restava riconoscibile in ogni session alla quale partecipa va e nella quale lasciava la sua impronta. Ha suonato con mostri sacri del calibro di Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Lester Young, Anita O'Day e Stan Getz. Nella metà degli anni '50 divenne celebre l'Oscar Peterson trio che si completava con il contrabassista Ray Brown e il batterista Ed Yhigpen.
Nel 1997 aveva ricevuto un Grammy alla carriera. Il cattivo stato di salute negli ultimi tempi lo aveva costretto a cancellare più volte eventi sul palcoscenico, compreso un concerto previsto all'ultima edizione del Toronto Jazz Festival.
lavorare ieri e lavorare oggi
Spezzone di Tempi Moderni
e nei call center oggi...
lunedì 24 dicembre 2007
adriano olivetti 52 anni fa

24 dicembre 1955
Messaggio dell’ ing. Adriano Olivetti ai dipendenti dell’ Organizzazione
Nel « Salone dei 2000 », nel giorno della vigilia di Natale, il nostro Presidente ha tenuto il seguente discorso alle maestranze, agli impiegati e ai dirigenti della Ditta. Amici lavoratori della ICO, della OMO, della Fonderia, dei Cantieri esattamente sei anni or sono, il 24 dicembre 1949 rivolsi a voi, da questo microfono, un breve messaggio in occasione di quel Natale ed iniziai passando in rassegna gli avvenimenti più salienti di quell’anno.
Mi sia consentito anche oggi a tanta distanza di tempo, iniziare riassumendo quanto è passato nella nostra fabbrica negli anni più recenti.
Verso l’estate del 1952 la fabbrica attraversò una crisi di crescenza e di organizzazione che fu appena visibile a tutti, ma che fu non di meno di una notevole gravità. Fu quando riducemmo gli orari; le macchine si accumulavano nei magazzini di Ivrea e delle Filiali, a decine di migliaia. L’equilibrio tra spese e incassi inclinava pericolosamente: mancavano ogni mese centinaia di milioni. A quel punto c’erano solo due soluzioni: diventare più piccoli, diminuire ancora gli orari, non assumere più nessuno; c’erano cinquecento lavoratori di troppo; taluno incominciava a parlare di licenziamenti. L’altra soluzione era difficile e pericolosa: instaurare immediatamente una politica di espansione più dinamica, più audace. Fu scelta senza esitazione la seconda via.
In Italia, in un solo anno, furono assunti 700 nuovi venditori, fu ribassato il prezzo delle macchine, furono create filiali nuove a Messina, Verona, Brescia, alle quali si aggiunsero più tardi quelle di Vicenza e di Cagliari.
La battaglia, condotta dal dottor Galassi, validamente coadiuvato dai suoi collaboratori, fu vinta d’impeto, e diciotto mesi dopo il pericolo di rimanere senza lavoro era ormai scongiurato; la battaglia era costata molte centinaia di milioni che non potevano essere equilibrati se non da una migliore organizzazione delle fabbriche. La lotta continuò in tutto il fronte dell’esportazione: in Germania, in Belgio, in Inghilterra, negli Stati Uniti; furono create nuove filiali a San Francisco, Chicago. Francoforte. Colonia, Hannover, Dusseldorf lo sforzo fu ovunque intenso.
In questi ultimi anni le nostre Consociate sparse in tutto il mondo si andarono riorganizzando, ampliando, rafforzando e il nome Olivetti è diventato una bandiera che onora il lavoro italiano nel mondo.
Questo riconoscimento ci riempie, è vero, di orgoglio. Se nella quinta strada a New York la Olivetti è il simbolo più significativo di progresso accanto al grande palazzo delle Nazioni Unite, accanto ad altri moderni edifici, se in tutte le parti del Commonwealth britannico, in Canadà come in Australia il nome Olivetti e con esso quello di Ivrea è tenuto in alta considerazione, voi avete il diritto di chiedere e sapere: qual’è il fine? Dove porta tutto ciò? C’è anzitutto una questione prevalente: quelle tredici società alleate, nella storia della nostra ditta sono un fatto, in relazione al loro numero, relativamente recente perchè nel 1947 quando riprendemmo le esportazioni, avevamo in stato di efficienza solo la fabbrica e la società di Spagna. Esse sono ora una forza, che ha aumentato la nostra espansione. Sulle 6000 e più persone che lavorano oggi ad Ivrea più della metà vi lavorano esclusivamente perciò quelle società esistono. Esse hanno tuttavia rappresentato un’esperienza difficile, seria, rischiosa. La loro storia è seminata di croci, di sconfitte, di disastri, di gravissime perdite, alle quali abbiamo faticosamente portato rimedio. Noi abbiamo potuto adottare solo recentemente una politica più esperimentata ora resa possibile dal numero crescente dei nostri prodotti e dalla loro alta qualità.
Se oggi si vendono ogni mese mille Divisumma negli Stati Uniti o mille portatili in Germania o centinaia di Summa 15, di Studio in Inghilterra, gli è che i nostri migliori uomini si affaticarono in viaggi talvolta estenuanti, misero a punto, tra difficoltà che altre società non riuscirono a superare, la nuova macchina organizzativa, senza modelli davanti a noi.
E questa macchina organizzativa è ora quasi a punto, ormai quasi finita. E’ fatta per uno scopo solo: assicurare a questa fabbrica e per chi vi lavora, più sicurezza, più libertà, più benessere.
In tre anni decine di funzionari e di dirigenti sono passati dai quadri italiani ai quadri delle Consociate. Voi leggete in « Notizie Olivetti » una nuda cronaca. Si leggono infatti informazioni di questo tipo: l’ing. Orlando è stato trasferito da Bologna a Glasgow, il dott. Lorenzotti da Roma a Chicago, il dott. Santi da Milano a Francoforte, l’ing. Luna da Padova a Bruxelles, e avrete saputo anche il trasferimento all’estero di molti altri tecnici e operai vostri diretti compagni di lavoro.
Ma non è difficile comprendere come questi movimenti siano simili a quelli di una partita a scacchi nella quale si gioca l’avvenire della nostra fabbrica, dove è in gioco il futuro dei vostri figli. E questi movimenti hanno dato i loro frutti in maggior sicurezza e in maggior lavoro ora soltanto che un complicato ingranaggio organizzativo è stato messo a punto. L’Ufficio Personale Impiegati è stato completamente riorganizzato dal 1953; la Direzione Generale Commerciale ha messo a punto numerosi nuovi dispositivi per aumentare in modo omogeneo la vendita sul mercato italiano; lo Stac è stato quintuplicato; l’Ufficio Pubblicità ha dovuto riorganizzarsi in vista di compiti più vasti, la Direzione di molte Consociate è stata largamente potenziata e affinata; molti giovani sono stati promossi a più alte responsabilità.
Nel campo dell’elettronica, ove soltanto le più grandi fabbriche americane hanno da anni la precedenza, lavoriamo metodicamente da quattro anni e ci siamo dedicati a un campo nuovo. Tra pochi mesi sarà resa nota l’esistenza di una nostra macchina elettronica e presentata qui a Ivrea ai tecnici e alle rappresentanze dei lavoratori: si tratta di una macchina completamente originale, che sotto la guida dell’ing. Dino Olivetti, Michele Canepa e altri ingegneri di Ivrea hanno messo a punto nel nostro laboratorio di ricerche avanzate.
Essa avrà una memoria di 5000 posizioni ed appartiene alla classe di media grandezza. Siamo al promettente principio di più ampi sviluppi. Una nuova sezione di ricerca potrà sorgere nei prossimi anni per sviluppare gli aspetti scientifici dell’elettronica, poiché questa rapidamente condiziona nel bene e nel male l’ansia di progresso della civiltà di oggi.
Noi non potremo essere assenti da questo settore per molti aspetti decisivo. Con ciò tuttavia nessun pericolo incombe sulle nostre produzioni: come l’industria aeronautica non ha fermato lo sviluppo di quella automobilistica, così le calcolatrici elettroniche non sostituiranno, almeno per molto tempo né le addizionatrici, né le calcolatrici meccaniche. Esse si aggiungono soltanto a render possibile l’esistenza efficiente dei grandi organismi e a procurare a tecnici ed operai italiani nuove occasioni di lavoro.
Anche il nostro Centro Meccanografico di Ivrea è dotato di una calcolatrice elettronica; questo Centro per il cosciente lavoro di alcuni vostri colleghi, sotto la guida di Camillo Prelle e di Roberto Olivetti, prende sempre più ampio sviluppo; esso mira appunto a riprendere quel coordinamento finanziario che in una azienda delle nostre dimensioni rischia di andare perduto se alla mente dei direttori non si danno nuovi, potenti, rapidi mezzi di indagine e di controllo.
La società commerciale italo-francese Olivetti Bull per le macchine statistiche, validamente presieduta dall’avv. Arrigo Olivetti, ha ottenuto nei recenti anni in tutta Italia notevoli successi organizzando con alta efficienza delicati servizi delle Pubbliche Amministrazioni e di grandi aziende.
Essa ha servito egregiamente a equilibrare a nostro favore l’intercambio italo-francese, facilitando in tal guisa le nostre esportazioni di oltralpe.
I Cantieri edili, sotto la guida energica dell’ing. Roberto Guiducci e dei suoi valenti collaboratori, tecnici ed operai, stanno compiendo a tempo di record due officine: la moderna OMO a San Bernardo ed una nuova ICO, costruita sulla vecchia OMO, il cui edificio verrà in gran parte rifatto. La prima ha una superficie utile di 10.000 mq., potrà ospitare sino a 700 operai, la seconda ha 20.000 mq. e potrà ospitarne circa 2000.
Si tratta del più grande sforzo costruttivo ed espansivo che la nostra ditta abbia intrapreso, in tutta la sua storia. Esso è frutto di un calcolo ottimista dell’avvenire della nostra economia e della precisa volontà di garantire non solo un migliore e più ordinato assetto al vostro lavoro, ma anche nuove possibilità per chi ancora attende una dignitosa occupazione.
Nessuno deve meravigliarsi quindi che la nostra amministrazione, giustamente prudente, abbia posto dei rigidi limiti a nuovi impegni finanziari fino a che il punto culminante di questo sforzo ingente non sia superato.
Il nuovo Centro Studi che spicca con i suoi mattoni azzurri sullo sfondo verde di Montenavale, opera pregevole dell’arch. Vittoria, ha incominciato a funzionare nell’estate.
Sotto la guida ineguagliata dell’ing. Giuseppe Beccio si studiano nuovi prodotti intesi a mantenere il primato europeo che abbiamo raggiunto nel campo delle macchine per ufficio.
L’équipe di Natale Capellaro ha messo a punto lo scorso anno, la nuova calcolatrice N 6 che sarà messa in vendita con il nome di « Tetractys ». Gli specialisti dell’officina Z hanno amorevolmente finito proprio in questi giorni con la loro abituale scrupolosità, competenza e precisione, i relativi strumenti di produzione.
La nuova macchina andrà quindi in linea assai presto, al ritmo iniziale di tre macchine-ora.
Nella dura. battaglia contro i colossi americani e tedeschi amiamo ricordare come similitudine i metodi e i mezzi delle battaglie navali: corazzate, incrociatori, torpediniere, navi grandi e navi piccole, nessuna da sola potrebbe vincere, tutte insieme fanno un corpo che è difficile abbattere. In questa similitudine la Lettera 22 è la piccola torpediniera che si infiltra dappertutto e le grandi contabili ed elettriche sono le corazzate che per vincere la loro guerra devono essere difese da una cortina di macchine più piccole e più agili.
Il 31 di marzo di quest’anno il nostro dottor Pero firmava a Milano l’acquisto della De Angeli Frua di Agliè; il 15 aprile centinaia di telai erano trasformati in rottami da fonderia. Entravano in azione uomini del nostro reparto impianti tradizionalmente pronti e generosi.
Il 15 settembre dove da anni stagnava la vita, un’officina completa di oltre 600 dipendenti era in piena efficienza. Agliè, Ozegna, Bairo, Rivarolo, Castellamonte, i paesi della Val Chiusella lenivano le loro ferite più gravi.
Il nostro Ufficio Personale operò alacremente, nonostante le gravi difficoltà di ogni ordine, e si è andato via via perfezionando; assistenti sociali operano fuori della fabbrica, altre nell’interno, per facilitare gli spostamenti. Il lavoro di questi uffici è arduo, spesso incompreso; ma questi organi diventano a poco a poco più sensibili e più esatti onde le ingiustizie e gli errori purtroppo frequenti nel passato, è giusto il riconoscerlo, vanno man mano riducendosi. Non cesseremo ogni sforzo per dare a questo così delicato meccanismo uomini, autorità e mezzi crescenti.
E voglio anche ricordare come in questa fabbrica, in questi anni, non abbiamo mai chiesto a nessuno a quale fede religiosa crèdesse, in quale partito militasse o ancora da quale regione d’Italia egli e la sua famiglia provenisse.
Nel corso del ‘54 si è dato mano dopo anni di esperimenti alla produzione in grande serie della Lexikon elettrica.
La nuova produzione che non può essere ancora attrezzata con i metodi più completa è stata accolta con favore dal pubblico e la vendita, in arretrato sulla produzione, comincia soltanto oggi ad essere sensibile.
Produzione e vendita saranno equilibrate soltanto nei prossimi mesi. Le macchine elettriche sono destinate prevalentemente alla esportazione poiché il mercato italiano assorbirà soltanto una su quattro delle macchine che produrremo.
Quando la ditta - come in ogni altra industria meccanica - assume un operaio deve iscrivere sul libro dei suoi conti un investimento molto elevato.
Non c’è dunque da meravigliarsi se avendo proceduto durante lo scorso anno a massicce assunzioni abbiamo dovuto affrontare il ricorso ad altrettanto ingenti prestiti esterni. Noi non potremo mantenere questo ritmo di assunzioni senza pericoli per la nostra economia ed è questa la ragione che è stata ordinata una sosta in tutti gli investimenti tranne quelli direttamente produttivi.
Nel ‘56 le assunzioni, prenderanno dunque un ritmo minore; esse saranno tuttavia concentrate nello stabilimento di Ivrea, salvo taluni complementi resi necessari a Pozzuoli per il trasferimento ivi ancora in corso di effettuazione della Elettrosumma e delle macchine a carrello della classe Divisumma.
Oggi le persone iscritte nei nostri ruoli in Italia, escluso beninteso gli agenti e i rappresentanti, sono 11.353: comprendendo i dipendenti delle Società Alleate si raggiunge la cifra di 16.600.
Questo numero eguaglia gli effettivi di due divisioni militari, ma essi operano per fortuna per degli ideali di pace e di lavoro. In seguito al recente rinnovo del piano Fanfani sono previste costruzioni di case per lavoratori per 325 milioni di lire. Potremo così costruire qui in Ivrea, in un periodo relativamente breve, oltre 150 alloggi. Di 48 di essi si sono già cominciati i lavori e si prevede che possono essere terminati in meno di 10 mesi, permettendoci finalmente di affrontare i casi più gravi. Anche il progetto, patrocinato dal Consiglio di Gestione, delle case a riscatto procede bene e questo tipo di programma edilizio è destinato ad avere altri e più notevoli sviluppi.
Quando il punto critico cui acceniiavo dianzi sarà superato saranno ripresi i lavori della mensa e iniziati quelli per una nuova infermeria, ormai indispensabile. Sarà d’uopo inoltre migliorare taluni servizi culturali e sociali attualmente inadatti e insufficienti. Queste costruzioni faranno parte di un complesso più importante chiamato « fascia dei servizi sociali » destinata a sorgere tra la Fonderia e le due case Gallo che, come sapete, saranno abbattute per dar nuovo spazio e respiro innanzi al corpo principale della fabbrica.
Questo progetto che onorerà voi tutti, la nostra città, la nostra fabbrica fu a suo tempo presentato al Consiglio di Gestione.
Non dobbiamo dimenticare che questo gruppo di costruzioni sociali, al pari della nuova mensa e dopomensa, saranno costruite esclusivamente dai vostri compagni di lavoro dei cantieri. Nel programma predisposto questi lavori avranno la funzione di equilibrare le costruzioni industriali e quelle di case per abitazioni e permetteranno perciò anche nei prossimi anni di mantenere in piena e utile occupazione oltre cento lavoratori, difficilmente trasferibili alle lavorazioni meccaniche.
E’ noto del resto che il Cantiere nacque all’origine come un positivo e apprezzabile elemento della lotta che conduciamo in tutto il Canavese contro il grave preoccupante fenomeno della disoccupazione il quale purtroppo, nonostante i nostri sforzi, diminuisce ancora con troppa lentezza. Organizzando le biblioteche, le borse di studio e i corsi di molte nature in una misura che nessuna fabbrica ha mai operato abbiamo voluto indicare la nostra fede nella virtù liberatrice della cultura, affinché i lavoratori, ancora troppo sacrificati da mille difficoltà, superassero giorno per giorno una inferiorità di cui è colpevole la società italiana.
Noi siamo così sulla via di aiutarvi a cercare e trovare insieme agli strumenti più adeguati e più moderni atti a difendere il vostro fisico, gli alimenti spirituali che è doveroso fornire agli uomini al fine di vivificare il loro spirito e di scoprire la nobiltà del loro cuore, poiché la miseria dell’uomo è più profonda finché non ha rivelato a se stesso la vera coscienza interiore: quella della sua anima. Anche gli istruttori e i maestri e i giovani del nostro Centro Formazione Meccanici sanno che importa costruire degli uomini, forgiare dei caratteri senza i quali è vana e istruzione e cultura, perchè il volto degli uomini onesti è così importante come il nodo divino che annoda tutte le cose del mondo.
Sia ben chiaro che è lungi da noi il pensiero che queste mete importanti non sostituiscono né il pane, né il vino, né il combustibile e non ci sottraggono quindi al dovere di lottare strenuamente alla ricerca di un livello salariale più alto, quello che darà finalmente la vera libertà che è data ad ognuno soltanto quando può spendere qualcosa di più del minimo di sussistenza vitale.
E questa duplice lotta nel campo materiale e nella sfera spirituale - per questa fabbrica che amiamo - è l’impegno più alto e la ragione stessa della mia vita. La luce della verità, usava dirmi mio Padre, risplende soltanto negli atti, non nelle parole.
Noi non,ci siamo perciò sottratti - insieme al Consiglio di Gestione - all’imperativo morale di provvedere in talune occasioni in difesa delle minoranze. Alludo alle 1539 famiglie che hanno avuto questa estate praticamente raddoppiati gli assegni familiari di loro competenza; queste famiglie hanno avuto in tal modo un beneficio di qualche rilievo; esso ha diminuito per talune di esse la dolorosa necessità di ricorrere all’ausilio del Fondo Domenico Burzio. A questo Fondo rimarrà sempre una insostituibile delicata e benemerita funzione; tuttavia crediamo che la giusta strada consista nell’eliminare via via alla radice le cause del bisogno: e su questa linea proseguiremo nei limiti delle possibilità, senza esitazioni.
In questi anni di vita il Consiglio di Gestione, pur avendo dei compiti ancora limitati, ha dato prova di senso di responsabilità e spirito di collaborazione, che noi riteniamo degni di nota e utili sotto ogni riguardo. Esso, sinceramente, cerca di rendere questa fabbrica, compatibilmente con le situazioni di fatto, un posto più dignitoso, più libero per vivere e per lavorare.
Ed è altrettanto importante adoperarsi per far sì che la potenza e il potere della fabbrica raggiunte in virtù della dinamica del mondo moderno, sia rivolto insieme ai fini del vostro benessere, al civile progresso dei luoghi ove siete nati e in cui vivete. Poiché a nessuno di noi deve sfuggire un solo istante che non è possibile creare un’isola di civiltà più elevata e trovarsi a noi tutt’intorno e ignoranza e miseria e disoccupazione.
Perciò io credo - anche - in una società rinnovata, che esalti e non opprima, che riconosca e non disprezzi, che accetti e non respinga l’ordine umano e divino che risplende nella verità, nell’arte, nella giustizia e sopra ogni altra cosa, nella tolleranza e nell’amore. Poiché sono stato con voi nella fabbrica, conosco la monotonia dei gesti ripetuti, la stanchezza dei lavori difficili, l’ansia di ritrovare nelle pause del lavoro la luce, il sole e poi a casa il sorriso di una donna e di un bimbo, il cuore di una madre.
Perciò sono stato io a lanciare l’idea di arrivare qui nella nostra fabbrica per primi a ridurre l’orario, a realizzare gradualmente ma decisamente la settimana di cinque giorni. Ci vollero più di quarant’anni di storia fatta di lavoro per giungere a questo punto: nessuno deve meravigliarsi se questo evento, in seguito alle circostanze e alle difficoltà che vi ho dianzi elencate, non si è realizzato con la precisione di un cronometro; e nella nostra storia tre mesi o sei non contano, purchè le conquiste siano vere, durature, frutto di meditate esperienze e di situazioni coerenti.
Ma per togliere ogni nube tra noi e soprattutto riaffermare una questione di principio posso oggi darvi un annuncio: ieri sera è stata raggiunta un’intesa tra la Direzione dello stabilimento di Agliè e quella Commissione Interna. In forza di questo accordo gli orari di Agliè saranno ridotti di un’ora e mezza ogni settimana a partire dal l marzo. Esso anticipa analoghi accordi che qui seguiranno, fermamente io credo, prima dell’estate.
Contemporaneamente i lavoratori di quella fabbrica per non essere danneggiati dalla riduzione d’orario riceveranno l’aumento necessario per riequilibrare il guadagno. Questo accordo pilota - è evidente - è stato reso possibile dalle dimensioni ridotte di quello stabilimento: ma esso vuole affermare senza alcun dubbio le più profonde esigenze di tutti i lavoratori.
Da molto tempo non prendevo la parola dinanzi a voi perché mi era sembrato «difficile» il farlo se non a fronte di motivi seri ed importanti. Né possa sembrarvi questo mancanza di considerazione o di riguardo: e nemmeno le malattie, le occupazioni e le preoccupazioni del mio lavoro giustificherebbero una così lunga assenza. Ma fin dal tempo che studiavo al Politecnico di Torino i mattoni rossi della fabbrica mi incutevano un timore e avevo paura del giudizio degli uomini che passavano lunghe ore alle macchine quando io invece disponevo liberamente del mio tempo. Ora che ho lavorato anch’io con voi tanti anni, non posso le stesso dimenticare e accettare le differenze sociali che come una situazione da riscattare, una pesante responsabilità densa di doveri.
Talvolta, quando sosto brevemente la sera e dai miei uffici vedo le finestre illuminate degli operai che fanno il doppio turno alle tornerie automatiche, mi vien voglia di sostare, di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza a quei lavoratori attaccati a quelle macchine che io conosco da tanti anni, quando nei primi tempi della mia carriera si discuteva con l’ing. Camillo se era meglio farle venire da Providence negli Stati Uniti o da Stuttgart in Germania, quando era capo reparto il vecchio Giovanni Rey.
E se adunque essi non mi vedono, mi sia consentito far sapere che come mio Padre vi ha amato, così anch’io ho osservato i suoi comandamenti. Ed anche oggi, nelle grandi decisioni della fabbrica, siamo costretti a ricorrere alla sua memoria, al suo insegnamento, alla sua saggezza perchè in ognuno di noi è fatale una domanda inquietante, un imperativo della coscienza: che cosa avrebbe suggerito in queste circostanze l’ing. Camillo?
Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche - io lo spero - la fedeltà a un ammonimento severo che mio Padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: «ricordati - mi disse - che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna; perciò ti affido una consegna: tu devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano da subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro».
E il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva e non giovi a un nobile scopo. L’uomo primitivo era nudo sulla terra, tra i sassi, le foreste e gli acquitrini, senza utensili, senza macchine. Il lavoro solo ha trasformato il mondo e siamo alla vigilia di una trasformazione definitiva.
Anche quando posso sembrare lontano od assente il mio cuore è con voi e questo è il cifrario nascosto di una esperienza umana vissuta giorno per giorno.
La fabbrica è grande, i problemi incalzano dentro e di fuori, nei reparti più vicini e in quelli più lontani, negli uffici più disparati. E bisogna ogni giorno rifiutare la tentazione di risolvere personalmente un caso difficile, per meditare, invece, sulle cose che operano i cambiamenti, che perfezionano e ingrandiscono la nostra azione che portano innanzi dei metodi risolutivi.
Mi illudo perciò di non avere ignorato le vostre aspirazioni, i vostri desideri, i vostri bisogni. Poiché i vostri dolori, le vostre sofferenze, e i vostri timori e le vostre speranze sono da sempre le mie; per anni nella preghiera di ogni giorno non ho mai di certo pensato al mio pane quotidiano ma potevo rivolgere un pensiero appassionato perchè mai il lavoro di cui il pane è il simbolo non vi venisse a mancare e che questa fabbrica fosse protetta e prima e durante e dopo il tempo di una terribile guerra, in una parola che la Provvidenza aiutasse un comune destino giacché Essa mi aveva assegnato un compito e una precisa responsabilità verso di voi.
Ho sempre saputo, fin troppo bene, come errori e debolezze e manchevolezza avrebbero potuto ripercuotersi dolorosamente sopra tutti, come la mia forza e il mio sforzo erano fin troppo legati al vostro avvenire.
Nel corso di tanti anni di lotte, di avversità, in quegli anni tenebrosi del fascismo e della guerra, dell’occupazione e della resistenza che ebbe tra voi i suoi martiri e i suoi eroi eravamo tutti accomunati in una stessa lotta contro uno stesso nemico; ma la fabbrica e la città vissero in salvezza poiché la Provvidenza aveva visibilmente steso un suo soffio di protezione. Quella profonda. unità vorremmo che si mantenesse oltre ogni divisione.
Nello sconsolato mondo moderno, insidiato dal disordinato contrasto di massicci e spesso accecati interessi, corrotto dalla disumana volontà e vanità del potere, dal dominio dell’uomo sull’uomo minacciato di perdere il senso e la luce dei valori dello spirito, il posto dei lavoratori è uno, segnato in modo inequivocabile.
Noi crediamo che, sul piano sociale e politico, spetti a voi un compito insostituibile, e di fondamentale importanza. Le classi lavoratrici, più che ogni altro ceto sociale, sono i rappresentanti autentici di un insopprimibile valore, la giustizia, e incarnano questo sentimento con slancio talora drammatico e sempre generoso; d’altro lato gli uomini di cultura, gli esperti di ogni attività scientifica e tecnica, esprimono attraverso la loro tenace ricerca, valori ugualmente universali, nell’ordine della verità e della scienza.
Siete voi lavoratori delle fabbriche e dei campi ed ingegneri ed architetti che, dando vita al mondo moderno, al mondo del lavoro dell’uomo e della sua città plasmate nella viva realtà gli ideali che ognuno porta nel cuore: armonia, ordine, bellezza, pace; essi bruciano in una fiamma che ci è stata consegnata e che conviene a noi come servitori di Dio alimentare e proteggere. I più umili, i più innocenti, i migliori sanno nel loro presentimento che dal loro sacrificio di oggi, illuminati dalla grazia di Dio, potrà nascere finalmente qualcosa di nuovo e di grande, che le speranze dei nostri figli non andranno deluse, che il seme non fu buttato su una arida roccia.
Stasera molti di voi, nelle chiese suggestive dei vostri villaggi e qui ad Ivrea nella Cattedrale, a San Lorenzo, a San Grato, al piccolo altare del Sacro Cuore, ovunque è una chiesa, vi. accompagnerete con i vostri cari ad ascoltare in raccoglimento pensoso, il mistico sacrificio offerto a Dio in memoria del Salvatore.
In quest’epoca l’ansioso desiderio di rinnovamento e di salvezza raggiunge una più grande intensità, onde la luce di un’epoca nuova, per un ordine più giusto e più umano, si accende ancor sempre dietro la Croce che rimane pur sempre l’asse immobile intorno al quale ruota la storia.
Amici lavoratori della ICO, della OMO, della Fonderia, dei Cantieri, volgendo al termine di questo lungo messaggio permettete che io vi ricordi un messaggio più alto, che vecchio di duemila anni accende domani, su tutta la terra, il cuore di tutti gli uomini di buona volontà, per la salvezza e la redenzione del mondo.
Ritornando tra poco alle vostre case vogliate portare alle vostre madri, alle vostre spose, ai vostri figli la speranza in un destino più alto e più lieto, il sereno conforto di una parola di amore e di pace. Con la pienezza di questi sentimenti mi è caro augurare a voi tutti e ai vostri cari qui vicini o in terre lontane, Buon Natale e Buon Anno Nuovo.
1 gennaio 2008. E' MANCATO ETTORE SOTTSASS, il papà di Valentina| Ettore Sottsass ,figura centrale del design internazionale, aveva 90 anni |
E' morto ieri (31-12-2007) nella sua casa di Milano Ettore Sottsass, uno dei piů importanti architetti e designer contemporanei. Nato a Innsbruck nel 1917, Sottsass, che č stato anche urbanista, pittore e fotografo, si č spento all’etŕ di novanta anni, che aveva compiuto il 14 settembre scorso, per uno scompenso cardiaco durante un’influenza. Per volontŕ dello stesso Sottsass non ci saranno funerali religiosi; il designer sarŕ cremato mercoledě prossimo.
Laureato in architettura al Politecnico di Torino nel 1939, inizia la sua attivitŕ a Milano, dove nel 1947 apre un proprio studio di design. Dalla fine degli anni Cinquanta inizia la sua collaborazione con la Olivetti, per cui progetta, tra l’altro, la calcolatrice Logos 27 (1963), le macchine da scrivere Praxis 48 (1964),
la Valentina (con Perry King) e il sistema per ufficio Synthesis (1973), il mainframe Elea 9003, per cui vincerŕ il Compasso d’oro. La sua ricerca artistica, etica ed esistenziale l`ha portato a contatto col Razionalismo, il Movimento Arte Concreta, lo Spazialismo, la cultura Pop. Ed č attorno agli anni Ottanta che fonda con architetti di livello internazionale il gruppo Memphis assieme a Michele de Lucchi, Hans Hollein, Arata Isozaki, Andrea Branzi.Sottsass č considerato una figura centrale del design internazionale che ha espresso la sua capacitŕ innovativa soprattutto nella progettazione di mobili. «Per me - ha scritto il grande architetto - il design č un modo di discutere la vita. Č un modo di discutere la societŕ, la politica, l`erotismo, il cibo e persino il design. Infine, č un modo di costruire, una possibile utopia figurativa o di costruire una metafora della vita. Certo, per me il design non č limitato dalla necessitŕ di dare piů o meno forma a uno stupido prodotto destinato a un`industria piů o meno sofisticata; per cui, se devi insegnare qualcosa sul design, devi insegnare prima di tutto qualcosa sulla vita e devi insistere anche spiegando che la tecnologia č una delle metafore della vita».
Arthur Clarke - Fractals - The Colors Of Infinity
Con questo manifesto ci proponiamo di:
1) Abolire totalmente la tecnica sotto cui muore la musica passatista.
2) Porre in suono tutte le scoperte (per quanto inverosimili, bizzarre o antimusicali) che la nostra genialità va facendo sul sub-cosciente, nelle forze mal definite, nell’astrazione pura, nel cerebralismo puro, nella fantasia pura, nel record e nella fisico-follia.
3) Sintonizzare la sensibilità del pubblico esplorandone, risvegliandone con ogni mezzo le propaggini più pigre, eliminare il preconcetto della ribalta, lanciando delle reti di sensazioni tra palcoscenico e pubblico.
4) Creare tra noi e la folla, mediante un contatto continuato una corrente di confidenza senza rispetto, così da trasfondere nei nostri pubblici la vivacità dinamica di una nuova musicalita'.
5) Abolire i tre o cinque brani per creare delle azioni musicali di quindici, venti, venticinque sintesi, la cui durata sia ridotta ad un minuto o a pochi secondi, catene di sorprese suggestive con velocità accelerata senza psicologia nè preparazione logica.
tratto da streptos music
voglio-un-anello-vibratore-antistupro-nella-fika
La regione Lombardia sta decidendo di finanziare un progetto proposto, manco a dirlo, dalla Lega, che prevede la distribuzione di un particolare dono che a loro pare essere utile per la sicurezza. Il braccialetto antistupro con microchip incorporato per stare tutto il giorno collegate con una centrale di polizia ed essere monitorate 24 ore su 24.
Ora, io capisco che davvero c'e' tutto un mercato di porte blindate e segnali d'allarme che deve fare affari. Capisco anche che ci sono tanti padri di famiglia che devono pur campare e che trovano posto di lavoro solo nelle security mercenarie in stile ronde notturne.
Ma davvero non capisco come si possa arrivare a pensare una idiozia del genere. Già in un disegno di legge della lega sulla violenza contro le donne si parla di inibitore sessuale chimico (la famosa castrazione che tanto piace ai gemelli forcaioli e giustizialisti USA) e quindi conosciamo bene le posizioni fasciste, paternaliste e securitarie di queste camicie verde pisello.
Ma addirittura pensare ad un allarme incorporato sul corpo delle donne mi pare davvero troppo. Sembra una di quelle cose che la fantascienza ha già previsto da decenni (geniacci e cassandre della malora). In nome della sicurezza bisognerebbe, e bisogna tutti consegnarsi in mano a Voyeur di cui non sappiamo niente. Dobbiamo farci sorvegliare, spiare, perdere totalmente la nostra privacy. Ce lo diceva Orwell nel suo 1984. Ce lo dice il regista Rifkin di cui vedremo presto il film "Look" che è fatto totalmente con storie filmate attraverso le telecamere della telesorveglianza piazzate ovunque in stile guerriglia cinematografica. Ma ce lo dicevano anche con un film tratto da un racconto di Philip K. Dick che è Minority Report, dove addirittura si arriva a pensare alla realizzazione di una struttura per la sicurezza chiamata "precrimine" e supportata da centinaia di uomini in stile robocop che si calano dai tetti e sguinzagliano lettori dell'impronta oculare ovunque per identificare i ricercati.
La "precrimine" di Philip K. Dick è basata sui "precog" (che non sono i precognitari, no) che riescono a prevedere i delitti futuri e collegati ad un sistema stravagante danno modo di individuare futuro assassino e futura vittima. Gli arresti sono basati su una previsione futura che non ammette margine di errore e gli arrestati finiscono dentro una capsula, inibiti cerebralmente e nutriti artificialmente. La storia finisce che la precrimine viene smantellata perchè il capo ha manipolato i dati e riesce a coprire un suo omicidio. Della serie: non c'e' sistema sicuro che tenga se sono gli uomini a gestirlo. L'unica cosa positiva di una prospettiva del genere è il fatto che ci sarebbero meno guardie carcerarie in circolazione perchè ne basta solo una.
Nel nostro bel presente invece siamo ancora alla dimensione della "giustizia fai da te", che induce al possesso di una arma di difesa per proteggere la propria proprietà, abbiamo poi messo fine alla nostra privacy grazie alle milioni di intercettazioni incontrollate, ai nostri dati sensibili regalati a chiunque e utilizzati per chissà che cosa, alle tantissime telecamere piazzate dappertutto. Ci mancava soltanto il braccialetto con microchip direttamente collegato alla polizia. Così siamo veramente a posto. Non ci manca proprio più nulla.
Però, giusto per non restare senza parole di fronte ad una schifezza del genere, proviamo a pensare. A quali impulsi risponde un microchip? Quali sono le cose che riconosce come pericolose e quali no? Se io urlo mentre ho un orgasmo, dopo cinque minuti mi si materializza un esercito di guardie che fa esplodere la mia finestra per partecipare all'amplesso? Se registra l'accelerazione del battito cardiaco: potrò mai incazzarmi e litigare, oppure devo discutere sempre e soavemente sottovoce?
Eppoi mi viene un tenero suggerimento. Per le donne che ritengono di sentirsi più sicure consegnandosi a questi padrini/padroni delle nostre fike e pure per quelle altre che ad ogni modo potrebbero voler sperimentare il brivido della sorveglianza ventiquattrore su ventiquattro. Facciamoci mettere un microchip la'. Giusto nella nostra lieve e fragrante pussycat. Diciamo che invece che un braccialetto antistupro preferiamo un anello vibratore antistupro. Che almeno serva a qualcosa e ad ogni collegamento la polizia si faccia mille seghe per aver origliato dei nostri tanti orgasmi.
Ebbene si. Nell'ipotesi che prima o poi il microchip incorporato sarà obbligatorio possiamo fondare il movimento dell'antistupro vibrante nella fika. Che tanto è quella che vogliono realmente sorvegliare. Così arriviamo dritte al punto. Che le fike italiane le devono poter "usare" solo gli italiani. Almeno ci viene l'urletto facile e chi vuoi che si avvicini se ti sentono urlare tutto il giorno come una matta? :)
Ragazze, sul serio, non scherziamo! L'autodifesa è meglio. Rivolgetevi ai Centri Antiviolenza. Pretendete che chi vi offre "aiuto" parolaio vi assicuri invece una indipendenza economica che vi permetta di andare via dalle situazioni di violenza. Rivolgetevi alle amiche e agli amici. Createvi una solida rete sociale che vi dia una mano se vi serve. Soprattutto, dato che la violenza al 90 % è commessa da italiani - amici, partner, conoscenti - e dentro casa, sappiate percepire le situazioni di pericolo. Dovete volerlo e così riuscirete a salvarvi la vita. Non è semplice, lo so bene. E ogni situazione può aver bisogno di una soluzione a se'. Ma di certo non serve indossare un microchip. I braccialetti, i bravi padroni, li hanno già imposti ai cani. Lasciamo che i leghisti se lo vogliono se li mettano dove gli pare a sorvegliare i loro gorgoglii intestinali ma rifiutiamoci di diventare l'oggetto dei loro fascismi.
tratto da femminismo a sud
domenica 23 dicembre 2007
oltre alla religione non c'è neanche più la regina...
la Regina farà gli auguri su YouTube
| La regina d'Inghilterra, Elisabetta II |
Elisabetta sarà visibile collegandosi
al sito della Casa reale d'Inghilterra
La regina Elisabetta II userà YouTube per il suo 50esimo messaggio di auguri di Natale. Il tradizionale messaggio televisivo sarà visibile sul sito di condivisione video il 25 dicembre dalle 16 (ora italiana), collegandosi all’indirizzo della Casa reale http://www.royal.gov.uk.
Buckingham Palace, d’altra parte, ha intenzione di rendere disponibili sul sito web anche filmati di archivio, tra cui il primo messaggio tv di Natale della regina: registrati nel 1957, gli ’augurì erano rivolti ai cittadini del Regno Unito e delle ex colonie.
«Il sito della Casa reale consente di far giungere il messaggio di Natale della regina al maggior numero di persone di tutte le età in tutto il mondo e per stare al passo con le innovazioni tecnologiche, come ha sempre fatto la regina», ha dichiarato un portavoce di Buckingham Palace, citato dal Sunday Times. Martedì prossimo il messaggio della regina sarà trasmesso, come sempre, anche in televisione.
gli italiani e il 2007
Dai monaci birmani al caso Garlasco
i fatti del 2007 rimasti nella memoria
DIFFICILE dimenticare quel fiume rosso che scorre per le vie di Rangoon, migliaia di monaci in corteo e la repressione finita nel sangue che lo scorso settembre ha segnato la Birmania. Immagini che hanno agitato le coscienze fino a rappresentare l'evento-simbolo dell'anno che si chiude. E' quel che emerge dal sondaggio condotto da Ipr Marketing per Repubblica.it su un campione di mille italiani intervistati su quali fatti del 2007 li abbiano colpiti di più. Ne escono una classifica complessiva, che vede appunto al primo posto la protesta dei monaci (seguìta dal caso di presunti abusi sessuali sugli alunni della scuola di Rignano Flaminio) e una serie di graduatorie per argomenti, la politica interna e a cronaca, gli esteri e lo sport, l'economia e gli accadimenti più tragici. Salta agli occhi - eccezion fatta per lo sport - l'assenza di eventi "leggeri". A colpire l'immaginario sono i fatti più drammatici, i casi clamorosi di cronaca (le morti sul lavoro in primis) e i conflitti in corso, ma anche le difficoltà con cui i cittadini si confrontano direttamente, l'aumento della benzina e dei generi alimentari o la riforma del Tfr.
L'avvenimento-simbolo del 2007. In cima alla classifica, si diceva, c'è la protesta dei monaci in Birmania, seguìta dal caso dell'asilo di Rignano Flaminio. Subito dopo, complice anche l'impressione suscitata da quanto accaduto alla ThyssenKrupp, troviamo i morti sul lavoro. Una buona percentuale segnala anche il carovita, l'aumento dei prezzi e la diminuzione del potere d'acquisto e, sebbene al quinto e ultimo posto, entra fra gli eventi dell'anno anche la strage di Erba, della quale sono accusati i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi.
Politica interna. Risalgono tutti a mesi recenti i primi cinque accadimenti di politica interna, o correlati alla politica, che più hanno colpito gli italiani. Ad esempio, due eventi come la nascita del Partito democratico, al primo posto, e del nuovo Partito del popolo della libertà di Silvio Berlusconi, al terzo posto. Fra i due si collocano le vicende legate all'inchiesta Why Not e la risonanza avuta dal caso De Magistris. Ma non sfugge agli intervistati anche "il continuo litigio fra i partiti della maggioranza di governo" (quarta posizione) così come hanno colpito gli italiani le "notizie sulla casa dei politici" (quinto posto).
Esteri. In politica estera restano impressi avvenimenti m a anche personaggi. Eccezion fatta per la Birmania, al primo posto, e per le continue stragi in Iraq e in Afghanistan, al secondo, colpiscono i cambi ai vertici: al terzo posto c'è l'elezione del presidente francese Nicolas Sarkozy, seguìta dall'uscita di scena del premier britannico Tony Blair. Nella rosa (quinto posto) anche il sequestro, in Afghanistan, del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, e l'uccisione del suo interprete.
Cronaca. I delitti efferati, quelli che conquistano maggiore risonanza mediatica, caratterizzano - secondo il campione interpellato - il 2007. La sensazione provocata dalla storia dei presunti abusi sessuali sui bambini dell'asilo "Olga Rovere" di Rignano Flaminio (primo posto) ha la meglio sulla strage di Erba (secondo posto), ma a colpire gl i italiani sono anche il delitto di Chiara Poggi, a Garlasco, e l'assassinio di Giovanna Reggiani, a Roma (rispettivamente terza e quarta posizione) per il quale è accusato un giovane rom, caso che provocò un giro di vite del governo su immigrazione e sicurezza e polemiche sulle espulsioni. Il quinto posto è per la morte dell'ispettore Filippo Raciti, ucciso durante gli scontri con gruppi di ultrà fuori dallo stadio di Catania.
Sport. Indimenticabili le vittorie. Archiviata, seppure memorabile, quella dell'Italia ai Mondiali 2006, a emozionare di più sono state - in ordine decrescente come emerge dal sondaggio - la vittoria della Ferrari al GP di Formula Uno, quella di Bettini ai Mondiali di ciclismo, quella della nazionale femminile agli Europei di pallavolo, quella del Milan in Champion's League.
Economia. E' la crisi dei mutui che si è abbattuta come un ciclone sugli Stati Uniti per rimbalzare poi sui mercati di tutto il mondo l'evento-simbolo di questa categoria. Per il resto, tutte questioni con le quali gli italiani si sono scontrati, e si scontrano, in prima persona: al secondo posto l'aumento del costo della benzina, seguìto dalla perdita del potere d'acquisto, poi l'aumento del costo dei prodotti alimentari, infine la riforma del Tfr.
Avvenimenti tragici. Troppo recente l'emozione per le sei vittime del rogo allo stabilimento ThyssenKrupp di Torino, troppo pressante il problema perché gli intervistati non scegliessero, fra i primi avvenimenti più tragici del 2007, i morti sul lavoro. Mentre al secondo posto si colloca un tema drammatico che ormai da lunga data occupa le cronache con cifre impressionanti: gli incidenti del sabato sera. Il terzo, quarto e qu
into posto sono invece occupati dalla scomparsa di tre personaggi celebri: la morte di Luciano Pavarotti, quella di Enzo Biagi, quella di Gigi Sabani. fra le tante cose assenti c'è anche il decreto mastella che costituisce una limitazione gravissima alla libertà editoriale, e non solo a quella dei blog!
sabato 22 dicembre 2007
giovedì 20 dicembre 2007
italioti
Auguri...
c'erano una volta in america...
Firmati 150 anni fa, sono "parole senza senso su carta priva di valore"
Pronti nuovi passaporti, patenti di guida e niente tasse
Usa, la rivolta degli indiani Lakota
"Stracciamo i trattati con il governo"
WASHINGTON - Vennero firmati più di 150 anni fa. Adesso non sono altro "che parole senza senso su carta priva di valore". Così gli indiani Lakota hanno deciso di stracciare i trattati firmati dai loro antenati con il governo Usa. E' netta la presa di posizione di una delle tribù Sioux più leggendarie, che ha dato alla storia figure come Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Destinatario il dipartimento Usa. Troppe violazioni, denunciano gli indiani. Continui abusi "per rubare la nostra cultura, le nostre terre e la nostra capacità di mantenere il nostro stile di vita". Per questo, dicono, quei trattati sono ormai carta straccia. Una lotta che cerca di salvare quel che resta di un'identità seriamente in pericolo. Con alcune tribù diventate "facsmili dei bianchi".
"Non siamo più cittadini statunitensi e tutti coloro che vivono nell'area dei cinque Stati del nostro territorio sono liberi di unirsi a noi" attacca Russell Means, uno degli attivisti più famosi, annunciando tra l'altro che, a coloro che rinunceranno alla nazionalità statunitense, saranno consegnati nuovi passaporti e patenti di guida e, nella nuova entità statale, non si dovranno più pagare le tasse. "Abbiamo 33 trattati con gli Stati Uniti che non sono stati rispettati" rincara la dose Phyllis Young, colui che aiutò a organizzare la prima conferenza sugli indigeni, a Ginevra nel 1977.
E' lunga e gloriosa la storia dei Lakota Sioux. Formidabili combattenti, guidati da Toro Seduto sconfissero il generale Custer nella battaglia di Little Big Horn, del 1876. Ma da allora molto tempo è passato. Oggi la loro storia parla di una media dei suicidi tra gli adolescenti di 150 volte superiore a quella statunitense, una mortalità infantile è cinque volte più alta e una la disoccupazione che tocca cifre altissime.
...e ora invece in che mani siamo...

Sulle rughe di Hillary scontro politico in Usa
Una foto della candidata democratica senza trucchi e ritocchi scatena il dibattito. La destra: "E' troppo vecchia". I liberal: "Perché l'età conta solo per le donne?"
il servo e il padrone...
Il testo e l’audio della conversazione tra il manager Rai e il Cavaliere: “Lei è amato nel paese, glielo dico senza piangeria”. Dai giochi in azienda, alla fissa di Bossi per il Barbarossa fino alle scritture per le attrici: “Sto cercando di avere la maggioranza in Senato”
ascolta...VERBALE: di trascrizione di conversazioni telefoniche in arrivo ed in partenza sull'utenza avente il numero XXX XXXXXXX in uso a Saccà Agostino, come da decreto del 05.06.2007 emesso dalla Procura della Repubblica di Napoli a firma del Dott. Dr. Vincenzo PISCITELLI
Data: 21/06/2007
Ora: 18:40:09 Durata: 0:07:17
S.S. = Segretaria Saccà
S. = Saccà
S.P. = Segretaria Presidente
P. = Presidente
S: Pronto.
S.S.: Direttore, glielo passano.
S: Si,.. pronto.
S.P.: Si Direttore, le passo il Presidente.
S: Si, grazie.
P: Agostino!
S: Presidente! Buonasera ..come sta ... Presidente...
P: Si sopravvive...
S: Eh .. vabbè, ma alla grande, voglio dire, anche se tra difficoltà, cioè io ... lei è sempre più amato nel paese ...
P: Politicamente sul piano zero ...
S: Si.
P: ... Socialmente, mi scambiano ... mi hanno scambiato per il papa..
S: Appunto dico, lei è amato proprio nel paese, guardi glielo dico senza nessuna piangeria ...
P: Sono fatto... oggetto di attenzione di cui sono indegno ...
S: Eh .. ma è stupendo, perchè c'era un bisogno ... c'è un vuoto ... che .. che lei copre anche emotivamente ... cioè vuol dire ... per cui la gente .. proprio ... è cosi ... lo registriamo...
P: E' una cosa imbarazzante ..
S: Ma è bellissima, però
P: Vabbè .. allora?
S: Presidente io la disturbo per questo, per una cosa fondamentale, volevo dirle alcune cose della Rai importanti in questo momento, perchè abbiamo faticato tanto per conservare la maggioranza .. eh, la maggioranza cinque è importante anche in questo passaggio, riusciamo a conservarla per un anno dopo la ... ma è strategica questa cosa, ma se la stanno giocando in una maniera .. stupida ... proprio, cioè ... quindi, volevo.. lei già lo sa ... perchè le avevo... volevo darle questo allarme, perchè, allora, se abbiamo la maggioranza in consiglio, e quindi abbiamo una forte importanza, questa maggioranza non la smonta più nessuno ormai dopo la decisione...
P: si, ... non capisco Urbani che fa lo stronzo, no?!
S: Mah! Allora ... Urbani, io non .. non lo so .. penso che in questi giorni sono stati più i nostri alleati ... che hanno un pò .. no! ... lui forse ha fatto un errore su Minoli ...e l'altra volta ... eh .. però sono stati un pò .. AN e anche
P: Mamma mia, vabbè, adesso io ho dovuto ... interessarmi di questa cosa....
S: Gli è riuscito con Speciale .. gli è riuscito forse con quello della Polizia ...
P: .. adesso li richiamo .. a ..(parola incomprensibile) ...
S: Li richiami lei all'ordine .. Presidente ...
P: Daccordo.
S: .. perchè abbiamo una grande vittoria .. qui in azienda stavamo riprendendo ...anche con Sensi ... Ingiro (fonetico) ..
P: vabbè .. va bè .. adesso vediamo, vediamo un pò. Senti, io ... poi avevo bisogno di vederti ..
S: Si.
P: perchè c'è Bossi che mi sta facendo una testa tanto ..
S: si .. si ..
P: .. con questo cavolo di .. fiction .. di Barbarossa ..
S: Barbarossa è a posto per quello che riguarda .. per quello che riguarda Rai fiction, cioè in qualunque momento ...
P: allora mi fai una cortesia ...
S: si
P: puoi chiamare la loro soldatessa che hanno dentro il consiglio ..
S: si.
P: .. dicendogli testualmente che io t'ho chiamato ...
S: vabbene, vabbene ..
P: ...che tu mi hai dato garanzia che è a posto ..
S: si, si è tutto a posto ..
P: .. chiamala, perchè ieri sera ..
S: la chiamo subito Presidente ...
P: ... a cena con lei e con Bossi, Bossi mi ha detto, ma insomma .. di qui di là ... dice ... Ecco, se tu potevi fare sta roba ...mi faresti una cortesia.
S: allora diciamola tutta ... diciamola tutta Presidente .. cosi lei la sa tutta, intanto il signor regista ha fatto un errore madornale perchè un mese fa ... ha dato .. e loro lo sanno .. ha dato un'intervista alla Padania, dicendo che aveva parlato con Bossi e che era tutto... io, ero riuscito a rimetterla in moto la cosa, che era tutto a posto perchè aveva parlato col Senatur .. bla, bla, bla ... il giorno dopo il corriere scrive ...
P: esiste ... (parola incomprensibile) ...
S: in due pezzi, dicendo, Saccà fa quello che gli chiede la ..(parola incomprensibile) le mando poi gli articoli ... così...
P: chi è il regista?
S: il regista è Martinelli, che è un bravo regista, però è uno stupido,un ingenuo, un cretino proprio...
P: uhm ...
S: un cretino, mi ha messo in una condizione molto difficile, perchè mi ha scritto un articolo sul corrier della sera ... e poi non contento, Grasso sul Magazine del corriere della sera ... scrive il potente Saccà fa quello che gli dice Berlusconi e basta ... ecc. .. che poi, non è vero, lei non mi ha chiesto mai ...
P: allora ascoltami...
S: lei è l'unica persona che non mi ha chiesto mai niente ... vogliodire ...
P: io qualche volta di donne ... e ti chiedo ... perchè ..
S: si, ... ma mai ...
P: ... per sollevare il morale del capo .. (ridendo)
S: eh esatto, voglio dire ... ma, mi ha lasciato una libertà culturale di ... ideale totale .. voglio dire .. totale .. e questo lo sanno tutti, allora perchè, e, malgrado questo, io sono stato chiamato poi dal Presidente, dal Direttore Generale: "Mah! Com'è sta cosa!?" Questa cosa vale perchè, vale perchè Barbarossa è Barbarossa, perchè Legnano è Legnano...
P: certo, certo ..
S: perchè i Comuni a Milano hanno segnato la civiltà dell'occidente .. voglio dire ..
P: daccordo .. vabbene ...
S: Quindi, adesso io la chiamo subito ecc. ... Presidente, poi quando lei ha un attimo di ...
P: la settimana prossima sto a Roma ... vieni a trovarmi quando vuoi ..
S: eh .. vediamo ..
P: ... chiama
S: mi metto daccordo con Marinella ...
P: .. lunedi che ci mettiamo daccordo, vabbene. Senti, tu mi puoi fare ricevere due persone ...
S: assolutamente...
P: .. perchè io sono veramente dilaniato dalle richieste di coso ....
S: assolutamente ..
P: con
S: no .. c'è un progetto interessante .. adesso io la chiamo ..
P: gli puoi fare una chiamata?
S: chi mi dà il numero?
P: Evelina Manna ... io non c'è l'ho ...
S: chiamo ..
P: no, guarda su Internet ..
S: vabbè, la trovo, non è un problema ... me la trovo io ..
P: ti spiego che cos'è questa qui ..
S: ma no, Presidente non mi deve spiegare niente ..
P: no, te lo spiego: io stò cercando di avere ...
S: Presedente, lei è la persona più civile, più corretta..
P: allora ... è questione di .. (parola incomprensibile, le voci si accavallano) ....
S: ma questo nome è un problema mio ...
P: io stò cercando ... di aver la maggioranza in Senato ...
S: capito tutto ...
P: eh .. questa Evelina Manna può essere .. perchè mi è stata richiesta da qualcuno ... con cui sto trattando ...
S: presidente ... a questo proposito, quando ci vediamo, io gli posso dire qualcosa che riguarda
P: molto bene...
S: .. perchè c'è stato un errore, in una prima fase c'è stato un errore per la persona che ha mediato il rappor ... poi glielo dico a voce ...
P: .. che non andava bene?
S: .. non andava bene ..
P: devo farlo io direttamente.
S: esatto, non andava bene per nulla ..
P: va bene ...
S: poi le dico meglio ... Presidente ..
P: va bene, io sto lavorando in operazione libertaggio .. l'ho chiamata così, va bene?
S: va bene ...
P: va bene .. se puoi chiamare questa signora qui ...
S: la chiamo .. e poi quando ...
P: Evelina Manna ...
S: .. ci vediamo le riferisco ..
P: .. e anche Elena Russo ... grazie, ci sentiamo ..
S: vabbene ... allora arrivederla Presidente ...
P: la settimana prossima ci vediamo ...
S: .. oh .. metta le mani però su sta maggioranza ... perchè veramente io ho rischiato tanto per avere la maggioranza in consiglio ....
P: faccio questo .. anche se ...
S: ... e si è sciolta dopo la set ... abbiamo fatto una figura barbina!
P: va bene ...
S: .. ma non per colpa .. mi creda ... di Urbani ....
P: daccordo ...
S: Urbani fa altre cazzate ...
P: Si, si va bene!
S: grazie Presidente ..
P: grazie ciao ... ci vediamo la settimana prossima.
martedì 18 dicembre 2007
onu, sì alla moratoria contro la pena di morte
sì alla moratoria
18 Dicembre 2007
Deriottizziamo il Tg1
Clicca il video
Il 13 settembre 2006 è una data miliare nella storia dell’informazione italiana. Da quel giorno Raiotta è il primo giornalaio Ogm a diventare direttore del Tg1. La sua capacità di incrociare le informazioni, e di trasformare la notizia in propaganda lo hanno portato molto in alto, o molto in basso, secondo i punti di vista. Il suo aplomb, la sua pronuncia inglese e i suoi abiti neri ne fanno il perfetto becchino dell’informazione italiana. I partiti lo amano e lui ama loro teneramente, in particolare i diessini.
“Il 13 settembre 2006, con il consenso di otto consiglieri Rai ed un voto contrario, Gianni Riotta viene nominato direttore del TG1 succedendo a Clemente Mimun. Ha introdotto nel Tg1 tecniche anglosassoni di informazione,interviste in diretta durante il telegiornale, editoriali in diretta oltre a lanciare l'intreccio tra Internet e la televisione, con sondaggi e discussioni on line.” Wikipedia
Ditemi chi ha dato voto contrario, gli voglio mandare una confezione di marron glacès.
Il New York Times ha dedicato un servizio al declino dell’Italia. I suoi giornalisti hanno passato un intero giorno con me. L’articolo del NYT descrive un Paese che cerca in un comico un punto di riferimento. Il video del NYT è stato dedicato al V-day(*).
E Raiotta che fa? Un servizio sul NYT in cui afferma che: “I politici sono sotto accusa, Beppe Grillo compreso…”.
Il Tg1 è un servizio pubblico, non è di proprietà di un giornalaio e neppure delle segreterie di partito che lo hanno messo lì.
Le aziende non dovrebbero più fare pubblicità prima del Tg1. Dovrebbero dissociarsi. In fondo è meglio anche per loro, chi vorrebbe essere associato a Raiotta?
Pubblicherò sul blog il nome della prima azienda che si deriottizzerà.
La cattiva informazione non può che avere cattiva pubblicità.
(*) Raiotta dedicò al V-day solo 23 secondi
domenica 16 dicembre 2007
no dal molin!
Vicenza: protesta, oscuramento mediatico e politicanti
"Un albero che cade in mezzo ad una foresta, senza che nessuno sia lì ad ascoltare, fa rumore?"
E' l'analogia più semplice con quello che è successo oggi a Vicenza: se 50mila persone protestano contro l'ampliamento della base militare, ma nessun politicante (destra e sinistra è indifferente) e di conseguenza nessun mezzo d'informazione capace di raggiungere il grosso della popolazione ne parla, la protesta è servita a qualcosa, oltre che a fare una passeggiata?
Quale percentuale della popolazione italiana è stata messa in condizione di ragionare con le giuste informazioni sull'argomento, escludendo quella parte che l'informazione se l'era già andata a cercare da altre fonti (magari più attendibili dei telegiornali televisivi) o che comunque aveva già un'opinione in merito?
Per carità, ci tornerei altre 100 volte con le stesse motivazioni e la stessa volontà, ma non ripongo nessuna speranza in questo governo; spero che anche le persone che compongono la base della "sinistra arcobaleno" capiscano che nessuno dei loro leader è disposto ad aiutarli (e oggi sono stati contestati alcuni manifestanti di Rifondazione, anche se a meritarsi gli insulti erano solo i loro capi e capetti che si vergognavano di girare per le strade di Vicenza).
E' logico che poi la gente cominci a stufarsi, si incazzi, e si cerchino altre strade per dar luogo alla protesta... se poi aggiungiamo ritardi immotivati di più di 100 minuti ai treni, diventa proprio rottura di balle.
sabato 15 dicembre 2007
a casa come va?
Gli stranieri che picchiano e stuprano le donne, per approssimazione, si aggirano sul 10% della popolazione presente in Italia. Lo dice L'Istat che spiega anche che questa cifra è ottenuta facendo un calcolo per eccesso: chi stupra, picchia e massacra le donne sono partner e conoscenti italiani; solo il 6 % degli strupri avviene ad opera di estranei (che vuol dire proprio "estranei" e non stranieri, cioè sconosciuti che aggrediscono e stuprano per strada di qualunque nazionalità); considerando anche la metà di questi e volendoli individuare in quanto stranieri raggiungiamo il 3 %; volendo sommare anche il 50 % dei conoscenti si arriva al massimo al 10 %.
Resta inteso che il 90 % degli stupri, dei maltrattamenti, delle violenze sulle donne vengono realizzate da italiani. Per lo più conoscenti e familiari. Noi lo sapevamo. Lo abbiamo sempre saputo. Ora è ufficiale e documentato. Per patrioti e nazionalisti questo deve essere stato un gran brutto colpo. Speriamo lo sia anche per chi ritiene che mettere più polizia in strada sia utile a difendere le donne dalle violenze che avvengono soprattutto in casa.
Dopodichè anche per gli stranieri il problema non cambia. Le violenze e le molestie che loro mettono in atto non possono essere tollerate in funzione di un malposto antirazzismo. L'accettazione dell'altro non può essere fatta sulla pelle delle donne. Se un uomo di nazionalità non italiana entra in un centro sociale e molesta una donna allora bisogna comunicare e far intendere con chiarezza che quel tipo di comportamenti non funzionano e non sono accettati. Lo stesso vale per i compagni che negli spazi sociali insistono in atteggiamenti machisti e sessisti.
Se c'e' una donna che lamenta di essere stata molestata o di sentire un disagio in uno spazio che dovrebbe potere essere anche suo, non bisognerebbe mai lasciarla sola. Non bisognerebbe trattarla da isterica e servirebbe invece rimettere in discussione metodi e pratiche all'interno di quello spazio. Ci sono luoghi in cui donne e uomini intelligenti questa cosa la stanno già facendo. Con razionalità e senza rispondere - con logiche da clan - alla violenza con altrettanta violenza.
Altri spazi cominciano appena adesso a ripensarsi e a rimettersi in discussione. Perciò mi piacerebbe dire cosa a me non piace vedere negli spazi sociali liberati. Qualche opinione l'ho scritta in un racconto che è ispirato ad alcune storie vere raccolte qua e la'. I macho/sessisti dei centri sociali li ho chiamati "cripto-maschilisti" o "maschilisti inside".
A me non piace vedere l'atteggiamento da bulli e le logiche del branco. Non mi piace vedere che si ha più rispetto per le donne accoppiate ad alcuni uomini visibili, con un ruolo negli spazi, mentre non se ne ha o se ne ha molto poco per le donne che non "appartengono" a nessuno. Non mi piace vedere che quando una donna rivendica attenzione su un disagio a manifestare fastidio principalmente sono le altre donne (gli uomini spesso - non sempre per fortuna - ignorano e basta senza lasciarsi coinvolgere in discussioni che grazie alla modalità di scontro precisamente "femminile" diventano scazzi conditi di personalismi e pettegolezzi). Non mi piace perchè questo a mio parere vuol dire che c'e' un problema tra donne non chiarito (presto pubblicherò un manuale di autodifesa che parla di violenze, bullismo, aggressività al femminile e sta inserito nella mia ricerca) e che neppure lo si vuole affrontare. Semplicemente si liquidano gli interventi delle donne che non ci piacciono come "inopportuni" (ed è un eufemismo) senza interrogarci sui tanti perchè che ci spingono a farci venire quella strana bile nello stomaco che si traduce in veleno e acidume a iosa.
Non mi piace che la modalità di certi spazi sia prevalentemente sessista. Non mi piacciono i buttafuori e non mi piace che non si riesca a reinventare un modo differente, meno "duro" ed "eretto" di fare spazio sociale liberato. Non mi piace la modalità da eserciti alla conquista di nuove colonie e non mi piacciono le divise. Mi piacerebbero spazi più morbidi, aperti e declinati anche al femminile. Mi piacerebbero luoghi realmente orizzontali e senza gerarchie (che ci sono anche se apparentemente inesistenti). Mi piacerebbero modalità assembleari differenti e mi piacerebbe fossero usate parole diverse per comunicare, esprimere, raccontare.
Mi piacerebbe si rimettessero in discussione i parametri di un linguaggio sessista e machista che funziona per slogan e pacche sulle spalle ad "onorare" chi merita rispetto. Mi piacerebbe ci fosse spazio per la critica attiva e che non si facesse leva sulla lealtà cameratista per evitare il confronto e per smettere di rimettersi in discussione. Mi piacerebbe si parlasse di "sessismi" e di Fem/Machismo o di Fechismo perchè le responsabilità sono di tutt* e parlarne senza trascurare nulla può essere fondamentale.
Condivido la modalità di saluto pink al centrosocialismo delle Sexyshock e le pratiche di confronto e discussione agite in quello che fu lo spazio delle Vagine Volanti (*Lotto per godere di più*, il loro urlo di battaglia). Difficile dire queste cose perchè sono impopolari e suscitano scandalo o qualche nota di disappunto. Ma io ci credo sempre alla possibilità di fare meglio e di crescere insieme. Altrimenti me ne starei a organizzare sagre del tartufo con le proloco dei paesi di tremila abitanti. :)
Vi lascio alla lettura dei dati Istat:
--->>>Ecco il file Istat sulle violenze di genere in versione integrale (pdf)
--->>> La foto è di Rachel Rebibo ed è tratta da QUI. Grazie a Fastidio per averci fatto conoscere questa artista nel suo post "Questione di pelo"
giovedì 13 dicembre 2007
chernobyl 21 anni dopo
attorno alla cittadina di uno dei maggiori disastri dell'umanità
Chernobyl tra lupi e rondini albine
21 anni dopo, la natura senza l'uomo
Per alcuni non è stato fatto niente per monitorare gli ecosistemi
Lupi che sopravvivono mangiando cani, rondini albine, gatte che non riescono più a partorire cuccioli maschi. A ventuno anni di distanza da quel 26 aprile che sconvolse il mondo, la natura si riappropria del territorio di Chernobyl. E lo fa in modo inquietante, perché tale è stato il destino di questa cittadina al confine con la Bielorussia, che nel 1986 fu travolta da uno dei più grandi disastri nucleari della storia e che ora sembra vivere una sorta di rinascita. Anche se a ripopolarla non sono gli uomini ma gli animali.
L'incidente avvenne nella centrale a due passi da Pripyat, una città artificiale creata appositamente per il lavoratori. Prima dell'evacuazione la sua popolazione era di circa cinquantamila abitanti.
Quel che resta del territorio attorno a Chernobyl oggi è una foresta grigia, abitata dai fantasmi delle persone che morirono per quelle radiazioni (sul numero è sempre stata polemica aperta) o vennero evacuate. Per le vie della città sono ricomparsi i gatti. Per diversi anni dopo il disastro le femmine non riuscirono più a partorire cuccioli maschi e piano piano i felini scomparvero dalle strade. Ora in giro se ne vedono moltissimi. La selva è invece popolata da cinghiali selvatici, alci, cervi, volpi. A brucare le sterpaglie contaminate è tornato persino il bisonte europeo, quasi estinto agli inizi del '900. Oggi qui ritrova l'ambiente adatto per riprodursi, soprattutto grazie a un particolare non trascurabile: l'uomo non è più la specie dominante.
Una polemica scientifica. La rivincita della natura sul disastro radioattivo ha colpito l'attenzione degli scienziati di tutto il mondo, tanto da innescare una diatriba a colpi di ricerche scientifiche. A far scoccare la scintilla è stato un articolo pubblicato sulla rivista Biology Letters, uno degli inserti della Royal Society.
Secondo una ricerca del professor Anders Moller dell'Università Pierre e Marie Curie di Parigi e di Timothy Mousseau dell'Università della Carolina del Sud di Columbia, gli animali che oggi popolano Chernobyl sono geneticamente devastati dalle radiazioni. Non solo: nelle zone in cui la radioattività è rimasta elevata, gli uccelli non riuscirebbero più a nidificare. Moller si riferisce in particolare alle rondini, che inoltre in molti casi nascerebbero albine.
Il team di Moller sostiene che non siano stati fatti adeguati sforzi a livello internazionale per monitorare gli ecosistemi di Chernobyl. Organismi quali l'Organizzazione Mondiale per la Sanità e l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica si sarebbero basati solo su "prove aneddotiche". "Perché non è vi è stato alcun sforzo per monitorare gli effetti a lungo termine delle radiazioni su animali selvatici ed esseri umani?", chiedono Moller e i suoi collaboratori.
Animali di grossa taglia, che prima non abitavano queste zone, oggi sopravvivono grazie a mutazioni genetiche che ne hanno modificato la resistenza e le abitudini alimentari. Come i lupi che stanno ricomparendo nel bosco, di taglia più piccola rispetto a quelli normali: test scientifici hanno dimostrato che il funzionamento dei loro organi è ormai stato geneticamente modificato dalle radiazioni.
Secondo le poche centinaia di persone che ancora abitano qui e secondo lo stesso Moller, i lupi si sarebbero riprodotti negli anni cibandosi dei cani rimasti. Lo scrittore Martin Cruz Smith a questo fenomeno ha anche dedicato un libro, a metà strada tra fantascienza e crudo realismo, intitolato Wolves Eat Dogs.
Secondo Moller, dunque, quella di Chernobyl non sarebbe una vera rinascita ma l'emblema di un mondo inquinato e perduto. Il plutonio, ricorda, impiega 373 mila anni per dimezzare le proprie radiazioni.
Ma il professor Jim Smith dell'Università americana di Portsmouth critica questa ricerca. Egli crede che il rifiorire della fauna sia il simbolo della forza della natura sulle catastrofi umane. In un articolo apparso sulla rivista Nature, spiega che l'abbandono delle aziende agricole da parte degli sfollati potrebbe essere la vera ragione per cui uccelli come le rondini, abituati a convivere con l'uomo, non si riproducono più in queste zone.
Anche se non ci sono piani di ripopolamento, si stima che circa cinque milioni di persone vivano ancora sui terreni contaminati dall'incidente. Nella cittadina di Pripyat, desolata e abbandonata a sé stessa, abitano circa quattrocento persone. "Non torneremo mai più, addio", aveva scritto una maestra sulla lavagna un attimo prima dell'evacuazione. Gran parte degli abitanti di Pripyat hanno mantenuto la promessa.
Tra aneddoti e realtà. Intorno a questi uomini e alla nuova natura che li circonda, un pullulio di leggende macabre e in certi casi ridicole. Come quella della nascita di una nuova razza umana a due teste, o ancora quella della centaura Elena, che aprì un blog per raccontare il proprio viaggio attraverso le zone dell'esplosione. A bordo della propria moto, incurante del rischio di radiazioni. La giornalista Mary Mycio, corrispondente del Los Angeles Times, mise poi in dubbio la veridicità del reportage: secondo le sue ricostruzioni, la ragazza a Chernobyl c'era stata, ma solo per una vacanza.
vedi video
mercoledì 12 dicembre 2007
bombe...buone
Roma, la protesta di alcuni giovani a volto coperto in piazza Sant'Anastasia
Il volantino: "Mettete in atto progetti autoritari, no alla strategia della paura"
"Bombe" alla crema contro la sede del Pd
"Contro il dl sicurezza, krapfen umanitari"
ROMA - Un assalto con 'bombe alle crema', scagliate contro la sede del Pd a piazza Sant'Anastasia. E' successo stamattina attorno alle dieci. Gli ignoti assalitori (tutti con il volto coperto, sono fuggiti prima che arrivasse la polizia) hanno lasciato un volantino di rivendicazione."Quello che segue è il comunicato di rivendicazione. Molto poco caro Partito Demokratico, questo è un krapfen attack! In questo 12 dicembre - si legge nel volantino - di lutto e di memoria mai sopita, siamo qui a ringraziarvi dolcemente per averci regalato un bel 'pacco' sicurezza. Lo avete fatto per il bene di tutti e tutte noi, per farci sentire tutti e tutte più a nostro agio nella nostra quotidianità di 'produci consuma, crepa'".
Il lungo comunicato si conclude così: "Sicure che il vostro simbolo elettorale è una schifezza grafica che fa il paio con la vostra schifezza morale. Sicuri e sicure che state mettendo in opera un progetto di deriva autoritaria, finalizzata a reprimere il conflitto sociale e il dissenso di tutti coloro che non amano la pacificazione vagheggiata dalla governance di SuperWalter. Allora beccatevi i nostri krapfen umanitari, le nostre bombe alla crema intelligenti, che vi vadano di traverso. 12 dicembre 1969: no alla strategia della tensione. 12 dicembre 2007: no alla strategia della paura".


