domenica 6 gennaio 2008

certi rumeni

Contro la deriva fascista: certi rumeni
di Giuseppe Genna

noitaly.jpgE' scandaloso quanto sta accadendo in questi giorni in Italia. Non paghi, millenni orsono, di essere andati a rompere i coglioni in Romania con legioni armate, facendo di quel territorio una colonia, massacrando e sottomettendo genti che se ne stavano in pace nelle proprie terre; non sazi di avere assistito da spettatori, in tempi ben più recenti, a una dittatura vessatoria, a una rivoluzione che ha avuto un cruento apice addirittura televisivo e poi al crollo di un popolo che nella sua capitale conta centinaia di bambini che vivono nelle fogne, mentre noi andiamo a sottopagare in casa loro gli operai di quel popolo, per produrre scarpe sottocosto che permettono poi quotazioni in Borsa a Milano; non contenti di avere imposto a queste persone il miraggio economico e poi il giogo economico occidentale; immemori del fatto che noi abbiamo esportato all'estero mafie, delitti, la sporcizia dei poveracci e dei derelitti, fottendocene delle leggi altrui e poi fottendocene della nostra lingua d'origine e dei nostri costumi (che rimangono: spaghetti, 'o cafè, Pavarotti, Arbore e Rai International); avendo cancellato il fatto che il fascismo l'abbiamo inventato noi e metastatizzato con grande successo in altri Paesi (compresa la Romania), con una riuscita tale da affascinare un uomo che ha sterminato 6 milioni di ebrei mentre teneva il busto di un italiano nel suo ufficio - non soddisfatti di tutto questo, additiamo ora un gruppo etnico, cioè i rumeni, ne mutiamo il nome (diventano di colpo romeni, per avvicinarli ai Rom, con cui non c'entrano nulla), dimentichiamo che quel popolo ha dato al Novecento apici culturali impressionanti, alla cui altezza francamente noi non siamo giunti, e, innescando propaganda anti-etnica e burocrazia (un binomio che dovrebbe ricordare qualcosa...) ci permettiamo di applicare non la pietà dell'asilo e gli strumenti di prevenzione a favore di chi, per condizioni non genetiche ma storiche e ambientali, si trova nelle condizioni di delinquere, ma andiamo oltre: desideriamo la deportazione innocente e priva di sangue, con tanto di giustificazione leguleia (immaginiamo gli italiani a New York che arrivano per Oceano disponendo già di casa e lavoro: immaginiamoli... O a Sidney. O a Berlino. O a Parigi).
Rendo edotti coloro che non lo fossero, dell'esistenza di quattro rumeni che si lasciano alle spalle, dando miglia di polvere, i nostri filosofi e scrittori, i nostri antropologi, i nostri artisti contemporanei nel Novecento. Presento una scelta di aforismi dal rumeno Emil Cioran, emigrato senza lavoro né casa a Parigi; alcune pagine del rumeno Mircea Eliade, emigrato per il mondo e poi stabilitosi a Parigi, che ha fondato soltanto la disciplina della Storia delle religioni; poesie del rumeno Paul Antschel, meglio noto come Paul Celan, emigrato senza lavoro prima in Germania e poi a Parigi, dove si suicidò; uno scritto sulle opere del rumeno Constantin Brancusi, anch'egli emigrato in Francia privo di casa e lavoro.
Quanto a oggi, detto a chiare lettere: l'Italia è un Paese di merda in cui mi vergogno di vivere, e tanto più mi vergogno perché la schiacciante maggioranza dei miei connazionali non si vergogna di vivere in una simile congerie da apocalisse umano.



rumeni.jpg



EMIL CIORAN

- Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo.

- Ammettendo l'uomo, la natura ha commesso molto più di un errore di calcolo: un attentato a se stessa.

- Quando si sa che ogni problema è un falso problema si è pericolosamente vicini alla salvezza.

- Soltanto chi non ha approfondito nulla può avere delle convinzioni.

- Il male, al contrario del bene, ha il duplice privilegio di essere affascinante e contagioso.

- Un tempo, davanti a un morto, mi chiedevo: "A che gli è servito nascere?". Ora mi faccio la stessa domanda davanti a ogni vivo.

- Dio: una malattia dalla quale immaginiamo di essere stati curati perché nessuno ai nostri giorni ne rimane vittima.

- L'unico modo di conservare la propria solitudine è di offendere tutti; prima di tutti coloro che si ama.

- Colui che avendo frequentato gli uomini si fa ancora delle illusioni sul loro conto, dovrebbe essere condannato alla reincarnazione.

- Quando al risveglio, si ha la luna per traverso è inevitabile che si approdi a qualche atroce scoperta, anche solamente osservandosi.

- Nei momenti critici una sigaretta porta più sollievo che i vangeli.

- La conversazione è feconda soltanto fra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.

- La timidezza fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore.

- Tutto è nulla, anche la coscienza del nulla.

- L’uomo può vivere senza preghiera, ma non senza la possibilità della preghiera… L’inferno è la proibizione della preghiera.

- Concepire un pensiero, uno solo - ma che faccia a pezzi l’universo.

- Era di una bontà morbosa.

- Sogno una lingua le cui parole, come pugni, fracassino mascelle…

- Chiunque si scaldi e alzi la voce tradisce la mancanza di fiducia in se stesso.

- Aveva il pentimento facile: crisi di coscienza senza sforzo ne pena. Un automa del rimorso.

- Aleksandr Blok, nel suo Diario, in data 15 aprile 1912: “Il naufragio del Titanic ieri mi ha rallegrato in modo indicibile: dunque c’è ancora l’Oceano.”

- Chiunque è più contemporaneo di me.

MIRCEA ELIADE

da India, Torino, Bollati Boringhieri, 1991

Swarga-Ashram
Sulla riva sinistra del Gange, a due miglia da Rishikesh, si trova un ashram senza pari, che accoglie il fiume carico del gelo dei ghiacciai, ancora schiumante dopo aver superato le gole di Lakshmanjula. All'inizio si scorge soltanto il tempio bianco, santuario di Shiva, e alcune casette nascoste tra gli alberi. Qui il Gange si allarga tra il fianco della montagna invaso dalla giungla sulla riva destra e, sulla riva sinistra, un greto di sabbia argentea dove passeggiano gli eremiti all'imbrunire. Due barche assicurano la traversata verso l'ashram e il ritorno.
I traghettatori sono due robusti montanari, pii e lavoratori; non accettano mance perché sono pagati dal mahant (il superiore dell'ashram). Quando tutte e due le barche si trovano sull'altra riva, bisogna gridare forte per chiamare i barcaioli.
I raggi cadono perpendicolari sui flutti. Montagne da una parte e dall'altra. Il Gange scorre, mentre la stessa vita calma, monotona, concentrata dei monasteri indiani fluisce a Swarga-Ashram. L'acqua si calma formando piccoli laghi tranquilli tra enormi rocce nere. La spiaggia è orlata di una duna di cactus, poi è la foresta, striata di liane legnose, alcune elastiche, altre rigide e spinose; e la prodigiosa vegetazione della giungla -muschio e cespugli, arbusti e cordami verdi che si dondolano al vento. Le liane s'incrociano e si mescolano ovunque, benché i monaci le taglino per liberare i sentieri, e gli abitanti di Lakshmanjula vengano a raccoglierle ogni autunno per il fuoco. La foresta non è vecchia, è piuttosto l'avanguardia della giungla che scende dalla montagna, ma è fitta, piena di scoiattoli, di serpenti, di pavoni e gatti selvatici. In autunno, quando si prosciugano le sorgenti e la vegetazione della giungla s'impoverisce, gli sciacalli si spingono in cerca di cibo fin quasi all'eremitaggio. La notte sento le loro urla sinistre e solitarie, e più l'autunno avanza, più si avvicinano. Le grotte dei dintomi nascondono spesso tigri e pantere scese dal monte Pauri. Vanno di notte ad abbeverarsi nel Gange: creature di luce sotto i raggi lunari, signori imperturbabili in questa contrada dove nessuno uccide.
... Scendo a Swarga-Ashram alla ricerca di uno swami di cui ho inteso parlare sin da Delhi: swami Shivananda, che si è ritirato qui da sette anni. Chiedo di lui in una farmacia ayurvedica, dove un vecchio si offre di portarmici. Questi è un ometto alla soglia della rinuncia, venuto a cercare il luogo dell'"ultima meditazione". Ha deciso di abbandonare famiglia, figli, affari, per i quali ha sprecato la vita in una vana fatica e in neri peccati. Si confessa con una stupefacente spontaneità, e conclude asserendo che la vita familiare e una mistificazione, la società una fonte di peccati, non rinunciando a illustrarmi il suo pessimismo con deliziosi episodi personali. Da giovane, ha viaggiato molto in Persia, in Afghanistan e in Arabia, adottando dovunque le abitudini locali: ha mangiato carne di montone, si è ubriacato ed e andato a letto con tre donne in una stessa notte secondo il costume arabo. Ha conosciuto a Bassora delle prostitute romene e il passato, risuscitato nella sua anima pentita, gli strappa le lacrime. Siamo costretti a fermarci finché non cessi di piovere. Una schiera di scimmie scende dagli alberi e ci circonda, credendo che ci siamo fermati per distribuir loro noccioline...
Troviamo swami Shivananda nella sua kutiya sulla riva del Gange, in compagnia di un uomo imponente dallo sguardo ardente, il cui volto mi ricorda quello di Rudolf Steiner- è swami Advaitananda. Quest'ultimo, dottore in legge a Londra, ha percorso in lungo e in largo l'Europa, ha letto molto, e aveva un'invidiabile posizione sociale quando ha abbandonato tutto per consacrare il resto della sua vita alla meditazione nelle solitudini himalayane. Swami Shivananda, uomo del sud, è alto, con spalle larghe, molto scuro di pelle e felice come un francescano; segue il sadhana vedantico e ride spesso; si era conquistato l'amicizia dei notabili europei di Singapore dove ha praticato la medicina per dieci anni. Aveva trentacinque anni quando ha perduto la moglie e un figlio -allora ha lasciato tutto ed è partito a piedi da Singapore verso lo Himalaya, dormendo ai margini della strada, mangiando dove capitava, mendicando di porta in porta. È stato malato per due anni -reumatismo e malaria- ma è guarito grazie allo yoga. Oggi è felice, non esistendo per lui né dolore, né morte, né separazione, giacché il dualismo è apparente e la sola realtà è il Brahman-Atman, unico e identico nell'uomo e nel Cosmo. Il vecchio motivo delle Upanishad, sorprendente però quando lo si incontra realizzato e messo a frutto in un uomo di scienza del xx secolo.
Il terzo swami, dal passato sociale glorioso, è swami Narayan, che occupa una kutiya di pietra bianca, proprio accanto al tempio. Era giudice a Gwalior e, cinque anni prima di andare in pensione -che avrebbe dovuto rendergli parecchie rupie al mese- ha rinunciato a tutto per venire a Rishikesh. Da allora, tranne un perizoma, non porta più vestiti e, malgrado le gelate di gennaio, si è recato in questo modo sino a Badrinath, nella regione delle nevi perenni. Dorme sul legno, si desta prima dell'alba e si bagna nel Gange, poi sprofonda nel sadhana.
Nessuno conosce la via scelta da swami Narayan, perché è vincolato al giuramento del silenzio, e la sola parola che pronuncia è il mantra "Om!", saluto che rivolge a chiunque, salutando, con questo, Dio, che ravvisa in ognuno.
Swami Advaitananda è contento d'incontrarmi, di potermi esporre un parallelo molto astuto tra Bergson e Bradley da una parte, e Shankara, il maestro del vedanta, dall'altra. Conosce all'incirca tutta la filosofia moderna che legge in traduzione inglese e disprezza le pratiche devote che assorbono la maggior parte degli eremiti, considerando che la sola conoscenza metafisica, reale, effettiva, basta alla salvezza dell'uomo.
Swami Shivananda mi offre dei frutti in un piatto di alluminio. La sua kutiya: una celletta in mezzo al giardino, un letto, uno scaffale con dei recipienti, alcune pelli di leopardo e di tigre, due casse di libri. Per quanto semplice e piatta sia la conversazione, un'indiscutibile forza traspare dalle parole dello swami, una nobiltà spirituale che si manifesta in tutti i suoi slanci, in tutti i suoi consigli. È una specie di magnetismo, una magia, perché gli occhi dello yogin acquistano un luccichio metallico, ipnotico, uno sguardo che non si può situare, ma che si avverte statico, dominante, freddo. Come tutti a Swarga-Ashram, lo swami disprezza i "poteri" degli yogin, queste esibizioni incerte e occulte così discusse nel superstizioso Occidente. Il loro yoga è una disciplina personale, una cura del corpo, rende fluido il flusso mentale, è l'assistente immacolato e potente negli esercizi di concentrazione, nella meditazione e nel samadhi. E meglio è realizzata la disciplina, più il discepolo diviene silenzioso e solitario. Finalmente, dopo anni di pratica, il sadhana esige che egli lasci la società -e allora l'eremita si ritira nel Tibet. Lassù le grotte sono piene di monaci che si nutrono di radici e passano le loro giornate in una meditazione incomunicabile, che può essere una semplice perdita dei sensi (come piace credere agli europei), una specie di estasi statica, di possessione merafisica -contemplazioni andate perdute in Europa al tempo degli alessandrini. (1)
Swami Purnananda di Rishikesh non dorme mai. Durante la notte lavora, pensa, mentre il giorno insegna il sanscrito e la filosofia religiosa ai suoi discepoli. Da mezzanotte fino al sorgere del giorno, mantiene un bizzarro stato di sonno yogico, durante il quale -si dice- possiede qualità profetiche, doni di chiaroveggenza e udito a distanza -ma non potrei confermarlo. In ogni modo lo stato di trance dura soltanto due ore e, a giudicare dal ritmo respiratorio, stenterei a credere che dorma.
Perdipiù, al suo risveglio, lo swami sembra aver risolto dei problemi filosofici, o ancora semplici questioni quotidiane. Il risveglio è annunciato dalle campane che si sentono per tutta la lunghezza della riva del Gange alle tre del mattino. Sono le campane dei templi e dei santuari -segnale della veglia e della meditazione. Si dice che a quest'ora, in cui ogni essere è addormentato, Krishna discenda dai cieli per distribuire elemosine ai poveri, consolare gli afflitti e proteggere i deboli. Nel resto del tempo, uomini e dei si occupano della terra, ma alle tre del mattino il sonno li avvolge tutti. Ecco perché Krishna, invisibile e umile, discende donando ai poveri.
La preghiera e la meditazione dell'alba dei monaci -poveri del Signore- è benedetta...
... Il mio primo tramonto a Swarga-Ashram, mentre mi dirigo in compagnia del mio swamiji verso la dimora del superiore. Il Gange è rosso sangue, le montagne sembrano di porpora, uno strano chiarore si propaga su questa vallata himalayana fuori dal mondo.
Ho deciso di passare l'inverno in questo eremitaggio e devo chiedere l'autorizzazione al mahant. Me l'accorda di buon grado, senza farmi domande sulla mia religione, sulla mia nazionalità o sul denaro di cui dispongo. Devo comunque rispettare le regole del romitorio: lasciare i miei abiti europei per una veste gialla o per due pezzi di stoffa bianca (segni dello studente, il brahmacharin), calzare sandali ed essere vegetariano. Obbedisco con gioia: ne ho abbastanza di quei vestiti che attirano l'attenzione, abbastanza di queste calzature che devo togliermi ad ogni porta, rimettermi per traversare la corte, togliermi di nuovo sul limitare del santuario...
L'indomani faccio venire i miei bagagli da Rishikesh, spazzo la kutiya che il mahant mi ha messo a disposizione -una celletta solitaria con la soglia di cemento all'ombra dell'"albero di Shiva", con un letto e una lampada-, metto a posto i miei abiti che per molto tempo non mi serviranno e, avvolto nelle due strisce di tessuto bianco, scendo a bagnarmi nel Gange. Una ventina di passi tra le rocce, ed ecco il fiume che scorre con le sue acque verdi e fredde, ancora impregnate dell'asprezza delle nevi...
... Sono passati due mesi da quando ho deciso di fermarmi e molte cose ho imparato, molte più di quelle scritte in questo memoriale, ma non ho incontrato nessuno che mi abbia saputo dire dove si trovi Agartha...


La vita degli eremiti a Swarga-Ashram
... Le campane suonano per la seconda volta. È mattina, ma non si vede ancora il sole, perché sorge dall'altra parte delle montagne. Cornacchie e pavoni; un crocidare monotono, e questo grido acuto, metallico, penetrante dei pavoni selvaggi. La giungla è fresca dopo il vento della notte. Il Gange esala lo stesso profumo intenso di neve sciolta.
Vestiti dei loro abiti arancioni, gli eremiti scendono sul greto per il bagno mattutino. Si immergono completamente più volte, tappandosi con le dita orecchie e narici e ripetendo dei mantra. Dopo di che si lavano le vesti, le stendono sulle rocce ad asciugare e si ritirano nella loro kutiya. Ricompaiono di nuovo quando si sente il martellare della khetra: scalzi o con sandali di legno, la ciotola di rame del mendicante in mano, scendono i sentieri elemosinando cibo. Mangiano con le dita, come ogni indiano, senza parlare, servendosi solo della mano destra, perché il nutrimento è un'offerta del corpo degli dei e il pasto è soprattutto un rituale. Il braccio sinistro poggia col gomito sul pavimento, e sarebbe una grave indelicatezza, in tutta l'India, se un ospite toccasse qualsiasi cosa con la mano sinistra durante il pranzo. Ciò che resta è gettato via o dato alle vacche; nessuno può toccare gli avanzi. Non appena il pranzo finisce, gli eremiti si avviano verso la spiaggia per lavarsi il viso, la bocca e le mani. Non c'è popolo più pulito degli indiani. Il bagno quotidiano viene considerato, più che necessario, indispensabile. La maggior parte fa ogni giorno due bagni completi. Prima e dopo il pasto, si lavano accuratamente le mani e il viso, e dopo ogni atto impuro, quale che ne sia la natura, ripetono le abluzioni mattutine. Certamente fra gli ortodossi ce ne sono di quelli che, esagerando, fanno il bagno e si cambiano d'abito dopo la visita di ogni straniero, e che non accettano di mangiare se non insieme a individui della stessa casta. Se, per strada, l'ombra di uno shudra li sfiora, fanno dietrofront e vanno a bagnarsi ritenendosi impuri...
Swarga-Ashram ricorda il motto del monastero di Rabelais: "Fai ciò che vuoi". Non sono neppure obbligatori i servizi religiosi del tempio di Shiva, dove ogni sera s'intrecciano ghirlande di fiori rossi. Più di centotrenta sadhu vi abitano, ma al tempio non ne vengono mai più di due o tre. Nulla è imposto a chi ha definitivamente rinunciato ai doveri e alle gioie di questo mondo. IL loro Dio è uno e unico ma ciascuno lo chiama come crede: alcuni Narayana, altri Shiva, altri ancora Shankara, e alcuni sadhu si appagano di quel mantra divino che e "Om!", simbolo dell'impronunciabile presenza del divino in tutto. Quando si incontrano il loro saluto e lo stesso: "Om! namo Narayanaya!" ("Orn! rispetto a Narayana!"). Ma se vengono a sapere che qualcuno adora Dio sotto il nome di Shankara, gli altri sadhu, quando lo incrociano, lo salutano pronunciando; "Shankara! Shankara!"
Il mio vicino è un naga (asceta nudo) del Panjab, giovane, bello e pio. Non conosce né teologia, né etica, né metafisica, come d'altronde ignora il sanscrito, ma mi dice che Dio sarebbe davvero meschino se si rivelasse solo ai sanscritisti. Il mio naga non pratica un'ascesi violenta, si contenta di una semplicità naturale e trascorre le giornate a leggere l'immenso Bhagavatapurana e a pronunciare una stessa parola: "Shankara". Quando lo interrogo sulla salvezza della sua anima, mi risponde che basta per questo pronunciare il nome divino. La notte, tuttavia, pratica il pranayama (yoga del respiro), e spesso mi ha invitato nella sua capanna allo spuntar delle stelle per iniziarmi a questa tecnica che prolunga la coscienza nel sonno -un sonno senza sogni- e persino nella catalessi. Il suo è il ben noto metodo della scuola dello hathayoga, così come viene praticata nello Himalaya e nel Tibet. Si tappa le orecchie con la cera e adotta una posizione stabile (asana), le gambe incrociate, la schiena perpendicolare (in modo che i plessi, sacro, prostatico, solare, cardiaco, faringeo e cavernoso coincidano su una stessa linea mediana che comincia dal muladharachakra e termina nel sahasrarachakra), le mani in equilibrio sui ginocchi, gli occhi chiusi, mentre si concentra sul "plesso sottile" (ajnachakra) situato tra i sopraccigli. Dopo aver ottenuto la concentrazione necessaria (pratyahara, vale a dire l'annullamento delle attività sensoriali periferiche), la satura ripetendo mentalmente il mantra "Om", poi rallenta a poco a poco il ritmo respiratorio distanziando sempre più le inspirazioni, fino ad arrivare a una inspirazione ogni quattro secondi. Il corpo acquista un'immobilità rigida, talvolta catalettica, e si può costatare dal suo ritmo respiratorio che l'asceta dorme, nel senso che tutte le sue attività sensoriali e mentali sono sospese. In questa condizione, liberato dagli ostacoli della vigile coscienza diurna, il naga esplora la zona inaccessibile del sonno. D'altronde, la pratica del pranayama non ha altro senso se non quello di spostare la coscienza della veglia in zone che normalmente appartengono all'inconscio... Quando lascio la capanna, egli conserva la stessa immobilità statuaria: non un muscolo facciale si muove, e si può seguire con precisione le tappe della sua respirazione ritmica -prima il gonfiarsi della parte inferiore dei polmoni per il ritirarsi del diaframma, poi della parte mediana per il sollevamento dello sterno, e infine della parte superiore attraverso l'incurvatura dell'arco toracico, come stabilisce ogni trattato di hathayoga.
... La libertà degli eremiti non concerne solo le pratiche religiose, ma anche la loro condotta personale. Ciascuno può fare ciò che vuole, prega quando gli va e rispetta le credenze di chiunque. Nessuno manifesta quell'atteggiamento rigido degli occidentali, che credono di essere i soli ad aver trovato il vero Dio e pensano che tutti gli altri siano degli eretici. Nessuno tenta di convertirti (questo pregiudizio semita del monoteista intollerante e proselita). Le loro conversazioni vertono sul Brahman, Dio uno, immanente in tutta la creazione e che tuttavia la trascende, perché è immutabile, non qualificato e non deducibile attraverso relazioni. I loro testi sacri: la Bhagavadgita, le Upanishad, l'Imitazione di Cristo, i Brahmasutra, col commento di Shankara, e gli Yogasutra di Patanjali. Ma non leggono soltanto; meditano e mettono in pratica la spiritualità rivelata in questi libri. Gran parte del loro tempo la passano nella loro kutiya a pregare; la preghiera non è tuttavia sempre religiosa nel senso cristiano del termine, ma piuttosto un esercizio spirituale di purificazione interiore, un'"atletica" metafisica. Anche se non tutti sono filosofi, tutti pensano col loro cervello. Il loro pensiero e talora monotono, mediocre e poco immaginativo, improntato alla Gita e alla letteratura popolare religiosa, ed esprime fino alla sazietà quello stesso e sempre ricorrente motivo dell'identità profonda tra Atman e Brahman. Le conversazioni con questi sadhu sono sterili e stancanti, ma nessuno può dire fino a che punto abbiano portato a compimento quella banale verità, fino a che punto il loro "dogma" resti una semplice e vacua formulazione.
In ogni caso, sono particolarmente sorprendenti la loro indiscussa sincerità e la loro totale tolleranza per qualsiasi fede, da qualunque parte provenga. Le si riscontrano persino nei sadhu più mediocri, sempre ansiosi di sentir parlare di Gesù Cristo, di san Francesco, di Kabir, di Guru Nanak e di qualsiasi altro guru inviato da Dio. Da quando mi sono stabilito all'ashram, sono venuti a farmi domande sul cristianesimo e hanno tanto amato le storie di fra Lorenzo (nei Fioretti francescani) e alcune delle pie leggende medievali che mi hanno pregato di ripeterle ogni giorno. Tutti considerano Gesù come il figlio di Dio e lo chiamano Lord Jesus alla maniera dei missionari. Ciò non impedisce assolutamente di considerare Buddha, Krishna e altri, uguali a Cristo. Non possono accettare limiti o zone geografiche al manifestarsi della divinità. Il loro spirito panteista è evidente sino nelle più semplici affermazioni metafisiche. E i risultati sono toccanti. Un vecchio sadhu, maestro insuperabile nel parlare sanscrito, mi ha abbracciato al nostro primo incontro e si è messo a piangere dicendomi: "Siamo tutti Uno!" Si sono liberati dell'insopportabile curiosità degli europei, e nessuno finora mi ha chiesto se fossi protestante, anglicano, cattolico o ortodosso. Un giorno ho messo alla prova uno swami domandandogli se era necessario iniziarsi all'induismo per conoscere Dio. Questa domanda l'ha fortemente sorpreso e mi ha risposto che nessuna conversione era necessaria, che se io amavo l'induismo potevo accettarne gli ideali: ecco tutto. Nondimeno ha aggiunto che se il mio amore dell'induismo era sincero, questo proverebbe solo una cosa: che ero stato un indiano in una mia precedente esistenza.
Dicono "noi tutti siamo Uno" e, ciò che è importante, non cessano di mettere in pratica questa affermazione. Si aiutano l'un l'altro, si privano della loro personalità davanti agli amici e praticano la seva (servizio). Un certo swami alla soglia della vecchiaia è celebre per il suo comportamento. Non lavora mai per sé, benché sgobbi come un bracciante di notte e di giorno. Pulisce le kutiya dei suoi vicini, lava la biancheria per i malati, fa il te per tutti, accende le lampade, è il messaggero di ciascuno, ed è di una modestia e di una umiltà francescana. Alcuni giorni dopo il mio arrivo all'ashram, è venuto a piantare un cespo di fiori sotto la mia finestra, perché ogni mattino, al mio risveglio, mi rallegrassi gli occhi.
Un giorno ho accompagnato a Brahmapuri, ad alcune miglia nella giungla, a monte del Gange, una miss venuta a visitare Swarga-Ashram. Vi si trovano numerose grotte e una era il riparo di un sadhu del Malabar, di cui non si sapeva che cosa ammirare di più: la scienza o la santità. Ci siamo seduti sulla sabbia fredda della grotta e, benché fossimo venuti a imparare da lui, è lui che si è messo a fare domande a noi. Ci ha mostrato le Confessioni di Agostino chiedendo a questa miss se avesse letto l'Imitazione di Cristo. Alla sua risposta negativa, le ha consigliato con dolcezza : "La legga, perché è uno dei più grandi libri che siano mai stati scritti su questa terra". Allora sono arrossito ancora una volta per la vanità e i peccati degli europei venuti a convertire l'Asia.

A colloquio con Shrimati Devi
In India ogni donna è una Devi, una dea. Quando ci si rivolge a una donna sposata o a una ragazza, quali che ne siano il rango o l'età, non si pronuncia mai il nome della famiglia -si aggiunge Devi dopo il suo nome. Così, Indira Sen diviene Indira Devi; Kamala Chatterji, Kamala Devi.
Questo particolare è significativo. L'India non ravvisa nella donna né la vergine né l'amante. L'India vede unicamente la dea, il sacrificio creatore, la madre. Accanto alla maternità ogni altra virtù femminile impallidisce. Ogni donna e adorata perché è o diventerà madre. Ecco perché, quando si conosce troppo bene una donna per poterla ancora chiamare Devi, la si chiama madre. Anche se si tratta soltanto di una giovane contadina o di una studentessa adolescente.
Sulla donna asiatica, e particolarmente su quella indiana, si sono dette e scritte una quantità di sciocchezze. Pittoresche e verosimili, sono state credute per il solo fatto che lusingavano la nostra immaginazione e i nostri pregiudizi di occidentali civilizzati. Ascoltate ora ciò che mi ha detto un'indiana. Trascrivo i frammenti di quanto ho udito un po' di tempo fa, una sera di febbraio, su una terrazza di Bhoswanipur.
- Le nostre sorelle d'Europa e d'America sono abituate a compiangerci. Credono che le donne indiane siano asservite negli harem, prive di qualsiasi distrazione e libertà, desiderose di affrancarsi. È vero che esistono casi del genere, ma non appartengono alla società indù. In realtà le europee vedono nella nostra vita un'esistenza priva di romanticismo, di avventura e d'imprevisto. E ne concludono che siamo infelici. Ora, davvero ci sentiremmo infelici, afflitte, violentate, se dovessimo condurre la loro vita, nella libertà degli istinti e nella confusione sociale. In primo luogo, la libertà non ci interessa.
È un'illusione della quale ognuno si libererà prima o poi. La nostra vita è determinata dalla sorte, dal karman, e ogni evasione non fa che stringere ancora di più la catena del destino. D'altronde il romanticismo non ci sembra indispensabile alla felicità. Per noi la felicità non è un capriccio, un momento passeggero e irresponsabile, né una qualunque fatuità passionale o sentimentale. Questo genere di passioni lo chiamiamo moha, ma non e la felicità. Non so se può comprendere, ma, per un'indiana, la felicità non risiede mai nell'iniziativa, bensì nell'istituzione, il che significa consacrarsi totalmente a un ideale antico di migliaia di anni: l'ideale della famiglia e dell'educazione dei figli. La beatitudine e la liberazione finale esistono in quanto rinunciamo agli effimeri capricci passionali -nulla più che affanni- per cercare di raggiungere la perfezione delle nostre madri.
E poi non siamo sole: portiamo in noi l'esperienza millenaria della castità, della fierezza materna, della dignità e dell'eroismo. In ogni rituale religioso comunichiamo con l'immagine delle nostre antenate. Né ci separiamo mai dalle nostre madri...
Le nostre sorelle europee asseriscono che noi conduciamo una vita monotona e che siamo schiave. Ora lei è qui da abbastanza tempo per aver potuto costatare che non è assolutamente una questione di schiavitù. La sposa è la padrona della casa, salvo il caso in cui sia ancora viva la madre del marito. La sposa tiene la contabilità, decide gli acquisti e dirige tutto. Se non si vedono donne per strada, questo non significa affatto che non possono uscire, ma che non vogliono, perché la strada non le interessa, perché non hanno tempo da perdere. Avrà potuto ugualmente notare che la "casa", in India, è assai diversa da quelle che si trovano altrove. Anzitutto, essa conta tra i dieci e i trenta membri. Poi, la responsabilità del suo buon andamento spetta alla sposa. Il più grande piacere che lei possa fare a un'indiana è di chiederle di servirla: di prepararle da mangiare, di bollirle del latte, di pulirle la camera. Noi ignoriamo l'aristocrazia della pigrizia. Siamo felici quando possiamo lavare e fare pulizia in tutta la casa. Seva (servizio), ecco l'ideale dell'indiana. Ma, ripeto, è una cosa che amiamo, senza bisogno che ci venga imposta. Abbiamo tanti domestici che, se volessimo vivere pigramente, non per questo la casa sarebbe meno pulita.
Solo al cinema la vita delle europee ci entusiasma. Per questo le sale del quartiere sono piene di indiane. Se esse trovano cosi buffe le europee e perché queste si danno ad attività maschili. A casa ci divertiamo a imitare gli uomini, a scimmiottarne l'aria di superiorità. Ma, da quando c'è il cinema, ci divertiamo di più a guardare le attrici bianche.
Spesso i film ci fanno scoppiare a ridere, a volte anche davanti a un avvenimento tragico, e allora i nostri mariti ci rimproverano. È ammirevole essere una donna europea, ma come fanno a sopportare una comicità cosi prolungata? Noi moriremmo di noia. Esse vedono tanta di quella gente che non hanno il tempo di riflettere su di essa, né di imparare quale sia il caso di evitare e quale no. La loro vita è molto monotona. Un giorno sono andata con diverse famiglie indiane a un garden-party e abbiamo ascoltato del jazz. Ebbene, non avevo mai ascoltato niente di cosi noioso e rumoroso. E tuttavia pare che il jazz esalti le donne bianche. Strano.
... Non può ignorare quanto sia pittoresca la vita di una sposa indiana. Soprattutto quanto sia piena. Vediamo poco i nostri mariti, ma tutto quello che facciamo lo facciamo pensando a loro. Per questo ci sentite sempre cantare. Non stanchiamo mai il marito con la nostra presenza, lasciamo che sia lui a desiderarla e a cercarla. Vede, noi non ci sposiamo per amore, amiamo solo dopo esserci sposate. Amiamo nostro marito perché è lo sposo che ci era destinato. D'altronde ognuno sa che nella vita ci sono tre atti capitali nei quali non si può intervenire; la nascita, il matrimonio e la morte. Nasciamo, ci sposiamo, moriamo conformemente al karman. Per questa ragione, il nostro sposo è veramente nostro, da migliaia di anni, attraverso tante e tante trasmigrazioni. Questo è il fatto essenziale: altre esperienze sono superflue. Ciò spiega perché in India ci siano così pochi matrimoni infelici, e praticamente non esista divorzio.
... Ogni indiana sogna d'imitare una delle eroine del Mahabharata o del Rarvayana. Ognuna ambisce a divenire una dea. Con tali vertici davanti a noi, cosa ce ne faremmo della capricciosa libertà delle nostre sorelle europee? La getteremmo al vento come fiori di loto sul fiume, senza per questo abbandonare l'altare eretto a riva. Perché, vede, non esiste felicità passeggera, non c'è beatitudine che nell'eternità. Il resto è cinema e jazz...


PAUL CELAN

IN EGITTO

Devi, all’occhio della straniera, dire: sii l’acqua.
Devi, loro che sai nell’acqua, nell’occhio della
straniera cercarle.
Devi chiamarle dall’acqua: Ruth! Noemi! Miriam!
Devi ornarle, se stai con la straniera.
Devi ornarle con i capelli di nuvola della straniera.
Devi, a Ruth e Miriam e Noemi, dire:
Guardate, dormo con lei!
Devi, la straniera vicino a te, nel modo più bello
adornarla.
Devi adornarla con il dolore per Ruth, per Miriam
e per Noemi.
Devi alla straniera dire:
guarda, ho dormito con loro.

(Da Papavero e memoria)

***

Conta le mandorle,
contalo, ciò che fu amaro e ti tenne sveglia,
là conta anche me:

lo cercai, il tuo occhio, così come tu lo chiudesti
e nessuno ti poté vedere,
io tesi quel filo intimo,
su di lui la rugiada che tu hai pensato
scivolò giù, fino alle urne:
una parola, che non trovò strada fino al cuore
di nessuno, le custodisce.

Solo là camminasti nel Nome, che ti
appartiene,
con passi sicuri entrasti in te stessa,
oscillarono i martelli, liberi dentro la campana
del tuo silenzio,
ti colpì ciò per cui t’eri messa in ascolto,
distese la morte il suo braccio anche attorno a te,
e andaste, voi, in tre attraverso la sera.

Rendimi amaro.
Conta me tra le mandorle.

(Da Papavero e memoria)

***

COSA ACCADDE? La pietra camminò
fuori dal monte.
Chi si svegliò? Tu e io.
Linguaggio, linguaggio. Con- stella. Accanto-terra.
Più povero. Aperto. Come a casa.

Dove si andò? Dove non c’è lamento.
Con la pietra si andò, con noi due.
Cuore e cuore. Troppo pesante l’abbiamo trovata.
Via via, più pesanti. Adesso, più leggeri.

(Da La rosa di nessuno)


CONSTANTIN BRANCUSI

Constantin Brancusi nasce a Hobitza, un villaggio rumeno, il 19 febbraio 1876. Studia Arte alla Scuola di Arti e Mestieri di Craiova dal 1894 al 1898, quindi alla Scuola di Belle Arti di Bucarest dal 1898 al 1901. Desideroso di continuare la propria educazione artistica a Parigi, vi si reca nel 1904 e si iscrive all'Ecole des Beaux-Arts nel 1905. L'anno seguente partecipa con alcune sculture al Salon d'Automne dove incontra Auguste Rodin.
Subito dopo il 1907 ha inizio la sua maturità artistica. Stabilitosi a Parigi, lo scultore mantiene stretti contatti con la Romania, ritornandovi frequentemente ed esponendo a Bucarest quasi ogni anno. A Parigi i suoi amici sono Amedeo Modigliani, Fernand Léger, Henri Matisse, Marcel Duchamp e Henri Rousseau. Nel 1913 cinque sculture di Brancusi sono presenti alla “Armory Show” a New York. Nel 1914 Alfred Stieglitz allestisce la prima personale dell'opera di Brancusi nella sua galleria "291" a New York.
Brancusi non è mai stato membro di un movimento artistico organizzato, sebbene all’inizio degli anni ‘20 frequenti Tristan Tzara, Francis Picabia e molti altri dadaisti. Nel 1921 la rivista letteraria “The Litt

sabato 5 gennaio 2008

andarsene da napoli?



J'accuse dell'autore di Gomorra: la tragedia
è che Napoli si sta rassegnando all'avvelenamento
Imprese, politici e camorra ecco i colpevoli della peste
Gli ultimi dati dell'Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltre la media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni





Imprese, politici e camorra ecco i colpevoli della peste


di ROBERTO SAVIANO
È un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi.

E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.

Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.

Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.

Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.

Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi.

Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso erano vicino alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell'inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all'anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.

Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall'estero: da ogni parte d'Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l'autorizzazione dalla Regione. Aveva però l'unica autorizzazione necessaria, quella della camorra.

Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.

Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.

La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all'avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L'emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione.

Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l'operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari.

Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.

Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d'Italia è stato intombati a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.

E' in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E' in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l'ossessione dell'informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell'informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi.

Non è affatto la camorra ad aver innescato quest'emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l'emergenza e con l'apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.

Quando si getta qualcosa nell'immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall'emergenza non si vuole e non si po' uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.

L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.

Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.

Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l'eroe epico che strappa le braccia all'Orco che appestava la Danimarca: "il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

vedi anche federico salvatore

venerdì 4 gennaio 2008

fini al v-day

La fine della democrazia

fini_vday.jpg

Al V-day di Bologna ha parlato anche Massimo Fini. Ha espresso un concetto sintetizzato da Charles Bukowski: "La differenza tra la democrazia e la dittatura è che nella prima ti fanno votare poi ti danno ordini, mentre nella seconda non ti fanno perdere tempo a votare."
Se la democrazia rappresentativa è il migliore dei mondi possibili, la sua versione degenerata italiana è il peggiore dei migliori mondi possibili. In Italia il cittadino conta uno, ma non vale un c...o.

Testo:
"Io sono d’accordo, com’è ovvio, sui tre punti fondanti il V-Day, cioè il fatto che non ci siano inquisiti in Parlamento, che non ci siano gli stessi parlamentari per più di due legislature e che noi si possa tornare a votare e a scegliere i nostri candidati. Ritengo che questo sia un modo per rendere presentabile qualcosa che presentabile non è, che è indecente, che è una truffa. Questo qualcosa si chiama democrazia rappresentativa.
Io ho definito e definisco la democrazia rappresentativa, in modo un po’ brutale se volete, un modo per metterlo nel c..o alla gente col suo consenso e soprattutto alla povera gente. Innanzitutto non si è mai capito bene cosa sia la democrazia rappresentativa: Norberto Bobbio, che ha dedicato tutta la sua lunga e laboriosa vita a questo tema, non ne viene a capo. Indica come essenziali della democrazia rappresentativa una volta nove elementi, una volta sei, una volta tre. Comunque prendiamo due elementi che vengono considerati dalla vulgata come essenziali della democrazia, cioè il voto è uguale – one man, one vote - come dicono gli anglosassoni , il voto è libero. Ebbene, il voto non è uguale: il consenso è taroccato. Il voto non è uguale per la ragione definitiva che è stata illustrata da quella che viene chiamata la scuola élitista italiana dei primi del Novecento, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels. Dice Mosca: “Cento che agiscano sempre di concerto e d’accordo prevarranno sempre su mille che agiscano liberamente”. Il consenso non è libero perché ampiamente condizionato dai mass media che sono in mano ai soliti noti e che, non a caso, si chiamano strumenti del consenso.
In realtà la democrazia rappresentativa è un sistema di oligarchie, di minoranze organizzate, di aristocrazie mascherate che schiacciano il cittadino singolo, l’uomo libero che non vuole umiliarsi a infeudarsi in queste oligarchie, i partiti e le altre lobby economiche o criminali spesso legate insieme. La democrazia rappresentativa sarebbe ciò di cui il pensiero liberale voleva valorizzare - meriti, capacità, potenzialità - e il cittadino ideale di una democrazia ne diventa vittima designata.
Senza fare troppa teoria, lo vediamo tutti che non contiamo niente, che la nostra voce non è ascoltata. Qualche anno fa, a Piazza San Giovanni, sono state radunate un milione di persone su un tema come le leggi ad personam, un tema difficilissimo infatti è più facile radunare le persone su temi economici. Ebbene: non c’è stata nessuna risposta né da destra né da sinistra. Anzi a sinistra si è detto spesso: “non mi confonderai con un girotondino” come se andare in piazza non fosse il primo diritto politico del cittadino che viene prima del voto.
Il problema è della democrazia mondiale, occidentale ma il sistema italiano, e Grillo l’ha mostrato molto bene, ha delle degenerazioni intollerabili. Diceva Hans Kelsen, che non è un marxista e non è un estremista talebano, che la democrazia rappresentativa è un sistema di finzioni e sosteneva che sembra che la funzione della ideologia democratica sia quella di dare ai cittadini l’illusione della libertà, e si chiede fino a quando questa straordinaria scissione tra realtà ed ideologia possa continuare. E’ la domanda che mi faccio anche io da parecchio tempo. Ora, naturalmente, le democrazie nate su bagni di sangue hanno messo un tappo concettuale, una specie di norma di chiusura sostenendo che la democrazia sia il fine e la fine della Storia, per cui noi saremo condannati a morire democratici. Io credo invece che, come ogni sistema che non rispetta nessuno dei suoi presupposti, prima o poi cadrà. Non sarà un unico evento come questo organizzato meravigliosamente da Beppe, non sarà certamente la generazione di Grillo o della mia. Ma prima o poi una truffa di questo genere deve essere eliminata. Grazie." Massimo Fini

un afroamericano vince alle primarie dell'iowa...




...quanto durerà? Ehmmm, in vita, intendo dire...






Obama e Huckabee vincono in Iowa.
Il senatore dell'Illinois Barack Obama, uno dei candidati
democratici, e il ministro battista Mike Huckabee,
repubblicano, hanno vinto i caucus in Iowa. Entrambi,
rispettivamente all'interno del proprio partito, hanno
sconfitto candidati sulla carta più forti come Hillary
Clinton, al terzo posto dopo Obama e John Edwards, o l'uomo
d'affari miliardario Mitt Romney. Huckabee ha potuto contare
sull'appoggio dei teocon e dei portatori d'armi
mentre Obama
si è affermato tra i giovani. Martedì prossimo si voterà in
New Hampshire. (tratto da internazionale)

Nella conferenza stampa del dopo elezioni, Huckabee è confortato dalla presenza, alle sue spalle, di un noto teocon-portatore d'armi: lo riconoscete?















Sìììììììììììììììììììì, è proprio lui, Chuck Norris, il Texas Ranger che da qualche tempo sta spopolando anche in Italia coi suoi telefilm sulle televisioni di Berlusconi!
Il ranger ha anche girato una simpatica clip per Huckabee. Have a look!



C'è davvero da rimpiangere Tex...

come vivremo senza la parigi-dakar?

Rischio attentati, salta la Dakar
Annullato il rally che attraversa l'Africa.

Troppi rischi, la Dakar, che avrebbe dovuto prendere il via domani da Lisbona, non si farà. Il leggendario e durissimo rally (una volta si chiamava Parigi Dakar) è stato infatti annullato in extremis. L'annuncio è arrivato dall'emittente radiofonica 'Europe 1'. Da tempo peraltro le autorità avevano riferito di aver ricevuto parecchie segnalazioni circa possibili attentati in preparazione lungo il percorso di gara, che attraversa diversi Paesi islamici, tra cui l'Algeria dove negli ultimi mesi l'estremismo ha colpito con particolare durezza. E' la prima volta dal '79, anno di nascita della competizione motoristica, in cui salta l'appuntamento più atteso dagli appassionati del genere.

Nella decisione ha pesato la morte di 4 turisti francesi il 24 dicembre scorso in Mauritania (dove il rally sarebbe passato dall'11 al 19 gennaio). Un lutto che ha spinto il governo Sarkozy a sconsigliare fortemente ogni tipo di viaggio nel paese africano.

Meglio così. Invece della Parigi-Dakar , e rompere i coglioni agli africani, fatevi una bella Parigi-Roubaix. Con le bici di una volta, però...

mercoledì 2 gennaio 2008

papa penedetto xvi

"...il pene della persona e della società è strettamente connesso alla buona salute della famiglia..."

il nuovo medioevo

Il cardinale invoca un aggiornamento della legge sull'aborto
Il coordinatore di Fi: "Sì alla proposta di moratoria lanciata da Ferrara"

Bondi plaude alle parole di Ruini
"Una mozione per rivedere la 194"


Sandro Bondi

ROMA - Piena concordanza con le parole di monsignor Ruini, e l'annuncio di una mozione parlamentare per rivedere le linee guida della legge 194. Il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi, premettendo di parlare "a titolo personale", plaude alle affermazioni del porporato, che in un'intervista al Tg5 si è detto favorevole alla proposta di una moratoria degli aborti lanciata da Giuliano Ferrara all'indomani dell'approvazione, all'Onu, della moratoria delle esecuzioni capitali e ha parlato della necessità di migliorare la legge sull'interruzione di gravidanza.

Bondi si dice convinto "di dover rappresentare le ragioni dei laici come dei credenti di Forza Italia, uniti dalla difesa della dignità della persona e del valore sacro della vita. Alla luce di questi valori - ricorda - ho presentato una mozione parlamentare per rivedere le linee guida della Legge 194, sulla base della necessità di tenere conto delle nuove possibilità tecnologiche che rischiano di inficiarne i principi ispiratori".

Nel corso dell'intervista al Tg5, Ruini ha parlato del "risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte", osservando come per lui fosse "molto logico" richiamare il tema dell'aborto "e chiedere una moratoria, quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è un essere umano e la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano".

Per Ruini, dalla moratoria potrebbe venire "uno stimolo per l'Italia" ad applicare "integralmente" la legge sull'aborto, "che dice di essere legge che intende difendere la vita, in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita", ma anche "aggiornarla al progresso scientifico che ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bimbi prematuri. Diventa veramente inammissibile - conclude Ruini - procedere all'aborto a una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo".

PRIMO GIORNO DELL'ECOPASS A MILANO

martedì 1 gennaio 2008

per iniziare bene...più o meno


















Del "galleggiare" e delle miserie della psicoanalisi


Lei vuole galleggiare. Che sprofondare nella merda non è mai una buona alternativa e di nuotare non ha voglia. Così fa la morta e il corpo si solleva. E’ da un po’ di anni che lei ha la sensazione di andare in orizzontale. Le scalate le riescono proprio male e se si permette di iniziarne una vede le cime delle montagne così tanto alte che invece che proseguire, un passo dopo l’altro, fino alla meta, chiude gli occhi e si lascia scivolare giù. Ansia da prestazione, la chiamano. Il blocco da panico è la conseguenza. Tutta roba che in genere si ha voglia di anestetizzare. Così scivola giù.

Tanto, se non lo fa spontaneamente, si ritrova comunque con i pesi attaccati chissa’ come alle caviglie e sente le gambe così pesanti che potrebbe tendere ad una amputazione. Si è convinta che raschiare le pareti per cercare appigli non serve a niente e allora galleggia beata nella merda che è anche quella che la sostiene e la fa sentire viva. Galleggiando si sente al sicuro. Tutto rimane sotto il suo controllo. In questo mondo competitivo che spinge all'iperattività e alle scalate, che ti fa sentire un po' fallita se non "riesci" ad ottenere un lavoro, a trovare una casa decente, a vivere, lei, che si è stancata di combattere inutilmente, non ha voglia di scalare e di competere. Vuole solo galleggiare in santa pace. Vi sembra ci sia da chiedersi come mai?

Se parla al suo dottore del galleggiare e dei pesi alle cosce, quello le dice che forse ha un problema di ritenzione idrica. “Faccia più sport” – dice allora per confermare la sua diagnosi con una terapia – “e prenda queste…”. Perché la nostra società cura con i farmaci tutto quello che non può capire. Ho infatti la netta convinzione che gli esseri umani abbiano fatto molti più progressi prima della pennicellina.

Le viene in mente che forse deve rivolgersi ad un buon psicologo. Un normalizzatore sociale che la convinca che sta bene al posto suo e che la merda sia fantastica così può nuotarci in mezzo con ottimismo e buonumore.

Quello le dice che il problema non sono le cose che ci accadono ma come le viviamo noi. Tipo: se vivi in uno stato di disoccupazione e precarietà quasi perenne il problema non è la legge 30, la confindustria e il governo amico degli imprenditori. No. Naturalmente il gran problema è come tu ti vivi questa condizione. E per fartela vivere meglio, piuttosto che indirizzarti dove possono trovarti un lavoro (luogo che non esiste nella realtà), lo psicologo ti consiglia un ciclo palliativo di terapia che ti costa un bel po’. Merda da aggiungere alla merda.

E già me li vedo – questi professionisti del ravanamento delle menti – a parlare tra di loro mentre lamentano il “calo di clienti nel momento in cui invece dovrebbero proprio aumentare e anche tanto” perché la povertà non si cura con una strategia di redistribuzione economica delle risorse. Piuttosto è molto meglio stare a sentire un tizio senza mai rimettere in discussione quello che dice o il prezzo che fa.

Dopo lo psicologo il consiglio è di rivolgersi ad un buon psichiatra della sanità pubblica (Asl) perché non riesce proprio possibile immaginare di lasciarsi galleggiare nella merda. E quello le dice che capisce perfettamente e ha una ottima cura per lei. Lo dice lasciando intendere di cure che non si rivelano, come non lo farebbe di certo un buon cuoco con le sue ricette. Così la tiene lì, col sopracciglio saputone di chi non vuol discutere con lei quello che deve fare e la manipolazione comincia proprio da quel momento, da quel preciso istante. Resistere non serve perché il professionista le rimanda indietro mille sensi di colpa. E' lei che ha un problema ed è sempre lei ad essersi rivolt* a lui. Quindi non ha scampo.

Dopo le parole questi bravi medici passano sempre ai fatti e allora il bravo dottore consiglia uno psicofarmaco da prendere una volta al di’. Egli consiglia per il suo bene e quindi sebbene non la obblighi la fa sentire così idiota a non dargli ascolto che lei ritiene di non poter fare altrimenti. Così si spara un prozac che dicono essere un buon antidepressivo. E dovrà essere per forza così se vogliono prescriverlo persino ai bambini.

Dopo un mese dalla prima pillola lei si sente già al settimo grado di rincoglionimento e la testa comincia a vivere di vita propria. Il prozac è un eccitante, risveglia dal torpore se non hai particolari problemi di ansia e di ipertensione e il suo effetto – di inibizione da riassorbimento della serotonina – non è per niente calmante. Rende semplicemente difficile (per i medici: lo renderebbe più facile) il dover affrontare giorno per giorno le miserie nelle quali viviamo.

Questa storia riguarda una cara amica che dopo cinque anni ancora sente di voler galleggiare e che grazie al farmaco ha sviluppato una ansia incontrollabile per ogni piccola cosa. Non esce più. Non vede più nessuno e viene colta da veri e propri attacchi di panico se qualcun* va a trovarla e le sposta inavvertitamente gli oggetti di casa.

Un attacco di panico è un po’ come morire, così lei me lo racconta. Si blocca tutto e il cuore batte all’impazzata. Sembra spezzarsi e i sintomi sono gli stessi di un attacco cardiaco che alla lunga può pure venire. Le ho chiesto di lasciar perdere col farmaco e di riappropriarsi della sua vita. Lei dice che non può. La dipendenza oramai è troppa ed è il medico che deve dirle quando cominciare a diminuire la dose. Quello stesso medico che dopo averla imbottita di farmaci le sottopone con un sorriso la possibilità di "dover" intervenire con il Trattamento Sanitario Obbligatorio quando lei confida di cominciare a pensare sempre più spesso di voler morire. E a me fa rabbia perché io me la ricordo come una donna viva e incredibilmente intelligente. Meravigliosamente disponibile col mondo e poetica per ogni suo piccolo gesto.

Così lei continua a morire un po’ alla volta e tutto perché voleva solo galleggiare…

Per approfondire:

Ecco i numeri attivi in Italia del telefono viola per difendersi dalla psichiatria invasiva. QUI - una guida all'autodifesa. E qualche informazione sui nuovi psicofarmaci. Date un’occhiata ai testi e agli argomenti dell’antipsichiatria. Leggete - QUI un'ampia bibliografia. Leggete anche i testi di Michel Foucault (Il potere psichiatrico, Gli anormali, Storia della follia). E poi: non se la prendano gli o le appartenenti alle categorie della psicologia o della psichiatria. Come in tutte le situazioni, può succedere di incontrare anche degli emeriti coglioni. Perché prima di essere ottimi psicologi e magari anche ottimi psichiatri forse bisogna essere anche ottime persone, forse…

E ancora: certi psicologi e psichiatri - e molti purtroppo li vediamo in televisione a dire cazzate sull'universo mondo - sono persone che si arrogano il diritto di saperne di più sull'animo umano solo per aver conseguito una laurea. La cosa che mi turba non è tanto il fatto che ritengano di sapere qualcosa che altri non sanno, il che è anche possibile, quanto il fatto che neghino di personalizzare le interpretazioni a partire dalla "propria" visione delle cose. L'aura accademica di "universalità" attribuita alle proprie opinioni senza considerare che il proprio punto di vista possa essere condizionato, e anzi di sicuro lo è, dal proprio vissuto è cosa assolutamente discutibile. Perciò credo che spesso più che uno psicologo valga una buona e intelligente amica o un buon e intelligente amico con cui fare autoanalisi e autocoscienza. Alla pari. Senza timori reverenziali e disparità di potere nella relazione.

Esplorare l'animo umano è una cosa interessante e i testi e le ricerche che alcuni hanno fatto certamente ci hanno messo in condizione di poter acquisire maggiore consapevolezza ora. Ma ci sono stati anche troppi esempi in cui le persone sono state considerate solo cavie. Troppi esempi in cui l'analista - col suo sapere da oracolo indiscusso - non ha mai messo in discussione il suo essere - in una visione di genere - maschio, bianco, eterosessuato. La questione riguarda le tre parti della scienza che studia l'aspetto cognitivo comportamentale e la mente degli individui (in chiave interlocutoria, tesa allo studio o alla patologizzazione: la psicologia, la pasicoanalisi e la psichiatria).

A questo proposito vi passo qualche frase scritta da Luce Irigaray, che - assieme ad altre grandi donne nel campo della psicanalisi - il problema se lo è posto eccome, sulla visione della psicologia a partire da una differenza di genere:

"[...] una volta diventata analista, mi sono ben presto resa conto che era assolutamente impossibile tradurre quello che dicevano le donne in analisi e interpretare i loro disagi e i loro sintomi attraverso la teoria psicanalitica classica, a meno di non finire per addormentarle con dei barbiturici [...] finchè la psicoanalisi non avrà interpretato il suo aderire ad un certo tipo di regime di proprietà, ad un certo tipo di discorso, ad un certo tipo di mitologia religiosa, non potrà porsi (ad esempio) la questione della sessualità femminile."

Perchè una interpretazione delle dinamiche al femminile che non tiene conto della differenza di genere è quantomeno ingenua (se non addirittura in malafede). Che non vuol dire che le psicologhe donne sono tutte brave e che gli uomini non potranno mai esserci utili. Non è questo il punto.

Il punto è che una differenza c'e' ed è stata stabilita proprio da quelle donne che hanno combattuto contro pregiudizi e sovrastrutture culturali maschiliste con interventi ritenuti im-pertinenti come quello sulla "Miseria della psicoanalisi" fatto da Luce Irigaray nel 1977 - dedicato a Juliette L. una amica analista morta suicida - e rivolto ai membri della Ecole freudienne, la scuola fondata a Parigi da Jacques Lacan, nel 1964. Un intervento che tra le altre cose indica con chiarezza la assenza di interdisciplinarità e la chiusura della "scienza" così come era concepita almeno in quegli anni (e in certi ambienti ancora di sicuro lo è).

Provo a copiarvene alcuni passaggi significativi tratti dal testo "Psicanalisi al femminile" (Silvia Vegetti Finzi - Editori Laterza):

"Signori psicoanalisti...

Perchè soltanto Signori? [...] per via che "soggetto" si dice sempre in un solo genere [...] per via che il fallo - che per di più è il Fallo - rappresenta l'emblema, il significante, la produzione di un unico sesso. Dunque Signori psicoanalisti, tra voi i più - se bisogna credere a quello che scrivete - non capiranno il titolo (del mio scritto). Ciò che evoca. Ciò a cui rimanda. Da quale memoria esso prende senso [...] Miseria della psicoanalisi? E che altro ancora? [...] protesterete quindi [...] Il disprezzo della cultura, da cui traete non pochi profitti, vi porta a prendere le distanze da quelli o quelle che interrogano i valori consacrati della psicoanalisi. Un(a) psicoanalista che pone delle questioni alla storia, alla cultura, alla politica non sarebbe più tale. La psicoanalisi dovrebbe restare senza un fuori, senza confini, determinata, autorizzata - all'esistenza o all'assenza? - unicamente da se stessa. In una parola: tutta [...].

Ma da dove prendete voi l'autorità per decidere che costui o costei non sono analisti? [...] In nome di quale nome? Il nome di un padre della psicoanalisi all'inconscio del quale bisognerebbe conformare ogni inconscio? [...] Ma o l'inconscio si riduce sempre a qualcosa da voi già inteso - quindi non è mai "questo", quello che loro, donne o uomini, possono ancora dire di inaudito - o l'inconscio è desiderio che tenta di parlarsi e allora, in quanto analisti, siete tenuti ad ascoltare senza escludere. Senza riguardi per quello che, del vostro desiderio, può venir compromesso da questo ascoltare tutto. Senza riguardi per il rischio di morte, la vostra morte, che ne potrebbe derivare [...] Se l'inconscio fosse il risultato di censure, rimozioni, imposte in e da una certa storia, ma anche di un non ancora avvenuto, la riserva di un avvenire, allora i vostri rigetti, censure, disconoscimenti, ripiegherebbero il futuro sul passato. Voi ricondurreste continuamente il non ancora parlato o detto del linguaggio a ciò che un linguaggio avrebbe già paralizzato nel mutismo o tenuto nel silenzio. Voi sareste quindi - a vostra insaputa? - i prodotti e i difensori di un ordine esistente... con l'incarico di farlo sussistere come l'unico possibile [...].

Freud e i primi analisti non procedevano affatto così, almeno per un certo tempo [...] ma dal momento in cui la "scienza" psicoanalitica pretende di aver trovato la legge universale secondo cui funzionerebbe l'inconscio, a quella scienza così conclusa non si può riconoscere, come statuto, altro che l'appartenenza ad un'epoca del sapere già chiusa [...] Ma se la psicoanalisi non avesse luogo se non a condizione di mai sottomettersi ad una teoria, ad una scienza? Se la sua singolarità le venisse dal non poter mai concludere? ridursi ad un corpo già finito, ad un sapere già costituito, ad una legge già determinata? [...] Forse voi obiettate che si finirebbe così nel generico, nel qualunque? Sarebbe come confessare, da parte vostra, d'aver dimenticato che ogni corpo vivente, ogni inconscio, ogni economia psichica porta all'analisi il suo ordine. Basta intenderlo [...]

Chiedetevi se il reale non sia qualche "cosa" di molto rimosso-censurato-dimenticato del corpo. Ma il corpo, per voi, è sempre già macchinato dalla lingua. Una lingua. Il che significa che quello che voi volete universale è sessuato secondo le vostre necessità [...] e respingete ogni esterno o interno che resiste ad esso [...] riducendo la differenza sessuale a niente, con un gesto indefinitamente ripetitivo [...].

La madre, voi ricordate, è il primo oggetto di desiderio per la bambina come per il bambino, e di conseguenza ne concludete che "per la bambina tutto si svolge come per il bambino". Ma misconosce un fatto: che il desiderio per un corpo medesimo o diverso dal proprio, non è necessariamente identico! Sentire, gustare, toccare, cedere, ascoltare un corpo uguale o altro dal proprio non è senza effetti sul desiderio. Il sesso non è forse già inscritto, e in maniera non secondaria, nelle "qualità" di un corpo? Oppure il sesso stesso è un organo separato-astratto dal corpo in cui ha luogo? L'immaginario dal quale ascoltate e nel quale situate i vostri, le vostre analizzanti, sarebbe dunque incorporeo? [...] La psicoanalisi sarebbe una teoria e pratica di organi? Come la medicina? [...] Che concezione, che visione, che ascolto del corpo ha la psicoanalisi? Un corpo morto? Un puro meccanismo? Una macchina per produrre libido? Che cosa si trova già dimenticato, rigettato dal corpo, dalla materia corporea sessuata, quando tale dispositivo viene fatto funzionare?

E il vostro parlare molto del debito verso il padre e pochissimo, quasi niente, di quello verso la madre, non sta a significare che per voi il sangue, la vita, il corpo, non hanno alcun valore? Gli organi soltanto ne avrebbero [...] come corpi finiti, sembianza, "oggetto puro" che verrebbe ad occupare il "posto" di un rapporto rimosso con il corpo che da' la vita [...] Allora tentare di trovare-ritrovare un immaginario possibile per le donne attraverso il movimento del ri-toccarsi di due labbra non significa un ritorno regressivo all'anatomia ne' ad un concetto di "natura", non significa nemmeno un richiamo alla norma genitale - le donne hanno tante volte due labbra. Si tratta invece di riaprire il cerchio autologico e tautologico dei distemi rappresentativi e del loro discorso, affinchè le donne possano parlare il loro sesso [...] Le donne, in effetti, non sarebbe piuttosto alla madre, ad un'altra donna, che tentano di manifestare qualcosa? [...] Ma l'amore è il desiderio tra loro e in loro rimangono senza significanti articolabili nella lingua [...] Appena la bambina comincia a parlare già lei non si parla più. Già non si autoaffeziona piàù. Esiliata, separata dalla madre e dalle altre donne da questo parlare uomo [...] Questo esclusivo parlare uomo e tra uomini, non serve forse a garantire una stretta endogamia culturale? Ed un incesto in sembianza, indefinitamente perpetuato, tra padre e figlio, e tra fratelli? Non è questo incesto che converrebbe ora interpretare? Poichè se l'incesto madre-figlio minaccia, dicono, l'ordine culturale, l'incesto che sostiene questa cultura, tra padre e figlio, minaccia l'ordine del vivente...

Signori psicoanalisti, so bene che il vostro ascolto avrà già trovato qualche palliativo interpretativo a ciò che tento di dirvi [...] "desiderio di vendetta", di "rivincita" contro "mio padre" [...]. pulsione a "mostrarmi", a esibirmi davanti a voi [...] "odio" conseguente a qualche transfert male - o bene? - risolto? [...] Posso un po' tanto ridere? Perchè lo sapete che capite solo secondo il vostro codice, il vostro immaginario, i vostri fantasmi? [...] E prima di erigervi a giudici del desiderio che anima una donna, pensate che sarebbe tempo - per rivalutare l'etica della psicoanalisi - di porre mente a una nuova etica delle passioni. Idea per i vostri prossimi seminari? Ma fateli ancora più chiusi [...] Alcune rischierebbero di venirvi a disturbare con le loro "grida", "chiacchiere", "lamentele" o "rivendicazioni". E a loro, finchè non avrete interpretato le vostre passioni, anche tra voi, dal voler entrare e stare nella vostra cerchia non può venire che qualcosa di mortificante e mortifero".

Credo di non dover aggiungere più nulla, anzi no: Potrete trovare altri spunti utili nel libro "Donne in terapia" di Harriet Goldhor Lerner (Editrice Astrolabio) che approfondisce, tra le altre cose, come la sessualità femminile sia sempre stata analizzata e riproposta a partire da stereotipi tradizionali del ruolo sessuale, alle soluzioni patriarcali e ai punti di vista fallocentrici. Così reinterpreta le terapie fatte da professionisti uomini nel lavoro psicoterapeutico con le donne trovando nei criteri diagnostici vari errori di omissione e non ultimo un problema di relazione inficiato spesso dal desiderio di essere compiaciuto del terapeuta e dal desiderio di compiacere della donna in terapia.

Cioè: si può ricavare un ottimo apporto dalla psicologia senza rinunciarvi ma rimettendola in discussione e rintracciando in essa elementi sovversivi utili a farci persino ritrovare la sicurezza e quindi il diritto sociale a "galleggiare". Della serie: non consegniamoci comunque mai ai medici sospendendo il nostro giudizio critico. Il rapporto con la psicologia, con la psicoanalisi o la psichiatria non va inteso come atto di fede. Bisognerebbe rianalizzare e rimettere in discussione. Serve tenere sempre il cervello acceso. E chi si approfitta delle persone che ritengono o vengono convinte di aver bisogno di aiuto imponendo con deliri di onnipotenza vari le proprie ricette "miracolose", peggio di ogni imbonitore alla vanna marchi, e facendosi scudo di un titolo accademico fa davvero parecchio ribrezzo.

Che il contratto tra medico e paziente sia sottoposto a regole deontologiche riviste dai pazienti/consumatori. Che sia possibile porre una etica dei comportamenti altrimenti esclusivamente convalidata nei congressi tra specialisti del settore. Che si ritorni a prendere la parola su questo perchè dopo l'ondata di psichiatri "democratici" che si è inserita negli anni '70 per migliorare la conservatrice e reazionaria psichiatria (da lì Basaglia e altri), forse ci si è fermati alla logica del farmaco "buono". Passata l'epoca dell'elettroshock siamo arrivati a quella della dipendenza dalle multinazionali farmaceutiche. Magari occorre fare una riflessione che superi anche questa costrizione. Altrimenti siamo solo passati da una violenza ad un'altra. Niente di diverso. L'elettroshock o la lobotomia in pillole invece che con macchine oramai in disuso. Magari occorre continuare a pensare che in una struttura sociale in cui c'e' bisogno di patologizzare ogni disagio il problema non sta in chi vive il disagio ma nelle ragioni - pratiche - che lo procurano. Risolte quelle forse il disagio passa. O no?




domenica 30 dicembre 2007

che il nuovo anno cominci meglio...

Torino, Giuseppe Demasi non ce l'ha fatta, era l'unico sopravvissuto
alla strage del 6 dicembre. Era stato sottoposto a tre interventi chirurgici

Thyssen, la tragedia del rogo
morto anche il settimo operaio

Venerdì gli operai dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà
Domani sera alle vittime del lavoro sarà dedicata la tradizionale marcia della pace del Sermig




TORINO - E' morto Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell'incendio del 6 dicembre alla Thyssenkrupp di Torino. Il ragazzo era l'unico rimasto in vita dopo la tragedia. Nell'incendio era morto sul colpo Antonio Schiavone, poi nelle settimane successive si sono verificate le altre morti. Demasi era stato sottoposto a tre interventi chirurgici, ma nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate.

Proprio venerdì gli operaio dell'acciaieria avevano organizzato una fiaccolata di solidarietà per il loro compagno che stava lottando fra la vita e la morte e per ricordare le altre sei vittime: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò.

Tra i manifestanti c'erano anche i familiari dello stesso Giuseppe Demasi, il padre Calogero e la sorella Laura, oltre allo zio di Rosario Rodinò, Carlo Cascino, e il padre di Bruno Santino, Antonio. "Giuseppe Demasi si deve salvare per raccontarci quello che è successo, facciamo tutti il tifo per lui", aveva urlato Antonio Santino. Davanti al Cto i manifestanti avevano poi osservato un minuto di silenzio e applaudito a lungo in segno di incoraggiamento per Demasi. Ma il cuore del ragazzo non ha retto. E' morto oggi poco dopo le 13,30.

E sarà dedicata alle vittime del rogo nell'acciaieria della Thyssenkrupp, la marcia della pace del Sermig, che ogni anno da 40 anni la sera del 31 dicembre percorre le vie di Torino e si conclude nell'Arsenale della pace, dove l'associazione del volontariato cattolico tiene la cosiddetta "Cena del digiuno".

Le migliaia di giovani che partecipano alla manifestazione si ritroveranno davanti allo stabilimento di corso Regina Margherita, fermo dal 6 dicembre scorso quando sulla linea di produzione numero 5 le fiamme ustionarono a morte sette. "Scandiremo i nomi di decine di morti sul lavoro - spiega il fondatore del Sermig, Ernesto Olivero - per ricordare che una fabbrica, un cantiere o un ufficio devono essere un luogo di serenità, di promozione umana dove le persone trovano le sostanze per mantenere la propria famiglia e mandare i figli a scuola".

non dimentichiamoli...

Luigi Comencini (8-6-1916, non c'è più dal 6-4-2007)

Michelangelo Antonioni
(29-9-1912, non c'è più dal 30-7-2007)

Ingmar Bergman (14-7-1918, non c'è più dal 30-7-2007)

sabato 29 dicembre 2007

A Bergamo sgominata la «banda» della panda nera

I raid dei carabinieri anti-immigrati

In 21 ogni venerdì sera davano vita a pestaggi contro extracomunitari

tratto dal sito del corriere della sera

BERGAMO — La chiamavano la «caccia grossa» con la Panda nera. Carabinieri e vigili urbani usavano un’auto con una targa rubata e, secondo l’accusa, ogni venerdì sera davano vita a raid punitivi contro extracomunitari. Prima il briefing in caserma a Calcio, nella Bergamasca, poi via. Ma su quella Panda c’era una microspia. E ora le conversazioni concitate, i pestaggi degli stranieri, le urla durante perquisizioni «dure» a caccia di droga (che talvolta spariva con denaro e cellulari dei fermati) sono finite in un dossier della Procura. Il gruppo aveva scelto il venerdì probabilmente per poter apparire sui giornali della domenica. Perché il giorno dopo, ai cronisti, raccontavano di arresti e di «brillanti operazioni antidroga». Solo dopo sono emersi i metodi usati. Una «banda »—così la definiscono gli inquirenti — di 21 persone, (una dozzina i carabinieri) cinque delle quali accusate di associazione per delinquere. Qualcuno è ancora ai domiciliari, altri sono stati sospesi, altri ancora trasferiti. Eppure sono stati rimpianti dagli abitanti di Calcio: poco dopo gli arresti dello scorso luglio, sono comparse scritte del tipo: «Rivogliamo i nostri carabinieri», «Deidda sindaco» e via così. Ora, a sei mesi dagli arresti, arrivano le prime richieste di patteggiamento: un carabiniere di Calcio, Danilo D’Alessandro (1 anno e 8 mesi) e un vigile di Cortenuova, Andrea Merisio (3 anni). Molti hanno chiesto il rito abbreviato, compreso il maresciallo Massimo Deidda, «Herr kommandant», come lo soprannominavano gli altri della banda. «Il capo indiscusso » del gruppo, per i pm di Bergamo. Un tipo dai modi spicci, carismatico. E’ l’ex comandante della stazione di Calcio, che in questi giorni, fino alla fine del processo (prevista per il 14 febbraio) è stato autorizzato a tornare ai domiciliari proprio nella stazione che comandava.

Le violenze Per l’accusa era tutto studiato, a partire dalla Panda recuperata prima di essere demolita sui cui era stata piazzata una microspia. E dalle vittime: preferibilmente extracomunitari clandestini che difficilmente avrebbero trovato il coraggio di denunciare. Invece qualcuno lo ha fatto. Agivano armati, scrive nella sua ordinanza il giudice delle indagini preliminari Raffaella Mascarino, in «un clima di violenza, di esaltazione collettiva e di autocompiacimento», in un paese di neppure cinquemila anime, Calcio, (sindaco leghista), dove le parti si sono invertite: i carabinieri sono diventati delinquenti e i marocchini i loro accusatori. A una vittima viene rotto il naso. A un’altra il timpano. A un’altra ancora i denti. La voce di Deidda, con marcato accento sardo. «Tu sei troppo agitato, mo ti piazzo un cazzotto in testa. Da chi hai comprato? Ti porto in caserma e ti sfondo a mazzate ». Parla di un altro controllo: «Uno di Martinengo... poi si è messo a sputare i denti e l’ho mandato via... perché appena gli ho dato un destro, caz..., ha cominciato a sanguinare, ha sputato i denti». Quando un marocchino, per sfuggire a un inseguimento, si butta da un tetto quelli commentano: «Perché anziché finire nelle nostre mani preferiscono suicidarsi?».

Gli adepti La banda cercava anche nuovi adepti. La filosofia era questa: «Più siamo più danni facciamo », si spinge a dire Andrea Merisio, vigile di Cortemilia a un aspirante «picchiatore». L’8 giugno esordisce nel raid uno studente di 29 anni. Merisio e Deidda sono compiaciuti del nuovo acquisto: « Ci ha chiesto perché non lo abbiamo picchiato quello con la camicia bianca... La mentalità c’è». L’obiettivo della «caccia grossa » era spesso quello di aumentare le statistiche degli stupefacenti sequestrati. Per il capitano Massimo Pani, (che non ha partecipato ai raid), allora comandante della Compagnia di Treviglio, e nel frattempo promosso maggiore, i numeri erano una fissa. Tanto che Monacelli avrebbe mostrato a colleghi un sms di Pani, in cui lo invitava a sequestrare «almeno 25 chili di droga, in modo da poter battere il record del suo predecessore». Avrebbe fatto pressioni su due subordinati, minacciando di farli trasferire perché non testimoniassero contro Monacelli, sospettato di procurata evasione e cessione di droga. Ultimo guaio: avrebbe restituito un chilo di hashish a uno spacciatore che minacciava di raccontare certi metodi.

Il razzismo L’odio per gli extracomunitari emerge nelle conversazioni del gruppo. Mauro Martini, carabiniere di Calcio, al telefono con la fidanzata è esplicito: «’Sti marocchini, li ammazzerei tutti, non muoiono mai». Deidda non è da meno: «... Me ne sbatto i c. e ’sti marocchini di merda mi hanno veramente rotto i c.».

Cristina Marrone
29 dicembre 2007

“In un unico buio” primo romanzo di Marzio Bertotti meglio conosciuto come “Mungo v.r.” mitico chitarrista del Declino

Scusa laido ma divulgo...

Finalmente in libreria “In un unico buio” primo e atteso romanzo di Marzio Bertotti meglio conosciuto come “Mungo v.r.” mitico chitarrista del Declino .

Ringraziandolo profondamente per la concessione riportiamo qui di seguito parte del capitolo “don't crack under pressure” conservando stretta nel cuore la profonda emozione di quando, all'oscuro della inaspettata “citazione” mi trovai, ormai un paio di anni or sono, a leggere una delle prime stesure su dattiloscritto.

.right in sight. , commosso, ringrazia Mungo per aver trasferito su pagina l'intensità delle sue esibizioni live e gli augura un infinito imbocca al lupo per la sua carriera di scrittore.

A voi che leggete questa notizia .right in sight. consiglia di non mancare la lettura di “In un unico buio” alla quale vi introduciamo con questa breve chiacchierata con l'autore.

.xlx. intervista Marzio Bertotti

1. - Cosa ti resta, dal punto di vista dell'approccio alla vita, dell'esperienza Declino a quasi 20 dalla sua conclusione?

Intanto la capacità di circoscrivere un fatto, una lettura, un ascolto… al suo nocciolo senza farmi influenzare troppo dall'eventuale crosta di cui può essere rivestito. E' un percorso certamente riduttivo perché anche la complessità è importante e, spesso, necessaria, però nella valutazione più intima, solo la comprensione del nocciolo duro (l' hardcore …) conta.

In secondo luogo rimane l'attitudine a riciclare e riconvertire ogni stimolo, anche quelli potenzialmente negativi, in cose che, pur se sempre mie, sono condivisibili per chiunque. Quando suonavo con DECLINO molto spesso prendevo spunto, per i riff o per i testi, da idee e soluzioni sonore anche molto lontane dai “canoni” del punk HC propriamente detto. La sovversione totale di ogni legge e di ogni “canone” non implicava forse anche di quello punk?

2. - Come ti si è manifestata la vocazione alla scrittura?

Come tante cose della vita, l'inizio è stato abbastanza banale. Si era con mia moglie e un amico a bere e cazzeggiare. Io, come al solito, bevevo e parlavo e parlavo e bevevo… blah… blah… blah… siccome sono abbastanza prolisso (leggi spaccacazzo) i due mi hanno intimato di non rompere i coglioni e che se proprio avessi voluto continuare con le mie menate sarebbe stato meglio scriverci un libro… chissà che, magari, non ci avessi pure fatto qualche soldo… Un po' a mo di scommessa, un po' per risentimento, ho cominciato veramente a pensare ad una storia. Poi la cosa mi è piaciuta e l'ho cominciata a scrivere. In realtà molto del materiale che poi è finito nel romanzo faceva già parte delle chiacchiere di cui accennavo prima… però il plot , la trama, l'ho buttata giù strada facendo.

3. - E' stata difficile la ricerca di un editore interessato alla pubblicazione del tuo primo libro?

Nel mio caso, siccome si trattava di un noir , la ricerca di un possibile editore si riduceva in fondo a poche decine di indirizzi perché in Italia le case editrici che pubblicano noir sono veramente poche. Ho provato a mandare il dattiloscritto ad una quindicina di editori, tenendomi i restanti nomi per una seconda spedizione nel caso di rifiuto di tutti i primi. Devo dire che quasi tutti mi hanno risposto (i tempi sono stati di 6-8 mesi/un anno) e sebbene la loro opinione per la pubblicazione fosse negativa, bisogna riconoscere che le risposte furono abbastanza personalizzate con, anche, qualche valutazione più dettagliata dell'opera. Alla fine, circa un anno dopo la spedizione del malloppo, sono stato contattato dalle Edizioni Angolo Manzoni di Torino presso la quale oggi il libro vede finalmente la luce.

4. - Dopo la pubblicazione di questo tuo primo romanzo hai in programma nuove pubblicazioni, hai già scritto nuove cose?

Sfortunatamente non decido io il calendario delle mie pubblicazioni, ho però pronto un nuovo romanzo (tostissimo!) e diversi racconti. Al momento, poi, sto raccogliendo idee e materiale per altri due romanzi di cui a grandi linee esistono già lo schema, la trama e alcuni personaggi. Purtroppo il tempo è il vero tiranno. Lavorare su una pagina, dalla sua prima composizione alla sua versione definitiva, significa ore e ore passate sul testo. Lasciare decantare per qualche mese per poi eliminare il superfluo e ricominciare a “riscrivere” il tutto, significa avere un “parco” ore non sempre disponibile.

5. – Parlami del tuo metodo di lavoro, del tuo approccio alla pagina: tempo fa leggevo un'intervista a Nick Cave (per rimanere in ambito musicista-scrittore) nella quale egli affermava che il suo scrivere è frutto di regolari tempi impiegatizi… anche tu ti sottoponi ad una sorta di disciplina di tempi e metodi o segui maggiormente l'ispirazione?

Idealmente vorrei che fosse così. Mi piacerebbe avere a disposizione il tempo che il certosino, con dedizione e disciplina, aveva per lavorare sulle miniature o la “dimensione” spazio/orario del ragioniere implacabile sui conti. Siccome però non ho né il tempo del monaco né lo spazio lavorativo del ragioniere (e tanto meno i soldi di Nick Cave) devo accontentarmi di usare e sfruttare il solo tempo che riesco a ritagliarmi: impazzire per buttare giù qualche riga al volo, in posti provvisori e in situazioni bislacche. Dal tram alle pause sul posto di lavoro, dalla tazza del cesso a ogni piccolo spazio che mi si presenta. Uno dei momenti che preferisco per inventare storie e situazioni, invece, è la notte a letto prima di dormire. Nel buio e nel silenzio della stanza ragiono sulle trame e sui personaggi. Il guaio è che, purtroppo, il mattino dopo spesso non ricordo più nulla!

6. – A proposito di ispirazione: cosa ti stimola maggiormente, la realtà, la cronaca, la fantasia. Si nascondono tratti autobiografici nelle tue storie?

Direi, piuttosto… la pornografia. Ehi! Intendiamoci… non sto parlando di sesso! Quello che intendo, è che dei fatti, della realtà, della cronaca, l'aspetto che mi attrae è il suo lato più marcio. A costo di passare per ingenuo moralista, non mi occupo del lato “corretto” dei fatti, delle buone azioni (o cattive che siano) anche se poi magari ci sono nei miei racconti. Mi interessa piuttosto la dimensione corrotta che sta dietro ai fatti e azioni. La loro dimensione pornografica, appunto. Credo che solo nel peggio di ciascuno è possibile scorgere il lato più sincero e forse più umano di noi. Il resto è crosta, tanto ipocrita quanto fittizia. E' più onesto il dettaglio di una foto hardcore che mille biblioteche di romanzi d'amore.

Per quanto riguarda eventuali tratti autobiografici direi che la domanda è mal posta. Certo che tutto è autobiografico! Sia quando componi sublimi poesie sia quando caghi, stai sempre facendo qualcosa di autobiografico! Però, forse, ciò che volevi sapere era se le situazioni o gli avvenimenti dei miei racconti sono stati vissuti da me in prima persona o se corrispondano precisamente ad eventi realmente accaduti. Direi, allora, che sarebbe più opportuno parlare di contesti autobiografici. A volte sono state esperienze mie altre volte di gente che ho incontrato o frequentato. Nei racconti più recenti, invece, ho lavorato maggiormente sulla finzione. Finzione fino ad un certo punto, però. I fatti riportati sono stati ricostruiti e romanzati per esigenze della trama, ma sono, pur sempre, accaduti in cronaca.

7. – Il tuo scrivere è procedimento che determina la storia, modificandone il percorso o è codifica che traduce in parole una storia già completa e definita nella tua mente?

Avvengono entrambe le cose combinandosi assieme. Però sarebbe necessario premettere e sfatare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la falsa idea che si ha dello “scrivere”. Il lavoro maggiore non è la creazione di un testo. Il vero lavoro comincia dopo e consiste nella sua sistemazione in un continuo procedere, spesso schizofrenico, su e giù lungo la trama, scomponendo e ricomponendo le varie parti come fossero pezzi distinti tra loro che solo alla fine assumeranno forma conclusa e cronologicamente contestuale. C'è la trama, ci sono i capitoli e ci sono i personaggi. Ci sono i tempi e i luoghi della storia ma poi ci si muove da quello e si modella il tutto continuamente. Funziona un po' come si fa per il montaggio di un film. Scrivere un capitolo, o anche semplicemente una frase, comporta un grande lavoro di rifinitura e sintesi. In questa ottica, allora, non è così importante sapere prima se il testo cambierà o quanto cambierà man mano che lo si scrive. E' già nel suo stesso costruirsi e definirsi che la scrittura si “autoinfluenza”. Il punto decisivo è sapere che devi essere disponibile al cambiamento, disponibile a piegarti. E' come per il falegname intagliatore quando, di fronte ad una venatura del legno più dura, può scegliere: di eliminare il “difetto” oppure di valorizzarlo e renderlo parte di una nuova idea che nasce dentro al lavoro originario ma che, pure, lo renderà diverso. Certo, per uniformità della storia, devi rimanere fedele all'idea di fondo di cui volevi trattare, ma flessibilmente. Non si deve avere “paura” di cambiare. C'è da aggiungere, comunque, che non esiste “una storia finita” pensata completamente prima della scrittura. Esiste un'idea di massima, una storia, o più storie, da raccontare, qualche spezzone di immagini e qualche scampolo di dialoghi. Boh, il resto si “assembla” e si accorpa man mano. Un buon metodo è quello di fare una scaletta, un indice degli argomenti e dei temi trattati. Le descrizioni dei luoghi e dei personaggi, delle azioni e dei ragionamenti, dei dialoghi possono essere pensati e scritti, invece, separatamente. Nel mio caso, poi, mi piace inserire o usare fatti di cronaca vera e ricreare i contesti storici. Quindi, anche se parlo di qualcosa che penso di conoscere, devo sforzarmi di documentarmi ancora di più, andare a cercare altri dettagli e circostanze, provare a rendere il più credibile possibile l'ambientazione.

8. – Parlami del Mullah M: personaggio enigmatico dalle generalità sconosciute e firma di sanguinarie fustigazioni nonché di sagaci intuizioni con le quali mi pare tu sia in particolare sintonia.

Nessuno sa chi sia. Che faccia abbia o quanto vasta sia la sua cultura o ramificata la rete dei suoi adepti e ammiratori. Dovrebbe essere un italiano perché si esprime in italiano, ma anche su questo non ci sono risposte sicure.

Io l'ho scoperto per caso navigando sulla rete. Sono rimasto subito stregato dalla potenza delle sue parole, dall'acuta analisi e profondità del pensiero, dalla sua prosa e poesia così attenta e precisa eppure semplice. Il Mullah M.? Un genio! Tagliente come il bisturi del chirurgo e dirompente come il plastico del kamikaze. Il terrorista culturale che tutti vorremmo essere o almeno averlo come amico.

9. - Infine, senti mai il richiamo del primo amore? Dopo l'esperienza di “In disparte” con Indigesti non senti mai il desiderio di tornare a suonare in un gruppo?

Assolutamente, si! Quasi tutti i giorni! Purtroppo però ci sono impedimenti… intanto l'età… che non aiuta… (va bè che Lemmy ha 60 anni però…), di nuovo il tempo tiranno (considera che “ tengo famigghia …”), ma soprattutto… quale motivazione, urgenza o bisogno potrei mai accampare di fronte ad un pubblico con almeno 20 anni di meno, se non il mio diletto?

Dal romanzo “IN UN UNICO BUIO” di Marzio BERTOTTI –

EDIZIONI ANGOLO MANZONI, Torino 2005 Î . 12,00

“…Don't crack under pressure!”

Torino, la notte dopo, ore una e venti

Compatta e brutale la musica arriva fino al bancone del bar sovrastando ogni possibile dialogo. Nell'oscurità accentuata dal fumo riesco appena ad intravedere il tipo rasato, seminudo e coperto di tatuaggi che, sul palco, urla al microfono contorcendosi tra i fili e i monitor. Dietro, altri tre o quattro ragazzi suonano saltando in continuazione. Il caldo e la mancanza d'aria sono esasperanti. Il volume supera la soglia fisica del dolore, violentando le viscere e i timpani. Intorno la gente continua a bere bottiglie di birra e a farsi canne. Qualcuno discute animatamente, altri si aggirano, insieme ai loro cani pulciosi, per il bar e la piccola biblioteca militante. Le pareti della casa occupata sono coperte di scritte, graffiti e disegni di tubi metallici che si intersecano e si connettono tra loro, animali spaventosi e giganteschi, scritte dai colori fosforescenti. Sulle colonne e sulle porte disegni di ossa, tibie, femori, mascelle sdentate, vermi e lucertole si contorcono nelle orbite vuote dei teschi.

Dal soffitto, fissate con catene, penzolano marmitte sfondate, tubi idraulici flessibili, mascherine di plastica e reti mimetiche. Le uniche luci, sul bancone del bar, rischiarano appena le facce di chi sta servendo da bere. Seduti su una transenna, un gruppo di ragazzi mostra i rispettivi tatuaggi e piercing. Uno spettacolo già visto, altrove, lontano. Nel tempo...

Prendo una birra. L'appuntamento con Top Cat è qui, dopo le due. Sono in anticipo comunque e, poi, non c'è nemmeno da esserne troppo sicuri che arrivi. Rassegnato vado verso il corridoio che porta al piano di sopra. Mobili scassati e pitturati si mescolano a rifiuti e bottiglie vuote. Sulle scale qualcuno sta vomitando. Rinuncio alla ricerca di un angolo più tranquillo.

Finalmente, alla terza birra, entra Top Cat con un altro tipo. Mi vede, mi fa cenno che verrà da me.

Ne approfitto per dare un'occhiata al concerto. Il gruppo è scatenato come non mai. Un bel concerto. Sotto il palco slamming furioso e violento. Gente che si arrampica l'una sull'altra come naufraghi alla ricerca di un rottame in un mare in tempesta. Saliti sul palco si tuffano, a volo d'angelo, su quelli rimasti sotto.

“…In my heart the flame is burning… Don't crack under pressure!”

- urla il cantante mentre frusta le schiene di quelli vicini al palco con il cavo del microfono. Sono tutti prossimi al delirio.

“Ti piacciono?” - la voce di Top Cat, leggermente in falsetto, mi raggiunge alle spalle.

“Beh, tosti lo sono… anche i pezzi mi sembrano buoni”

“Anche a me piacciono” - replica Top Cat - “senti che roba la cassa! Peccato… non ho più l'età per buttarmi là in mezzo”.

“A chi lo dici!”

Bertotti Marzio

Marzio Bertotti è nato a Torino nel 1960 ed è cresciuto nel quartiere popolare di Barriera di Milano (“principale attore non protagonista” del romanzo "In un unico buio") dove abita tuttora. Impegnato politicamente nei circoli del proletariato giovanile, tra il 1979 e il 1987 ha vissuto all'estero (Londra, Amsterdam, San Francisco...) Nel 1984 è il chitarrista del gruppo H.C. Punk “DECLINO. Rientrato in Italia nel 1988, si laurea in Storia, viene assunto in una grande azienda, e svolge una serie di inchieste giornalistiche in Africa (Mali, Senegal, Tunisia e Kenya), collaborando con una rivista tecnica. Successivamente, gestisce una scuola di lingue e informatica e tiene corsi di arti marziali cinesi. Oggi lavora come consulente per una agenzia di cooperazione internazionale, seguendo progetti di cooperazione con paesi in via di sviluppo.

Marzio Bertotti - In un unico buio

Il riscatto della memoria attraverso il delitto

Una serie di omicidi, dissimulati da incidenti, decima il gruppo dirigente di un'azienda del Torinese già al centro di inchieste per presunte infiltrazioni mafiose. Le battaglie di un anziano ribelle piemontese si intrecciano e confondono con i luoghi e le mappe della “sovversione sociale“ giovanile di tutta l'Europa. Un magistrato integerrimo, ma isolato, cerca il successo giudiziario, a costo di venire a patti con la propria coscienza. Sullo sfondo di un quartiere di Torino teatro di lotte feroci e altrettanto feroci repressioni, raccontato attraverso epoche diverse e fatti storici rimossi e misconosciuti, un personaggio misterioso e spietato cerca di cancellare ogni traccia del suo passato per potersi rifare un'altra vita altrove. Ritrova invece la sua identità e l'ambiente abbandonato anni prima. Azione, suspense, storia e tecnologia si fondono in questo noir dalle forti implicazioni emotive, che è anche la storia di un conflitto, la ricerca di un riscatto interiore e di un anelito di riscossa.

“LA STAMPA” - TORINO, 4 FEBBRAIO 2006.
RITROVATO IL CORPO DELL'INGEGNER SEVERI. ALLA VIGILIA DELLE OLIMPIADI INVERNALI, UN'OMBRA INQUIETANTE APPANNA NUOVAMENTE L'IMMAGINE DI CITTÀ VIVIBILE CHE TORINO AVEVA FATICOSAMENTE RITROVATO DOPO ANNI DI DECLINO. L'INGEGNER SEVERI, AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA S.I.R.F., SCOMPARSO DA QUATTRO GIORNI, È STATO RITROVATO IN UN FOSSO NUDO E INCAPRETTATO CON UNA MAZZETTA DI SOLDI IN BOCCA…


http://www.angolo-manzoni.it/

contro l'atomica

Per non scordare cosa provoca il nucleare vedi il documentario Le gru di Sadako