
duello alla officina H
I've got the spirit but I lose the feeling
| Uno dei siti dove venivano seppelliti i rifiuti pericolosi |
| Arresti all’Asa e fiumi in piena: una giornata concitata A cura di Federico Bona |
| E a guardare la città dall’alto, in compagnia di una sigaretta, ieri sera sembrava impossibile che si stese concludendo una delle giornate più concitate della storia recente del nostro Canavese. Una giornata iniziata leggendo sui giornali del dramma che si era consumato il giorno prima sulle acque della Dora, con il recupero di un cadavere che per ore aveva tenuto la città con il fiato sospeso. La Dora: si appresta a essere protagonista di un evento di portata internazionale, i Mondiali di Canoa che prenderanno il via fra qualche giorno, ma che intanto preoccupa tutti, gonfiando le sue acque con impeto, riportano alla memoria i giorni dell’alluvione di pochi anni fa. E mentre la gente si affolla sui ponti, rapita dallo spettacolo, maestoso e terrificante, della potenza delle acque, la stessa acqua, lentamente, da qualche altra parte supera i livelli di guardia, tracima dagli argini. Ed è emergenza. Ma non sono state solo le divise della Protezione civile e i lampeggianti dei loro mezzi a invadere le strade. Fin dal primo mattino le ”Gazzelle” dei Carabinieri erano parcheggiate davanti agli uffici dell’Asa di Castellamonte. Un blitz in piena regola, di quelli che siamo abituati a vedere nelle scene dei telegiornali, ma che per una volta si è svolto nella nostra terra. Carabinieri e manette, conferenza stampa e mandati di arresto. Una brutta vicenda, legata allo smaltimento dei rifiuti, perché qualche volta anche la geografia si ribella alle regole e ieri mattina Napoli era in Canavese. La Procura ha messo il naso in quella che fino a ieri era l’azienda modello, che si occupava di rifiuti e di riscaldamento, ma anche di solidarietà e di beneficenza. Sono finiti in manette quei personaggi che eravamo abituati a fotografare nelle scuole, alle inaugurazioni e alle feste. Le indagini sono state come un bastone conficcato in un formicaio… scavi un po’, sembra non succeda nulla, poi esce di tutto. Passano poche auto, nelle strade, passa anche un furgone col rimorchio pieno di canoe. Atleti che oggi non si sono allenati e che si chiedono se fra una settimana potranno gareggiare. Anche la pioggia, almeno per un po’, ha smesso di cadere, mentre si conclude questa giornata di comunicati e telefonate, di flash e di redazioni impazzite, di voci e smentite, di verità scomode e previsioni preoccupanti. E nel tempo di una sigaretta, prendono forma i pensieri. La spegni ed è ora di mettersi alla tastiera, per raccontare una giornata che sta finendo, della quale avremmo volentieri fatto a meno. |
Uno dei dibattiti principali di questo secolo riguarderà la ricerca di una nostra identità collettiva. L'obiettivo è capire chi siamo: cosa significa essere umani? Esistono vari tipi di umani? E cos'è esattamente un umano? Ogni giorno la scienza scopre qualcosa di nuovo che mette in dubbio la nostra identità: terapie a base di cellule staminali, sequenze genetiche, intelligenze artificiali, robot autonomi, nuovi doni animali, transpecie ibride, impianti neurali, droghe che potenziano la memoria, protesi artificiali e reti sociali. Ognuno di questi elementi rende più vago il confine tra le persone: in Second life o nelle chat su internet possiamo scegliere il nostro genere, la nostra genetica e perfino la nostra specie. Con la tecnologia possiamo modificare radicalmente il nostro corpo.
Al tempo stesso ci troviamo di fronte a delle iper-realtà: simulazioni così complesse da sembrare reali; falsi talmente perfetti da essere venduti come oggetti straordinari e così seducenti da stimolare la creazione di altri falsi (ci sarà pur qualcosa da contraffare in un falso!). E inoltre immagini ritoccate con Photoshop così surreali da dar vita a un nuovo tipo di realismo, materiali sintetici più stimolanti di quelli naturali e riproduzioni migliori degli originali.
In fondo a chi importa cos'è vero e cos'è finto? Queste iper-realtà ci mettono di fronte a una serie di domande: un attacco virtuale è un vero attacco? Quanto della nostra vita reale è pura attività mentale o solo un'allucinazione collettiva? Dove finisce lo spazio della nostra mente e comincia l'esterno? E se tutto quello che percepiamo al di fuori di noi non fosse altro che la nostra stessa mente? Più comunichiamo attraverso la tecnologia e più diventa importante domandarsi cos'è reale.
Mi hanno sempre affascinato le storie al limite della follia dello scrittore Philip K. Dick. I suoi libri trattano gli stessi argomenti che la nostra cultura affronterà per i prossimi cent'anni. In mi discorso strano e affascinante del 1978, Dick raccontava: "In particolare mi interessano due domande: cos'è la realtà? E cosa ci rende umani? Ho cercato di analizzare questi temi per ventisette anni, attraverso i miei racconti e romanzi. Cosa siamo? Cos'è che ci circonda, ciò che chiamiamo il non-io o mondo empirico, fenomenico?". Queste domande si stanno spostando progressivamente dai confini della fantascienza al centro della nostra cultura. Il problema dell'identità diventerà la notizia di apertura di Usa Today e della Cnn e la corte suprema dovrà esprimersi a riguardo. Discuteremo di questi argomenti a cena con i nostri amici.
Tra pochi decenni, quando la realtà immaginata da Dick sarà qualcosa di concreto, il suo dilemma diventerà il nostro: avremo a che fare con intelligenze artificiali più avanzate, bambini geneticamente modificati diventati adulti, menti potenziate da sostanze artificiali, realtà virtuali ormai consuete e coscienze collettive costantemente attive. Immaginate Matrix, ma sul tg delle undici. Senatori, uomini d'affari e repubblicani convinti diranno: "Ehi, e se la realtà appartenesse davvero a un altro livello? Se essere un umano fosse solo una scelta?". Avremo grandi incertezze sull'identità della nostra specie e sulla natura di quello che consideriamo reale. Questa profonda ansietà darà vita a molti culti bizzarri, e nasceranno psicosi e guerre: la lotta all'aborto e alla schiavitù sono solo due esempi di gravi
conflitti generati dall'incertezza nella definizione di ciò che è umano. Ci troveremo tutti di fronte a una serie di dubbi irrisolti.
Un robot può essere un figlio di Dio? La schiavitù delle macchine intelligenti è accettabile? Dovremmo estendere il senso di appartenenza, oltre agli animali e agli esseri viventi, anche alle cose artificiali? Se qualcosa provoca dolore, è davvero reale?
Sono domande a cui è difficile dare una risposta e che ci paralizzano con il loro peso insopportabile. Immaginate il nostro mondo nelle mani delle ossessioni di Dick: una specie intera afflitta da una crisi di identità. Non manca molto.
L'immigrazione clandestina sarà reato e verrà istituita la banca dati del Dna. I clandestini potranno essere trattenuti nei Cpt fino a diciotto mesi. Verranno inoltre confiscati gli appartamenti fittati a clandestini "quando sia accertato lo scopo di lucro". Alla fine il Paese Semplice è arrivato.
Anzi, meglio, il Paese Semplificato. Chi si auspicava questo esito ha il diritto di festeggiare. Non importa quale schieramento si sia sostenuto, e infatti sono in tanti a rallegrarsi per la fine delle contrapposizioni frontali: si saluta una nuova stagione, non avrà più spazio la "demonizzazione" dell'avversario politico.
Con ritrovata serenità si marcia sui campi nomadi, semplici molotov vengono tirate in svariate regioni da nord a sud. Si annunciano sereni e pacati pogrom. La fiammella accesa mesi addietro con l'appello "Il Triangolo Nero" non poteva che essere profetica, e non consola il constatarlo né l'avere intuito che etc.
Cazzotti sciolti, calcioni in libertà, rilassati pestaggi nazisti lasciano morto un ragazzo per strada a Verona. Codino di merda, chi cazzo sei? Ti ammazzo.
Semplici adolescenti dell'estremo sud si rompono i coglioni di una loro amichetta? Ti cancello e ti butto in un pozzo.
Semplificare.
L'immondizia di Napoli deve scomparire. In che modo? Per finire dove? Non è il caso di complicare le cose, per favore badiamo al sodo. E i clandestini? Sono un problema e vanno eliminati.
Si apre una nuova stagione. Stagione lunga, che ha davanti a sé il tempo di lustri e generazioni. La contingenza non può più essere la priorità.
L'emergenza è finita.
La zona dove abito verrà presto chiusa alle auto.
Un mese fa su vetrine, muri e parabrezza del quartiere sono comparsi i cartelli, "No alla pedonalizzazione".
L'altra sera il comitato del No ha convocato un’assemblea per decidere che fare.
Ci sono andato. Ho alzato la mano e ho spiegato che a me la zona pedonale piace, anche se ho due bimbi piccoli e spesso girare in auto mi diventa necessario.
Mi hanno ascoltato per un minuto, incapaci di capire se fossi lì per sfotterli oppure per sbaglio. Poi un signore garbato mi ha interrotto e mi ha spiegato che quella non era una riunione per confrontarsi, ma per decidere come contestare il provvedimento.
Allora mi sono scusato e ho chiesto se la riunione di confronto l'avessero già fatta o messa in programma, perché ci tenevo davvero a spiegare le mie ragioni.
Mi ha risposto una signora, scandendo le parole come si fa con gli stranieri.
- Noi siamo già contrari. A che ci serve parlarne ancora?
Prima Regola: eliminare il dubbio. Il Paese Semplice è un paese a priori.
Uscito dalla riunione, sulla strada di casa, passo davanti ai tavolini di un bar e inciampo in una frase, buttata in mezzo al portico da una ragazza giovane, segni particolari nessuno.
- Certo, - dice con il tono di chi fa una concessione - però gli zingari sono zingari.
Seconda Regola: ridurre il mondo a verità necessarie. X è sempre uguale a X. Il Paese Semplice ammette solo identità.
Ascolto spesso i discorsi del prossimo. In treno, se non ho un paio di cuffie da infilarmi nelle orecchie, sono incapace di leggere, troppo attento a quel che dicono i vicini. A volte mi faccio contagiare anch'io dalla voglia di semplicità. Immagino di essere un agente segreto, assoldato per schedare i responsabili di determinate frasi in stile Borghezio. A seconda del sogno, le persone che segnalo vengono poi deportate in Libia oppure private del diritto di voto. Lo so che non va bene, e infatti mi sveglio, mi schiaffeggio e poi rido della contraddizione: deportare i razzisti o convincerli con la forza.
Il problema è che altri fanno sogni peggiori e non si svegliano affatto.
Ti ammazzano di botte perché hai il codino e non offri una sigaretta.
Ti buttano in un pozzo perché forse sei incinta e gli incasini la vita.
Ti bruciano la casa perché sei rom, o romeno, insomma, quella roba lì.
Tutto pur di restare in pace, al sicuro, lontano dal conflitto.
Una ragazza mi supera a passo veloce. Discute con un amico, forse il fidanzato.
- Che poi i dati delle questure parlano chiaro: non risulta che un bambino sia mai stato rapito dagli zingari. E' una leggenda metropolitana.
Mi metto a correre, la raggiungo, le stringo la mano e prima che il tipo mi metta le mani addosso, sono più o meno in ginocchio che la ringrazio e le chiedo se per caso non ha voglia di andare a parlare con un'altra ragazza, seduta al bar pochi metri più indietro.
Poi arrivo a casa e c’è la tivù accesa sul programma di Santoro.
Castelli, Lega Nord, messo alle strette sulla questione clandestini, si agita.
- La gente ci ha votato per questo - taglia corto - e noi andremo avanti.
Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.
A seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per dimostrare che anche i bonari comunisti d'antan non ne possono più degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l'aria dell'illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l'uomo che la pronuncia è appena uscito da una fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino significa "senza lavoro" e non è disposto a modificarla nemmeno davanti ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti, ma l'uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo oscuro per poterli descrivere.
Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.
Ci sono leggi che si scrivono per sancire l'illegalità, l'arbitrio, l'assenza di diritto.
L'attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un contratto è inevitabile... venire in Italia. Ovvero entrare clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale spedirà una formale richiesta di assunzione all'ambasciata italiana nel paese d'origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore (in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente in Italia, presentarsi all'ambasciata italiana per ottenere i documenti e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l'iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci, vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna, sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche l'impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento internazionale.
Ci sono leggi "contro la clandestinità" che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una logica ferrea. Quella dell'esclusione per poter includere al minor costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa logica che porta a gridare "padroni a casa nostra" mentre si appoggiano operazioni di guerra in casa d'altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che l'Italia sta marcendo al passo dell'oca (no, non è un refuso, marciare è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in Spagna non si respira l'aria pesante che asfissia il Paese Semplice, togliendoci l'ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico, dell'odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non di cittadini italiani o stranieri, ma di un'etnia. E' un bel salto di qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno disposto a discuterne... pacatamente, serenamente.
Una banale notte di follia e terrore
Alle 10 un gruppo prende una decisione: ce ne andiamo con le nostre Apecar. Sembrano profughi che scappano da un luogo di guerra, invece siamo nella terza città d'Italia, Napoli comune d'Europa. Rimangono in 50, la metà sono bambini. Gli adulti si parlano in zigano, forse bestemmiano i loro aggressori, avrebbero ragione, ma un'anziana donna non ce la fa scoppia a piangere: «Chiedo mio figlio dove andiamo». Il tempo passa, l'attesa è snervante per tutti. Poi finalmente arriva il pulmino del comune. I volti si rasserenano: «andiamo via», ci dicono. Ma l'autista è nervoso: «Facciamo presto, mi hanno detto di portarli alla stazione». «Dove?» urlano i volontari, nel piccolo bus, tra l'altro, c'è posto solo per la metà dei rom. Una follia. Parte il tam tam, comune, prefettura, associazioni: bisogna trovare un ricovero per la notte non scaricarli in un posto qualsiasi. L'impiegato comunale non ha tempo e ha anche paura, gira i tacchi e se ne va. La disperazione prende piede, le macchine di quelli pronti ad appiccare il fuoco sono sempre lì. Polizia e carabinieri prendono l'iniziativa: «Ve ne dovete andare, qui non potete aspettare», spiegano ai finestrini. Passano due ore poi finalmente arrivano due bus dell'Anm, con il presidente pronto per i suoi cinque minuti di gloria da salvatore: «Mi fate una foto?», chiede ai reporter. Si sale, destinazione Istituto Figli di Maria, un percorso di pochi chilometri, verso San Giovanni a Teduccio, zona villa vecchia. Gli autisti spengono i fari e le luci dei bus per non essere riconosciuti e assaltati, tra i passeggeri cala il silenzio, si sentono solo i bimbi lamentarsi. Dieci minuti che durano un'eternità.
|
|