domenica 4 novembre 2007

la serata su LA7 di luttazzi ovvero, la censura non serve, basta non dar riasalto al fatto...

Un articolo quasi nascosto su la stampa. it. E sulla repubblica.it è...uguale. (vedi link)

4/11/2007 (9:4) - DECAMERON SU LA7
Tv, dopo cinque anni Luttazzi
ricomincia dall'"editto" bulgaro
Daniele Luttazzi

Via con le immagini di Berlusconi
(con pernacchia). Poi gli affondi
contro governo, Mastella e Vaticano
Un sermone lungo un’ora precisa e tra una battuta contro il Governo Prodi, un’invettiva contro la Chiesa, un’apologia del suo pene e una scopata virtuale con la figlia di Berlusconi si č consumato il ritorno televisivo di Daniele Luttazzi, su La7 con Decameron, politica, sesso, religione e morte, ricominciato proprio dall’editto berlusconiano di cinque anni fa. Il monologo che non ha risparmiato alcuno.

Le prime immagini del programma sono state quelle dell’aprile 2002, con cui l’allora premier, Silvio Berlusconi accusň lo stesso Luttazzi, insieme a Biagi e a Santoro, di «uso criminoso» della tv, di fatto poi causandone l’allontanamento dagli schermi Rai. Una pernacchia ha suggellato il filmato. Subito dopo, la sigla del programma e un monologo al vetriolo dell’attore, in piedi su un enorme tavolo di plexiglas. «Pensate - ha esordito Luttazzi - č giŕ passato un minuto e siamo ancora in onda. Chi l’avrebbe detto? In questi anni mi sono chiesto perchč sia rimasto lontano dalla tv. Poi l’ho scoperto: la colpa era del mio agente, Bin Laden. Chissŕ perchč in questi anni Bin Laden č andato in video, io no».

Della Rai, ha aggiunto, «l’unica cosa che mi manca sono i grattini di Lilli Gruber sulla schiena». Se ’politica, sesso, religione e mortč č il sottotitolo del programma, il primo affondo di Luttazzi č stato tutto contro il governo Prodi. «Mi chiedono perchč ho votato centrosinistra: perchč avevo ben presente la squallida alternativa». Poi la lunga lista di «tutte le cose che non mi piacciono per niente del governo in carica: innanzitutto non ha cancellato la legge 30, che ha generato il fenomeno enorme della precarietŕ... Non č democrazia se non te la puoi permettere. Ragazzi, datevi da fare, perchč con la balla della flessibilitŕ ve lo stanno mettendo nel c...».

Al governo Luttazzi ha rimproverato anche «di non aver cancellato tutte le leggi vergogna di Berlusconi. Ora vogliono ripristinare il reato di falso in bilancio, ma č come dire: "Berlusconi č uscito dal recinto, chiudi pure". Non c’č ancora - ha aggiunto l’attore - una legge sul conflitto di interessi: c’č la proposta di Violante, ma se sarŕ approvata Berlusconi potrŕ tranquillamente venire eletto ancora e poi decidere se rinunciare all’incarico o affidare le proprie aziende a un blind trust o, ma evidentemente non ci hanno pensato, farsi una legge che cancella la legge Violante».

Nel mirino di Luttazzi, anche il disegno di legge Gentiloni di riforma della tv: «Non mi piace perchč non permetterŕ la nascita di un terzo polo generalista e per l’ennesima volta lascerŕ intatto l’esistente». Poi l’affondo contro il ministro della Giustizia Clemente Mastella: «Se lo avessero detto prima delle elezioni che lo avrebbero fatto Guardasigilli, vinceva Berlusconi». Le critiche dell’attore hanno colpito in particolare la legge sull’indulto: «piuttosto - ha detto - tiriamo fuori i tossicodipendenti, legalizziamo le droghe e facciamo nuove carceri che siano davvero luoghi di recupero». Nell’elenco di Luttazzi anche «la legge razzista Bossi-Fini, con i centri di permanenza temporanea che sono luoghi disumani e vanno chiusi» e il recente pacchetto sicurezza, «che in parte obbedisce a una logica repressiva e penalizza i piů deboli senza risolvere il problema. Quella accaduta a Roma - ha aggiunto, riferendosi all’omicidio di Giovanna Reggiani - č stata una tragedia insensata e straziante. Ai familiari va il nostro cordoglio e il ringraziamento per aver dato un grande esempio di civiltŕ con la richiesta di evitare strumentalizzazioni. In Italia il 75% dei delitti contro le donne č compiuto da italiani. Conosco albanesi, macedoni e romeni che sono persone squisite».

Gli strali di Luttazzi si sono poi abbattuti sulla Rai: «Da cinque anni non fa piů programmi di satira e la qualitŕ si č decisamente abbassata. Ora i programmi Rai che si vedono sono quelli che sceglie il cane pestando il telecomando. Dire che la Rai č in crisi č come dire che sul Titanic c’era un rubinetto che perdeva». Poi uno sketch in cui Luttazzi ha invitato un finto presidente di viale Mazzini Claudio Petruccioli, impersonato da un bambino con tanto di barba. «Che novitŕ ci sono nel palinsesto Rai?» gli ha chiesto. E la risposta č stata: «Conosco solo i programmi fino alle 21.30 perchč poi devo andare a letto». Altro bersaglio il Vaticano, al centro di una scenetta ambientata nell’antica Grecia, in un immaginario dialogo tra sofisti: «I preti che molestano i bambini vanno all’inferno? No, vanno a Los Angeles, dove la diocesi ha sborsato 660 milioni di dollari per risarcire le vittime. Il Vaticano č quello che non paga le tasse, la Chiesa cattolica č quella che incassa l’8 per mille. La pedofilia tocca solo alle chiese locali».

ancora un pò in ritardo ma, per non scordare...

Cinquanta onorevoli sono stati sottoposti, a loro insaputa, al "drug wipe"
Quattro positivi alla cocaina, 12 alla cannabis. Dubbi sulla veridicità dei risultati
Le Iene: "Un deputato su 3 usa droghe"
Bocchino querela: "Sequestro subito"
Capezzone: "Lo dico da sempre...". Casini: "Pessima trovata pubblicitaria"
Mussolini: "Adesso dicano se c'è il parlamentare pusher"

Le Iene: "Un deputato su 3 usa droghe"
Bocchino querela: "Sequestro subito"

ROMA - Droga in parlamento? Il test sui deputati effettuato, con uno stratagemma, dalle Iene, innesca una miccia politica. Con il radicale Daniele Capezzone che commenta caustico: "Io l'ho sempre detto...", Alessandra Mussolini che pretende i nomi dei consumatori. E Italo Bocchino, deputato di Alleanza nazionale, che - attraverso un legale - chiede il sequestro immediato del campione raccolto illegalmente e la distruzione dello stesso in sede processuale. In serata arriva lo strale di Pierferdinando Casini (Udc) che liquida lo scoop come una "pessima trovata pubblicitaria". Piero Fassino invece la butta sull'ironia: "Può darsi - dice il segretario Ds - che così si faccia più in fretta a cambiare la legge Fini sulle tossicodipendenze".

Il test, eseguito su 50 deputati a loro insaputa e i cui risultati verranno presentati nella prima puntata della nuova serie del programma (domani sera alle 21 su Italia 1), potrebbe creare non poco imbarazzo nei palazzi della politica: un onorevole su tre fa uso di stupefacenti, prevalentemente cannabis, ma anche cocaina. Questo il dato: il 32% degli 'intervistati' è risultato positivo: di questo il 24% (12 persone) alla cannabis, e l'8% (4 persone) alla cocaina.

L'esame è il drug wipe, un tampone frontale che, spiega Davide Parenti, capo autore delle Iene, "ha una percentuale di infallibilità del 100%". In realtà il tossicologo Piergiorgio Zuccaro, direttore dell'Osservatorio Fumo, alcol e droga dell'Istituto superiore di sanità, definisce il drug wipe un test "serio e scientificamente valido, ma non sufficiente da solo a confermare la positività all'uso di droghe. Normalmente se il drug-wipe è negativo il risultato è confermato come tale, ma se è invece positivo è necessaria la conferma ulteriore di laboratorio, dal momento che possono verificarsi dei falsi positivi".

I deputati sono stati avvicinati con la scusa di un'intervista. Poi, una finta truccatrice, si accorgeva che la fronte dell' intervistato era "troppo lucida" e tamponava. In realtà l'ignaro si era sottoposto, senza saperlo, al test che svela se si è fatto uso di stupefacenti nelle ultime 36 ore.

"Il test - spiega sempre Parenti - è infallibile al 100% se si sono assunte sostanze stupefacenti nelle ultime 36 ore. Il che vuole dire che basta averne fatto uso più di due giorni prima per risultare negativi. L'errore, piuttosto, può essere fatto per difetto: può succedere che il test non rilevi chi ha fatto uso di cannabis coca o altro ma non che risulti positivo se qualcuno è pulito".

Nel servizio-inchiesta non si riconosceranno i deputati sottoposti al test: "Noi stessi non sappiamo chi, dei 50 testati, sono i 'positivi'. Per noi la parte interessante non è la violazione, ma il dato percentuale". Ed è proprio sull'anonimato che punta il dito la battagliera Mussolini: "Vogliamo sapere chi tra i rappresentanti del popolo usa droga, come e da chi la compra ma soprattutto se la vende: ci manca solo l'onorevole 'pusher'". E tanto per far capire che non scherza la leader di Azione Sociale ha già attivato una petizione online sul sito del partito da presentare ai presidenti delle Camere.

Su posizioni totalmente opposte Luigi Lusi, della Margherita, che chiede alla Iene di ripensarci e non mandare in onda "un'inchiesta 'alterata', perchè, stando alle anticipazioni, si baserebbe non solo su metodi da verificare, ma farebbe acqua da tutte le parti sia dal punto di vista dei diritti, sia della privacy e non ultimo dell'attendibilità medica, dando un messaggio distorto e falsato ai giovani che rappresentano proprio il pubblico principale di questa trasmissione". Anche Lusi, come Mussolini, chiede a Bertinotti e Marini un intervento, ma di segno inverso, ovvero a tutela dei parlamentari.

Sullo scoop delle Iene interviene anche il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero che non si stupisce di fronte a "quella che è una voce popolare sul consumo delle sostanze da parte di molti parlamentari". Ferrero chiede quindi "al mondo politico di riflettere in modo più laico sulla materia".

Ospiti di Porta a Porta Casini e Fassino se la giocano in modo diverso. Durissimo il leader dell'Udc: "Questa cosa mi sembra una pessima trovata pubblicitaria. L'attendibilità di questo specie di esperimento pseudo-scientifico è equivalente allo zero". Fassino invece spiega ironicamente che, magari, la trasmissione aiuterà il Parlamento a fare una nuova legge sulla droga.

Tranchant il giudizio del verde Paolo Cento che se la prende con i moralisti: "Non sorprende affatto l'ipocrisia di una parte del mondo politico che vota leggi liberticide, e poi sniffa cocaina".

Più scanzonato Capezzone: "Leggo dello stratagemma usato da 'Le Iene', cui vanno i miei complimenti. Dal canto mio, ho sempre detto che, se un cane poliziotto entrasse in alcuni luoghi della 'politica ufficiale', prima gli andrebbe in tilt il naso e poi si arrenderebbe...".

E Carlo Giovanardi, l'ex ministro "padre" della recente legge sulla droga, chiede ironicamente che l'esame sia esteso anche al Senato: "Se le Iene vogliono dire che anche in Parlamento c'è chi consuma cocaina - afferma Giovanardi - scoprono l'acqua calda". Per concludere, con una pesante allusione: "Basta andare a vedere tra i senatori a vita...".

Intanto Italo Bocchino ha dato mandato all'avvocato Leone Zettieri di adire alle vie legali nei confronti della trasmissione 'Le Iene': "Pur non avendo nulla da nascondere - spiega - ed essendo tra i deputati risultati negativi alla prova tossicologica, ritengo gravissimo dal punto di vista penale l'invadenza di chi pur di fare audience è oggi illegittimamente in possesso del Dna di 50 parlamentari".

Anche Tommaso Pellegrino, dei Verdi, ammette di essere "tra i parlamentari che si sono sottoposti al test delle 'Iene'", ma di "non fare uso di droga e quindi di essere disponibile a sottopormi anche ad altri test". Cò detto spera che "l'inchiesta promossa dal programma possa rappresentare un'occasione di dibattito, anche parlamentare, contro l'ipocrisia del proibizionismo, che ha prodotto solo danni".

(9 ottobre 2006)

sabato 3 novembre 2007

un pò in ritardo ma, per ricordare...

Nuovo allarma droga nel Nord: un operaio su 5 ne fa uso
per lavorare e guadagnare di più
Muratori, cottimo e stress
la cocaina invade i cantieri

Muratori, cottimo e stress
la cocaina invade i cantieri

DAL NOSTRO INVIATO PAOLO BERIZZI
BRESCIA - Si drogano per abbattere la fatica. E aumentare la produttività. Tirano cocaina e ingrossano lo stipendio. Si sentono indistruttibili. Sgobbano anche quindici ore di fila in cantiere. Dall´alba fino a sera. Da lunedì a venerdì. Poi, il fine settimana, si devastano nei locali. Ancora polvere bianca, e alcool. Stavolta per sballare. E così l´orologio gira alla rovescia: in giro la notte, a letto, sfatti, di giorno. È il doping dei nuovi muratori. Una generazione avvelenata cresciuta nel Nord onnivoro e opulento, dove il cemento non dà solo da vivere.

È anche un´occasione di riscatto sociale. Cotto e mangiato il sabato sera nei privé delle discoteche del Garda. Uno su cinque, dicono fonti attendibili di medicina del lavoro, ne fa uso. Almeno tra i giovani. Sono manovali dipendenti, ma soprattutto cottimisti: più lavorano, più guadagnano. Tremila, quattromila euro il mese. Abbastanza per pagare le rate della Mercedes. Comprano la "neve" a 30 euro a dose dai marocchini del Carmine, 20 se sei cliente fisso. La scorta la fanno il sabato notte. Nella casbah del centro storico, o alla stazione. Così sono a posto per tutta la settimana. Si alzano dal letto e se la sparano dopo il caffè. Prima di andare in uno dei 15 mila cantieri che si aprono ogni anno nel Bresciano. «Questi nuovi drogati sono il frutto avvelenato della deregulation dell´edilizia - dice Ettore Brunelli, medico del lavoro, assessore verde alla Mobilità di Brescia - . La nostra è un´economia dopata che genera doping. Basta farsi un giro nei paesotti della bassa bresciana. Guardare i macchinoni. E sopra questi ragazzi muscolosi con gli occhi schizzati di fuori. Le stesse facce le vedi all´alba sui furgoncini. Sembrano indemoniati, sembra che vadano in guerra. E invece vanno a costruire case».

Cose che succedono nel quadrilatero del mattone e della coca. Bergamo, Brescia, Verona, Milano. Duecentomila muratori tra regolari e "in nero". Centoventimila imprese censite. Più le altre, quelle fantasma che servono a riciclare il denaro della malavita siciliana e calabrese. A spremere come limoni gli schiavi apprendisti venuti dal Sud e dall´Est del mondo. Sono sempre sopra le righe questi operai dopati. È come se le loro braccia andassero a batteria. Invece vanno a coca. Movimenti in automatico, accelerati. Energia a getto continuo. Incomprensibile agli occhi dei padri delle costruzioni, i loro nonni, gente tosta venuta su a capriolo, polenta e cemento. Al massimo alzava un po´ il gomito la vecchia guardia del calcestruzzo, ché «un bicchiere di vino non ha mai ucciso nessuno». Calavano dai crinali della Valle Camonica. Prima di loro vedevi arrivare le mani; dei nipoti, invece, noti soprattutto l´innaturale sopportazione della fatica. La tempra artificiale.

Dice Francesco Cisari, segretario provinciale della Cgil: «Il settore è completamente destrutturato. Si lavora con ritmi pazzeschi. C´è un cottimismo sfrenato e così, per essere sempre pronti e in forza, i nuovi muratori usano gli stupefacenti». Aggiunge: «Una volta la piaga del settore era l´alcolismo. Ma quello fiaccava il corpo. La coca invece ti fa sentire potente. In grado di sopportare orari di lavoro massacranti». E anche di produrre danni irreversibili. «I muratori che si fanno di coca sono pericolosi per sé e per gli altri», spiega Maurizio Marinelli, direttore del centro studi sulla sicurezza pubblica, un osservatorio sulle dinamiche impazzite della società. Ma non bisogna stupirsi. «Sono la naturale conseguenza di un territorio malato com´è quello del Nord. Le imprese coi loro profitti gonfiano le banche, e dietro ci sono fenomeni inquietanti come questo», ripete il parlamentare diessino Franco Tolotti.

A Brescia sembra di essere tornati agli anni %u201890, quando dai paesini dell´hinterland, Castel Covati e Travagliato, batterie di carpentieri specializzati salutavano gli amici al bar e partivano per tirare su case in Africa e Iraq. «Lavoravano come matti tre o quattro mesi, poi tornavano e per altri quattro mesi andavano in giro a fare la bella vita, a rovinarsi di droga e alcol», racconta ancora Ettore Brunelli. Come fecero, si suppone, i cottimisti che costruirono il terzo anello dello stadio di San Siro. I Mondiali di Italia %u201890 erano alle porte. Il giorno della paga i poliziotti fecero irruzione allo stadio. Circondarono gli operai mentre venivano saldati dai caporali. Nella buste del salario, assieme ai soldi, trovarono decine di dosi di cocaina e eroina. «Di quella storia non si è più saputo nulla - ricorda Marco Di Girolamo, responsabile di Fillea per la provincia di Milano - . Ma di certo segnò una pagina oscura nel nostro settore». Sono passati sedici anni. È come se il Nord avesse fatto di colpo un passo nell´800. Allora erano i governi che pianificavano la distribuzione della cocaina ai soldati e agli operai delle fabbriche per aumentare la produzione. Oggi sono i padroncini che si fanno di roba. Autonomamente. Per girare con il portafogli gonfio. «È anche un problema di identità. La coca per i muratori è una forma di partecipazione sociale. Come dire: ci sono anch´io». Caterina Gozzoli insegna psicologia del lavoro all´università Cattolica di Brescia e di Milano. Lei parla di modelli sociali da inseguire. «Non è solo questione di soldi. È l´emarginazione cui ti costringe la società se non stai al passo. Diventa un circolo vizioso».

Nel cantiere dei muratori drogati ognuno lavora per tre. La mente si spegne come un grande interruttore. Si sentono solo i rumori dei macchinari. L´abbaio assillante del martello pneumatico. Gli affondi della ruspa che rovista nel fango. Loro, gli operai, farebbero a meno anche del panino. Dicono che della "schisceta" non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Hanno occhi sbarrati o mobilissimi. Le parole che s´infrangono una addosso all´altra. Un dialetto torrenziale balbettato in fretta. «Mica perdiamo tempo noi», dice in bresciano stretto toccandosi i bicipiti tatuati un uomo sulla trentina che si chiama Leo mentre impasta la malta in un cantiere di Castenedolo. Chiedergli della droga sul lavoro è un boomerang: «Queste cazzate tenetele per voi che è meglio».

I suoi colleghi di mattone li puoi incrociare la mattina all´alba. Sulle strade provinciali che tagliano le campagne di Orzinuovi e di Chiari, che seguono il corso del fiume Mella indicando la via del lavoro alle utilitarie e ai Transit con su la manovalanza. Oppure nell´immensa cintura di Milano coi suoi 55 mila operai, quasi tutti pendolari bergamaschi. E certo nella placida bassa bergamasca, che non ha niente a che vedere con le valli dove negli anni %u201880 era l´eroina era l´estrema via di fuga dal mal di montagna. «Molti incidenti sul lavoro, o per strada, oggi coinvolgono muratori che hanno assunto stupefacenti - dice Alessandro Fusini, segretario Fillea della Cgil - . Fanno in una giornata quello che uno farebbe in due giorni. Magari lo fanno male, ma lo fanno. E se sopra di loro non hanno capi, se sono lavoratori autonomi, fanno quello che vogliono. Non devono rispondere a nessuno». Nemmeno al loro corpo.

(20 settembre 2006)

giovedì 1 novembre 2007

nel 1967 nascevano gli stooges

LA NOTTE (DI HALLOWEEN) DELL’IGUANA
31/10-1/11/1967

di John Vignola


31 ottobre 1967: nella notte di Halloween, Iggy Pop e i suoi Stooges fanno il loro debutto dal vivo, all’Università del Michigan. È l’inizio di una delle storie più roventi del rock’n'roll, un’anticipazione senza mezze misure del punk a venire.

Iggy PopJames Osterberg è un appassionato di musica che passa subito dall’altra parte della barricata, anche grazie alla passione per i Doors di Jim Morrison, visti dal vivo qualche mese prima del suo debutto. Dopo aver suonato con band locali (siamo nel Michigan, e più precisamente ad Ann Arbour), fino ai Prime Movers and The Iguanas, la sua metamorfosi in una vera e propria belva da palcoscenico è quasi compiuta. Al concerto del 31 ottobre (che durerà, fra un intoppo e l’altro, fino all’alba del giorno successivo) si presenta senza maglietta e con un atteggiamento del tutto primitivo, così come è primitivo ma potentissimo il rock’n'roll che propongono gli Stooges, preso direttamente dalle origini del genere, ma sporcato senza ritegno.

È l’inizio di una nutrita serie di date nel Midwest; il suo nome diventa Iggy Stooge e spesso si ricopre di burro d’arachidi, oltre a ferirsi con il vetro, rotolarsi per terra, parere, insomma, come scrisse un giornale locale all’epoca, “un indemoniato”. Per molto tempo gli Stooges quasi terrorizzano il pubblico, che li segue fedelmente, come per “impadronirsi del dono sacro che ha Iggy: quello della possessione (Lester Bangs)”. Aprire ai non meno infuocati – ma più disciplinati - Mc5 guadagnerà l’anno dopo alla band il contratto per l’Elektra, che nel 1969 pubblicherà The Stooges, prodotto da John Cale: uno degli esordi più laceranti, nichilisti e magnetici della storia del rock.

se questo è un uomo, povero gian maria...

mercoledì 31 ottobre 2007

stefano giaccone: come un fiore

Compratelo, ascoltatelo, scaricatelo...rubatelo!
E non dimenticate di fare tutto quanto scritto sopra con tutte le altre sue fatiche.
Ciao Stefano, e grazie.

radiohead: in rainbows ( scaricabile dal 10 ottobre 2007)

Sarà tutto ciò che volete: una band che ha i soldi e quindi lo può fare, un atteggiamento snob, ma intanto le major sono bypassate e noi paghiamo ciò che riteniamo giusto. Spero che sia il futuro assai prossimo...
Io l'ho prenotato a € 0,50...

ancora furti a danno di coloro che navigano su internet

Diritti d'autore.
L’ennesimo shock culturale, davvero indesiderato. L’emendamento di riforma del diritto d'autore, pro¬posto dai parlamentari Folena-Luxuria, rappresenta un brutto colpo per la libertà di utilizzo della rete e più in generale delle nuove tecnologie. L’attuale legge sul diritto d'autore prevede che "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera". Ciò significa che oggi, se utilizzata in questo modo, nessuna opera dell'ingegno è soggetta a limitazioni o a vincolo tecnologico. Con l'emendamento proposto, al contrario, si inserisce una modifica che rischia di sconvolgere la fruizione del patrimonio culturale della rete, ovvero creare un canale di contenuti gratuiti di serie B (solo musiche e immagini a "bassa risoluzione o degradati"). Questa non è la strada giusta, forse è una soluzione che può andare a vantaggio solo delle grandi major. Si tratta di un furto culturale a nostro danno.

fondi Ue dirottati a piacere dalla Compagnia delle Opere

Una «Why not» alla veneta, fondi Ue dirottati a piacere
Parla una gola profonda della Compagnia delle opere: «Società di cartapesta per raccogliere finanziamenti a Padova. Con il placet di destra e sinistra»
Ernesto Milanesi
Padova

Un dettagliatissimo esposto (con il prospetto in foglio Excel che parla da solo...) nelle mani del Nucleo tributario della Guardia di finanza, coordinato dal maggiore Antonio Manfredi. Ha innescato le perquisizioni nella sede dei Magazzini generali e del Consorzio zona industriale, gli enti economici che (con l'Interporto) fanno capo a Comune, Provincia e Camera di commercio di Padova. Poi le deposizioni davanti al pubblico ministero Antonella Toniolo che conduce l'inchiesta: fin dai primi passi spiccano sin troppe analogie con il «caso Why Not» in Calabria.
Per il momento, ci sono sei indagati eccellenti, legati a quella Compagnia delle opere nella cui sede ama farsi ospitare il ministro Bersani
. Su tutti, Renzo Sartori che prima di essere direttore ed ex presidente di Magazzini generali è stato assessore in una giunta guidata dall'attuale sindaco Ds Flavio Zanonato. E Alberto Raffaelli, presidente di Cosmi network. Penalmente, potrebbero beneficiare dell'indulto. Tuttavia, rischiano di dover mettere mano al portafoglio e restituire somme non indifferenti.
La truffa è ai danni dell'Unione Europea, dello Stato e delle Regioni. L'ipotesi accusatoria appare ben delineata: il pool di sigle della Compagnia delle Opere avrebbe chiesto e incassato fondi comunitari (non meno di due milioni di euro) dirottati a beneficio di altre attività e società diverse. Già «congelati» a Venezia i contributi del triennio 2003-2005. E in Procura continuano a sfilare testimoni che confermano i verbali resi ai finanzieri. O candidamente ammettono: «Sì. E' vero. C'è scritto che ho partecipato al progetto, ma in realtà non ci ho mai lavorato».
Faldoni di documenti sono già stati prelevati negli uffici delle Direzioni formazione, Lavoro e innovazione e Ricerca della regione Veneto. E da ieri mattina è ripreso il lavoro delle fiamme gialle e della Procura della repubblica, retta da Pietro Calogero. Fatture e conti al setaccio, clamorose connessioni da verificare, riscontri destinati ad allargare l'orizzonte investigativo. Uno scenario che mette i brividi a mezza città.
Truffa. Da milioni di euro. Formazione, logistica, attività produttive. Contributi «girati» in parte altrove. Progetti di innovazione virtuale. Partita doppia che non quadra. Avvisi di garanzia per cinque manager legati a filo doppio con la Compagnia delle Opere. Oltre a Sartori e Raffaelli, Fabio Di Nuzzo presidente della cooperativa Dieffe, Giuseppe Cinquina della Fidelio, Orazio Zenorini della Cesfo e Maurizio Battistella della Work Crossing. Tutti si sono affidati allo stesso avvocato: Giorgio Fornasiero, ex presidente dell'Usl ai tempi della Dc poi approdato all'Esu (alloggi e mense universitarie) dopo le consulenze legali al discusso presidente della Camera di commercio Gianfranco Chiesa.
Una galassia di sigle societarie che riconduce, inesorabilmente, alla palazzina di via Forcellini, quartier generale dei ciellini che in poco più di un quarto di secolo hanno «operato» la conversione al business. E la Compagnia, ora presieduta da Graziano Debellini, ospita volentieri al centro congressi papa Lucani gli appuntamenti politici che contano: dalle convention di Forza Italia alla «lezione preventiva» sul Partito Democratico di Walter Veltroni. A Padova, sono incistati dovunque girino quattrini sul confine fra pubblico e privato. Godono di ottima stampa, con tanto di autorevoli firme di Repubblica opportunamente coltivate. E possono spostare un migliaio di voti nelle urne cittadine.
Ma la «chiesa nella chiesa» non è immune né al di sopra delle leggi. Deve fare i conti con la giustizia terrena e con il tradimento della fede nella Compagnia. Tutto comincia con l'assunzione di un esperto in rendicontazione. Presentato da «amici», arriva dall'Emilia e vanta esperienze di cooperazione in Albania. Finisce davanti ad un computer, nel «cuore» dell'amministrazione. Sullo schermo compare davvero tutto: progetti delle società collegate e finanziamenti pubblici, elenchi dei «docenti» e cifre non sempre impeccabili, fatturazioni con nomi e cognomi. Insomma, l'intero sistema operativo della Compagnia. Tutto bene, finché non esplode la più banale causa di lavoro. In ballo, 20-25 mila euro. Arretrati in sospeso, secondo il professionista spalleggiato da un legale. La Compagnia, però, non salda. E' così che il disco rigido del computer diventa la memoria spedita alla Guardia di finanza. A Padova si apre un fascicolo d'indagine che terrorizza chiunque abbia legami, diretti o indiretti, con la «rete» economica e politica di Debellini & C. Impensabile mettere a tacere finanzieri e magistrati. Imbarazzante la replica del meccanismo affiorato in Calabria. Inquietanti gli scenari.
Ogni giorno ha la sua pena per i vertici della holding dei «ragazzi di don Giussani»: sarà arduo uscirne indenni come dal rogo della Befana, che nel 1998 costò la vita a Massimo Paulon e Giulia (7 anni) e ferì una cinquantina di presenti.
«Fatture fantasma? No, non direi. Piuttosto progetti di cartapesta. Avete presente le scenografie degli Spaghetti Western? Ecco, i progetti per cui chiedevano i finanziamenti sono simili. Se li guardi di fronte vedi saloon, case degli sceriffi, negozi di maniscalchi. Se giri l'angolo, capisci che esiste soltanto la facciata. Progetti per due milioni di euro. Poi ci sono altri due milioni di finanziamenti che riguardano i corsi». E' quanto dichiara, «chiavetta Usb» a portata di mano, il professionista che ha firmato l'esposto.
Una denuncia circostanziata che tanto preoccupa l'assessore regionale alla formazione di Alleanza nazionale Elena Donazzan, sulla cui scrivania sono passati alcuni dei progetti all'interno dell'inchiesta, e il sindaco Zanonato, visto che il comune è azionista di maggioranza dei Magazzini generali. Ma anche l'economia pubblica: con il progetto Innova è stata promossa la fiera della logistica nel 2004; nell'idea di dar vita all'Interporto di Vladimir in Russia brilla la San Paolo Partecipazioni (costruzioni ed engineering).
A Padova, si è già squarciato il velo. Tutti hanno avuto la foto ricordo al pranzo riservatissimo con Giulio Andreotti, nello stand padovano del meeting di Rimini ad agosto. Nessuno dimentica che il ministro Pierluigi Bersani ama farsi ospitare in via Forcellini. Pochi gli assenti dichiarati alla «cena di santa Lucia», dove i tavoli sono infarciti da chi occupa posti-chiave in città. I «ragazzi di Cl» hanno fatto carriera di pari passo con il magnifico rettore (che tanto filosofeggia pur di non rientrare nell'anonimato). La Compagnia delle Opere ha in gestione lo storico Caffè Pedrocchi, come il catering nelle mense scolastiche comunali. Costruisce «case su misura», mentre partecipa agli appalti (non solo negli ospedali). Offre pacchetti di servizi alle famiglie: dall'asilo alle vacanze. Conta su parroci fedelissimi, comunicazione ben strutturata nelle redazioni, amicizie consolidate nel ramo affari & finanza. Un piccolo grande impero. E una vera lobby elettorale. Fa sempre la differenza: voti da «anatra zoppa», perfettamente dosati fra Polo e Unione. In costante sintonia con i veri padroni della città. E' la cupola di Padova contro cui si scaglia l'ex sindaco Settimo Gottardo?

(30 ottobre, il Manifesto)

martedì 30 ottobre 2007

nasce il partito democratico (27 ottobre 2007)

Bindi e Letta contro le nomine nelle commissioni Parisi: «È una gelata». Fischiato De Mita
È la festa del Pd, ma già litigano
Alessandro Braga
Milano

La grande giornata dell'assemblea costituente del Partito democratico poteva dirsi conclusa intorno alle cinque del pomeriggio: Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Anna Finocchiaro e Antonello Soro sul palco del padiglione 16 della fiera di Milano, uno accanto all'altro, cantano «Fratelli d'Italia». La platea dei costituenti tutta in piedi intona assieme a loro l'inno di Mameli (sulla seconda strofa qualcuno accenna addirittura una ritmica battuta di mani).
Una chiusura degna della miglior kermesse di un partito nazionalista, e pensare che una buona metà dei presenti fino a vent'anni fa terminava le sue assemblee col pugno chiuso alzato e l'Internazionale. «Retaggi della vecchia cultura del Novecento», chioserebbe l'appena incoronato segretario del Partito democratico Walter Veltroni. Erano i tempi del partito granitico e della militanza ferrea. Oggi le parole in voga nella neonata creatura sono «partito liquido» e «cittadino elettore».
Ma di questi tempi, si sa, il clima sereno non è previsto che duri a lungo nemmeno dal punto di vista meteorologico. Figurarsi nel centrosinistra e tanto più nel Pd. Il tempo di uno starnuto infatti, e già piovono le prime polemiche: «Sono preoccupata e delusa. Nelle conclusioni del segretario ci sono molti elementi di ambiguità sia sul piano politico sia su quello formale e organizzativo», commenta amareggiata Rosy Bindi. Poco prima era stato il ministro della difesa Arturo Parisi a dar fuoco alle polveri: «Stamattina avevo voluto illudermi che il Partito democratico di Walter Veltroni potesse rappresentare una nuova stagione dell'Ulivo. Sono bastate poche ore perché a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata». Anche senza queste dichiarazioni, sarebbe bastato guardare la faccia di Parisi, affossato nella sedia in prima fila mentre Veltroni teneva dal palco il suo discorso conclusivo, per capire i pensieri del ministro ulivista. Già deve essere stato difficile per i prodiani digerire le affermazioni di Veltroni sulla possibilità che il Pd alle prossime elezioni si presenti da solo. «Come è possibile sostenere con lealtà e convinzione questo governo se non si sotiene con altrettanta convinzione e lealtà questa alleanza di centrosinistra?», si è infatti chiesta Rosy Bindi. I malumori, che già avevano fatto capolino durante il dibattito seguito alla proclamazione di Walter Veltroni a segretario del Partito democratico, sono poi venuti alla luce in serata. Nel suo intervento pomeridiano, era stata proprio Rosy Bindi la prima a mettere in guardia i compagni (pardon, colleghi) di partito sui rischi per il nuovo soggetto: «No a correnti e no a vecchi sistemi - aveva ammonito la ministra per la famiglia - Vigileremo perché non avvenga anche negli organismi comunali e regionali». E poi basta con questa storia del partito liquido, manco fosse una bottiglia di acqua minerale: «Il Pd non sarà un partito di tesserati - ha detto Rosy Bindi - ma neppure un partito liquido. Sarà composto da tutti coloro che si riconoscono in un progetto al servizio di questo paese».
E tra dichiarazioni entusiaste di neofiti della politica e dolci parole piene di fiducia dei costituenti più giovani, «che è ora di smetterla di dire che sono tutti uguali», e che «se si vuole cambiare qualcosa bisogna impegnarsi in prima persona», qualche distinguo era già uscito: come nelle parole del presidente della commissione sanità al senato Ignazio Marino, che nel suo intervento ha voluto rimarcare come sul testamento biologico sia arrivato il «momento di sedersi attorno a un tavolo e sciogliere questo nodo».
Ma la bomba è esplosa dopo che Veltroni ha letto le risoluzioni finali dell'assemblea costituente. In piedi, in mezzo all'erba (vera), che ricopriva tutto il palco della kermesse, circondato dai numerosi schermi che proiettavano immagini di meravigliosi paesaggi italiani e sorridenti primi piani di cittadini-elettori democratici, il sindaco di Roma ha sciorinato i nove punti da approvare al termine della giornata: Dario Franceschini vicesegretario, Mauro Agostini tesoriere, e le varie scadenze per le designazioni degli organi provinciali e locali. Oltre alla nomina dei membri delle tre commissioni che dovranno predisporre, entro il febbraio del prossimo anno, lo statuto del Pd, il manifesto dei valori e il codice etico. 300 nomi, 100 per commissione, letti da Anna Finocchiaro in fretta e furia mentre già molti lasciavano l'aula e da approvare per alzata di mano. E se tutti hanno capito, e fischiato, il nome di Ciriaco De Mita, nominato nella commissione statuto, pochi hanno capito il metodo seguito per la scelta dei nomi. Come alcuni della lista «A sinistra per Veltroni», che hanno invano cercato di far notare il loro dissenso. «Se dovevamo venire fin qui solo per assistere a una kermesse, potevano dircelo prima, così avremmo portato la macchina fotografica»., hanno concluso. E sì che Enrico Letta, che poi in serata si sarebbe unito al coro di proteste, nel pomeriggio aveva incitato a continuare a «fare cose impossibili». Ma spiegare ai partecipanti del «più grande momento democratico del nostro paese» perché erano lì, forse è un po' troppo.

elezioni in argentina (28 0ttobre 2007)

Addio a peronisti e radicali, ma l'Argentina non piange
Maurizio Matteuzzi
Buenos Aires

Quelle di oggi passeranno alla storia come le elezioni più noiose dell'Argentina. Soprattutto se, come indicano i sondaggi, a vincerle sarà, fin da stasera, la «Kandidata» peronista, Cristina Fernández de Kirchner, la moglie del presidente. Ma, tanto per non smentire la sua fama di paese «impossile» dove la contraddizione è la norma, l'Argentina andrà oggi al voto con una novità assoluta. Tale da far passare alla storia queste elezioni così smorte.
Per la prima volta in più di 50 anni i 27 milioni di elettori non troveranno sulla scheda con i nomi dei 14 candidati alla presidenza i simboli dei due partiti che hanno accompagnato e incarnato le vicende spesso tragiche di questo paese. Né il PJ del Partido Justicialista, né la UCR della Unión Civica Radical. Anche qui in Argentina, da molto tempo ma specie dopo lo sconquasso del 2001, i politici godono di pessima (e meritata) fama, la crisi della rappresentanza è enorme, i partiti sono visti come comitati d'affari e la commistione business-politica suscita scandalo e rifiuto. L'assenza delle sigle storiche è una novità per l'Argentina anche se ormai è frequente in molti altri paesi del mondo, in Europa e in Italia. Eppure non sarebbe l'Argentina se le cose fossero così semplici.Perché anche senza più i simboli elettorali del PJ e della UCR, il nucleo di quei due partiti - e in questo senso dei «valori» identitari che hanno rappresentato per più di mezzo secolo - sarà ancora al centro dello scontro di oggi.
Il peronismo, nato nel '45 con il colonnello Juan Domingo Perón, è stato sempre un fenomeno singolare nella politica argentina (e mondiale), che la frettolosa liquidazione come movimento populista o proto-fascista non aiuta a spiegare. Il radicalismo, arrivato alla presidenza per la prima volta nel 1916 con Hipólito Yrigoyen, in qualche misura è più facile da leggere come partito della piccola-media borghesia urbana ma, dall'irruzione del peronismo, si è identificato sempre nell'opposizione e nell'alternativa al Giustizialismo. Ora l'Unione Civica Radicale è praticamente defunta e il Partito Giustizialista è in agonia probabilmente terminale. Tuttavia, oggi, il peronismo - per quanto con altri nomi e altri leader - vincerà di nuovo le elezioni e il radicalismo - per quanto con altri nomi e altri leader - cercherà come sempre di fermarlo. Peronismo e radicalismo continueranno la loro guerra dei 60 anni sparpagliando pezzi e persone in ciascuno degli schieramenti in competizione.
Dice Ernesto Tiffemberg, direttore di Pagina 12, che «quelle di oggi sono elezioni a doppia matrice. Una, classica, vede grossomodo lo scontro fra centro-sinistra e centro-destra. L'altra, culturale ancor prima che politica, lo scontro fra peronismo e anti-peronismo. Il peronismo ufficialmente non c'è più ma prenderà ancora il 50-60% dei voti, come accadde anche nelle elezioni del 2003 quando la gente in strada urlava 'que se vayan todos' e i candidati peronisti furono addirittura tre. Anche il radicalismo ufficialmente non c'è più ma l'opposizione ai Kirchner, pur nella sua frammentazione, è in sostanza il fronte anti-peronista che la UCR ha rappresentato fin dal '45».
Per dare un'idea di questo mix continuità-rottura, valori-opportunismo, basta scorrere le biografie e gli appoggi dei candidati. Cristina ha l'appoggio del Frente para la Victoria che è l'ala del PJ fondata da suo marito, del «peronismo kirchnerista» (che sembra la stessa cosa ma non lo è), del «radicalismo K» (un settore UCR alleato con il kirchnerismo, impersonato dal candidato a vicepresidente che è l'ex-governatore radicale di Mendoza) e dal «socialismo kirchnerista». Elisa Carrió, la principale concorrente di Cristina, anche se lontana di 20 punti nei sondaggi, è una fuoruscita dell'UCR sostenuta, fra gli altri, dal Partito socialista e dal «radicalismo dissidente», fino a poco tempo fa tentata da un'alleanza con Ricardo López Murphy, esponente dell'ala più dura del neo-liberismo. Roberto Lavagna, ex ministro dell'economia con Duhalde dopo il collasso del 2001 e poi con Kirchner fino al 2005, è un peronista storico convertitosi all'anti-kirchnerismo ma sostenuto dallo stesso Duhalde, l'impresentabile (ex?) boss peronista della provincia di Buenos Aires, e dall'ex-presidente Raúl Alfonsín, padre-padrone ormai in disarmo della UCR. Il neo-liberista puro López Murphy, anche lui ex-radicale, ha stretto un'alleanza trasversale con Mauricio Macri, il miliardario anti-K eletto in giugno sindaco di Buenos Aires, che passa per essere un populista di destra. Alberto Rodríguez Saá, probabilmente il più genuino fra tutti i candidati peronisti, è appoggiato solo dal «peronismo dissidente».
Una sopa de letras, una zuppa di sigle, e di storie indecifrabili. Peronisti e radicali, che non esistono più, sono ancora qui a scannarsi nella nuova Argentina post-PJ e post-UCR. Nuova?

il ritorno di luttazzi in TV

Il comico in tv, con un programma tutto suo, a cinque anni dall'"editto bulgaro" di Berlusconi.
Da sabato 3 novembre su La7 con "Decameron. Politica, sesso, religione e morte"
Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"

Daniele Luttazzi, il ritorno
"Un varietà satirico per adulti"


Daniele Luttazzi
TROPPO tardi: è già su La7. Troppo tardi se mai alla Rai fosse venuto in mente di ascoltare Michele Santoro che in una puntata di Annozero aveva lanciato un appello per un "editto al contrario", affinché "Prodi o D'Alema, per fare due nomi" chiedessero "ad alta voce" che Daniele Luttazzi tornasse ad avere un programma in Rai. L'appello di Santoro, unito a Luttazzi che dice "troppo tardi", è stato il primo spot del suo nuovo programma. Come dire "sono già impegnato", ma pure che ormai non c'è modo e spazio per la satira nella tv pubblica. Infatti è La7 a sciogliere l'incantesimo dell'"editto bulgaro": l'appuntamento con Decameron - è il titolo del programma - è per sabato 3 novembre alle 23.30. "Politica, sesso, religione e morte" è il sottotitolo, dieci puntate di "varietà satirico per adulti". Poche le anticipazioni: attori di teatro come ospiti, due canzoni dal suo album School is Boring come sigle di apertura e di chiusura, si registra negli studi romani di Cinecittà, stile improntato a "libertà, ferocia e grazia". Una promessa: "Non diffamerò nessuno".

Il proposito di scendere a più miti consigli rispetto al passato l'aveva manifestato in aprile. Ospite di Enzo Biagi a Rt - Rotocalco televisivo, aveva spiegato che "fosse per me, aprirei le cataratte e farei uscire tutta la bile accumulata in questi anni. Ma poi me ne pentirei, quindi cercherei di centellinare la bile con battute ad hoc". Sempre lì aveva detto che della tv gli mancava "la possibilità di rivolgersi a un pubblico vasto", lui che con una puntata di Satyricon faceva sette milioni e mezzo di telespettatori. "Per raggiungerli a teatro, devi lavorare più di un secolo".

Non sarà probabilmente La7 a garantirgli simili platee. Ma almeno ha trovato porte aperte per la sua satira. E le sue conseguenze imprevedibili. Fin dal 1989. Quando, alle prove generali del programma Fate il vostro gioco, fa una battuta sul Psi di Bettino Craxi e viene epurato per la prima volta dalla Rai. Ci tornerà (RaiTre) soltanto nel 1994-1995, come coautore di Magazine 3, al quale partecipa con le rubriche Sesso con Luttazzi, La cartolina di Luttazzi e La piccola biblioteca. Sempre nel 1989, per il programma Banane dell'allora Telemontecarlo, prepara gli sketch Marzullo intervista Hitler e Marzullo intervista Gesù: non andranno mai in onda.

In quegli anni di lontananza dalla tv Luttazzi si divide fra teatro, radio e scrittura. Nel 1993 traduce #$@&! - L'antologia ufficiale di Lloyd Llewellyn, il fumetto cult di Daniel Clowes. Nello stesso anno scrive, in memoria di Andrea Pazienza, Splendido amorale, per la rivista Duel, e ricorda che Pazienza faceva satira vera, quella che "non fa prigionieri". Nel 1994 pubblica Va' dove ti porta il clito, parodia di Va' dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro. La scrittrice gli fa causa per plagio, ma la perde.

Dopo il ritorno in tv su RaiTre, la popolarità di Luttazzi esplode nel 1996 con la partecipazione a Mai dire gol su Italia 1. I personaggi (Panfilo Maria Lippi, il professor Fontecedro, Luisella) da lui interpretati nel programma della Gialappa's vengono pubblicati nei libri Tabloid e Cosmico. Nel 1998, sempre su Italia 1, esordisce alla conduzione del talk show notturno Barracuda: censurato già alla prima intervista (la produzione taglia il passaggio in cui Claudio Martelli dice "Berlusconi non è un politico, è un piazzista"), il comico torna in Rai al termine del contratto. I passaggi censurati faranno poi parte del libro che porta lo stesso titolo della trasmissione.

All'inizio del 2001 Luttazzi torna al talk show, su RaiDue, con Satyricon: sospeso per una settimana dopo la nona puntata per via di un'intervista a Marco Travaglio su Berlusconi e Dell'Utri. Nel 2002, l'"editto bulgaro". Negli ultimi anni Luttazzi si è dedicato al teatro (il 12 e 13 ottobre scorsi era a Roma con Barracuda 2007), ha collaborato con alcuni giornali, creato un sito, pubblicato libri e due cd, lavorato come script doctor per i canali Usa Comedy Central e Hbo. Non è mai tornato in tv, nonostante parecchie offerte. Poi ha scelto La7. La data è certa, 3 novembre. Un po' meno certo, visti i precedenti, quanto durerà.

(30 ottobre 2007)

lunedì 29 ottobre 2007

naso e coca

Il "naso da coca" è ormai una patologia e l'intervento diventa inevitabile
In aumento i consumatori di polvere bianca, anche donne e giovani di tutti i ceti sociali
Liste di attesa record negli ospedali
per i cocainomani che si rifanno il naso
Cinque mesi per una rinoplastica in clinica privata
più di un anno e mezzo in una struttura pubblica

Liste di attesa record negli ospedali
per i cocainomani che si rifanno il naso

SORRENTO (Napoli) - Rifarsi il naso distrutto dalle sniffate di cocaina è una necessità per i consumatori di polvere bianca. Ma la richiesta per questo tipo di intervento, gratis in ospedale o con diecimila euro in una struttura privata, si sta diffondendo in misura tale che i chirurghi hanno ormai delle vere e proprie liste d'attesa.

La segnalazione giunge dal Congresso di Federserd, la federazione degli operatori pubblici delle dipendenze, in corso a Sorrento. Fino a poco tempo fa, i casi di ricostruzione del naso - dicono gli esperti di Federserd - erano rarissimi, uno su cento cocainomani, quasi nessuna donna. E riguardavano per la quasi totalità vip dello spettacolo o manager.

Ora la richiesta di questo intervento si è ampliata. Ci sono liste di attesa di cinque mesi in cliniche private e più di un anno e mezzo in ospedale, quasi quanto per una Tac. Non sono più rare le donne, e sono sempre più numerose le persone di tutti i ceti sociali.

"Si sniffa cocaina, si vede il naso danneggiato con grande difficoltà nella respirazione - dice Claudio Leonardi, coordinatore del Comitato scientifico di Federserd - si va dal chirurgo plastico per un intervento, si soffre un po' e poi se non si è imparata la lezione e non ci si è curati, si torna a sniffare". Il dato allarmante è che il fenomeno è in costante crescita. "E' un problema in aumento - aggiunge Leonardi - e lo verifichiamo ogni giorno parlando con i tossicodipendenti. La situazione è ancor più grave se si pensa che sono costretti alla ricostruzione del naso anche tanti giovanissimi, nei quali le mucose e la cartilagine sono più delicate".

"Il naso da coca" è ormai una vera e propria patologia spiega il professor Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di clinica otorinolaringoiatrica del policlinico Gemelli, che lancia l'allarme sull'aumento degli italiani costretti a ricorrere a un'operazione chirurgica per rifarsi il naso distrutto dalla droga.

Granulomi sottocutanei, vasi sanguigni cicatrizzati e inservibili, riassorbimento dei tessuti: il naso del cocainomane è fortemente compromesso, la carenza di circolazione sanguigna manda in necrosi i tessuti, e l'operazione chirurgica a lungo andare è inevitabile. "Sono venute da me - racconta Paludetti - persone con due buchi al posto del naso, senza più tessuti. Sono sempre più numerosi quelli che chiedono un intervento, anche se quasi tutti non ammettono che la causa scatenante è la cocaina. Ma è importante per un chirurgo saperlo, anche perché i tessuti sono così deperiti che è molto complicato procedere a una ricostruzione".

Interventi delicati, insomma, con lo scopo di garantire un ritorno a un livello accettabile di capacità respiratoria, ma che per molti pazienti sono solo uno strumento per poi tornare a "sniffare" liberamente: "Tutti dicono che hanno smesso - rivela l'otorino - ma quasi tutti poi riprendono ad assumere cocaina, e non è raro il caso di gente che torna, dopo alcuni anni, per rioperarsi".

A bussare alla porta del chirurgo sono le persone più disparate, giovani e meno giovani, uomini e donne, benestanti e ceti più modesti: "Non c'è un identikit del malato di 'naso da coca' - spiega Paludetti - diciamo che si va dai 20 ai 60 anni di età, ma talvolta anche oltre, e spesso sono persone insospettabili. Di certo il naso rovinato dalla cocaina è una patologia emergente, ma non la sola: esistono casi di persone che hanno buchi nel palato, con la comunicazione tra naso e palato aperta, a causa dell'effetto distruttivo della coca. E' una cosa molto seria, e non è necessario essere cocainomani da molti anni: se la droga è tagliata male, bastano poche sniffate per avere le vie respiratorie danneggiate".

(29 ottobre 2007)

preoccupante...

Un disegno di legge licenziato dal Cdm lascia intravedere l'obbligo di iscrizione
al registro per chi ha attività editoriali, forse anche per chi ha un blog o un sito
Il governo riforma l'editoria
Burocrazia sul web? Allarme in rete
Aumenterebbero quindi anche per i "piccoli" su internet spese e sanzioni penali
Il sottosegretario Levi: "Non è questo lo spirito, deciderà l'Autorità"
di ALDO FONTANAROSA

Il governo riforma l'editoria
Burocrazia sul web? Allarme in rete

ROMA - Consiglio dei ministri del 12 ottobre: il governo approva e manda all'esame del Parlamento il testo che vuole cambiare le regole del gioco del mondo editoriale, per i giornali e anche per Internet. E' un disegno di legge complesso, 20 pagine, 35 articoli, che adesso comincia a seminare il panico in Rete. Chi ha un piccolo sito, perfino chi ha un blog personale vede all'orizzonte obblighi di registrazione, burocrazia, spese impreviste. Soprattutto teme sanzioni penali più forti in caso di diffamazione.

Articolo 6 del disegno di legge. C'è scritto che deve iscriversi al ROC, in uno speciale registro custodito dall'Autorità per le Comunicazioni, chiunque faccia "attività editoriale". L'Autorità non pretende soldi per l'iscrizione, ma l'operazione è faticosa e qualcuno tra i certificati necessari richiede il pagamento del bollo. Attività editoriale - continua il disegno di legge - significa inventare e distribuire un "prodotto editoriale" anche senza guadagnarci. E prodotto editoriale è tutto: è l'informazione, ma è anche qualcosa che "forma" o "intrattiene" il destinatario (articolo 2). I mezzi di diffusione di questo prodotto sono sullo stesso piano, Web incluso.

Scritte così, le nuove regole sembrano investire l'intero pianeta Internet, anche i siti più piccoli e soprattutto i blog. E' così, dunque? Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e padre della riforma, sdrammatizza: "Lo spirito del nostro progetto non è certo questo. Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile".

Un esempio concreto, però: il blog di Beppe Grillo verrà toccato dalle nuove norme? Anche Grillo dovrà finire nel registro ROC? "Non spetta al governo stabilirlo - continua Levi - Sarà l'Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute davvero alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà stata discussa e approvata dalle Camere".

Insomma: se una stretta ci sarà, questa si materializzerà solo tra molti mesi, dopo il passaggio parlamentare e dopo il varo del regolamento dell'Autorità. Ma nell'attesa vale la pena di preoccuparsi. Perché l'iscrizione al ROC - almeno nella formulazione attuale - non implica solo carte da bollo e burocrazia. Rischia soprattutto di aumentare le responsabilità penali per chi ha un sito.

Spiega Sabrina Peron, avvocato e autrice del libro "La diffamazione tramite mass-media" (Cedam Editore): "La vecchia legge sulle provvidenze all'editoria, quella del 2001, non estendeva ai siti Internet l'articolo 13 della Legge sulla Stampa. Detto in parole elementari, la diffamazione realizzata attraverso il sito era considerata semplice. Dunque le norme penali la punivano in modo più lieve. Questo nuovo disegno di legge, invece, classifica la diffamazione in Internet come aggravata. Diventa a pieno una forma di diffamazione, diciamo così, a mezzo stampa".

Anche Internet, quindi, entrerebbe a pieno titolo nell'orbita delle norme penali sulla stampa. Ne può conseguire che ogni sito, se tenuto all'iscrizione al ROC, debba anche dotarsi di una società editrice e di un giornalista nel ruolo di direttore responsabile. Ed entrambi, editore e direttore del sito, risponderebbero del reato di omesso controllo su contenuti diffamatori. Questo, ai sensi degli articoli 57 e 57 bis del codice penale.

(19 ottobre 2007)

non c'è più un pezzo del trash movie italiano

E' morto ieri l'attore Guido Nicheli, famoso per il ruolo di commerciante milanese. Reso celebre dalla serie 'I ragazzi della Terza C' e film di vacanze

In una scena di 'Sapore di mare' dei fratelli Vanzina con Virna Lisi

Addio a Nicheli, milanese doc
Marco Giusti

Almeno il Dogui, come era da sempre chiamato Guido Nicheli, caratterista di ferro del cinema vanziniano nel ruolo del cummenda milanese sempre abbronzato, morendo nella mattina di domenica in quel di Desenzano sul Garda, non ha visto l'affronto del suo Milan sconfitto in casa dalla Roma. Perché il Dogui, ufficialmente odontotecnico, in realtà «sun-lover», adoratore del sole, aveva proprio «la faccia di uno del Milan», come diceva lui.
Nella vita non è che avesse lavorato moltissimo. «30 giorni di lavoro e 30 di vacanza». Appena aveva in tasca tremila dollari scappava. «Certo, se avessi lavorato con una certa continuità...», mi disse durante la sua unica intervista in tv per Stracult. Ma non ha mai lavorato con una certa continuità. Nemmeno nel cinema. «Mi avevano corteggiato da quando avevo 30 anni, solo dopo i 40 ho fatto il salto...Incominciava a essere più difficile catturare, così mi sono detto: mettiamo la faccia in vetrina... E mi sono dato all'arte. Però io venivo dal business».
Il business era appunto fare l'odontotecnico, di quando in quando, nello studio del cugino dentista. Il cinema arriva quando Steno lo vede un lunedì sera in un ristorante di Porto Ercole durante le riprese di Il padrone e l'operaio con Teo Teocoli e Renato Pozzetto nel 1975. Il Dogui stava lì con un amico. «Eravamo ben accompagnati, così avevamo allungato il week-end fino a martedì. Ovviamente il lunedì sera, a Porto Ercole, non c'era nessuno. Così incontro Steno e mi dice: 'Domani ti faccio lavorare'». In pratica doveva fare se stesso, milanese, battutaro e amico di Pozzetto. «Sono amico di Pozzetto da quando eravamo ragazzini».
Quando va al cinema e si rivede, accanto agli attori affermati, nota come il pubblico reagisce alle sue battute. «Forse ho trovato il veleno. Tac!», si dice. Nel suo secondo film, Cattivi pensieri, di e con Ugo Tognazzi, fa ancora il cummenda amico del protagonista. Ripeterà lo stesso ruolo nel cinema dei figli di Steno, Carlo e Enrico Vanzina, in quello di Castellano e Pipolo e nel suo ruolo televisivo di maggior successo, quello del Commendator Zampetti nei Ragazzi della Terza C.
«Devo essere molto grato ai Brothers, come io chiamo i Vanzina, coi quali ho fatto sette film che sono stati dei cult». Nicheli è fantastico nei grandi film vanziniani degli anni '80, da Vacanze di Natale a Yuppies. Ricordiamo solo come si presenta in scena in Vacanze di Natale: «Ah! Ah! Ivana, fai ballare l'occhio sul tic: Milano, via della Spiga - Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54' 2''! Alboreto is nothing!». Tutte battute sue, prontamente riprese dai Vanzina e poi dai fan dei loro film.
«I Brothers scrivevano pensando al Dogui, a come ero. Tutte queste situazioni, però, o le avevo vissute o le avevo viste da vicino». È un'Italia berlusconiana anni '80 ancora non contaminata dalla politica. Del resto anche il suo personaggio è rampante, ma ancora legato ai modelli dei cummenda anni '60 e lontano da quello che sarà la Milano degli anni '90.
I suoi ruoli si diradano col diradarsi del cinema vanziniano del periodo. Non riesce a sfondare oltre al suo tipico ruolo, anche se Dino Risi lo vede come ufficiale sardo in Scemo di guerra con Beppe Grillo e Coluche nel 1985. Fa piccoli ruoli negli anni '90 (Occhio alla Perestrojka, Abbronzatissimi, Gratta e vinci, Cucciolo, Fantozzi 2000), fino a un'apparizione nel recente film diretto da Jerry Calà l'anno scorso, Vita Smeralda, tardissima commedia di ambientazione lelemoriana.
Il Dogui non regge e arriva il primo ictus. Il secondo arriva domenica mattina. E come se non bastasse il Milan perde con la Roma.

il papa: i farmacisti cattolici non devono vendere medicinali con scopi immorali

ci risiamo con le ingerenze della chiesa...

Nel discorso ai farmacisti cattolici il pontefice rinnova il veto all'interruzione di gravidanza
Affrontato anche il tema del progresso: "No ad una incontrollata sperimentazione"
Il Papa: "Su aborto e eutanasia
obiezione di coscienza ai farmacisti"
Ripetuto l'appello perchè i farmaci salvavita siano garantiti ai Paesi del Terzo mondo

Il Papa: "Su aborto e eutanasia
obiezione di coscienza ai farmacisti"


Papa Benedetto XVI
ROMA - L'obiezione di coscienza dei farmacisti è un "diritto riconosciuto" quando si tratta di fornire medicine "che abbiano scopi chiaramente immorali, come per esempio l'aborto e l'eutanasia". Benedetto XVI nel discorso rivolto oggi alla Federazione internazionale dei farmacisti cattolici, non pronuncia il nome della pillola abortiva, ma il riferimento sembra esplicito.

"L'obiezione di coscienza - ha detto il pontefice - è un diritto che deve essere riconosciuto alla vostra professione permettendovi di non collaborare direttamente o indirettamente alla fornitura di prodotti che hanno per scopo le scelte chiaramente immorali, come per esempio l'aborto e l'eutanasia".

All'inzio dell'anno, era stata l'udienza concessa ai vertici delle amministrazioni locali del Lazio, a dare l'occasione a Benedetto XVI per ribadire il proprio veto verso la pillola RU486. Alla vigilia di due manifestazioni promosse per difendere la legge sull'aborto e i Pacs, il pontefice ammonì che bisogna "evitare di introdurre farmaci che nascondano in qualche modo la gravità dell'aborto come scelta contro la vita".

Ai farmacisti cattolici, Benedetto XVI oggi ha ribadito che "non è possibile anestetizzare le coscienze sugli effetti di molecole che hanno lo scopo di evitare l'annidamento di un embrione o di cancellare la vita di una persona. Il farmacista, importante intermediario tra medici e pazienti, deve invitare ciascuno a un sussulto di umanità, perchè ogni essere sia protetto dalla concepimento fino alla morte naturale".

Benedetto XVI ha affrontato anche il problema del progresso della medicina, che porta grandi benefici ma talvolta espone i pazienti ai rischi di una incontrollata sperimentazione. "Nessuna persona - ha scandito il Papa - può essere utilizzata in maniera sconsiderata come un oggetto per realizzare sperimentazioni terapeutiche".

In questo contesto, Benedetto XVI ha infine ripetuto il suo appello affinché i farmaci salvavita siano garantiti ai Paesi del Terzo mondo che non possono acquistarli: "E' necessario che le diverse strutture farmaceutiche, i laboratori e i centri ospedalieri abbiano la preoccupazione della solidarietà nell'ambito terapeutico, per permettere un accesso alle cure e ai farmaci di prima necessità a tutti gli strati della popolazione, in tutti i Paesi".

(29 ottobre 2007)

previti: chi non muore si...risente

previti chiama lolito perché suo figlio deve giocare nella giovanile della lazio...

mamma fiat come enzo rossi...

Lavoro Industria dell'auto e oltre, sindacati e Federmeccanica a confronto
La Fiat fa la mamma
L'ad Marchionne anticipa il contratto e offre 30 euro di aumento salariale. I metalmeccanici confermano sciopero e obiettivi. I conti del gruppo volano, ma titolo giù in borsa (-4,2%)
Francesco Paternò

I conti della Fiat vanno alle stelle e così l'amministratore delegato Sergio Marchionne aumenta gli stipendi dei lavoratori di 30 euro. Notizia non notizia. Oppure: la Fiat va più che bene, il 2008 sarà però duro e dunque va prevenuto subito il conflitto interno più aspro, aprendo sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici alla vigilia dello sciopero del 30 e a fronte di una richiesta di aumenti pari a 117 euro. Notizia più credibile. La mossa di marketing di Marchionne ha sorpreso i sindacati (che confermano lo sciopero), diviso la Federmeccanica (che non sarebbe stata informata preventivamente), e dispiaciuto la borsa, dove il titolo è scivolato del 4,2% (ma i motivi dovrebbero essere ben altri, ci torneremo dopo).
Marchionne ha presentato inusualmente nella sede della Ferrari a Maranello i conti del gruppo con una trimestrale con più profitti del previsto. A questi dati ha legato l'annuncio di un aumento in busta paga per i lavoratori di 30 euro, compresa la vacanza contrattuale, dunque 20 euro lordi, come anticipo sul rinnovo del contratto. La reazione dei sindacati è stata compatta su un punto: le elargizioni non servono, i motivi dello sciopero del 30 - a Torino ci sarà anche un corteo - restano tutti e questo aumento è un incentivo ad andare avanti per chiudere il contratto al più presto. Obiettivo 117 euro di aumento e miglioramenti normativi. Punto e a capo.
«C'è stato stupore tra i lavoratori - ci dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiom a Torino - divertimento, la solita domanda "dove è la fregatura?", ma certo è un segno che si può fare, che i tempi per il contratto sono maturi». «L'atto compiuto dalla Fiat - dice ancora Gianni Rinaldini, segretario nazionale Fiom - dà ulteriori ragioni allo sciopero, se questo è un segnale per accelerare le trattative lo vedremo presto». «E' singolare la decisione della Fiat - commenta Antonino Regazzi, segretario Uilm - avrebbe dovuto impegnarsi di più affinché la trattativa si fosse già conclusa», mentre è più critico Giorgio Caprioli, segretario Fim, che ritiene il gesto unilaterale «molto grave». L'impressione è che Marchionne abbia voluto comunque lanciare un messaggio, consapevole che l'ampia maggioranza dei lavoratori delle fabbriche Fiat ha risposto no al referendum sindacale; e l'eseguità della cifra, i 30 euro, è appunto un segnale debole ma un segnale, se avesse voluto provare a dividere il fronte dello sciopero avrebbe magari detto 70 o 80 euro.
Presentando i conti della trimestrale, l'amministratore delegato della Fiat ha anche alzato gli obiettivi per il 2007 e cautamente mantenuto quelli del 2008, un anno che si preannuncia difficile per l'intero comparto in Europa, difficile per Fiat senza nuovi modelli (ma arriveranno Alfa Romeo e Lancia), mentre in Italia il mercato non dovrebbe più beneficiare degli incentivi governativi alla rottamazione. Lo schiaffo della borsa dovrebbe essere partito proprio da qui: un 2008 non previsto in crescita significa che la Fiat sta già rallentando?
Le nuove stime 2007 sono per un utile netto tra 1,8 e 1,9 miliardi di euro (contro 1,6-1,8 mld precedente), un risultato della gestione ordinaria tra 2,9 e 3 miliardi (margine oltre 5%), un utile base per azione tra 1,40 e 1,50 euro (1,25-1,40 precedente) e un indebitamento netto industriale di circa 500 milioni (2 miliardi il precedente). Nel terzo trimestre, il risultato della gestione ordinaria è salito del 75% rispetto a un anno prima a 745 milioni di euro e l'utile netto del 127% a 454 milioni grazie alla spinta della crescita del 17,4% dei ricavi (13,86 miliardi). Tutti i settori hanno contribuito al miglioramento, con l'auto a +185 milioni di euro. La produzione della Fiat 500 - che oggi è un po' considerata la bandiera del marchio - potrebbe essere aumentata a 190.000 pezzi l'anno dal 2009, dalle 120.000 previste.

Il mondo alla rovescia del libero mercato

Naomi Klein
Il mondo alla rovescia del libero mercato
Non c'è stata nessuna rivolta delle élite, ma una vera e propria controrivoluzione. Intervista con l'autrice di «Shock economy», in Italia per presentare il suo libro La privatizzazione dei beni comuni e dei servizi sociali sarà più graduale che in passato, mentre maggiore attenzione sarà dedicata al conflitto di interessi. Ma è consolatorio affermare che stiamo assistendo al declino del neoliberismo
Benedetto Vecchi

L'uscita di Shock economy (Rizzoli, pp. 620, euro 20,50, il manifesto del 15 settembre) ha avuto una critica stizzita del premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, che ha riconosciuto a Naomi Klein il merito di denunciare l'«estremismo» dei neo-con. Allo stesso tempo, però, Stiglitz ha sostenuto, sul «New York Times» del 30 settembre, che quelle dell'attuale amministrazione statunitense sono solo degenerazioni, perché l'economia di mercato è il migliore strumento, se usato bene, per promuovere il benessere collettivo. Dunque, per Stiglitz, il problema non è il modello sociale e economico che il neoliberismo propone, quanto le persone che lo realizzano. «Non credo - afferma Naomi Klein - che il problema siano gli errori umani. Il neoliberismo è stata una vera e propria controrivoluzione. Possono pure cambiare gli uomini, ma gli obiettivi rimangono sempre gli stessi: muovere una guerra di classe contro i lavoratori e privatizzare i servizi sociali».
L'intervista che segue è avvenuta a Roma, lasciando all'intervistatore l'amaro in bocca. Tante le domande da fare, poco il tempo a disposizione.

Nel tuo libro descrivi l'ascesa e l'affermazione del neoliberismo come un prodotto da laboratorio. Da una parte, la scuola di Chicago con Milton Friedman che «dava la linea». Dall'altra alcuni esperimenti pilota per poi applicare quelle dottrine nel Nord America, in Europa...
Negli anni Cinquanta e Sessanta Milton Friedman era considerato un nostalgico di un'economia di mercato che non esisteva più. Il pensiero economico dominante era di tipo keynesiano. Le tesi della scuola di Chicago erano considerate l'espressione di un estremismo ideologico a favore del libero mercato fuori dalla realtà. L'economia statunitense era prospera grazie all'intervento statale e alla «collaborazione» tra sindacati e imprese. Tutto sembrava andare in un'altra direzione da quello che sosteneva Friedman. Certo la sua apologia del libero mercato era sicuramente più aderente agli interessi delle grandi corporation, ma nessun manager sarebbe intervenuto per sostenerlo. Allo stesso tempo, però, Friedman ha ricevuto ingenti finanziamenti da fondazioni prestigiose, nonché dal governo per continuare le sue ricerche. Le teorie economiche della scuola di Chicago non erano solo espressione di un'ideologia, ma anche di precisi interessi economici, quelli del big business.
Molti studiosi o analisti spesso descrivono il neoliberismo come una rivolta delle élite per sottrarsi al controllo dello stato. Non sono d'accordo, perché la storia della scuola di Chicago può essere considerata la cover story di una controrivoluzione, di una guerra di classe contro i sindacati e i diritti sociali dei lavoratori.

Tu sottolinei che l'insicurezza e i disastri ambientali sono usati come grimaldello per imporre politiche neoliberiste. Non credi, però, che proprio l'insicurezza possa diventare la spinta per un rafforzamento del welfare state? In fondo, lo stato sociale nasce anche per risolvere lo «shock collettivo» che aveva colpito gli Stati Uniti e l'Europa negli anni Trenta e Quaranta?
Gli shock collettivi possono essere usati per introdurre politiche neoliberiste se gli uomini e le donne sono disorientati, soli, se cioè sentono la loro condizione come precaria. In Italia, sono all'opera movimenti sociali che si battono contro la precarietà dei rapporti di lavoro, per i diritti dei migranti, contro la guerra. Il problema è se riescono a dare continuità alla loro azione, perché solo un loro rafforzamento può aiutare nella resistenza alle politiche neoliberiste.
Prendiamo Vicenza: il progetto di ampliare la base militare statunitense ha incontrato l'opposizione di gruppi, associazione, centri sociali. A Vicenza sono state evocate pessime prospettive per il suo sviluppo se i lavori saranno bloccati. Finora, la presenza dei movimenti sociali ha creato le condizioni affinché il ricatto sia stato rifiutato da parte della popolazione. Prendiamo la precarietà dei rapporti di lavoro. Ci sono movimenti che si battono contro di essa e per estendere anche ai precari i diritti del lavoro. Finora sono riusciti ad organizzare una parte del lavoro precario. Il passo successivo è di coinvolgere sempre più uomini e donne, riuscendo a depotenziare il ricatto a cui sono sottoposti molti lavoratori e lavoratrici. Credo, cioè che i movimenti debbano darsi un'organizzazione stabile, meno effimera per rafforzare la loro azione.
Nei miei viaggi di lavoro incontro uomini e donne che sentono moltissimo questa urgenza politica di dare continuità e forza alla loro azione politica. Possono forse peccare di ottimismo, ma mi sembra che molti movimenti si stanno muovendo in questa direzione.
Per quanto riguarda la tua domanda, anche io credo che bisogna sviluppare un altro tipo di organizzazione sociale. Non ritegno però che questa nuova organizzazione sociale debba essere introdotta dall'alto. Deve essere infatti sviluppata dal basso.

Nel tuo libro scrivi che il neoliberismo si caratterizza non tanto per l'occupazione dello stato, ma per la privatizzazione di alcune funzioni che gli competono, dalla difesa nazionale alla sanità alla formazione scolastica. C'è stato poi lo scandalo della società di «contractors» Blackwater in Iraq e molti analisti hanno denunciato come folle la privatizzazione della difesa nazionale. Stiamo assistendo al declino del neoliberismo? Oppure sono solo scosse di assestamento?
Il caso dell'uragano Kathrina è emblematico. Nei primi giorni dopo l'inondazione di New Orleans i media statunitensi hanno puntato l'indice contro le politiche di disinvestimento dell'amministrazione Bush per quanto riguarda la protezione ambientale. Appena le acque hanno cominciato a ritirarsi, gran parte dell'establishment liberista ha visto nell'uragano la mano divina che consentiva di cacciare gli abitanti poveri e gli afroamericani per lasciar spazio alle imprese private. Non credo dunque che il neoliberismo sia giunto al capolinea. È ovvio che lo scandalo della Blackwater qualche problema lo pone per i neoliberisti. Ma nei media mainstream non viene criticato il modello neoliberista, bensì l'operato di una singola impresa, in questo caso la Blackwater. Tutt'al più viene invocata una maggiore sorveglianza sull'operato di un'impresa privata che svolge una funzione statale, pubblica.
Stiamo assistendo a un mutamento delle politiche neoliberiste. Ci sarà maggiore attenzione al conflitto di interesse, che negli Stati Uniti e anche qui in Italia è giunto al parossismo. Oppure, l'applicazione delle politiche neoliberiste sarà più graduale. Affermare però che siamo alla crisi del neoliberismo è un azzardo analitico autoconsolatorio.

In Italia c'è molto interesse per le primarie del partito democratico negli Stati Uniti e alla competizione tra Hilary Clinton e Barak Obama. Possono i movimenti sociali condizionare gli esiti delle primarie nel partito democratico?
E' strano che lo chiedi a me che sono canadese. Non sono molto interessata al fatto che Hilari Clinton rappresenti gli olds democratics e Obama i news democratics. E trovo strano che un italiano sia interessato al conflitto tra Hilary e Obama.

La politica statunitense ha da sempre condizionato quella italiana. E poi tu vivi in un osservatorio privilegiato come è il Canada. Tuttavia ciò che mi interessa capire è quale rapporto - di conflitto, di cooptazione - i movimenti sociali negli Stati Uniti voglio intrattenere con il potere politico e la politica istituzionale.....
Il processo elettorale statunitense è molto complicato e consuma tempo, energie e soldi. Se un movimento sociale prova a condizionare l'esito di primarie o di una competizione elettorale rimane quasi sempre intrappolato nei meccanismi politici americani. Lo ha fatto Ralph Nader e non è andato molto bene. Lo ha fatto Move On, rischiando di diventare solo una componente del partito democratico.
Negli Stati Uniti c'è stato un appuntamento che i media hanno quasi del tutto ignorato. Mi riferisco al primo social forum statunitense a Atlanta. Centinai di gruppi, associazioni, migliaia attivisti si sono incontrati per conoscersi e discutere sul che fare. I pochi giornalisti che sono andati ad Atlanta sono rimasti meravigliati, perché vedevano uomini e donne che discutevano di povertà, di emarginazione, di diritti dei migranti, di mancanza di lavoro, di diritto alla sanità e all'istruzione pubblica, di pacifismo, proponendo iniziative di lotta e alternative praticabili al neoliberismo senza aspettare che il partito democratico presti loro attenzione. In altre parole, penso che i movimenti sociali devono sviluppare la loro iniziativa, organizzarsi, sviluppare una sorta di contropotere senza attendere l'esistenza di un candidato che prometta di rappresentare le loro proposte o che il loro punto di vista entri nell'agenda politica di un qualche partito.

I movimenti sociali, almeno qui in Europa, non godono di buona salute. Ci sono state importanti mobilitazioni contro la precarietà in Francia in Italia. Il movimento pacifista inglese ha continuato a portare in piazza centinaia di migliaia di persone. Eppure sono innegabili le difficoltà dei movimenti sociali. Non credi che queste difficoltà derivi anche dal fatto che il movimento dei movimenti, per usare un'espressione a te molto cara, non riesca a svolgere una lettura critica del mondo attuale e dunque a sviluppare forme di lotta e di organizzazione adeguate?
Concordo. Anche negli Stati Uniti i movimento sociali antiliberisti. sono in difficoltà. Secondo me, in Nord America, ma credo che questo possa valere anche per l'Europa, le difficoltà derivano dalle conseguenze dell'attacco alla Torre Gemelle. L'11 settembre ha cambiato il mondo. Il problema è capire come lo ha cambiato. C'è stata la guerra in Afghanistan, poi in Iraq. Guantanamo. Le crisi economiche. Non riusciamo però ancora a cogliere il senso pieno di quello che è accaduto dopo le Twin Towers. Ci vorrà tempo per capirlo. Spero di contrinuire, come molti altri, a capirlo. Mi piace pensare che questo libro sia un piccolo contributo a capire come è cambiato il capitalismo.

come muore un italiano