sabato 19 luglio 2008

i miracoli dell'unto










ma non è proprio
così...

venerdì 18 luglio 2008

nico, la musa dark dei v.u., non c'è più da ventanni


«C'è posto qui per due creature infelici?». Federico Fellini ha sempre avuto l'occhio lungo per le bionde. Quando vide arrivare, in visita nel 1959 sul set de «La Dolce Vita», quella Christa Päffgen che tutti chiamavano Nico, ne restò affascinato e la volle nel suo film. Ventunenne originaria di Colonia, era già comparsa ne «La Tempesta» di Alberto Lattuada e in «For The First Time» di Rudolph Maté. Non proprio quel che si dice interpretazioni memorabili. Fellini però ne fece un simbolo, riuscendo a evidenziarne il lato decadente e crepuscolare prima ancora che, intrapresa la carriera musicale, diventasse la sacerdotessa indiscussa del lato oscuro del rock. A caccia di un passaggio insieme all'amico Marcello (Mastroianni), «C'è posto qui per due creature infelici?», butta lì «Nicolina» in un celebre episodio del film-capolavoro.

Modella, attrice e musicista, Nico è morta a Ibiza vent'anni fa, il 18 luglio 1988, in seguito a una banale caduta in bicicletta. Emorragia celebrale, dicono i referti medici. Tutto ci si poteva aspettare, da una con almeno 15 anni di eroina alle spalle, meno una fine così ordinaria. Per giunta nella stessa isola delle Baleari dove, in un certo senso, era nata la sua leggenda, allorché il fotografo Herbert Tobias l'aveva ribattezza Nico, lei appena 15 enne, in onore del di lui ex compagno e regista Nico Papatakis.

Fu Bob Dylan a presentarla al guru della pop art Andy Warhol. Il quale, dopo averla voluta in alcuni corti realizzati insieme al regista Paul Morrissey, praticamente la impose come cantante ai suoi protetti Velvet Underground. Il primo album della band capitanata dal cantante e chitarrista Lou Reed e dal polistrumentista John Cale, quel «The «Velvet Underground & Nico» con la banana in copertina, vede la voce cavernosa di Nico riempire gli spazi vuoti di «Sunday Morning» e cimentarsi da solista in altri tre classici: «All tomorrow's parties», «I'll be your mirror» e «Femme fatale».

Non è chiaro come mai quella collaborazione durò solo il tempo di un album. «Volevano sbarazzarsi di me perché ricevevo più attenzioni di loro da parte della stampa», ebbe a dire Nico qualche anno dopo. Forse però la ragione principale risiede in quel triangolo amoroso, con invitabile contorno di gelosie, che la vide legarsi prima a Reed e poi a Cale (com'è che fa «Femme fatale»? She's going to break your heart in two…). Nico non era estranea a questo tipo di situazioni. Improntato a un rigoroso turnover, il suo curriculum amoroso era degno di una groupie, includendo stelle del cinema come Alain Delon (da cui ebbe un figlio nel 1962) e leggende del rock come Brian Jones, Jim Morrison, Tim Buckley e Iggy Pop.

Tracce di Reed e, soprattutto, di Cale in veste di produttori, compositori e musicisti si trovano comunque disseminate lungo tutta la carriera solista di Nico. A cominciare dall'lp «The Marble Index» (1968), che segue il timido debutto «Chelsea Girl» (1967), passando per «Desertshore» del 1970 e «The end» del 1974, dove si cimenta in un'oscura cover dell'omonimo pezzo dei Doors. Atmosfere notturne, tessiture vocali cantilenanti e sentimentalismi decadenti intarsiati con l'harmonium che le aveva regalato Cale: gli ingredienti del dark sono tutti qui. «Sono venuta per morire con voi», ha esordito una volta davanti al suo pubblico. Poco importa se i successivi «Drama of exile» e «Camera obscura» non saranno all' altezza del mito. La leggenda gotica era nata e non basta certo una sciocchezza come la morte per cancellarla.

cara democrazia...

"Al G8 la polizia peggio di chi lanciava molotov"
I pm: minacciata la democrazia.
Chiesti 112 anni. La requisitoria:
«Il massacro studiato per coprire
le incompetenze dei giorni prima»
PAOLO COLONNELLO
INVIATO A GENOVA
Il senso di tutto ciò che accadde nella notte del 22 luglio del 2001 nei locali insanguinati della scuola Diaz si racchiude in una frase che il pubblico ministero del processo Enrico Zucca pronuncia al termine della sua requisitoria prima di presentare il conto salato degli anni di reclusione, 112 in tutto: «I fatti che abbiamo illustrato sono così gravi perché minacciano la democrazia più delle molotov lanciate». E i fatti sono quelli che vennero definiti «una macelleria messicana».

Per parlare dei vertici della polizia che sette anni fa guidarono e organizzarono «il massacro» di 93 giovani no global, lo stesso pm ricorre a un’immagine ancora più forte, quella dei tribunali internazionali per i crimini di guerra: «Uno dei criteri usato dalle corti internazionali per stabilire le responsabilità dei generali è la loro posizione sul campo di battaglia». E quella notte le telecamere di tv e operatori privati fissarono senza ombra di dubbio le posizioni dei «generali in campo». Alle 23,59 un filmato mostra il più alto in grado, il dottor Francesco Gratteri, attuale capo del dipartimento anticrimine, mentre «vestito di blu, casco e manganello in mano, distribuisce ordini un minuto prima dell’irruzione nella scuola».

Poi riprendono Giovanni Luperi, il vice del prefetto La Barbera all’Ucigos, attuale capo dell’ex Sisde, mentre traffica con «i reperti» che verranno mostrati alla stampa. Poi si vede l’allora capo della Digos Spartaco Mortola. Quindi il comandante Vincenzo Canterini e poi Michelangelo Fournier, ed ecco Caldarozzi, il vicequestore Pietro Troiani, il finto ferito Massimo Nocera. Ci sono tutti i funzionari che contano nella notte «cilena» di Genova, mentre decine di giovani venivano pestati a sangue e tre di loro venivano ridotti in fin di vita dalla violenza bestiale degli agenti. E tutti si adoperano «per aggiustare» le cose, nell’ambito di un’azione preordinata e studiata a tavolino per coprire «le incompetenze» delle forze dell’ordine emerse durante le manifestazioni dei giorni precedenti. E’ questa la storia agghiacciante che raccontano i pubblici ministeri prima di chiedere pene che vanno dai tre mesi ai cinque anni di reclusione, con una sola assoluzione per i 29 imputati. Il G8 ormai era terminato, c’era stato un morto, Carlo Giuliani, i black block avevano devastato e saccheggiato la città senza che nessuno fosse riuscito a fermarli, cortei pacifici erano stati attaccati trasformandosi in guerriglia. Una debacle che d’innanzi al nuovo governo appena insediatosi (il Berlusconi secondo) andava riscattata con un’azione clamorosa, con l’arresto di qualcuno.

Vennero scelti i giovani che si erano accampati nei saloni della scuola Diaz: quasi tutti stranieri, sarebbero stati i «black block» ideali da mostrare alle telecamere. E’ per questo, dice il pm, «che venne manipolato un corpo di reato importante» come le due false bottiglie molotov, che venne inventata una «finta sassaiola ai danni di una fantomatica pattuglia di polizia», che vennero operati «arresti completamente illegali». «Quella notte - chiosa il pm - vi fu la sospensione della legge». E forse anche qualcosa di più. Ma il magistrato conosce i limiti di un processo come questo, svolto a distanza di sette anni dai fatti e in procinto di essere quasi interamente prescritto e comunque indultato. E conosce i suoi imputati, la loro immagine pubblica di funzionari pluridecorati, fondamentali per la lotta al crimine organizzato. «Vorrei ricordare al tribunale che non è stato facile arrivare a questo punto. Non è stato facile al pubblico ministero indagare...». Quando alle due e mezzo del pomeriggio il pm arriva alla conclusione della sua lunghissima requisitoria, nell’aula bunker del palazzo di giustizia di Genova cala finalmente un silenzio assoluto. Quell’impercettibile sospensione nelle parole dell’accusa, vibra nell’aria fino a raggiungere i cinque ragazzi «superstiti» della Diaz che siedono tra il pubblico stringendosi l’uno all’altro.

E adesso aspettano che l’accusa faccia il suo dovere, che tiri le conclusioni di un processo che li ha visti soffrire. «La notte della Diaz - riprende il pm - la legge fu sospesa e ci fu un comportamento deviante e criminoso della polizia. C’è stata la pericolosa dimostrazione di una violazione delle norme considerate d’impaccio per un’azione efficente di ordine pubblico». Ma il compito dell’accusa non è la vendetta. Così il dottor Zucca riconosce l’equivalenza delle attenuanti (per la personalità degli imputati) con le aggravanti e tira le sue somme. Chiede che per Gratteri e Luperi, accusati di falso ideologico, calunnia e arresto illegale, il tribunale condanni a 4 anni e 6 mesi di reclusione più una sospensione dalle funzioni per la durata della pena; 4 anni e 6 mesi anche per Vincenzo Canterini, il comandante del Settimo reparto Mobile di Roma; 3 anni e sei mesi per Michelangelo Fournier; 4 anni per l’agente Nocera; 5 anni per Troiani, la pena più alta, il funzionario che portò le due molotov false. Fuori dall’aula i cinque ragazzi della Diaz si salutano, si abbracciano. Valeria, che oggi ha 33 anni, dice che «non so valutare se le richieste siano state giuste o sbgliate. Di quella notte non vorrei sentir parlare mai più». A settembre toccherà alle difese.

il delirio...

Nei primi giorni di assenza si applica la decurtazione della retribuzione

Brunetta dichiara guerra ai falsi malati

Circolare del ministero alle pubbliche amministrazioni: «Visita fiscale anche per un solo giorno di malattia»

Renato Brunetta (Ap)
Renato Brunetta (Ap)
ROMA - Giro di vite per limitare le assenze ingiustificate dei dipendenti pubblici. D'ora in poi la visita del medico fiscale «è sempre obbligatoria anche nelle ipotesi di prognosi di un solo giorno». Lo stabilisce una circolare firmata dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, indirizzata a tutte le pubbliche amministrazioni (i punti del documento).

«AGEVOLARE I CONTROLLI» - Nel testo si chiarisce che la richiesta di visita fiscale «è sempre obbligatoria, salvo particolari impedimenti del servizio del personale derivanti da un eccezionale carico di lavoro o urgenze della giornata». Il medico potrà poi presentarsi per il controllo con meno limitazioni di orario. Si ampliano le ore in cui potrà essere effettuata la visita, «al fine di agevolare i controlli». Oltre alla burocrazia, la 'stretta' si occupa anche del portafoglio dei dipendenti. Ad ogni malattia, nei primi giorni di assenza e indipendentemente dalla durata, si applica la decurtazione della retribuzione, anche se non su tutte le voci dello stipendio. Potrà essere tagliata «ogni indennità o emolumento, aventi carattere fisso e continuativo» e «ogni altro trattamento economico accessorio»: indennità accessione che possono essere quantificate attorno al 25-30% della retribuzione, sottolinea il ministero. Non saranno toccati il trattamento economico tabellare iniziale, la tredicesima, l'anzianità e gli eventuali assegni ad personam.

COMPENSI DI PRODUTTIVITÀ - Le assenze per malattia superiori a 10 giorni e, a prescindere dalla durata, alla terza assenza ogni anno, devono essere giustificate con un certificato medico rilasciato da struttura sanitaria pubblica o dai medici convenzionati. La circolare fornisce inoltre indicazioni alle amministrazioni sull'incidenza delle assenze dal servizio ai fini della distribuzione dei fondi per la contrattazione collettiva, ribadendo i principi in materia di premialità e chiarendo che comunque nessun automatismo è consentito nella distribuzione delle somme. In particolare, i compensi di produttività potranno essere percepiti «solo in misura corrispondente alle attività effettivamente svolte e ai risultati conseguiti» e nell'erogazione dei compensi incentivanti «deve essere esclusa ogni forma di automatica determinazione del compenso o di 'erogazione a pioggia'». In pratica, se si fanno assenze non si ha diritto ai premi economici dovuti alla produttività. Inoltre i contratti collettivi dovranno quantificare i permessi retribuiti stabilendo sempre un monte ore massimo, al fine di «impedire distorsioni nell'applicazione delle clausole, evitando che i permessi siano chiesti e fruiti sempre nelle giornate in cui il dipendente dovrebbe recuperare l'orario».

«NORMA INIQUA» - Il capogruppo del Pd della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, ha immediatamente criticato la circolare di Brunetta che, secondo lui, «colpisce la retribuzione in modo pesante e iniquo». «Agendo sul salario variabile - ha detto Damiano - la misura penalizza in modo differente, a seconda della struttura retributiva, i singoli settori della pubblica amministrazione ed è del tutto in controtendenza con gli annunci del governo di voler valorizzare, anche nel pubblico impiego, forme di retribuzione legate alla produttività». Secondo Damiano ci rimetteranno soprattutto le forze di polizia «che hanno una struttura retributiva caratterizzata da elevata variabilità».

ASSENTEISMO IN CALO - Presentando la misura 'anti-assenteismo', Brunetta ha fatto il punto della situazione, parlando di dati confortanti: l'assenteismo nella pubblica amministrazione, specie per malattia, registra una diminuzione da fine maggio del 20% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ha detto il ministro annunciando prima della pausa estiva un rapporto strutturato su questo argomento anche se con dati parziali. Da settembre ci sarà un osservatorio sull'assenteismo che pubblicherà mensilmente dati su «questa nostra azione moralizzatrice», ha detto Brunetta. Il calo del 20%, ha precisato, si registra «da quando è emersa l'opinione che 'cambiare si può', quindi con il decreto 112, le circolari e la cosiddetta operazione trasparenza».

giovedì 17 luglio 2008

innaffio i fiori...

mercoledì 16 luglio 2008

e mi scappa da ridere!

L'allarme del garante: «Rischio derive da You Tube e social network»

E sulle intercettazioni Pizzetti dice: «Anomalia tutta italiana»

Francesco Pizzetti (lapresse)
Francesco Pizzetti (lapresse)
ROMA - Il Garante per la privacy Francesco Pizzetti nella Relazione Annuale al Parlamento mette in guardia dalle possibili insidie di Internet, puntando il dito sul rischio di derive che possono nascere soprattutto da YouTube e Social network; reti che si diffondono sempre di più e attraverso le quali si scambiano milioni di dati ma che i giovani usano con spensieratezza e inconsapevolezza. Un mondo che "è la frontiera più avanzata" della protezione dei dati personali.

LA RETE - Il Garante ha sottolineato che insieme alle altre Autorità europee, monitora attentamente il continuo svilupparsi di nuovi servizi ed opportunità sulla rete. E se da un lato l’Authority promuove le innovazioni, come quelle promosse da Google, quali la localizzazione geo-satellitare, la detenzione in siti protetti dei dati sanitari degli utenti, l`archiviazione in siti dedicati di tutto il traffico mail degli utenti. Dall’altro spiega: «Ne vediamo però anche le possibili derive». «Assistiamo - avverte il Garante - con vigile attenzione al diffondersi di Youtube e dei nuovi Social Networks, quali, tra i tanti, Myspace, Facebook, Asmallworld, che consentono a milioni e milioni di persone di scambiarsi notizie, informazioni, immagini, destinate poi a restare per sempre sulla rete».

RISCHI PER I GIOVANI - E questa diffusione e scambio di dati «può determinare in futuro, specie nel momento dell`accesso al lavoro, rischi anche gravi per giovani e giovanissimi, che spesso usano queste tecnologie con spensieratezza e inconsapevolezza». Di fronte a queste nuove sfide e criticità il garante sottolinea la necessità di indicazioni chiare: «Sentiamo il dovere di dare al più presto su tutte queste novità indicazioni chiare, anche per consentirne agli utenti un uso più attento e informato». E tra le ’insedie’ più temibili e non più solo futuribili, il Garante annovera il diffondersi della cosiddetta "pubblicità comportamentale", che utilizza la navigazione in Internet per inviare pubblicità mirata sulla base di gusti, interessi e comportamenti personali; o il geomarketing che, sfruttando il controllo satellitare, è in grado di seguire spostamenti e offrire in ogni località i prodotti e i servizi preferiti. «È - conclude Pizzetti - il mondo affascinante e difficile in cui viviamo», "è il mondo del cybercrime", "il mondo di una libertà virtuale senza confini", "è il mondo della ipervelocità", e «per l’Autorità di protezione dati è la frontiera più avanzata. Quella sulla quale dobbiamo trovare ogni giorno il giusto punto di equilibrio».


INTERCETTAZIONI - In precendenza il Garante si era scagliato contro il fenomeno delle intercettazioni telefoniche definito «una anomalia tutta italiana». Le intercettazioni raccolte durante le indagini e «oggetto di pubblicazione e di diffusione al di fuori dei processi» sono, secondo Pizzetti, «oltre che strumento di indagine una delle forme più invasive della nostra sfera personale» che «incidono pesantemente su quella libertà di comunicazione che l'art.15 della nostra Costituzione considera un diritto fondamentale, comprimibile solo con atto motivato dell'autorità giudiziaria». Il garante è quindi convinto della necessità di limitare il diritto di cronaca e saluta come un intervento positivo il ddl sulle intercettazioni nel quale «è stato dato al garante il potere di imporre la pubblicazione dei provvedimenti volti a censurare comportamenti scorretti da parte della stampa». Si tratta «di un potere che avevamo chiesto da tempo e che consideriamo efficace», ha sottolineato Pizzetti.


PROBLEMA GIUSTIZIA - Francesco Pizzetti ha poi lanciato l'allarme sulla situazione degli uffici giudiziari: «Le verifiche svolte al Tribunale di Roma, anche se circoscritte alle Sezioni civili e del lavoro, ci hanno confermato che la protezione dei dati negli uffici giudiziari è ancora quasi all'anno zero». Da qui gli interventi del garante che chiede protezione per i dati e risorse per la tutela effettiva dei diritti dei cittadini. «La nostra Autorità - spiega ancora Pizzetti - si è misurata più volte col tema della giustizia. Il primo aspetto che ci interessa da vicino è se e come sono protetti negli uffici giudiziari e da parte di tutti gli operatori della giustizia, i dati dei cittadini. Si pensi a quanti dati delicati e sensibili possono essere contenuti in una causa di separazione o in una controversia ereditaria o in un'azione di interdizione o in una causa di lavoro. Per non parlare poi dei dati raccolti nelle indagini giudiziarie o trattati nei processi penali». Sempre in tema di giustizia il presidente segnala il provvedimento adottato da pochi giorni «che mette ordine in uno dei settori più delicati delle attività processuali: quello degli ausiliari e dei periti del giudice». Qui a suo avviso «occorrono regole precise sui temi di conservazione; sulle modalità con le quali devono essere conservati o distrutti; sui casi e i modi in cui è lecito incrociare fra loro informazioni raccolte in attività peritali diverse e su delega di autorità giudiziarie differenti». Auspica quindi che questo provvedimento «insieme al codice deontologico di imminente approvazione sulle investigazioni difensive possa portare ordine in quella che sinora è stata una zona franca priva di regole».

IMPRONTE - Dal Garante arriva anche un «fermo e chiaro invito alla moderazione» nell'uso delle impronte digitali e dei dati biometrici che «si va diffondendo a macchia d'olio, sia nel mondo del lavoro sia in altri ambiti», perchè sono «potenzialmente lesivi della dignità delle persone» e quindi non vanno usati «secondo criteri discriminatori».

siamo 'sto paese qua...

Bottiglie d'acqua per Eluana
Il papà: stanco delle polemiche Interviene il Senato

Sono tanti gli appelli rivolti a Beppino Englaro, padre di Eluana, la donna in coma permanente dal 1992, affinché cambi idea e decida di non sospendere le cure che tengono in vita sua figlia. Giuliano Ferrara, già paladino della lotta pro-vita contro l’aborto, ha lanciato un appello: lasciare sul segrato del Duomo di Milano delle bottiglie d’acqua, acqua per Eluana, per protestare contro chi la vuol far morire di fame e di sete. Scrive il Foglio in un articolo di ieri: “Molti nel mondo hanno sete e rischiano di morire. Ma nessuno come Eluana Englaro. Nessuno per sentenza di un giudice. Nessuno per evoluzione della cultura. Nessuno per disperata decisione paterna. Nessuno nel muto nome di una sua volontà precedente. Nessuno come campione umano per la statuizione di una legge di testamento cosiddetto biologico o di eutanasia. Nessuno come cavia ideologica di un passo ulteriore nella via della scristianizzazione radicale del mondo. Nessuno ha sete per un banale incidente filosofico divenuto religione civile universale, la religione della buona morte, la morte buona, capace secondo i modernisti di conferire dignità alla persona che la riceve nel suo letto o autonomia e libertà a chi la dà nel suo grembo. Nessuno nel mondo muore di sete per vanità e necrofilia secolarista. A Eluana Englaro, come avvenne per Terry Schiavo, potrebbe succedere”. Ma Beppino Englaro non sembra intenzionato a cambiare idea. "La natura è stata violentata", ammette il papà di Eluana. "Andrò fino in fondo". E a libero-news: "Sono stufo di tutte queste polemiche, sono stanco di dare spiegazioni e lasciare commenti: alla fine sarà la volontà di Eluana a prevalere".

Se numerose persone difendono la vita ad ogni costo, altri si battono affinchè il libero arbitrio venga rispettato fino alla fine. La vita è un dono, ma una vita come quella di Eluana può ancora definirsi tale?

Libero-news ha contattato Marco Columbro. Il celebre show man nel 2001 fu colpito da un aneurisma cerebrale che lo tenne sospeso tra la vita e la morte per diversi mesi. "Io credo che il destino di tutti noi sia affidato alla volontà di entità superiori che ne decidono il corso", ammette Columbro, "ma in casi così estremi ed emblematici come quello di Eluana, ritengo che la volontà dell'essere umano conti più di qualunque altra cosa". "Capisco le intenzioni di chi difende la vita come bene supremo ma quando una persona è in coma irreversibile da oltre 16 anni ciò che dovrebbe prevalere è il buon senso e il rispetto per la dignità di chi versa in condizioni terribili da così tanto tempo". "Se Eluana in passato ha espresso il desiderio di non vivere in questo modo", conclude Columbro, "è giusto che si rispetti la sua volontà e che si stacchi la spina".

D’accordo con Ferrara Adriano Celentano che così scrive al Corriere della Sera: “È chiaro che, per quanto mi riguarda, essendo un credente, nel senso che do per scontato che il nostro, qui sulla terra, nel bene e nel male, non sia che un misero microscopico passaggio in confronto a quella che sarà la vera Vita! Quella vita che Dio ci ha preservato nell'eterna Bellezza. E se poi penso alle parole di Gesù quando disse che «l'uomo non è padrone neanche di uno solo dei capelli che porta in testa», non posso che essere d'accordo con chi la difende, la vita”. Prosegue Celentano: “Forse Eluana vuol dirmi di non prendere in considerazione ciò che mi chiese in un momento di spensierata giovinezza?... Forse nei luoghi dove si trova ora non soffre e magari già intravede le meraviglie del cielo?... E se, contrariamente all'apparenza, si trovasse invece in uno stato di grande serenità, in attesa del trionfale ingresso nella vita celeste? O forse, chissà, di un ritorno a questa, di vita?... E poi ancora, la cosa che più di tutti mi domanderei: e se fossi proprio io a rattristare il suo animo, per il gesto che suo padre sta per compiere?”.


Mentre si inseguono le voci pro e contro la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale sul corpo di Eluana, anche il Senato entra nel merito.
La Giunta del Regolamento del Senato ha accolto la proposta del Presidente Renato Schifani di sottoporre all'esame della prima commissione permanente, Affari Costituzionali, la questione di un eventuale conflitto di attribuzione da sollevare tra Senato e Corte di Cassazione sulla vicenda di Eluana. Dopo l'esame della commissione si pronuncera' l'Assemblea.

Nei giorni scorsi a Palazzo Madama era già stata presentata, primo firmatario Francesco Cossiga, la mozione che chiedeva al Senato di sollevare un conflitto di attribuzioni contro la Corte di Cassazione.

Ma gli Ermellini sono pronti a respingere qualsiasi accusa: «Il Parlamento faccia quello che crede. Alla Cassazione era stata posta una domanda di giustizia e noi l'abbiamo resa». È il commento di Maria Gabriella Luccioli, presidente del collegio della Cassazione che si pronunciò sul caso di Eluana Englaro, sulla valutazione di un eventuale conflitto di attribuzione con la Suprema Corte. «Credo che ora su questa vicenda bisogna fare un po' di silenzio» ha aggiunto la Luccioli.

martedì 15 luglio 2008

cultura itagliana...ehm

Presentato al ministro Bondi il quinto rapporto di Federculture
Leader al mondo nel design ma tra gli ultimi in Europa per ricerca e sviluppo

Vedi Italia alla voce cultura: "Creativa ma con poco appeal"

"La cultura deve diventare forza trainante dell'economia". Cresce il consumo di teatri e concerti. Ma i nostri musei non sono più tra i primi nel mondo
di CLAUDIA FUSANI

ROMA - Leader nel mondo nel design ma diciassettesimi in Europa per investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Al primo posto nel mondo per il patrimonio artistico e culturale ma i nostri musei e gallerie scivolano nella classifica di quelli più visitati. C'era una volta il made in Italy, dell'abito e del museo, delle canzonette e delle mostre, motore e volano dell'Italia che inventa e s'arrangia, crea e produce. "C'era una volta", perché adesso "il fatto in Italia" c'è ancora ma arranca, non è Sistema e produce culturalmente ed economicamente molto meno di quello che potrebbe.

LEGGI IL RAPPORTO COMPLETO

Fotografia di uno spreco. L'ennesimo, nell'Italia delle caste e delle derive. Spreco di occasioni e di talenti. E di punti percentuali di prodotto interno lordo. Ecco che allora l'Italia è leader al mondo nella produzione del design - grazie alla materia prima che si chiama gusto - e seconda dopo la Cina per esportazione di "prodotti creativi", categoria vasta che comprende dall'artigianato agli audiovisivi, dalle pubblicazioni cartacee ai nuovi media. Eppure gli investimenti su creatività e produzione culturale e sostegno ai giovani talenti sono i più scarsi in Eeuropei. Progresso e declino, insieme. Voglia di cultura e incapacità non di produrla ma di offrirla. E' il quadro contraddittorio che viene fuori dal V Rapporto annuale di Federculture, specie di Confindustria che mette insieme tutti i soggetti pubblici e privati che organizzano e gestiscono cultura, turismo, sport e tempo libero. "Creativi per caso" sintetizza Federculture nel rapporto di 230 pagine presentato al ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, uno studio che fa lo sforzo inedito di mettere insieme e analizzare tutte le voci che hanno a che fare con turismo, cultura e tempo libero. Ma essere creativi oggi non basta più se il talento non è parte di un sistema coordinato e non casuale di creatività.

Una nuova politica per la cultura. Il messaggio politico del rapporto è chiaro: "L'Italia sconta una visione della cultura ancora identificata quasi esclusivamente con la conservazione del patrimonio artistico, o piuttosto legata al tempo libero, quasi sempre considerata una spesa più che un investimento". Soprattutto una visione che "non comprende la reale portata della creatività come forza trainante dell'economia grazie ai suoi effetti di contaminazione nel tessuto produttivo in termini di innovazione, valore aggiunto e competitività". La scommessa per l'Italia oggi non è tanto, o solo, gestire un museo bensì immaginarne la gestione nell'insieme del territorio dove si trova quel museo. Il museo da solo non basta più.

Il rapporto cita la classifica del Giornale dell'arte (maggio 2008): nel 2007 il più visitato è stato il Louvre seguito dal Centre Pompidou, dal British e dalla Tate Modern gallery. Il primo museo italiano è al settimo posto (Musei Vaticani) seguito dagli Uffizi (21 esima posizione). Nelle classifica delle mostre più visitate nel 2007 (ai primi tre posti c'è Tokio) per trovarne una italiana bisogna arrivare alla 86 esima posizione (Brescia, "Turner e gli impressionisti"), al 104 esimo posto ci sono le Scuderie del Quirinale ("Cina, la nascita dell'Impero"), il Vittoriano ("Chagall") e i Musei capitolini. Eppure l'Italia è al primo posto al mondo per il patrimonio artistico e culturale e al secondo per quello storico. C'è qualcosa che non torna tra capitale a disposizione e capacità di investimento.

La lezione che viene dall'Europa. Tanto per fare un esempio di cosa voglia dire arte come investimento e come forza trainante dell'economia, l'Inghilterra stanzia oltre 10 milioni di sterline per il piano strategico Creative brain, New talents for the new economy che punta sulla formazione dando vita a 5000 nuove occasioni di apprendistato per i giovani creativi e alla costituzione di decine di hub accademici per le industrie creative per collegare scuole, college e università su tutto il territorio britannico. Progetti analoghi che mettono insieme creatività, cultura ed economia sono in Olanda, in Germania, nei paesi scandinavi e poi in Spagna, Lettonia, Austria e Svizzera. L'Italia, si legge nel Rapporto, "fatica ad adeguare le strategie di rilancio alle strategie imposte dalla competizione della società globale nell'economia della conoscenza".

Eppure, c'è tanta voglia di cultura. Crisi, inflazione, prezzi alle stelle... eppure le famiglie italiane nel 2007 hanno speso alla voce cultura 61,5 miliardi di euro (+2,3% rispetto al 2006), il 6,83 per cento del bilancio famigliare, molto al di sotto della media dell'Europa allargata ai 27 (9,4%) o del Regno Unito ( 12,5%). Va meglio il teatro (+7,6 per cento nell'ultimo anno; +23% negli ultimi dieci anni) e i concerti (+17,3%). Più in generale godono di ottima salute gli spettacoli dal vivo per cui aumentano il pubblico (+10,1%) e le spese (+11,2%). I prezzi di concerti, musei e teatri crescono ma "solo" del 3,3%, le metà rispetto alle manifestazioni sportive (+6,5%), un soffio rispetto a pane, pasta, carburanti, energia cresciuti tra l'11 e il venti per cento.

Anche nella spesa culturale ci sono due Italie, il nord che chiede e consuma, il sud passivo e distratto. Eppure Sicilia e Campania sono le regioni che nel 2007 hanno speso di più nel settore culturale, 432 e 161 milioni di euro contro i 113 del Trentino Alto Adige, i 90 del Piemonte e gli 85 della Lombardia. Ancora una contraddizione: le regioni che più spendono in cultura sono quelle dove c'è meno consumo. Più che legittima qualche domanda.

Signori, non c'è più un centesimo. La scure di Tremonti andrà giù senza pietà davanti al bilancio del ministero dei Beni culturali. Da sempre fanalino di coda delle varie amministrazioni dello stato (nel 2007 i finanziamenti erano cresciuti dello 0,10 per cento arrivando a 1,98 miliardi mentre per gli altri ministeri la crescita era stata del 6,9%), la manovra triennale di Tremonti toglierà ai Beni culturali 900 milioni di euro in tre anni. Altri 150 se ne sono andati da voci legate allo spettacolo e alla tutela del paesaggio per finanziare il taglio dell'Ici. Gli enti locali dedicano alla cultura tra lo 0,9 delle Regioni al 3,3 dei Comuni.

Tutto questo per dire che i soldi dal pubblico non arrivano più e vanno trovati in altro modo. Ma il privato investe in cultura se è strategico, se dà un ritorno almeno in immagine. Se nel resto del mondo i privati fanno a gara per donare, sponsorizzare e finanziare anche una pachina in un parco - agevolati dal sistema fiscale - in Italia la cultura resta il settore dove i privati investono meno: il 15 per cento contro il 63% dello sport e il 22 per cento della solidarietà. Via via che si chiude il rubinetto pubblico, si apre però quello privato. E negli ultimi due anni, grazie soprattutto ad alcuni strumenti fiscali (oltre alle sponsorizzazioni, dal 2003 sono possibili le erogazioni liberali deducibili dall'imponibile), la media dei finanziamenti privati è cresciuta del 5%. La lista dei benefattori è guidata delle banche (3 miliardi di euro in sei anni). Crescono le erogazioni liberali delle imprese (33 milioni di euro) e quasi raddoppiano quelle delle persone fisiche, cittadini che decidono di investire in cultura (20 milioni di euro, +70 per cento rispetto al 2006).

Competitività? La Caporetto italiana. Quella che segue è una lista nera da cui partire per cominciare a ragionare su cosa significhi essere competittivi. L'Italia è al 15° posto in Europa per produttività di ogni ora lavorata; al 17° per quota di pil destinata a investimenti in ricerca e sviluppo e al 24° per quella destinata alla formazione delle risorse umane. La nostra migliore università pubblica è al 173° posto nella classifica degli atenei. Secondo il World economic forum l'Italia è al 46° posto nella classifica della competitività, seimila cervelli ogni anno lasciano il paese e vanno all'estero e i professori sotto i 40 anni sono il 17 per cento del totale. Un sistema vecchio, in netta perdita. E anche il nostro "fascino", la capacità di attrattiva del paese nel suo insieme, scivola al quinto posto nel mondo dopo Australia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia. C'era una volta... l'Italia.

ci libereremo mai dalla chiesa?

Il presidente della Cei, in Australia per la Gmg, contro i giudici:"Non possiamo tacere la nostra preoccupazione"

Bagnasco sul caso Eluana: "Non farla morire di fame e di sete"

SYDNEY - Attraversa l'oceano e arriva fino in Australia la vicenda di Eluana Englaro, la ragazza in coma da 16 anni per la quale la Corte d'Appello civile di Milano ha autorizzato il distacco dei macchinari che la tengono in vita.

Da Sydney, dove si trova per la giornata mondiale della gioventù, anche il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, interviene sulla delicata questione. Interpellato sul caso il presidente dei vescovi italiani ha espresso tutta la sua preoccupazione.

Viviamo - ha detto Bagnasco - un momento che deve far preoccupare e riflettere tutte le persone di buona volonta". "Togliere idratazione e nutrimento - ha aggiunto - è come togliere da mangiare e da bere a una persona che ne ha bisogno". Il cardinale, che ha poi voluto esprimere alla famiglia della ragazza, " il sentimento di condivisione e partecipazione per una situazione di grande sofferenza a nome di tutti i cattolici italiani" ha ricordato però che "non possiamo tacere che questo è un momento molto delicato, persino drammatico se si dovesse arrivare a consumare una vita per una sentenza".

el pibe de oro y el rom










Incontenibile e acuto come sempre: grande kusturica. E grande maradona.
il film.

lunedì 14 luglio 2008

stai via una settimana e quando torni...

arrestano Del Turco...
Maroni vuole pattugliare le coste...
la Gelmini che conti il voto di condotta...
e Berlusconi si scaglia contro i magistrati...

sempre il solito fottuto paese...

ancora vergogna!

Sette anni dopo i fatti di Genova, il verdetto del tribunale: chiesti 80 anni, condannati 24
Tra indulto e prescrizione, nessuno in prigione. I ministeri dovranno risarcire i danni

G8, a Bolzaneto non fu tortura. Solo 15 condannati, trenta assolti

La Procura: "Qualcosa di grave nella caserma è successo. Mai più fatti del genere"

ROMA - A sette anni dalle violente nel "carcere provvisorio" di Bolzaneto, i giudici di Genova pronunciano la sentenza contro i 44 ufficiali, guardie carcerarie e medici imputati di aver sottoposto a sevizie più di duecento no global. Dopo dieci ore di camera di consiglio, il verdetto cancella l'ipotesi di crudeltà e tortura sostenuta dalla Procura. Assolve trenta imputati, ne condanna solo 15. Contro una richiesta di poco meno di 80 anni di reclusione, i giudici ne hanno inflitto solo 24 e, grazie alla prescrizione e all'indulto, nessuno dei condannati finirà in galera.

LE RICHIESTE DEI PM E LA SENTENZA

Alessandro Perugini, l'ex numero 2 della Digos genovese, imputato in un altro procedimento perchè sorpreso dall'obiettivo di un fotografo mentre tirava un calcio in faccio ad un adolescente, la Procura aveva chiesto tre anni e mezzo. E' stato condannato a 2 anni e 4 mesi. Un altro vice-questore genovese, Anna Poggi, è stato condannato a 2 anni e 4 mesi contro i 3 anni e mezzo richiesti dal pm. Giacomo Toccafondi, il medico coordinatore del servizio sanitario a Bolzaneto, ha subito una condanna ad un anno e 2 mesi contro i 3 anni e mezzo richiesti dall'accusa. La sentenza più pesante è stata inflitta a Antonio Gugliotta, l'ispettore di polizia penitenziaria responsabile della sicurezza nella caserma: cinque anni, come richiesto dall'accusa, per aver picchiato con il manganello i giovani no global. Accolta la richiesta della Procura anche per Massimo Pigozzi l'agente accusato di aver lacerato la mano ad uno degli arrestati: 3 anni e 2 mesi contro i 3 anni e 11 mesi richiesti dai pm.

Risarcimenti per quindici milioni. Tra gli assolti, l'attuale generale della polizia penitenziaria, Oronzo Doria, all'epoca dei fatti colonnello, che la Procura voleva condannato a 3 anni e mezzo. Condannato il ministero degli Interni e quello della Giustizia a pagare i danni materiali e morali subito dalle parti civili. In media, settantamila euro per ognuno delle 209 vittime accertate. In totale circa quindici milioni di euro.

La Procura: "Qualcosa di grave è successo". Laconico e imbarazzato il commento della Procura alla sentenza shock: "E' stato riconosciuto che qualcosa di grave nella caserma di Bolzaneto è successo", ha detto il pm Vittorio Ranieri Miniati che, insieme a Patrizia Petruzziello, ha sostenuto l'accusa. "Il tribunale - ha proseguito il magistrato - ha ritenuto di assolvere diversi imputati. Leggeremo la sentenza e valuteremo se fare appello. E' stata comunque riconosciuta l'accusa di abuso d'autorità".

"Mai più fatti del genere". Dura era stata la requisitoria della Procura: un elenco infinito e raccapricciante di "sofferenze fisiche e morali" inflitte senza "nessuna giustificazione": "Le persone erano arrestate; la guerriglia urbana era finita da tempo. Nessuno di loro - aveva spiegato la Procura ai giudici - si era ribellato o aveva fatto resistenza. Erano inermi". Eppure mancò "rispetto, e il riconoscimento dei diritti". Picchiati; umiliati; messi a carponi e fatti abbaiare come cani; offesi; costretti a stare ore su una gamba soa; rapati o insultati. "Speriamo - aveva concluso la requisitoria il pubblico ministero - che nel nostro Paese non si ripetano mai più fatti del genere".

domenica 13 luglio 2008

ritorno dalla passau-vienna

Fatevi un giro in un paese civile dove la lentezza, il rispetto di chi ne fruisce e la bici non dopata hanno ancora un senso...
E non fatevi infinocchiare dalle solite agenzie di viaggio che vi organizzano anche il tempo libero del vostro tempo libero...
Prendete l'auto, meglio il treno o meglio ancora la bici - ehm...è un pò lunghetta, in verità - e dirigetevi a Passau o alle fonti del Danubio a Donaueschingen...
Non avrete alcun problema per trovare tutto ciò che vi occorre, senza alcuna necessità di prenotare...
E poi partite, coi vostri ritmi da decenni o settantenni, senza alcuna preoccupazione: sul percorso, perfettamente segnalato, trovate chioschi, ristoranti e alberghetti, semplicemente quando...ne avrete bisogno.

martedì 8 luglio 2008

questa me l'ero persa...

...ero in giro in bici.
L'attrice sul palco durante la manifestazione "No Cav" a Roma. Una lunga invettiva contro la ex soubrette ma anche contro il Papa

La Guzzanti insulta la Carfagna: "E' uno sfregio che sia ministro"

La ministro annuncia querela "contro la figlia del parlamentare di Forza Italia"

ROMA - "A me non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi. Ma tu non puoi mettere alle Pari opportunità una che sta lì perché t'ha succhiato l'uccello, non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare non la puoi mettere alle Pari opportunità perché è uno sfregio".

Quella di Sabina Guzzanti contro Mara Carfagna è probabilmente l'invettiva più insultante e violenta della sua lunga e controversa carriera. L'attrice partecipa alla manifestazione "No Cav" di piazza Navona e sul palco si scatena in un attacco furibondo contro la ministro delle Pari opportunità, il cui nome era circolato nei giorni scorsi a proposito delle intercettazioni "calde" che coinvolgevano il presidente del Consiglio. Inevitabile, a nemmeno un'ora dalla conclusione della manifestazione, l'annuncio di una querela da parte del ministero. Che in una nota definisce l'attrice "la figlia del parlamentare di Forza Italia Paolo Guzzanti".

Nel mirino, però, ci sono anche Papa Ratzinger, che "fra vent'anni sarà all'inferno, tormentato da diavoloni frocioni", e Lamberto Dini, perché a suo guidizio "hanno accusato la sinistra radicale e Clemente Mastella ma è stato Dini a far cadere il governo, probabilmente come ex direttore della Banca d'Italia tiene qualcuno per le palle". Ce n'è anche per Walter Veltroni, "che prima dice 'non delegittimiamo le persone', poi però a Berlusconi non lo chiama mai per nome, come Emilio Fede quando fa finta di non ricordare chi siano le persone di cui parla, non è una tecnica che mostra rispetto"

FOTO DELLA MANIFESTAZIONE 1 - 2

L'AFFONDO DELLA GUZZANTI: VIDEO

"L'osteria delle ministre". L'intervento di Sabina Guzzanti comincia in rima. Stornella a braccio parafrasando una vecchia canzone romana: "Osteria delle ministre / paraponzi ponzi po / le ministre son maestre / paraponzi ponzi po / e se al letto son portento, figuriamoci in Parlamento / dammela a me Carfagna / pari oppportunità". E' un attacco preciso, quello contro la ex soubrette diventata ministro. Guzzanti recupera la polemica dei giorni scorsi sull'opportunità o meno della pubblicazione delle intercettazioni "private" del presidente del Consiglio, e ricorda come la giornalista Ritanna Armeni abbia definito "una caduta di stile e un'offesa" il paragone fra la Carfagna e Monica Lewinski (paragone sollevato dal deputato dell'Idv Massimo Donadi, secondo il quale "i cittadini americani avevano avuto l'opportunità di conoscere la moralità del presidente Clinton"), giudizio al quale era seguìta una condanna bipartisan delle critiche piovute sul ministro. "Quello fra la Carfagna e la Lewinski - chiosa Guzzanti - è un paragone del cazzo".

"E il Cavaliere è contento". Del polverone sollevato, insiste l'attrice, "il Cavaliere è contento, perché dice che gli italiani non si scandalizzano e che, anzi, il gallismo piace". "La prossima volta allora - continua - Berlusconi potrà fare un passo ancora più importante: il giorno del giuramento dei ministri del governo potrà dire 'pari opportunità, succhiamelo', col plauso di tutti gli italiani". E "per quei quattro gatti che non subiscono il fascino del gallismo - dice Guzzanti - sono rimaste poche speranze: una è il Viagra, e l'altra è la mobilitazione sindacale delle prostitute , solo che le prostitute non si fidano, perché dicono che i sindacati sono corrotti".

"Sui blog si discute di fellatio". Gli applausi dalla piazza si moltiplicano, parte qualche "Brava Sabina". Lei legge alcuni messaggi di blogger, contro il governo, contro Berlusconi, contro il lodo Alfano, ancora contro la Carfagna. "Il dibattito su internet e sui blog è acceso - spiega - si discute se è più opportuno chiamarli fellatio o pompini".

Il Papa e la "menzogna" della Sapienza. A metà intervento, il mirino di Sabina Guzzanti si sposta verso il Vaticano, ed è anche una delle parti più esagitate del monologo. "Il governo - dice - è caduto in buona parte anche grazie a Ratzinger, con quella porcheria della negata partecipazione a La Sapienza. La menzogna della censura a Ratzinger è stata sostenuta da tutti i media e i politici, salvo le solite, rilevanti eccezioni. Questo significa avere il controllo dei media, inventare una polemica che non sta né in cielo né in terra, perché non c'è motivo al mondo - urla l'attrice - percui Ratzinger debbe inaugurare l'anno accademico delle nostre università".

"Il Papa all'inferno, dove deve stare". L'attacco a Benedetto XVI continua: "Grazie alla legge Moratti - dice Guzzanti - fra vent'anni gli insegnanti saranno scelti dal Vaticano, ma fra vent'anni Ratzinger sarà dove deve stare, cioè all'inferno, tormentato da diavoloni frocioni attivissimi, e non passivissimi. Non come i gay che hanno accettato di spostare il Gay Pride a Bologna perché a Roma, a San Giovanni, c'era un coro di preti. E 'sti cazzi, si direbbe in una repubblica democratica".

"La Carfagna, uno sfregio". La Guzzanti torna ad attaccare Mara Carfagna verso la fine del suo intervento dal palco di piazza Navona. "Io non sono una moralista - dice - come ci accusano gli opinionisti che non hanno nemmeno un vocabolario, perché la parola 'moralista' ha un significato e per usarla sui giornali lo devi conoscere. Moralista è Casini, divorziato tre volte, moralista è Mele (il deputato dell'Udc coinvolto in uno scandalo di squillo e cocaina, ndr). A me non me ne frega niente della vita sessuale di Berlusconi - grida l'attrice, fra le ovazioni del pubblico - ma tu non puoi mettere alle Pari opportunità una che sta là perché t'ha succhiato l'uccello. Non la puoi mettere da nessuna parte ma in particolare alle Pari opportunità, perché è uno sfregio. Vattene!".

sabato 5 luglio 2008

qualcosa di divertente...

Eveready Harton in Buried Treasure, conosciuto anche come Eveready Harton, Eveready, Buried Treasure o Pecker Island e' uno dei primi (o probabilmente il primo) cartone animato pornografico prodotto negli Stati Uniti intorno al 1928. Il cartone narra le disavventure del perennemente arrapato protagonista con, tra gli altri, un uomo, una donna e alcuni animali..

Sembra che il cartone, nonostante non vi sia traccia storica di provvedimenti di censura per la proiezione del filmato negli USA, abbiano avuto grossi problemi con i laboratori di produzione statunitensi e sia quindi stato prodotto a Cuba. Nonostante non vi siano riferimenti agli autori sembra che Eveready Harton in Buried Treasure sia stato prodotto da George Stallings, George Canata, Rudy Zamora e Sr. and Walter Lantz per essere presentato ad una festa privata in onore del disegnatore Winsor McCay e che la proiezione abbia suscitato parecchia ilarita' tra i presenti.

Questo cartone ricco di episodi di zoofilia, masturbazione, utilizzo di sex toys, falli dotati di vita propria, rapporti anali omosessuali e molto altro e' incluso nella raccolta The Good Old Naughty Days (Polissons & Galipettes nell'edizione francese) uscita nel 2002 e che raccoglie piu di 300 film e cartoni porno prodotti tra il 1905 e il 1930

Approfondimenti:
- l'articolo su wikipedia su Eveready Harton in Buried Treasure
- la scheda del cartone sull'Internet Movie Database
- si parla di questo cartone nel libro "Cohen, Karl F. Forbidden Animation: Censored Cartoons and Blacklisted"
(grazie a porno)

lo sguardo nella camera...da letto

Lo sguardo in camera (da presa) è un assoluto tabù del cinema. Lo sguardo in camera (da letto) un must della pornografia.
Chi violi con intelligenza queste due leggi fa la differenza. Perché? E quale meccanismo destabilizzante si cela in questa perversione?
Prendiamo Kubrick, che più di altri conosceva il potere dello sguardo; Full Metal Jacket, seconda parte, Vietnam, una troupe di giornalisti gira un documentario sulla guerra in corso. I soldati colpiti dall'obiettivo come fosse un proiettile esploso da un AK47 puntato su di loro, salutano, imbambolati, partecipano al film, come gli idioti piazzati dietro al giornalista in diretta, creano diversi piani di realtà, vengono fagocitati dall'occhio cinematografico come soldati e sputati come attori nella surrealtà del conflitto. "Are you John Wayne? This is me". Il regista di guerra dice loro di NON guardare nella camera ma proseguire come se essa non esistesse. Ma è praticamente impossibile essere se stessi con un'arma puntata contro.
Spesso si ha la sensazione di essere osservati, percepiamo lo sguardo altrui e d'un tratto ci giriamo e incrociamo lo sguardo che ci faceva avvertire una strana sensazione (Merleau-Ponty conosceva alla perfezione questa dinamica). In qualche modo si è sempre visti ancora prima di essere vedenti. Ma questo non deve accadere nel cinema, non può essere svelato.

Questa è la regola. Mai trasgredire all'unidirezionalità dello sguardo. Che solo in questa direzione è potere. Parafrasando Christian Metz, il voyeurismo dello spettatore nella sala è una sorta di flusso desideroso di vedere e sentire che si proietta sullo schermo, e gode (nei termini di una jouissance) delle immagini in movimento e, secondo Moravia, ma a chi scrive rimangono molti dubbi, la scopofilia è interessata soprattutto al movimento del proprio oggetto; non è attratta dall'immobilità. L'arte obbliga allo sguardo, lo doma, quando è efficace. Il realismo viene fatto coincidere nella finzione dello schermo con la consapevolezza di non essere osservati (e si potrebbero aprire fiumi di parentesi sul Grande Fratello e simili...). La magia del cinema è questa: il voyeurismo che ci accomuna tutti, livellati nello spiare dal buco. Scoprire che lo sguardo può essere ricambiato ci destabilizza, ci scopre, ci mette a nudo nel nostro intento di spiare. Siamo scoperti. Ecco quello scintillio, il brivido, l'incomprensibile gesto del protagonista di Into the Wild (pellicola alla fine mediocre?) che senza preavviso ci guarda nell'obiettivo e ci scopre guardanti. Imbarazzo. Che fa? Ma agli albori del cinema era La grande rapina al treno (1903), in cui il fuorilegge spara alla macchina da presa proprio nell'ultima scena, e poi fu Oliver Hardy a guardare in camera (inventò il camera look). Cercava comprensione, cercava un'umanità ricambiata che solo lo sguardo può veicolare. Ma si trattava di sperimentazioni, esercizi di stile. Kubrick caratterizza lo sguardo, sempre diverso in ogni sua opera, Orson Welles è invece il maestro dello sguardo prospettico (anche Hitchcock, certo basti leggere le riflessioni di Lacan a proposito de La finestra sul cortile* e Psycho), e, da attore, ne Il terzo uomo (1949) ad un certo punto ci osserva; e non ha pietà di noi Gloria Swanson in Sunset Boulevard (1950), ma in questo caso il genio di Billy Wilder ci mette addirittura al suo posto alla regia, dietro la macchina, in un incastro di matrioske. Siamo parte di quel film, spettatori-attori. Il nostro sguardo muove la macchina e da essa viene forzato al movimento, come in simbiosi, kinoglaz, l'occhio-cinepresa... con le parole di Dziga Vertov, l'uomo con la macchina da presa: "La cinepresa trascina gli occhi degli spettatori dalle mani ai piedi, dai piedi agli occhi, e avanti, con ordine, organizzando i dettagli in un preciso esercizio di montaggio."**

La forza dissolutrice dello sguardo squarcerà la tela cinematografica in modo rivoluzionario nel 1953 con Monica e il desiderio (ignobile adattamento del titolo originale Estate con Monika) di Ingmar Bergman, in cui la protagonista Harriet Andersson cerca quasi di fuggire dalla propria condizione fissando lo sguardo nella cinepresa, sembra chiedersi se ci sia davvero qualcuno al di là di quell'occhio che percepisce su di sé. "La [sequenza] più triste di tutta la storia del cinema" la definirà Godard. Secondi di assoluto fremito per creare quella sutura con il teatro greco, con la parabasi, quando l'attore si estraniava e cominciava a comunicare direttamente al pubblico ignorando la presenza della compagnia teatrale sul palco. "Qui per la prima volta" commenterà in seguito Bergman "si stabilisce un contatto spudorato e diretto con lo spettatore"***. Un contatto osceno, aggiungeremo.
Tutto ci guarda, è il fatto di accorgersene che ci stupisce. Quando si innesta questo corto circuito rimaniamo basiti, disarmati della nostra cinepresa, scopriamo che il potere dello sguardo totale e unidirezionale, panottico, è una menzogna, o quanto meno è costruito su basi ontologicamente fragili: il potere, sempre sovvertibile.

Il cinema pornografico è uno sguardo nella camera da letto, in senso metaforico. Uno sguardo nell'intimità. Anche in questa situazione non si deve essere scoperti. Il porno amatoriale è in qualche modo il lato documentaristico del porno, e quando lo sguardo di chi si filma cade nella macchina da presa si innesca in modo inequivocabile il cortocircuito dello sguardo, com'è sempre accaduto nella storia del cinema. L'effetto vira più sul comico, perché non è ricercato, è un errore, ma la frizione generata dall'incontro tra due pupille sullo stesso asse, si fa comunque sentire. Si aggiunge in più il disvelamento che volevamo ignorare "ah, allora sapevano di essere filmati!". Puntare un obiettivo contro una persona è come puntare una pistola, in qualche modo si modifica il comportamento di chi ci sta di fronte. La difesa di quest'ultimo è guardare, sbagliando, in camera.

* "Io posso sentirmi osservato da qualcuno di cui non vedo neppure gli occhi, e neppure l'apparenza. Basta che qualcosa mi significhi che qualcuno può essere là. Questa finestra, se fa un po' buio, e se vi sono ragioni per pensare che vi sia qualcuno dietro, è già, sin d'ora, uno sguardo." J. Lacan, Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud. 1953-1954, Einaudi, Torino, 1978, p.266

** citato da R. Taylor e I. Christie, curatori di The Film Factory, Routledge, Londra, 1988, p.92

*** citato in G. Agamben, Profanazioni, Nottetempo, Roma, 2004, p. 103

(grazie a fastidio)

senza api?

Questo è un anno senza api. Avevo sentito di striscio la notizia in primavera, ma in quel frangente non avevo davvero capito bene di cosa si trattasse. Le api qui da me non ci sono più. Le poche che volano sono spaesate e intontite. Va un po' meglio in montagna dove qualche sciame è sopravissuto.

Dicono che forse è colpa di un agente chimico usato per concimare il mais. Dicono che centri anche l'alto e progressivamente sempre più invasivo inquinamento elettromagnetico. Fattosta' che questo è un anno davvero strano e la mancanza degli insettini pungigliosi e produttori di miele, si fa sentire. Un po' come succedeva nei cartoni animati.

Solo che nella realtà la mancanza delle api nei campi è davvero un problema. Non solo per i fiori meno impollinati.

(grazie a ombra)

venerdì 4 luglio 2008

ce lo ricordiamo, bastardi!

Dura requisitoria al processo per l'irruzione nella scuola. Imputati ventinove componenti delle forze dell'ordine

G8 a Genova, il pm accusa"Alla Diaz fu un massacro"

"Nessun reato associativo per le 93 vittime"


G8 a Genova, il pm accusa "Alla Diaz fu un massacro"


GENOVA -
E' stato un massacro", ha detto il pm Francesco Cardona Albini, all'inizio della requisitoria di oggi, nel processo che si tiene nell'aula bunker del tribunale - ieri aveva parlato il pm Enrico Zucca - riferendosi alla sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8.

"Ed è stato questo massacro - ha aggiunto - e non certo il reato associativo contestato dalla polizia, ad accomunare le 93 vittime di questo processo, di varie nazionalità, che prima neppure si conoscevano".

Il pm ha parlato poi dello sfondamento dei cancelli delle scuole da parte dei poliziotti, ripreso da telecamere poste sul tetto della scuola adiacente Pascoli da parte di cineoperatori che si trovavano al centro stampa.

Il magistrato ha raccontato che il primo poliziotto a sfondare la porta è stato un agente del settimo nucleo sperimentale di Roma riconoscibile dalla divisa blu e dalla foggia del casco. Il pm ha proseguito nella sua requisitoria raccontando i pestaggi subiti dai no global inermi che si trovavano all'interno della Diaz.

vedi qui

giovedì 3 luglio 2008













anche a bossi, va: non fa mai male...

mercoledì 2 luglio 2008

Il capo dello Stato firma il provvedimento per l'immunità delle alte cariche

L'aula di Montecitorio respinge le pregiudiziali di costituzionalità

Il Colle autorizza il lodo Alfano. Camera, il dl sicurezza va avanti

Antonio Di Pietro attacca Berlusconi: "La dittatura è vicina"

Il Colle autorizza il lodo Alfano Camera, il dl sicurezza va avanti

Napolitano e Berlusconi

ROMA - Doppio parziale via libera ai provvedimenti che riguardano la giustizia. Nel giorno in cui Giorgio Napolitano autorizza la presentazione alle camere del disegno di legge in materia di processi penali nei confronti delle alte cariche dello stato, il cosidetto "lodo Alfano" (riedizione riveduta e corretta del vecchio lodo Schifani), l'aula di Montecitorio boccia le pregiudiziali di costituzionalità presentate dall'opposizione sul dl sicurezza che comprende la norma cosidetta 'blocca-processi'.

La maggioranza, con 302 voti contrari e 265 favorevoli, non ha avuto cedimenti. Massiccia la presenza del governo alla votazione: i banchi ad esso riservato in Aula erano gremiti di ministri e sottosegretari. Polemico Antonio Di Pietro: "Berlusconi fa l'incallito furbacchione, la dittatura è vicina". Mentre il Pd annuncia la presentazione di circa 100 emendamenti. L'esame nel merito del provvedimento, ora nelle commissioni bilancio e finanze, inizierà in aula martedì 15 luglio.

L'affondo di Di Pietro.
Toni accesi per l'ex pm che, intervenendo sulle pregiudiziali, ha attaccato frontalmente sia il provvedimento, sia Berlusconi che "utilizza lo strumento del decreto per farsi i cavoli suoi". Ben sapendo, tra l'altro, che "questa furbata non si può fare". Ed ecco l'escamotage: "La norma 'blocca processi' non l'ha messa il premier, ma l'ha fatta introdurre da qualche suo dipendente", e così "ha raggirato il capo dello Stato".

Gli emendamenti del Pd.
Il Pd presenterà un centinaio di emendamenti al decreto sicurezza ora all'esame delle commissioni affari costituzionali e giustizia della camera. Il partito di Veltroni ha deciso di riproporre gli emendamenti già presentati al Senato (praticamente quasi tutti respinti dalla maggioranza) più alcune novità. Il termine scade venerdì alle 13.