sabato 12 dicembre 2009

giovedì 10 dicembre 2009

nobel a chi?

Il presidente ritira a Oslo il premio per la pace, sondaggi negativi. Un discorso di forte impatto: "Il male esiste, la forza va usata con regole certe"

Obama: "Il mio Nobel da comandante. La guerra necessaria per la pace"

Ai giornalisti: "So che altri avrebbero meritato questo onore più di me. Il mio obiettivo: stabilità e sicurezza globali durature"
E scherza su Michelle: "Sa che quel che scrive sul libro degli ospiti andrà ai posteri, avrà evitato di fare ironia"


Obama: "Il mio Nobel da comandante La guerra necessaria per la pace"

Barack Obama con il premio Nobel per la pace

OSLO - "Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un'esortazione. La dura verità è che non sradicheremo i conflitti violenti nel corso della nostra vita. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l'uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato". Barack Obama riceve con queste parole il premio Nobel per la pace a Oslo e non aggira la questione che ha accompagnato, tra le polemiche, la decisione dell'Accademia di assegnare a lui, giovane presidente da neanche un anno con la responsabilità di ben due guerre, un'onoreficenza andata in passato a leader non violenti del calibro di Mandela o ad associazioni che sul campo si sono battute per anni per la pace. "So che altri avrebbero meritato questo premio più di me", aveva del resto esordito con i giornalisti poche ore prima del discorso.

Ma Obama il premio lo accetta e spiega perché. Parla da "comandante in capo" di un paese impegnato in due guerre, l'Iraq e l'Afghanistan, e da oggi come campione dei valori di pace nel mondo. Un apparente conflitto che il presidente affronta in modo diretto e articolato.

Cita la seconda guerra mondiale - "difficile immaginare una guerra più giusta" in cui però "il numero totale dei civili che sono morti ha superato il numero delle vittime tra i soldati" - e gli sforzi compiuti nel mondo per impedire che un terzo, distruttivo (per le armi nucleari) conflitto mondiale scoppiasse. Ma le guerre sono continuate, sono divenute intestine e a carattere etnico, prosegue Obama. Che ammette: "Non ho con me la soluzione ai problemi della guerra", ma invoca per sé e per la comunità internazionale "capacità di visione, duro lavoro e persistenza come quella degli uomini e donne che agirono decenni fa. E dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta". Innanzi tutto dando a questa guerra "inevitabile" una cornice di regole definite e condivise.

Cita un altro premio Nobel per la pace, americano e nero, Martin Luther King, il cui volto tappezza le strade di Oslo affiancato al suo: "La violenza non crea mai pace duratura. E io sono la testimonianza vivente della forza morale della non violenza. Non c'è nulla di ingenuo o passivo nel credo e nelle vite di King e Gandhi". Eppure, precisa il presidente-comandante, "non posso essere guidato solo dai loro esempi. Vedo il mondo per quello che è e non posso rimanere fermo di fronte alle minacce verso il popolo americano. Il male esiste nel mondo. Un movimento non violento non avrebbe fermato Hitler. I negoziati non possono convincere i leader di Al Qaeda a deporre le armi. Dire che la forza a volte è necessaria non è un incitamento al cinismo - è il riconoscimento della storia. Dell'imperfezione dell'uomo e dei limiti della ragione".

Ma difendendo il diritto alla difesa dei valori comuni anche con l'uso della forza, Obama non cade nella trappola di essere associato alle controverse dottrine del suo predecessore George W. Bush. "Tutti i paesi, forti o deboli, devono aderire a standard precisi che governano l'uso della forza. E l'America non può chiedere agli altri di seguire le regole se non le seguiamo noi stessi. Altrimenti le nostre azioni risulteranno arbitrarie e in futuro non più giustificabili".

Obama impegna la sua America a diventare "faro" negli standard di queste operazioni: "E' quello che ci distingue da coloro a cui facciamo la guerra, la fonte della nostra forza. Per questo ho proibito la tortura e chiesto la chiusura del carcere di Guantanamo", dice tra gli applausi. E declina in tutt'altro tono la retorica bellica di Bush post-11 settembre: "La guerra non è mai gloriosa".
Obama: "Il mio Nobel da comandante La guerra necessaria per la pace"

Barack Obama firma il discorso di accettazione del Nobel per la pace a Oslo


Ma la pace, dice il presidente, è messa in pericolo anche in assenza di conflitti. La difesa dei diritti e della dignità degli esseri umani è un altro cardine dell'azione promessa da Obama, che rende omaggio in più fasi del discorso alla resistenza civile in paesi come la Birmania, lo Zimbabwe o l'Iran. Anche se non rinuncia a ricordare che anche le trattative più serrate, accompagnate da minacce e sanzioni, devono "lasciare una porta aperta" per essere effettive. E infine, pace e giustizia sociale come cammini paralleli e imprescindibili, ricorda il presidente venuto dall'Africa: "L'assenza della speranza può erodere una società dall'interno", ammonisce e di nuovo ricorda il reverendo King: "Rifiuto di accettare la disperazione come risposta finale alle ambiguità della storia".

Poche ore prima di pronunciare il discorso, Obama ne aveva firmato il copyright in doppia copia, una per sé e una per l'Accademia del Nobel che avrà diritto a riprodurre il messaggio. Poi ha firmato il libro dei Nobel per la pace, aggiungendo di suo pugno un messaggio personale. "Ho scritto grazie", ha scherzato poi con i giornalisti. Poi ha aggiunto: "Con Michelle guardando quei nomi abbiamo commentato che quando Martin Luther King ricevette questo onore vi fu un effetto galvanizzante nel mondo e la sua statura negli Stati Uniti aumentò al punto che gli consentì di essere più efficace nel suo operato". E infine ha scherzato su quel che Michelle avrebbe scritto sul libro degli ospiti: "Sa che le sue parole andranno ai posteri. Avrà evitato di fare dell'ironia", riferendosi forse al fatto che neanche lei pensa che lui abbia meritato il premio.


martedì 8 dicembre 2009

lunedì 30 novembre 2009

figlio mio

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

(Pier Luigi Celli da la Repubblica)

venerdì 27 novembre 2009

lunedì 23 novembre 2009

proverbio genovese

"A moæ di belinoin a l'é de lungo gräia."
Buon appetito.

giovedì 19 novembre 2009

natale bianco...







...a brescia.

giovedì 12 novembre 2009

le conseguenze del rospo






Come Dini - nel suo governo del '95, poi come ministro nei governi Prodi e D'Alema fino al '99 - ci inchiappettò con le pensioni...
Tra l'altro, ci ricordiamo come costui andò in pensione?

mercoledì 11 novembre 2009

l'ora di gesù...





...adessso, da sempre e per sempre in secula seculorum.
Amen...

giovedì 5 novembre 2009








qualcosa di sensato...

mercoledì 4 novembre 2009

martedì 3 novembre 2009

lunedì 2 novembre 2009

domenica 1 novembre 2009

sabato 31 ottobre 2009

cena nelle fogne...




Milano, cena squadrista di Forza Nuova. E sul sito il manifesto con la scritta Dux.

La legge 20 giugno 1952, n. 645 conosciuta come legge Scelba prevede il divieto di ricostituzione del partito fascista e di apologia del fascismo.

L’appuntamento si chiama "Cena squadrista" e vi si accede solo su prenotazione. Sul volantino che annuncia sul sito Internet la cena è stampato il disegno del Museo del Ventennio (mai realizzato), con in bella mostra la scritta "Dux". Nell’invito si legge: «Vi aspettiamo sbarbati e ben pettinati. Poca acqua di colonia per il sesso forte e solo una goccia di Chanel n°5 per quello gentile. Non sono contemplate terze posizioni».

È l’ultima provocazione di Forza Nuova a Milano, con sede in piazza Aspromonte, in lotta per attrarre le simpatie dei militanti di estrema destra con il centro sociale Cuore Nero- Casa Pound in zona viale Certosa. Lì si organizzano convegni dal titolo "Il gioco del passo dell’oca". Una gara al consenso e un’escalation di slogan provocatori che si disputa anche nelle scuole, con i due gruppi Lotta studentesca (Forza Nuova) e Blocco studentesco (Cuore Nero) impegnati a volantinare davanti ai licei. Uniti contro i "compagni", ma divisi fra loro.

di Franco Vanni

(da la Repubblica - Milano)

giovedì 29 ottobre 2009

mercoledì 28 ottobre 2009

lunedì 26 ottobre 2009

martedì 20 ottobre 2009

Come se non ne avessimo abbastanza di quelli reali, la Infinity Ward ha pensato bene di intrattenerci anche con gli attentati terroristici virtuali: ecco 'Call of Duty: Modern Warfare 2', il viedogame per consolle in cui il giocatore ha la possibilità di fare strage di civili innocenti, in aeroporti e altri luoghi pubblici, con estremo realismo.