martedì 21 ottobre 2008

tutto il mondo è paesaccio (2)


Un poliziotto greco è stato fotografato mentre sembra costringere un immigrato a sbottonarsi i pantaloni e a rimanere con i genitali esposti in una pubblica strada. La foto, resa nota da un'associazione per la difesa degli immigrati, ha fatto scattare un'indagine da parte del dipartimento di polizia sebbene l'ufficiale sostenga che i pantaloni sono caduti accidentalmente.


anche il papa non ne sa niente...

Tutti si aspettavano che durante il suo soggiorno in
Campania Benedetto XVI avrebbe colto l'opportunità per
criticare la Camorra e difendere Roberto Saviano. Al
contrario il papa non ha mai nominato, nel suo discorso
tenuto al santuario della Vergine del Rosario di Pompei, la
parola "camorra". Questo silenzio ha sollevato molta
inquietudine, tanto che poche ore dopo l'ufficio stampa del
Vaticano è dovuto intervenire per spiegare che Benedetto XVI
non aveva parlato della Camorra per rispetto nei confronti
dei cittadini campani.

La Naciòn, Argentina [in spagnolo]
http://www.lanacion.com.ar:80/nota.asp?nota_id=1061564

e tanto per non scordare, fate un salto qui...

lunedì 20 ottobre 2008

salvare gli usurai?

Il governo vara decreto salva-banche. Berlusconi: «Nessun istituto italiano fallirà»
Draghi: sistema solido ma i riflessi della crisi arriveranno
Veltroni: pronti a collaborare con l'esecutivo

ROMA (8 ottobre) - Il governo interviene in soccorso delle banche. E come tutti i governi europei si attrezza per fronteggiare eventuali
peggioramenti della crisi. Il Consiglio dei ministri ha dato via libera stasera al decreto legge contenente provvedimenti per la stabilità delle banche e del risparmio, messe a dura prova dai crolli dei mercati di questi giorni. «Il sistema italiano - ha sottolineato comunque il ministro dell'Economia Giulio Tremonti - è liquido e solido». «Nessuna banca italiana fallirà», ha aggiunto il premier Silvio Berlusconi.

Gli interventi sarebbero di due tipi: uno per aiutare le banche in crisi di liquidità che sarebbero sostenute direttamente dal Tesoro attraverso un finanziamento. Per le banche invece non in regola con i parametri di solvibilità e con problemi di capitale più gravi, vi sarebbe un intervento dello Stato direttamente nel capitale con ricadute di responsabilità diretta sul management degli istituti eventualmente coinvolti.

Non c'è «alcuna soglia di alcun tipo»: il ministro dell'Economia ha precisato che il decreto varato oggi non prevede un "fondo" dedicato a interventi sul sistema bancario - si era parlato di 20-30 miliardi - e questo perché si agirà «caso per caso». Quindi «man mano si rifinanzia, e si copre caso per caso. Non esistono plafond o soglie. Quando serve si interviene».

Il Governo «non ha interesse a entrare nel capitale delle banche, ma se la Banca d'Italia o le banche stesse registreranno una capitalizzazione insufficiente, quel capitale lo metterà lo Stato», ha detto Tremonti. L'ingresso dello stato - ha spiegato ancora il ministro - sarà «sterile ai fini del potere», senza diritto di voto. L'apporto di capitale - ha aggiunto - sarà «tempestivo e neutrale».

Berlusconi: nessuna banca italiana fallirà. «Sono qui a confermare agli italiani ciò che già avevo detto a Napoli: il sistema bancario italiano è patrimonializzato a sufficienza, liquido a sufficienza, non ha problemi di ricapitalizzazione, ha anzi liquidà abbastanza», ha detto il premier al termine del Consiglio dei ministri straordinario sulla crisi finanziaria. «Nessuna banca italiana fallirà - ha proseguito Berlusconi - nessun risparmiatore italiano quindi rischia».

«Eventuali interventi di ricapitalizzazione delle banche che non troveranno investitori sul mercato verranno prodotte dal Tesoro attraverso la sottoscrizione di azioni privilegiate senza diritto di voto», ha precisato il premier. «Noi - ha continuato - non siamo nella situazione degli altri paesi. La crisi si è sviluppata negli Stati Uniti e soprattutto nei paesi nord europei. L'intervento di nazionalizzazione seguito dalla Gran Bretagna, ma anche dalla Francia e dal Belgio, è molto diverso dal nostro».

«Nessun risparmiatore italiano perderà un euro. Questo è un timbro notarile su una cosa che era già certa», ha poi assicurato il premier, affermando che l'intervento del governo deciso stasera con l'adozione del decreto anti-crisi conferma la sua dichiarazione di mercoledì scorso, quando appunto aveva sottolineato che i risparmiatori italiani non perderanno un euro per effetto della crisi dei mercati internazionali.

«Banche meglio del materasso». «Vorrei dire a tutti gli italiani di stare sereni, il sistema italiano è assistito dalle più forti garanzie che sono mutualistiche da parte delle banche, ma a questa garanzia si aggiunge anche la garanzia del Tesoro, la garanzia dello Stato. Quindi non c'è nessuna preoccupazione da avere», ha detto ancora Berlusconi. «Non si devono neppure porre le domande "ma devo andare in banca a ritirare il mio libretto di deposito?" - ha proseguito Berlusconi - perché non credo che il materasso possa essere una cassaforte migliore di quella del sistema bancario italiano. Lo diciamo con totale serenità e assoluta convinzione».

«Sono certo che il mercato presto tornerà a valutare le nostre aziende secondo la loro capacità reddituale», ha affermato il premier che ha parlato della crisi sui mercati finanziari italiani come di una «una bolla speculativa al contrario». «Diversamente dagli altri paesi - conclude - società che valgono 100 vengono stimate meno di 100, ma si tratta di società che non hanno nessuna riduzione di utili».

Draghi. Il sistema bancario italiano «è solido» ma gli effetti della crisi americana «stanno arrivando», ha affermato il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. «Il decreto - ha spiegato il governatore intervenuto in conferenza stampa al fianco di Berlusconi e Tremonti - serve a mettere da parte le armi che speriamo di non dover usare. È per prudenza che si fa, - aggiunge - non per doverlo usare per forza».

«Le Poste non falliranno mai, i governi passano, le poste restano», ha detto ancora il ministro dell'Economia, spiegando che per questo le misure a garanzia non riguardano i deposito postali. «Garantiamo le cose che possono fallire. E le poste non falliranno mai».

Le soglie di garanzia. Il sistema bancario italiano «garantisce sui depositi i risparmiatori nel modo più efficiente in Europa», ha detto il ministro dell'Economia. Tremonti ha ricordato l'intervento europeo per alzare le soglie di garanzia ma - ha aggiunto - «sono state alzate le soglie che comunque sono ancora sotto la soglia italiana».

Veltroni: piena disponibilità a collaborare. «C'è la piena disponibilità del Pd di contribuire in un momento così drammatico per uscire positivamente dalla crisi. Siamo una grande forza nazionale che ha a cuore l'interesse del Paese anche sopra i propri interessi». Il segretario del Pd Walter Veltroni indica così l'impegno dei Democratici per uno sforzo comune a uscire dalla crisi finanziaria.

«Domani Tremonti verrà in Parlamento - ha affermato Veltroni - e credo che sarebbe giusto che in Parlamento si crei un rapporto tra governo e opposizione, che non può non esserci in un momento così difficile». «Sarei tentato - spiega Veltroni presentando in conferenza stampa le proposte del Pd sull'emergenza finanziaria - di usare toni diversi, ma non sentirete da me altri toni. Ritengo naturale, come è avvenuto negli Stati Uniti, che il governo si preoccupi di avere buone relazioni, scambio di opinioni e contributi dall'opposizione, perchè non è tempo di parole da campagna elettorale ma di costruire qualcosa che sia in sintonia con le preoccupazioni del Paese».

Possibile rinvio manifestazione 25 ottobre. «Non capisco tanta preoccupazione per una manifestazione democratica - ha detto poi Veltroni a chi gli chiedeva se, come propone Marco Follini, non sia il caso di rinviare la manifestazione del 25 ottobre -. La democrazia è fatta anche di momenti di incontro con il proprio popolo. Certo se la situazione della crisi finanziaria precipitasse ulteriormente e ci si trovasse in una autentica emergenza siamo tutte persone responsabili con la testa sulle spalle».

domenica 19 ottobre 2008

gomorra blob

sabato 18 ottobre 2008

sicuro che...








...non abbia fatto crac?

venerdì 17 ottobre 2008

finalmente dal basso...

Grande corteo a Roma. Sindacalismo di base e società civile. Nella manifestazione genitori, maetri, professori e tantissimi studenti

Scuola, trecentomila in piazza:"E' solo l'inizio della protesta"



di ANDREA DI NICOLA

ROMA - "Non pagheremo noi la vostra crisi". Il copyright è degli universitari ma lo slogan rimbalza di spezzone in spezzone nel corpaccione del grande corteo in difesa dell'istruzione pubblica che ha attraversato la città sotto una pioggia scrosciante. Un corteo di studenti medi e universitari in primo luogo, e poi di professori, maestri, lavoratori della scuola e genitori. Società civile, insomma, della quale i Cobas e il sindacalismo di base hanno intercettato l'urgenza di voler esprimere il proprio no a quella che tutti chiamano "la distruzione della scuola pubblica".
Fuori la politica ufficiale, fuori i partiti a parte qualche striscione di Rifondazione però estraneo al centro della protesta. Il corteo dei trecentmila, si capisce subito, non è nato nelle loro sedi, ma nelle scuole elementari, nelle case dei promotori dei mille comitati genitori che stanno nascendo in tutta la penisola, nelle facoltà occupate.

Che sarebbe stata una manifestazione imponente lo si era capito dalla prima mattina, nello stupore generale a partire dagli organizzatori. Alle 9,30 piazza Esedra era già piena. E la cifra comune un po' a tutti, tranne ai tanti bambini delle elementari felici per questa giornata in cui possono fare confusione con l'approvazione di maestre e genitori, è la preoccupazione. Quella delle maestre in ambasce per il posto di lavoro che girano con cartelli fatti in casa con su scritto "taglia, taglia, il bambino raglia" o che,m orgogliosamente rivendicano "sono già un maestro unico". I genitori, preoccupati anche loro, perché già si vedono con i piccoli a casa ad ora di pranzo e costretti a rivedere tutta l'organizzazione familiare si sono presentati con delle magliette verdi con su scritto "il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini". I ragazzi dei licei la loro preoccupazione la esprimono in modo diretto: "Preokkupati per il futuro", scrivono quelli della Rete degli studenti che danno anche un consiglio alla ministra "i tagli te li fai ai capelli". I precari della scuola, veramente in tanti, che temono di aver buttato anni ed anni. Gli universitari che portano in piazza il loro incubo: la precarietà del futuro. Non a caso il loro striscione è firmato "studenti precari" e in tanti girano con un cartello scritto in inglese: "Sono uno studente italiano, adottatemi". Mentre il collettivo di Scienze ha scritto sullo striscione "Tagli, privatizzazioni, precarietà. Ecco l'università spa".

Il corteo scorre lento verso piazza San Giovanni e quando la testa raggiunge l'arrivo la coda è ancora in piazza Esedra. Questo al di là delle cifre dà il senso della grandezza della manifestazione. E da un capo all'altro le star sono sempre loro: Gelmini, Brunetta, Tremonti. Berlusconi è quasi dimenticato negli slogan e negli striscioni. Il ministro della Funzione pubblica è ritratto mentre con una flebo succhia il sangue agli impiegati pubblici e quando da un camion gli dedicano "Un giudice" di De Andrè, con allusione alla statura del ministro, è un boato.

Il clima è tranquillo e sereno, d'altra parte aspettarsi che austeri professori di greco e latino si potessero trasformare in black bloc sarebbe stato arduo. E tuttavia qualche momento di tensione c'è stato quando universitari e studenti medi hanno deciso di andare a trovare la Gelmini nella sua tana, al ministero della Pubblica Istruzione, fuori dal percorso programmato. "Siamo stati ieri da Tremonti, se no la Gelmini ci rimane male", sorride un ragazzo dietro lo striscione di Roma III. I responsabili dell'ordine pubblico capiscono che non ci sono pericoli: le facce di quei ragazzi dicono che non sono degli sfasciatutto e quindi acconsentono al fuori programma.

E così mentre a San Giovanni si comincia a tornare a casa, i più giovani prolungano la protesta. Nei confronti dei poliziotti e carabinieri nessuna provocazione solo improbabili inviti a ballare e slogan per ricordare agli uomini e alle donne in divisa che "anche voi avete dei figli, stiamo lottando anche per loro". Anche per la ministra un solo coro: fuori, fuori. "Ci accusano di non voler dialogare - dice Francesco di Scienze della Sapienza - perché non viene fuori a parlare con noi?".

La Gelmini non scenderà ma loro non si scompongono: "Andremo avanti fino a che non sarà ritirata la legge 133. Da domani occupazioni a oltranza in scuole e università. Oggi è solo l'inizio". Casualmente il "ce n'est qu'un debut" del '68. Loro forse nemmeno lo sanno e, per quanto sono distanti dai movimenti del passato, se lo sanno se ne fregano.

Considerazioni intelligenti di un confederale.

giovedì 16 ottobre 2008

tireremo dritto!

mercoledì 15 ottobre 2008

sempre più povera itaglia

La denuncia di Saviano: circondato dall'odio per le mie parole vado via perché voglio scrivere ed ho bisogno di stare nella realtà

"Io, prigioniero di Gomorra, lascio l'Italia per riavere una vita"

di GIUSEPPE D'AVANZO

ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".

La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?"
Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".

A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.

padri...

e figli...

certo non tutti, per fortuna...

classe differenziale

Dopo un acceso dibattito, via libera al testo passato con una diversa denominazione: "classi di inserimento". Fassino: "Regressione culturale"

Classi ponte per alunni stranieri. Sì della Camera a mozione Lega

ROMA - Classi "d'inserimento" per bambini extracomunitari. La Camera ha approvato la mozione della Lega Nord in materia di accesso degli studenti stranieri alla scuola dell'obbligo. Il testo, approvato dopo un infiammato dibattito, è passato con una diversa denominazione: non più "classi ponte", così come originariamente indicato nella mozione presentata dal leghista Roberto Cota, ma la nuova denominazione che parla, appunto di "classi di inserimento". E' stato il vice capogruppo vicario del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, a proporre di cambiare il nome all'oggetto per "rendere più evidente l'obiettivo della proposta, ossia l'integrazione degli studenti". Per Piero Fassino si tratta invece di "una regressione
culturale prima ancora che politica", "e non solo produce un principio di discriminazione ma, e questa è la cosa più grave, discrimina tra i bambini e i più piccoli, che è la cosa più abbietta".

Il testo della maggioranza è passato con 256 sì, 246 no e un astenuto. Bocciate le mozioni dell'opposizione. Il testo approvato a Montecitorio impegna il governo a "rivedere il sistema di accesso degli studenti stranieri alla scuola di ogni ordine e grado, favorendo il loro ingresso, previo superamento di test e specifiche prove di valutazione". "Favorendo", dunque, e non più "autorizzando" come si leggeva nel testo originario: una modifica sostanziale che sottolinea il valore non selettivo della norma. A chi non supera i suddetti test vengono messe a disposizione le "classi ponte che consentano agli studenti stranieri di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all'ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti".

La mozione impegna inoltre il governo "a non consentire in ogni caso ingressi nelle classi ordinarie oltre il 31 dicembre di ciascun anno, al fine di un razionale ed agevole inserimento degli studenti stranieri nelle nostre scuole". Infine, si prevede "una distribuzione degli studenti stranieri proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe, per favorirne la piena integrazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri", oltre che "nelle classi ponte, l'attuazione di percorsi monodisciplinari e interdisciplinari, attraverso l'elaborazione di un curriculum formativo essenziale, che tenga conto di progetti interculturali, oltre che dell'educazione alla legalità e alla cittadinanza".

martedì 14 ottobre 2008

lunedì 13 ottobre 2008

solidarietà a roberto mancini...

Forse arrivo un pò in ritardo...Non sapevo dell'esistenza del tuo blog, né delle tue vicissitudini. In ogni caso ogni forma di espressione, tanto più quando è davvero libera, deve continuare a esistere. Non smettere.
qui e ...
E ora? Non riesco ad avere info al riguardo...

sabato 11 ottobre 2008

è il culto della velocità, baby...







ubriaco e in un locale gay: pardon, ma mi vien da ridere...

sessismo amerikano

Foto ai polpacci di Sarah. Ora basta: è sessismo"
L'ira dei conservatori: «Con Biden non l'avrebbero fatto. Palin discriminata»
La campagna di McCain accusa l’agenzia d’informazioni Reuters di "sessismo" per aver scattato e messo in rete una foto di Sarah Palin in cui si vedono le sue gambe riprese da dietro con al centro il pubblico di un comizio. "Non avrebbero mai scattato una simile foto di Joe Biden", dicono i repubblicani, letteralmente inferociti per l’accaduto.

La foto ritrae solamente le gambe della governatrice dell’Alaska e a balzare all’occhio sono gli sguardi attoniti di alcuni sostenitori presenti in platea e i tacchi alti di vernice nera indossati dall’aspirante vice. La foto "incriminata" è stata scattata alla governatrice dell’Alaska durante un comizio a Bethlehem, in Pennsylvania, lo scorso otto ottobre. Molti blog americani hanno approfittato della cosa per attivare sondaggi online sull’argomento. Il canale Fox si rivolge al pubblico con un quesito «Fair or unfair – Is this photo sexist?» e cioè: «Leale o no – questa foto è sessista?». Le reazioni dei lettori sono le più disparate.

C’è chi sostiene che non si tratti assolutamente di una foto sessista perché, come dice Susan, «si tratta di una bella immagine che rivela che la Palin oltre ad avere cervello è anche una donna affascinate e certamente attirerà l’attenzione dell’audience»; Ms Burke, al contrario, chiede «uguaglianza in questa campagna» sostenendo che una foto simile non sarebbe mai stata scattata a un uomo. Clyde è realista e sostiene semplicemente che «Sarah è attraente e ha belle gambe. Cosa che di certo Joe Biden non possiede. Sessista? Forse. Di certo è un ottimo strumento di marketing». Non è la prima volta che i repubblicani lanciano accuse di sessismo. Lo scorso settembre Barack Obama lanciò uno degli attacchi più violenti all’indirizzo dei suoi avversari nella corsa per la Casa Bianca sostenendo che le loro promesse di cambiamento erano paragonabili a «voler mettere il rossetto a un maiale». I repubblicani replicarono immediatamente sostenendo che questa dichiarazione era «disgustosa» e «sessista» e che era chiaramente riferita a Sarah Palin.

godo di più a leggere qui...

venerdì 10 ottobre 2008

doppio

perdonami se sto lontano
e cercami vicino

martedì 7 ottobre 2008

beata ignoranza


Passa il maxiemendamento del governo al decreto legge del ministro Gelmini. L'opposizione attacca: "Impedito il confronto, ha deciso tutto Tremonti"

Maestro unico e tagli alla scuola, la Camera approva la fiducia

Entro fine mese il provvedimento deve essere convertito dal Senato. Studenti e sindacati sul piede di guerra: "Ora mobilitazione più intensa"

ROMA - La Camera ha votato la fiducia sul pacchetto Gelmini sulla scuola. Il maxiemendamento al decreto legge è stato approvato con 321 favorevoli, 255 contrari e due astenuti. Domani mattina alle 10.30 inizierà l'esame degli ordini del giorno presentati al provvedimento, mentre il voto finale della Camera sull'intero decreto arriverà giovedì. Il testo passerà quindi al vaglio del Senato, dove dovrà essere convertito in legge entro il 31 ottobre.

Torna il maestro unico. Nel provvedimento sono contenuti i cambiamenti ampiamente annunciati nei giorni scorsi: dal maestro unico al blocco del turn over nei prossimi tre anni per circa 150 mila insegnanti, dal ritorno al grembiule al voto in condotta. Sul maestro unico, uno dei punti più contestati da opposizione e sindacati, il decreto prevede l'abolizione, a partire al prossimo anno, del team di insegnanti alle elementari (ora sono tre per due classi).

Orario di lavoro più lungo. Quanto alle ore del tempo pieno, queste saranno coperte dallo stesso maestro unico, che dovrebbe lavorare un maggior numero di ore. Il decreto prevede che per le ore di insegnamento aggiuntive, rispetto all'orario d'obbligo, si possa attingere per il 2009 dalle casse delle singole scuole.

Accontentata la Lega. Il maxiemendamento modifica invece l'articolo 1 lì dove si prevedeva la nuova disciplina "Cittadinanza e Costituzione", introducendo, per "promuovere la conoscenza del pluralismo istituzionale, definito dalla Carta Costituzionale", iniziative "per lo studio degli statuti regionali delle regioni ad autonomia ordinaria e speciale'', come richiesto dalla Lega Nord.

Le regole per bocciare. Per quanto riguarda le bocciature il testo stabilisce che "nella scuola primaria i docenti con decisione assunta all'unanimità, possono non ammettere l'alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione". Alle medie sarà necessaria "una decisione assunta a maggioranza dal consiglio di classe" e si dovrà tenere conto anche di "disturbi specifici di apprendimento e della disabilità".

I voti in cifre. Tornano anche i voti in decimi per cui al voto insufficiente è stata sostituita la dicitura "al voto inferiore a sei decimi". Voti che saranno usati anche per l'esame finale. Infine il provvedimento interviene sulle edizioni dei libri scolastici che, alle medie e alle superiori, saranno rinnovate (salvo casi particolari) ogni sei anni, e gli specializzandi Ssis, che potranno essere inseriti nelle graduatorie ad esaurimento non più in coda ma nelle posizioni spettanti in base ai titoli.

L'opposizione all'attacco. Il voto di fiducia di Montecitorio è stato preceduto da un duro scontro tra maggioranza e opposizione. "Questa riforma si scrive Gelmini ma si legge Tremonti e il governo ha detto di no a qualsiasi possibilità di interlocuzione sul testo", ha denunciato Silvana Mura dell'Idv rilevando che nel testo "ci sono solo tagli". Un provvedimento, lamenta ancora il movimento di Antonio Di Pietro, che "rottama la scuola e con essa il diritto all'istruzione".

"Un pasticcio contro il futuro". Valutazione identica a quella fatta dal Pd. "Il vero autore del decreto è Tremonti, secondo cui la scuola italiana, sebbene buona, è troppo costosa", ha accusato Maria Coscia. "Dall'opposizione - ha aggiunto - non c'è stato nessun comportamento ostruzionistico ma solo la voglia di confrontarsi sul merito" mentre ora il "pasticcio contenuto nel decreto impedisce di costruire un futuro per il Paese".

Vota contro anche l'Udc. Contro la fiducia ha votato anche l'Udc. "Sono d'accordo sul fatto che la reintroduzione del voto in condotta o del grembiulino non migliorerà la situazione drammatica in cui versa la scuola, ma rimane il fatto che il titolare dell'Istruzione, contrariamente alle sue promesse ne sta cambiando il volto senza avviare prima un dibattito ampio e senza il consenso dei protagonisti del comparto", ha spiegato Luisa Capitanio Santolini, ribadendo che "nessuna urgenza giustifica un decreto sulla scuola blindato dalla fiducia".

La manutenzione della Gelmini. Accuse che non sembrano aver scalfito le certezze della maggioranza. "Più che una riforma, la mia credo sia una manutenzione della scuola, che rimetta al centro la sfida educativa in collaborazione stretta con la famiglia", ha fatto sapere il ministro Mariastella Gelmini ricordando lo "sforzo in atto da parte del governo per riqualificare la spesa" che, nel settore della scuola, si traduce in "un riposizionamento delle risorse".

Studenti in piazza venerdì. Vanificata in Parlamento con il voto di fiducia, l'opposizione al pacchetto Gelmini continua però nelle piazze e nelle scuole. Venerdì prossimo gli studenti della Rete degli studenti medi annunciano una nuova ondata di manifestazioni. "Porre la fiducia sul decreto - sostiene il coordinamento - è l'ennesimo atto dei bulli di governo, che non vogliono nessun dialogo e preferiscono imporsi sempre e comunque con la forza".

La Sapienza mobilitata. In fibrillazione anche l'università: un gruppo di studenti della Sapienza a Roma ha occupato il Rettorato, annunciando una "assemblea d'ateneo, aperta a tutte le componenti, per giovedì 16 ottobre nell'Aula magna".

Sindacati sul piede di guerra. Anche i sindacati intanto si preparano alla protesta: secondo Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, se la fiducia alla camera "è la risposta del governo alla disponibilità al dialogo" espressa dai confederali "allora sarà inevitabile l'intensificarsi della mobilitazione". Mentre per Massimo Di Menna, segretario generale della Uil Scuola, il maestro unico "non ha nessuna motivazione d'urgenza. E' uno scontro che si poteva evitare. I veri problemi si avranno - prevede - quando si dovrà attuare il meccanismo dei tagli. Andremo ad una mobilitazione forte di tutto il sindacalismo scolastico".
(7 ottobre 2008)

lunedì 6 ottobre 2008

cracchete...

Lo scetticismo sulla capacità dei governi di fronteggiare l'emergenza alimenta i timori che la crisi impatti sull'economia reale

Borse, una caduta mondiale. Piazza Affari -8,24%, Parigi -9

A Milano ben 16 blue chips sospese contemporaneamente. E' stato il maggior calo dall'84, peggio dell'11 settembre
di LUCA PAGNI

MILANO - Lunedì nero, Caporetto, panic selling, profondo rosso, l'11 settembre della finanza. I termini per descrivere quanto sta accadendo sui mercati non bastano più. Bisognerebbe inventarne di nuovi. Difficile raccontare altrimenti quanto accaduto ieri nelle Borse mondiali, in particolare in quelle europee che hanno perso in media il doppio rispetto alle asiatiche e alle prime ore di Wall Street. Perdite che hanno frantumato ogni record precedente: a fine giornata nel Vecchio Continente c'è chi è arrivato ad arretrare di oltre nove punti percentuali.

Maglia nera tra gli indici è stato così il Cac40, che raccoglie le prime società per capitalizzazione della Borsa di Parigi: -9,04% è stato il responso finale. Ma anche le altre piazze non sono distanti: a Piazza Affari, lo S&P's/Mib ha ceduto l'8,24%, a Londra l'Ftse 100 ha chiuso in calo del 7,85%, il Dax a Francoforte del 7,07%, l'Ibex a Madrid del 6,06% e lo Smi di Zurigo del 5,82%.

Complessivamente, si sono volatilizzati quasi 445 miliardi di euro. E soltanto tra i titoli principali. L'indice Dj Stoxx 600, che alla vigilia capitalizzava 6.140 miliardi, ha infatti perso oggi il 7,23%, portandosi ai minimi dal novembre 2004 e registrando il calo più consistente in una singola seduta da un altro storico lunedì nero, quello del 19 ottobre 1987.

L'ondata di vendite senza precedenti ha almeno due motivi principali: la scarsa risposta dei governi centrali alla crisi in atto (il piano Paulson non ha praticamente avuto effetti positivi su Wall Street e i paesi Ue appiano divisi e senza una strategia comune) e il timore che la crisi finanziaria possa intaccare il tessuto industriale.

Per Piazza Affari si è trattato del peggior calo dal 1994: prima di allora, le perdite più consistenti si erano avuto il 28 ottobre del 1997 con l'indice che aveva perso l'8,13%, a seguire la seduta dell'11 settembre 2001 con un calo del 7,42%.

A Milano, i titoli sono stati tutti venduti senza eccezioni di sorta. Nel pomeriggio, ben sedici titoli avevano subito stop per eccesso di ribasso contemporaneamente tra le società a maggiori capitalizzazioni; persino quelle ritenute un investimento rifugio in momento di ribasso, come Eni (-9,66%) o Atlantia (-10,5%).

Le banche sono crollate come nel resto d'Europa. In Italia, Unicredit ha contribuito ad alimentare dubbi e sospetti sugli istituti di credito con il suo piano anticrisi da 6,6 miliardi. A fine seduta, le azioni del gruppo guidato da Alessandro Profumo hanno arginato le perdite al 5,48%, dopo aver esordino in mattinata a -15%. Peggio sono andate le altre banche di primo piano: Banco Popolare (-14,7%), Intesa Sanpaolo (-11,28%), Bpm (-6,2%).

Lo scivolone del prezzo del greggio, finito sotto i 90 dollari, ha fatto precipitare Saipem (-15,2%) ed Eni (-9,6%), ma anche Tenaris (-10,85%). Telecom Italia, arretrando del 10,8%, è scesa sotto la soglia di un euro per la prima volta nella storia della società, dopo la fusione con Olivetti.
( 6 ottobre 2008)

meno male che c'è lui...

Mutui, Papa: "I soldi scompaiono
solo la parola di Dio è solida"

meno male che...

...la Sardegna c'è! E così non passa il referendum voluto da silvio per abrogare la legge "salvacoste".
Nel frattempo, sempre lui, sta tentando di privatizzare definitivamente l'acqua...

domenica 5 ottobre 2008

pedalare in itaglia

Lo smog in città si combatte con le biciclette. A Milano lo smog è incentivato. Chi inquina di più, se paga, può entrare in centro in auto e avvelenare l'aria. Questa idiozia comunale è stata chiamata Ecopass, il pass ecologico. Chi prende la bici rischia invece la vita per la mancanza di piste ciclabili e di ogni tipo di supporto. Molti milanesi muoiono ogni anno sulle due ruote travolti dalle auto e dai camion. A Milano, diceva una canzone, non crescono i fiori e, oggi, neppure le bici.
Andare in bicicletta, per ora, non è stato ancora vietato dal governo della P2. Per questo il 14 novembre invito tutti i milanesi a prendere la bicicletta per recarsi in ufficio, a scuola o solo per farsi un giro. Anche i non milanesi sono invitati per visitare la città. Io ci sarò con una bici fiammante azionata dalla mia possente massa muscolare. Riprendiamoci l'aria delle nostre città.
Ascoltate l'intervista a Eugenio Galli, presidente Fiab Ciclo Hobby Milano e, soprattutto, guardate nel video le "ciclabili" di Milano.



"Nel 1980 il consiglio comunale di Milano approvò un piano di rete ciclabile di 330 chilometri, che secondo gli estensori era sensibilmente inferiore dalla media delle città europee evolute. Da allora ad oggi cos'è successo? Poco! Oggi la rete ciclabile ammonta, contando anche i centimetri che sono sparpagliati qua e là a circa settanta chilometri. Il risultato è però che la rete ciclabile a Milano non c'è. Stiamo parlando di piste ciclabili. Su questo vorrei tornare dopo, brevemente, per chiarire una cosa che secondo noi di Fiab è importante. Gli spezzoni realizzati sono percorsi più o meno in sede protetta. A Milano c'è un unico itinerario protetto e completo che ha un senso di origine e destinazione, che va grosso modo da San Siro al parco Lambro, sono circa venticinque chilometri. Il resto sono dei moncherini sparpagliati qua e là, cento metri di qui, duecento metri di là, che tra di loro non sono collegati, che perciò non si prestano ad essere utilizzati. In sostanza sono sperpero di denaro pubblico, se realizzati con denaro pubblico. In molti casi, per altro, questi spezzoni non sono stati realizzati dal comune, ma sono stati realizzati dalle imprese come scomputi di oneri di urbanizzazione. Quindi l'effetto che si è creato nella città è quello di uno spezzatino alla milanese come ci piace chiamarlo.
La rete ciclabile esistente ha una serie di problemi significativi che sono: discontinuità importanti perché il ciclista viene improvvisamente abbandonato in mezzo al traffico, un esempio piazzale Lotto, quindi falsa apparenza di sicurezza! La pista ciclabile, tra i suoi requisiti, dovrebbe avere anche quella di garantire la sicurezza ai ciclisti. Problemi di manutenzione, problemi di occupazioni abusive perché si va dal chiosco del fioraio alle macchine parcheggiate abusivamente. Dai cantieri. Adesso è stato per fortuna superato, ma per molti anni un cantiere importante ha insistito sulla pista ciclabile di via San Marco (quello per la ristrutturazione dell'edificio del Corriere della sera eccetera) insomma ingombri di diverso tipo quindi inutilizzabilità. Ingombri anche temporanei per esempio in occasione di mercati. Ci sono problemi di progettualità, per esempio là dove ci sono curve a gomito. Ci sono problemi di realizzazione là dove i materiali utilizzati sono stati collocati in maniera sbagliata. La pista ciclabile di via San Marco è fatta in pavé e porfido, quindi quanto di più inidoneo all'utilizzo da parte dei ciclisti. Spesso è ondivaga, anche questo è un difetto progettuale, vuol dire che chi l'ha pensata e chi l'ha realizzata, non ha tenuto conto delle effettive esigenze di chi la utilizza, cioè del destinatario finale che è il ciclista. Il quale va dritto. A volte ci sono dei gradini, degli sbalzi, che per una macchina o una moto fortemente ammortizzati possono essere sorpassati per il ciclista, invece costituiscono un problema. Insomma, questo soltanto per dire che sull'unica vera pista ciclabile di Milano c'è un lungo elenco di problemi, il resto sono moncherini. E sono soldi gettati al vento. Dopodiché, non possiamo pensare di parlare di mobilità ciclistica solo pensando alle piste ciclabili. E' un concetto che dev'essere superato da parte dei politici, da parte dei tecnici, da parte dei media, da parte dei cittadini. Insomma i politici ne dicono talmente tante, anche quelli che hanno compiti di altissima responsabilità che non mi stupisce più nulla. Quella frase poi è stata smentita, ma indipendentemente dal fatto che sia stata detta. Io sono certo che ci sia chi, a Milano e non solo, che la bici va bene purché non tolga spazio alle auto però è una banalità perché anche un pedone toglie spazio alle auto, secondo noi la città ha bisogno di decidere che cosa vuole fare. Fare! Cioè se si vuole creare una città a misura d'auto o una città a misura di cittadino. E' una polemica assurda ed è tanto più assurda se si pensa che a Milano, sul tema della mobilità ciclistica siamo fermi praticamente da trent'anni. Qui ci sono responsabilità pesanti, è inutile però stare a rinvangare il passato, noi cerchiamo di dialogare con tutti indistintamente, anche dal colore politico, intendo noi come associazione Fiab Ciclobby, però il senso di una collaborazione virtuosa è che poi si arrivi a delle realizzazioni che siano soddisfacenti rispetto alle esigenze, rispetto al fabbisogno. Ecco che una discussione che si annoda su ciò che Milano farà, o su ciò che Milano, com'è successo la settimana scorsa, non farà, è una discussione inutile.
E' un grosso errore pensare di affrontare la promozione dell'uso della bici che è un mezzo che non ingombra, non inquina, non fa rumore, i cui vantaggi molti conoscono perché oggi, o magari già da tempo la utilizziamo, occupandoci solo di piste ciclabili. Noi non chiediamo piste ciclabili ma chiediamo una città ciclabile nel suo complesso. Per esempio non è possibile pensare di realizzare piste ciclabili sull'intero reticolo stradale, ma vogliamo che sull'intero reticolo stradale si possa andare in sicurezza in bici. Come fare? Oltre alle piste parliamo di corsie ciclabili. Cioè di strisce disegnate sull'asfalto. Esistono ovunque in Europa, anche in Italia si stanno affermando sempre più, anche se esistono degli ostacoli burocratici maggiori, da parte dei tecnici del ministero soprattutto che frappongono interpretazioni molto restrittive sempre sul tema che diventa un po' una sorta di totem della sicurezza che viene interpretata in maniera restrittiva nei confronti dell'utenza a mobilità debole o cosiddetta dolce che è quella della bici. Corsie ciclabili sono facilissime da realizzare e hanno dei costi sensibilmente inferiori. Si possono fare praticamente ovunque. Penso per esempio all'asta, per i milanesi nota e gettonatissima che va da viale Monza e via Padova a Corso Buenos Aires a corso Venezia e quindi in centro, Milano è una città come un reticolo a forma di ruota di bicicletta tra l'altro, bene quest'asta gettonatissima è pericolosa! Piazzale Loreto è uno dei punti a più alta incidentalità anche con morti oltre che con feriti. Quest'asta potrebbe essere messa in sicurezza con corsia ciclabile non con pista ciclabile. Quindi, mobilità si affronta con corsie, con piste ciclabili, con interventi sulla segnaletica. C'è il tema della sosta: chi arriva in qualunque posto, al teatro al cinema al bar al ristorante all'ufficio a fare la spesa eccetera, deve trovare un posto, dove parcheggiare. Oggi c'è un parcheggio spesso selvaggio addirittura contro le regole. Si lega la bici al palo della luce, del semaforo, agli archetti antisosta, addirittura a volte ostacolando chi arriva a piedi. Quindi l'un contro l'altro armati, utenze deboli una contro l'altra non ha assolutamente senso. Occorrono perciò aree e spazi di parcheggio appositamente attrezzati con attrezzature idonee. Anche queste vanno pensate: non basta quella che lega solo la ruota ma occorre quella che lega ruota e telaio. Chi va in bici questo lo sa, chi lo progetta spesso non lo sa. C'è il tema dell’intermodalità cioè dell'utilizzo combinato di mezzi di trasporto differenti. La bici deve poter accedere anche al mezzo pubblico: la metropolitana anche i mezzi di superficie. A Strasburgo è così, a Vienna è così, a Berlino è così. A Milano e in Italia c'è una fortissima restrizione. E' di oggi un comunicato stampa della Fiab che si allaccia al discorso dei cani sui treni, noi ci chiediamo che cosa dobbiamo fare per avere un dialogo produttivo ed efficace con chi gestisce i mezzi di trasporto, che ancora oggi è sordo alle esigenze della mobilità sostenibile. Utilizzare i mezzi pubblici vuol dire anche avere dei parcheggi di corrispondenza delle fermate. Stazione Centrale di Milano, la più grossa stazione ferroviaria italiana oggi ha quarantotto posti biciclette. In futuro quanti ne avrà? Dipende! Nel novembre del 2007, cioè l'anno scorso quasi un anno fa, io come rappresentante della Fiab regionale della Lombardia insieme a V.a.s. abbiamo scritto al sindaco Moratti proprio sui lavori di ristrutturazione in corso alla stazione centrale di Milano, chiedendo che fosse realizzata una bici stazione. Abbiamo ricevuto qualche settimana fa, quindi i tempi sono questi, una risposta molto garbata in cui si condividono pienamente le nostre proposte, le nostre obiezioni, le nostre osservazioni, ma ci si dice che quel progetto non soltanto è datato a un periodo che risale all'amministrazione dell'ex sindaco Albertini (per non dimenticarcene che aveva tutt'altra sensibilità su questi temi cioè non ne aveva nessuna) e per giunta in avanzato stato (io direi di decomposizione) ma comunque di attuazione, cioè vuol dire: "Guardate non si farà, in futuro, però ce ne saranno addirittura sette di bici stazioni, una per ogni stazione e addirittura una all'aeroporto di Linate" benissimo, peccato che stiamo parlando del futuro, magari quello dei nipoti, nemmeno quello dei nostri figli. Io dico che è troppo. Il nostro fondatore Luigi Riccardi, riprendendo la frase di un economista, era solito dire "I tempi lunghi sono quelli in cui saremo tutti morti" L'ultimo aspetto è quello dei servizi all'utenza: bike sharing, cartografie, la segnaletica dedicata al ciclista, le mappe interattive sono tutti servizi aggiuntivi che servono ad un'utenza qualificata. Tutto questo per chiarire definitivamente che chi vi dice: "Bici uguale pista ciclabile" vi sta prendendo per il naso. Non credetegli." Eugenio Galli, presidente Fiab Ciclo Hobby Milano (dal blog di beppe grillo)

sabato 4 ottobre 2008

padagnia

"Vadano a pisciare nelle moschee"

Interrotto da applausi scroscianti e urla da parte dei militanti padani, lo sceriffo del Carroccio è stato tra i politici leghisti più applauditi insieme a Umberto Bossi. Berretto verde in testa e, forse, un insolito canovaccio per il suo discorso piazzato sotto il microfono, Giancarlo Gentilini si è scatenato prendendosela soprattutto con gli immigrati, il diritto di voto per gli extracomunitari e la libertà di culto. Di moschee, a Treviso, Gentilini non vuole nemmeno sentir parlare. Come pure di pensioni per gli immigrati.

"Popolo della Legaaaa La Lega si è svegliataaaaaa Le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega. La mia parola è rivoluzione. Questo è il vangelo secondo Gentilini, il decalogo del primo sindaco sceriffo. Voglio la rivoluzione contro i clandestini. Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari. Io ne ho distrutti due a Treviso. E adesso non ce n'è più neanche Uno Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anzianiiiiii Se Maroni ha detto tolleranza zero, io voglio la tolleranza doppio zero. Voglio la rivoluzione contro le televisione i giornali che infangano la Lega. Prenderò dei turaccioli per ficcarli in bocca e su per il c... a quei giornalisti. Non li voglio più vedere... Voglio la rivoluzione contro le prostitute. Anche loro devono pagare le tasse. Tutti pagano le tasse e devono pagarle anche le prostitute. Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici. Qui comprese le gerarchie eclesiastiche, che dicono: lasciamoli pregare. No Vanno a pregare nei desertiiiii Aprirò una fabbrica di tappeti per darglieli ma che vadano a pregare nel deserto. Bastaaaaaa Ho scritto anche al Papa: Islamici, che tornino nei loro paesi. Voglio la rivoluzione contro la magistratura. Ad applicare le leggi devono essere i giudici veneti.

Voglio la rivoluzione contro chi vuole dare la pensione agli anziani familiari delle badanti extracomunitarie. Sono denari nostriiiiii E io me li tengo. Questo è il vangelo di Gentilini: tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri... Ma non avanzerà niente Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moscheeeee Voglio la rivoluzione contro i veli e il burqa delle donne. Io voglio vedere le donne in viso, anche perché dietro il velo ci potrebbe essere un terrorista e avere un mitra in mezzo alle gambe. Che mostrino l'ombelico caso mai....

Ho scritto al presidente della Repubblica che bisogna dare un riconoscimento all'usciere di Ca' Rezzonico che ha vietato l'ingresso alla donna islamica. Io voglio la rivoluzione contro chi dice che devo mangiarmi la spazzatura di Napoli. Io la prendo e la macino e poi se la devono mangiare loro perché sono loro che l'hanno prodotta Io non lo tollero...Io voglio la rivoluzione contro chi vorrebbe dare il voto agli extracomunitari. Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini. Cosa insegneranno, la civiltà del deserto? Il voto spetta solo a noi. Ho bisogno del popolo leghista.

Queste sono le parole del vangelo secondo Gentilini. Ho bisogno di voi. Statemi vicini. Non voglio vedere questa gente che gira di giorno e di notte. Un abbraccio a tutti, viva la Lega".