"Il nucleare sarà il sistema del futuro, anche perché i combustibili fossili, da cui oggi dipendiamo, finiranno". Lo ha detto Silvio Berlusconi, parlando all'Ance.
"C'è una norma di diritto naturale: se lo Stato ti chiede un terzo di quanto guadagni, allora la tassazione ti appare una cosa giusta, ma se ti chiede il 50-60% di ciò che guadagni, come accade per molte imprese, ti sembra una cosa indebita e ti senti anche un po' giustificato a mettere in atto procedure di elusione e a volte anche di evasione". Così Silvio Berlusconi, ospite di un incontro organizzato dall'Ance.
"Michele Santoro fa ancora un uso criminale della tv"
«Questi signori della sinistra hanno prepotentemente e arrogantemente messo le mani sulle istituzioni: il presidente della Repubblica è uno di loro, così come i presidenti di Camera e Senato»
chi le ha dette?
mercoledì 2 aprile 2008
Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì, ti pregoooooooooooooo!!!
Berlusconi: "Se mi intercettano lascio l'Italia. Io uso il mio telefonino con la più ampia libertà. Se poi usciranno fuori le intercettazioni delle mie telefonate lascerò questo Paese".
fa' che non sia una tua solita minchiata, silvio!!!
INTERCETTATELO, PLEASE...
fa' che non sia una tua solita minchiata, silvio!!!
INTERCETTATELO, PLEASE...
lezioni americane...
Bimbi tentano sequestro della maestra
Volevano vendicare l'amico sgridato.Avevano pianificato ogni dettaglio
WASHINGTON
Un gruppo di bambini americani di una scuola elementare di Waycross, in Georgia, volevano rapire la loro maestra. Avevano già tutto pronto: manette, un coltello, nastro adesivo, indumenti appositi e altro materiale, necessario, secondo loro, per portare a termine il sequestro e poi cancellare ogni traccia.
La polizia ha scoperto il "complotto" quasi per caso e, commentando l’episodio, il capo della polizia di Waycross, Tony Tanner, ha affermato che non era affatto da escludere che la maestra potesse anche essere uccisa: «Non ho sentito nessuno tra i bambini dire che la maestra doveva essere uccisa, ma - mi chiedo - e se fosse successo in modo accidentale? Perchè di una cosa sono certo: il piano era stato progettato in ogni dettaglio, se non fossimo intervenuti lo avrebbero eseguito».
Il gruppo di bambini della scuola elementare di Waycross erano arrabbiati con l’insegnante perchè aveva sgridato uno di loro per essersi messo in piedi su una sedia. Così in nove, maschi e femmine, hanno progettato di vendicare il compagno: «La sequestriamo e gliela facciamo pagare». E si sono messi a pianificare il rapimento in ogni dettaglio: con un coltello la avrebbero fermata in classe dopo che tutti se ne erano andati, avrebbero oscurato finestre e chiuso porte, l’avrebbero legata a una sedia con del filo elettrico.
La polizia è stata messa in allarme dopo che uno dei bimbi, forse inavvertitamente, ha detto al bidello che qualcuno aveva portato un’arma in classe. Era vero: si trattava di un coltello. Insieme al quale la polizia, dopo una breve perquisizione, ha trovato un paio di manette, un rotolo di nastro adesivo, materiale per pulire eventuali tracce dopo il rapimento, stoffa per coprire le finestre in modo che nessuno potesse vedere da fuori cosa stava succedendo.
Volevano vendicare l'amico sgridato.Avevano pianificato ogni dettaglio
WASHINGTON
Un gruppo di bambini americani di una scuola elementare di Waycross, in Georgia, volevano rapire la loro maestra. Avevano già tutto pronto: manette, un coltello, nastro adesivo, indumenti appositi e altro materiale, necessario, secondo loro, per portare a termine il sequestro e poi cancellare ogni traccia.
La polizia ha scoperto il "complotto" quasi per caso e, commentando l’episodio, il capo della polizia di Waycross, Tony Tanner, ha affermato che non era affatto da escludere che la maestra potesse anche essere uccisa: «Non ho sentito nessuno tra i bambini dire che la maestra doveva essere uccisa, ma - mi chiedo - e se fosse successo in modo accidentale? Perchè di una cosa sono certo: il piano era stato progettato in ogni dettaglio, se non fossimo intervenuti lo avrebbero eseguito».
Il gruppo di bambini della scuola elementare di Waycross erano arrabbiati con l’insegnante perchè aveva sgridato uno di loro per essersi messo in piedi su una sedia. Così in nove, maschi e femmine, hanno progettato di vendicare il compagno: «La sequestriamo e gliela facciamo pagare». E si sono messi a pianificare il rapimento in ogni dettaglio: con un coltello la avrebbero fermata in classe dopo che tutti se ne erano andati, avrebbero oscurato finestre e chiuso porte, l’avrebbero legata a una sedia con del filo elettrico.
La polizia è stata messa in allarme dopo che uno dei bimbi, forse inavvertitamente, ha detto al bidello che qualcuno aveva portato un’arma in classe. Era vero: si trattava di un coltello. Insieme al quale la polizia, dopo una breve perquisizione, ha trovato un paio di manette, un rotolo di nastro adesivo, materiale per pulire eventuali tracce dopo il rapimento, stoffa per coprire le finestre in modo che nessuno potesse vedere da fuori cosa stava succedendo.
martedì 1 aprile 2008
e poi? cosa ancora?
Misure drastiche del governo: il sistema sarà applicato da tutte le scuole
Nei licei messaggi in tempo reale alle famiglie per avere spiegazioni
"Caro genitore, suo figlio non c'è" In Francia l'appello via sms
di ANAIS GINORI
"Gentile genitore, la informiamo che suo figlio non è arrivato in classe". E' il nuovo tormento dei genitori francesi: di prima mattina, un sms o la email del preside della scuola che chiede delucidazioni sull'assenza del figlio. E' appena partito ma è già polemica sul nuovo progetto di appello elettronico nei licei. Il piano del ministero dell'educazione - chiamato con enfasi "vincere l'assenteismo" - è stato prima sperimentato nei licei di Parigi e adesso si sta estendendo in tutto il paese.Nel mirino, quel 5% degli alunni, oltre 275mila ragazzi, che saltano le lezioni. Per loro, il governo ha varato misure drastiche. Il nuovo sistema non prevede solo l'appello elettronico, ma anche un sistema centralizzato che smista le informazioni in tempo reale e allerta i genitori pochi minuti dopo l'inizio delle lezioni. Previsti anche controlli rafforzati, ispettori del ministero nei licei dove ci sono troppe assenze, ed eventuali denunce alle procure della repubblica per i più recidivi.
Con il nuovo sistema, si chiude l'era del vecchio appello nome per nome e poi trascritti sul registro. D'ora in poi, gli alunni digiteranno il proprio nome su un computer all'interno della classe. L'elenco, vagliato dal professore, sarà trasmesso in tempo reale al preside e al sistema centrale del ministero. Pochi minuti dopo l'ingresso a scuola tutti gli assenti saranno schedati e segnalati alle famiglie. "E' possibile così avvertire i genitori entro le nove del mattino e prendere subito provvedimenti" ha raccontato un funzionario del ministero, al giornale Le Figaro.
Secondo il quotidiano francese, queste nuove regole promettono di cambiare drasticamente i rapporti tra scuole e famiglie. Mentre per ottenere una giustificazione di assenza finora ci potevano volere giorni, ora basteranno poche ore. I genitori che riceveranno il messaggio sul cellulare o sulla posta elettronica dovranno infatti rispondere rapidamente. E se le assenze ingiustificate saranno più di tre scatterà l'intervento di un ispettore del ministero che potrà prendere provvedimenti sull'alunno ed eventualmente sui genitori (come il ritiro degli assegni famigliari o, nei casi più gravi, la denuncia alla magistratura).
La misura, allo studio anche in altri paesi europei, è stata accolta con perplessità dai professori. "Non si può adottare un unico sistema per valutare le assenze" ribatte Norbert Gosset, del sindacato insegnanti. "Ci sono ritardi o assenze dovuti al traffico o ai trasporti pubblici, indipendenti dagli alunni. Si rischia - conclude Gosset - di creare allarmismo nelle famiglie". I professori, poi, contestano che il nuovo piano sia centralizzato su Parigi, creando in pratica una classifica dei licei dove ci sono più o meno assenteisti. Ma il ministero non dimostra di voler arretrare davanti alle polemiche: già l'80% delle scuole sono state dotate dell'appello elettronico. Entro la fine dell'anno scolastico, la copertura sarà completata. E allora "bigiare" o "marinare" la scuola sarà davvero un'impresa impossibile.
lunedì 31 marzo 2008
perversioni naziste nella formula 1
Mosley pizzicato da tabloid in orgia sado-maso nazista
| L'immagine pubblicata sul sito di News of the World | |
News of the World denuncia il presidente della Formula Uno, figlio di un famigerato nazi-fascista britannico, mostrando tanto di video sul Web
LONDRA
Scandalo sessuale per il presidente della Formula Uno Max Mosley, accusato oggi di «orgia nazista con cinque prostitute» dal tabloid domenicale londinese News of the World che di lui dice: «in segreto è un pervertito sessuale sadomasochista».
Il tabloid sferra il durissimo attacco sulla base di un video di cinque ore in suo possesso dove si vede Mosley - figlio di un famigerato leader fascista britannico - che si atteggia a comandante di un lager nazista nel corso di una «depravata orgia in stile nazista», dà ordini in tedesco alle prostitute nude o seminude, le frusta e poi «gode a farsi frustare a sangue».
«In pubblico - denuncia il News of the World - il boss della Formula Uno respinge il malefico passato del padre ma in segreto fa giochi nazisti in un’orgia da 2.500 sterline».
Sessantasette anni, ricco sfondato, figlio di quel Oswald Mosley che tra le due guerre mondiali fondò l’Unione Britannica dei Fascisti e manifestò una sperticata ammirazione per Hitler e Mussolini, il presidente della Formula Uno avrebbe dato sfogo ai suoi istinti venerdì scorso in un lussuoso appartamento nel quartiere londinese di Chelsea.
Pagando in anticipo alla «dominatrice» (la prostituta-leader) 2.500 sterline in contanti, circa 3.100 euro.
Il News of the World non spiega come i suoi »investigatori« siano riusciti a mettere mano sul video hard ma fa un dettagliatissimo resoconto della sessione di sesso, con Mosley che alterna i ruolo dell’aguzzino e della vittima immaginandosi di essere in un campo di concentramento.
Per accentuare al massimo lo »stile nazista« due delle cinque prostitute avrebbero partecipato all’orgia vestite alla stessa stregua delle donne recluse nel campo di concentramento di Auschwitz. Sposato da 48 anni con Jean, padre di due figli già grandi, Max Mosley se ne sarebbe andato via tutto contento dall’ appartamento di Chelsea dopo quasi cinque ore.
Il tabloid fornisce persino l’ora esatta in cui avrebbe lasciato l’alcova: le 17,05.
Scandalo sessuale per il presidente della Formula Uno Max Mosley, accusato oggi di «orgia nazista con cinque prostitute» dal tabloid domenicale londinese News of the World che di lui dice: «in segreto è un pervertito sessuale sadomasochista».
Il tabloid sferra il durissimo attacco sulla base di un video di cinque ore in suo possesso dove si vede Mosley - figlio di un famigerato leader fascista britannico - che si atteggia a comandante di un lager nazista nel corso di una «depravata orgia in stile nazista», dà ordini in tedesco alle prostitute nude o seminude, le frusta e poi «gode a farsi frustare a sangue».
«In pubblico - denuncia il News of the World - il boss della Formula Uno respinge il malefico passato del padre ma in segreto fa giochi nazisti in un’orgia da 2.500 sterline».
Sessantasette anni, ricco sfondato, figlio di quel Oswald Mosley che tra le due guerre mondiali fondò l’Unione Britannica dei Fascisti e manifestò una sperticata ammirazione per Hitler e Mussolini, il presidente della Formula Uno avrebbe dato sfogo ai suoi istinti venerdì scorso in un lussuoso appartamento nel quartiere londinese di Chelsea.
Pagando in anticipo alla «dominatrice» (la prostituta-leader) 2.500 sterline in contanti, circa 3.100 euro.
Il News of the World non spiega come i suoi »investigatori« siano riusciti a mettere mano sul video hard ma fa un dettagliatissimo resoconto della sessione di sesso, con Mosley che alterna i ruolo dell’aguzzino e della vittima immaginandosi di essere in un campo di concentramento.
Per accentuare al massimo lo »stile nazista« due delle cinque prostitute avrebbero partecipato all’orgia vestite alla stessa stregua delle donne recluse nel campo di concentramento di Auschwitz. Sposato da 48 anni con Jean, padre di due figli già grandi, Max Mosley se ne sarebbe andato via tutto contento dall’ appartamento di Chelsea dopo quasi cinque ore.
Il tabloid fornisce persino l’ora esatta in cui avrebbe lasciato l’alcova: le 17,05.
domenica 30 marzo 2008
chi si ricorda di speciale?
Si fece portare il pesce anche durante le vacanze in baita ad agosto a Passo Rolle
Coinvolto nella richiesta di danno erariale anche il generale Ugo Baielli
Le spigole di Speciale ci sono costate 32.000 euro
La Corte dei Conti vuole il rimborso dei voli privati dell'ex capo della Finanza
di CARLO BONINI
A VOLTE ritornano. Le spigole. Le gite a scrocco verso il sole e la neve immacolata delle Dolomiti di passo Rolle. La Procura generale della Corte dei conti ha chiuso l'istruttoria sulla gestione privata degli Atr-42 in forza alla Guardia di Finanza del suo ex comandante generale Roberto Speciale. E gliene chiede il conto. Fanno 3.885 euro per ogni ora di volo abusiva sulla tratta Pratica di Mare-Bolzano.Cui va aggiunto "il danno di immagine al Corpo e alle Istituzioni" che verrà quantificato nel corso del giudizio di responsabilità contabile. A spanne, diverse decine di migliaia di euro. "Per una condotta - scrive il procuratore Angelo Canale nel chiudere l'indagine - illegittima e illecita", di cui l'ex comandante generale risponderà economicamente in solido con il generale Ugo Baielli, all'epoca comandante del gruppo aeronavale delle Fiamme Gialle e oggi in pensione.
La chiusura dell'indagine è stata notificata a Speciale ai primi di febbraio. Quando l'opportunità di una sua candidatura alla Camera con il Partito della Libertà in Umbria divideva ancora il centro-destra. Oggi, che l'uomo ha già incassato un seggio sicuro (è numero tre di lista), è facile prevedere diventerà occasione per gridare alla persecuzione giudiziaria. Naturalmente, a dispetto dei fatti, che, nell'istruttoria della Corte dei Conti, appaiono incontrovertibili nel confermare documentalmente le circostanze di cui "Repubblica" diede conto l'11 ottobre 2007 e per le quali Speciale è al momento indagato per peculato dalla procura militare di Roma.
Cinque mesi fa, il generale si indignò "per una campagna di stampa infondata e di intollerabile violenza". Non negò la sua presenza e quella delle signore al seguito sulle nevi di passo Rolle (febbraio 2005), né la cassa di spigole aviotrasportata per accendere di sapori le notti in baita. Ma, sfidando il grottesco, pensò bene di riscrivere il canovaccio della storia. Con qualche bugia che oggi mostra quanto corte avesse le gambe. "A Passo Rolle - disse il generale - ero andato per motivi d'ufficio. Per salutare la componente alpina". E il pesce fu un impegno solenne "con i miei finanzieri", "da padre, prima che da comandante", "perché mi avevano confidato di non poterne più di mangiare soltanto wurstel".
Peccato, che quando le spigole si involarono per le Dolomiti, a passo Rolle di uomini stracchi di wurstel non ve ne fosse nessuno, se non quelli costretti al lavoro para-alberghiero imposto dalla presenza nella foresteria del Corpo dell'allora comandante generale e della sua corte. La Procura generale della Corte dei conti ha infatti accertato che, in quello scintillante 2005, Roberto Speciale raggiunse passo Rolle in due occasioni. La prima (in febbraio) per una gita sulla neve ("Repubblica" la documentò con un video). La seconda (in agosto) per una passeggiata tra le margherite e uno sfizio di pesce.
Il comandante generale - scrive il procuratore Angelo Canale - raggiunse la foresteria di passo Rolle il 20 agosto 2005 per trascorrervi "una settimana di ferie". Nessun impegno istituzionale, nessuna premurosa visita alla truppa infreddolita lungo il confine. Una semplice vacanza a spese del Corpo. Per la quale, sia in andata che in ritorno, "non utilizzò, come sarebbe stato opportuno, mezzi propri" (un volo di linea o un treno per Bolzano), ma l'Atr-42 che aveva eletto a suo personal jet, "disponendo che ne venisse predisposta la riconfigurazione per trasporto passeggeri".
Il 20 agosto 2005, dunque, Speciale raggiunge Bolzano in Atr-42 con il suo seguito e di qui Passo Rolle. Si accomoda in baita, dove avverte presto il desiderio di pesce fresco. Alza il telefono e parla con il generale Ugo Baielli, comandante dell'aeronavale, il quale provvede. La mattina del 25, all'aeroporto militare di Pratica di Mare viene comandato di servizio il maggiore Aldo Venditti, in forza al gruppo di "Esplorazione marittima" (sorveglianza delle coste contro il contrabbando), con un ordine che - secondo quanto accerteranno sia la Procura generale della Corte dei Conti, sia la Procura militare - dispone l'immediato decollo dallo scalo laziale alla volta di Bolzano di un Atr-42 per "trasporto autorità".
Il povero maggiore Venditti attende sulla pista fiducioso l'arrivo della "Autorità". Non è la prima volta che fa da aero-taxi, non sarà l'ultima. Epperò non se ne vede l'ombra. L'Autorità, infatti, è una cassa di spigole. Per Venditti è troppo. Come racconterà ai magistrati, va bene l'autista, ma non lo spallone di pesce. Si rifiuta di mettersi alla cloche perché ciò che è scritto nel piano di volo è semplicemente un falso. Baielli gli rinnova l'ordine, questa volta - annota la Procura - motivando il trasporto con "esigenze di natura operativa". L'Atr-42 decolla per Bolzano. Speciale può godere della sua grigliata.
Scrive il procuratore Angelo Canale con una prosa che da incredula si fa indignata. "E' documentalmente provato che il velivolo Atr-42 è stato impiegato per il trasporto di pesce fresco con una disposizione che non può essere altrimenti definita che illegittima e illecita". Che ha umiliato chi l'ha subita e dovrebbe far vergognare chi l'ha impartita. Roberto Speciale. Lo stesso uomo che, non più tardi di venerdì scorso, si è abbandonato alla vanità di un ritratto di "Italia Oggi", in quel di Perugia, dove ha stabilito il suo quartier generale di candidato del Pdl. Per far sapere che "come ho detto a Fini, senza preti e senza militari non si vince". "Che il suo telefono squilla senza sosta con chiamate da tutta Italia, ma lui non è lo Spirito Santo". Soprattutto, che si vendicherà, perché "nella Guardia di Finanza molti appoggiano la mia candidatura, mentre chi mi ha tradito la teme".
vergogna legaiola
La giornalista Pivetti e i killer del linguaggio
In occasione dell'undicesimo anniversario del naufragio della Kater I Rades (nel quale morirono 108 cittadini albanesi che tentavano di raggiungere l'Italia) torniamo a chiedere a Irene Pivetti perché mai, il 27 marzo del 1997, lanciò la proposta di "buttare in mare" i migranti irregolari. Un anno fa, in occasione del decennale della tragedia, ponemmo lo stesso quesito e annunciammo che, in assenza di una risposta, l'avremmo riproposto a ogni anniversario. La risposta non è arrivata ed eccoci nuovamente qua.Sia chiaro: non c'è alcun accanimento nei confronti di Irene Pivetti. Siamo tra quelli che hanno apprezzato la sua decisione di abbandonare l'attività politica e anzi hanno sperato che quella scelta coraggiosa fosse assunta a modello da altri. Inoltre alla collega Pivetti va dato atto che quella sua frase agghiacciante è stata in seguito superata da altre e, insomma, non è più ai vertici delle dichiarazioni razziste pronunciate da politici italiani. In questi anni abbiamo sentito e visto ben altro. Dalla maglietta di Calderoli che riuscì a scatenare una rivolta in Libia, alle perplessità di Gianfranco Fini attorno al nero Barak Obama.
Ma, paradossalmente, quest'arricchirsi dell'antologia, mentre relativizza la frase sui clandestini da buttare in mare, rende ancor più necessaria una spiegazione da parte di chi la pronunciò. Come già abbiamo ricordato anche un anno fa, Irene Pivetti è ora una giornalista professionista e ciò che accomuna le uscite razziste - così variegate nel contenuto e nella forma - è proprio il loro percorso mediatico.
E' sempre uguale: allo sproposito segue immancabilmente una smentita o, in alternativa, una "interpretazione autentica" volta a edulcorarne il significato. Esistono poi alcuni personaggi pubblici che, per via della reiterazione del comportamento, hanno conquistato una sorta di autorizzazione a dire qualunque sciocchezza perché "lui è fatto così". Alla fine dello scorso anno, l'ennesima minaccia di ricorso alle armi lanciata da Umberto Bossi, anziché determinare l'avvio di un procedimento penale, ha suscitato appena qualche risatina.
Non è curioso che, mentre si propone di sottoporre i migranti a un esame di lingua, si svuoti il linguaggio del suo significato? Non è una vergogna che le parole - cioè il mezzo che noi, poveri uomini, ci siamo dati per comunicare - abbiano un diverso significato a seconda di chi le pronuncia? Queste, collega Pivetti, sono domande aggiuntive a quella fondamentale e anzi ne sono il corollario.
Perché il meccanismo dichiarazione-smentita o dichiarazione-edulcorazione è diventato così regolare da suscitare un sospetto: che l'intero processo sia lucidamente pianificato. Che, cioè, l'autore dello sproposito consideri due diversi piani di comunicazione, due diversi gruppi di interlocutori: l'opinione pubblica generale da una parte e, dall'altra, i suoi elettori. Cioè: si dice un'enormità e si sta a vedere se "passa" oppure no. Nella seconda ipotesi si smentisce, ma tardivamente e strizzando un occhio ai consenzienti. A volte, se cambiano le circostanze della vita, si smentisce dieci anni dopo.
Come, ahinoi, nel tuo caso, collega Pivetti. Un mese fa, in un'intervista a "la Stampa", ti è stata ricordata quella frase miseranda. L'hai spiegata così: "Dissi: "Questa gente va rimessa in mare". Tutt'altro concetto". Per poi hai aggiunto, con rassegnato rammarico: "Ma niente da fare: sarò sempre quella che ha detto: "Buttiamoli in mare"".
Eh già. Perché, purtroppo, l'hai detto. Non ricordi che persino l'allora cardinale Ratzinger restò senza parole? Non ricordi che quando, subito dopo l'affondamento della Kater I Rades, qualcuno te ne chiese conto, rispondesti: "Non li ho buttati in mare io". Usavi il verbo "buttare", non il verbo "rimettere" (e poi che diavolo significa "rimettere" un uomo in mare? Capita, a volte, quando il mare è mosso, che gli uomini "rimettano" in mare, ed è disgustoso. Ma mai quanto vedere uomini che vomitano altri uomini, come fossero dei cibi indigesti e avvelenati anziché dei loro simili. Dunque, altra domanda: cosa intendi per 'rimettere'?).
In definitiva, cara collega, il dubbio è che questi due piani di comunicazione stiano dando un contributo a logorare il dibattito civile e anche a svuotare di senso il linguaggio. A uccidere le parole, che poi sono la base del nostro lavoro di giornalisti. Ecco perché ci permettiamo di insistere. Se no, all'anno prossimo.
sabato 29 marzo 2008
venerdì 28 marzo 2008
baleno e soledad

soledad e baleno...

un racconto particolare
Ci vogliono morti
Perché siamo i loro nemici
E non sanno che farsene di noi
Perché non siamo i loro schiavi
Soledad
vi penso, ovunque voi siate...
giovedì 27 marzo 2008
una buona notizia!
La decisione della corte federale d'appello di Philadelphia.
L'accusa potrà presentare un nuovo caso, o sarà ergastolo
Annullata condanna a morte per Mumia Abu Jamal
Membro delle Pantere Nere, ex giornalista radio, il detenuto
è stato per anni il simbolo delle campagne contro la pena capitale
Mumia Abu Jamal
Un passato da giornalista radiofonico, militante delle Black Panthers, Abu Jamal - oggi cinquantatreenne - è nel braccio della morte da 26 anni. La decisione odierna della Corte d'appello di Philadelphia significa che l'accusa dovrà presentare nuovamente il proprio caso davanti ad una giuria per chiedere nuovamente la pena di morte entro 180 giorni, altrimenti la pena per Abu Jamal verrà automaticamente commutata in ergastolo. Secondo il Philadelphia Inquirer, è quasi certo che lo Stato ricorrerà in appello.
La corte ha tuttavia respinto la richiesta di annullare la condanna per omicidio di primo grado presentata da Mumia Abu Jamal, che aveva chiesto di avere un nuovo processo per poter provare la propria innocenza.
lunedì 24 marzo 2008
venerdì 21 marzo 2008
perché non muori, giorgio?
Bush non rinuncia alle Olimpiadi:"Evento sportivo, non politico"
Secondo Bush, ha aggiunto Perino, l'eventuale decisione di rinunciare ai Giochi per protestare contro la repressione in Tibet "dovrebbe riguardare più gli atleti che non la politica".
Intanto, però, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha chiamato il collega di Pechino, Yang Jiechi, esortandolo alla "moderazione" e ad aprire il dialogo con il Dalai Lama. Rice "ha ribadito in maniera molto diretta al ministro degli Esteri le nostre posizioni", ha affermato il portavoce del dipartimento di Stato, Sean McCormack, "esortando alla moderazione nei confronti dei manifestanti" tibetani.
"Nessuno vuole la violenza", ha aggiunto McCormack, precisando che la telefonata è durata una ventina di minuti. Il capo della diplomazia Usa "ha anche esortato il governo cinese ad avere un dialogo con il Dalai Lama, così come ebbe in passato". McCormack ha aggiunto che le Olimpiadi sono per la Cina l'opportunità per mostrare "il suo volto migliore"
come Morrissey augurava alla thatcher un pò di anni fa...
MARGARET ON THE GUILLOTINEThe kind people
Have a wonderful dream
Margaret On The Guillotine
Cause people like you
Make me feel so tired
When will you die ?
When will you die ?
"When will you die ?
When will you die ?
When will you die ?
And people like you
Make me feel so old inside
Please die
And kind people
Do not shelter this dream
M.ake it real
Make the dream real
Make the dream real
Make it real
Make the dream real
Make it real
e visto che ci sei, portati via anche lui...
giovedì 20 marzo 2008
domenica 16 marzo 2008
venerdì 14 marzo 2008
dopo la birmania, il tibet: immensa tristezza...
Tesa la situazione dopo giorni di proteste anticinesi da parte dei monaci
Decine di arresti, alcuni feriti. La polizia usa i lacrimogeni e circonda i monasteri
Incendi e spari a Lhasa, diversi morti
L'appello del Dalai Lama a Pechino
La guida spirituale dei tibetani esprime la sua preoccupazione
Gli Usa chiedono formalmente alla Cina di "dare prova di moderazione"
PECHINO - Crescono le violenze in Tibet. Lhasa, da giorni teatro di disordini in coincidenza del 49esimo anniversario della rivolta contro il dominio cinese, oggi è in fiamme. Per le strade della capitale si spara, la polizia ha usato lacrimogeni e ci sono numerosi morti e feriti, secondo quanto ha detto il centro per le emergenze mediche della capitale del Tibet. Alcuni testimoni hanno riferito che la polizia ha aperto il fuoco per disperdere i manifestanti scesi nuovamente in piazza contro Pechino.
''C'è concitazione riguardo ai feriti. Ce ne sono davvero tanti. Alcuni sono morti, ma non so dire quanti'', ha spiegato un funzionario del centro per le emergenze mediche. Radio Free Asia, citando alcuni testimoni, ha riferito che almeno due persone sono rimaste uccise a Lhasa.
Washington ha condannato il comportamento del governo di Pechino: manifestando "rammarico" per le violenze in Tibet, la Casa Bianca ha "richiamato" laCina al rispetto della cultura tibetana. L'ambasciatore statunitense a Pechino, Clark Randt, ha chiesto inoltre formalmente al governo cinese di "dare prova di moderazione" in Tibet e di non fare ricorso alla forza, ha riferito il portavoce del Dipartimento di Stato, Sean McCormack.
Il mercato di Tromisikhang, dove ci sono negozi appartenenti a cinesi, tibetani e musulmani cinesi hui, è in fiamme. "La situazione è molto pericolosa, nelle strade i tibetani attaccano i cinesi" ha detto un altro testimone. Anche alcune auto della polizia sono state incendiate.
La polizia ha impedito oggi con la forza ai monaci del monastero di Ramoche di tenere una manifestazione. Attivisti della Free Tibet Campaign riferiscono che alcuni monaci di un altro monastero, quello di Sera, sono da ieri in sciopero della fame per chiedere la liberazione dei loro compagni arrestati nei giorni scorsi, che sarebbero decine.
I monasteri di Sera, Drepung e Ganden, al centro delle proteste dei giorni scorsi, sono circondati dalla polizia militare. Circolano voci sulla dichiarazione dello stato d'emergenza, che però non sono state confermate.
Da giorni Lhasa ospita le proteste dei monaci, le più imponenti degli ultimi vent'anni. Secondo Radio Free Asia decine di persone sono state arrestate anche oggi. Manifestazioni di monaci e civili tibetani, che inneggiavano al Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet che vive in esilio dal 1959, si sono svolte questa settimana anche in aree a maggioranza tibetana nelle province cinesi del Qinghai e del Gansu. Il dissenso preoccupa gravemente Pechino, che ha cercato in tutti i modi di evitare simili proteste in vista dell'appuntamento dei Giochi Olimpici.
la questione tibetana
La carta di Limes sulla questione tibetana con un estratto dell'articolo di Beniamino Natale pubblicato in Cindia, la sfida del secolo, che descrive la regione.
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Per capire come stanno le cose è forse utile una descrizione della situazione sul terreno, cioè in Tibet. Partiamo, per questo breve viaggio sul «tetto del mondo», dalla prefettura di Gou Lou (Golok in tibetano), che si trova nella parte meridionale della provincia cinese del Qinghai, a poche decine di chilometri dai confini della Regione autonoma del Tibet. I suoi abitanti sono tibetani al 90%. In tutto sono 140 mila, 110 mila dei quali nomadi. La Gou Lou County – il centro amministrativo della prefettura – è composta da poche case e dal compound del governo, al centro del quale sventola la bandiera rossa. Tutto intorno sorgono le tende dei nomadi o seminomadi. La mattina presto la cittadina ha l’aria di un campeggio più che di un centro urbano. Uomini, donne e ragazzini escono e si lavano i denti con l’acqua che antiquate pompe tirano su da un piccolo ruscello che appare pulitissimo, anche perché nella zona non ci sono industrie. La maggior parte si allontana poi in moto, ma non sono pochi quelli che ancora preferiscono il cavallo.
Grazie all’impegno degli impiegati e dei funzionari tibetani, la prefettura ha prodotto negli anni passati una storia della prefettura di Gou Lou in venti volumi. Sono in tibetano. Forse verranno tradotti in cinese da Ju Kalzag, un apprezzato poeta locale. Alcune delle sue poesie – che parlano della natura, del modo di vivere dei tibetani e delle minacce a cui questo va incontro nel mondo attuale – sono state tradotte in inglese e in francese. Il Qinghai comprende gran parte della regione che i tibetani chiamano Amdo, determinante nella storia del Tibet. Ad Amdo, tra l’altro, è nato il Dalai Lama.
Zone etnicamente e culturalmente tibetane esistono anche nelle province del Sichuan, dello Yunnan e del Gansu. Degli oltre sei milioni di tibetani che vivono in Cina, solo 2,6 milioni risiedono nella Regione autonoma. A pochi chilometri dalla capitale del Qinghai, la moderna Xining, sorge uno dei templi più importanti per il buddhismo tibetano, quello di Tàer. Il monastero fu stabilito da Tsong Khapa, che nel XVI secolo fondò la setta buddhista del Ge- lug-pa, alla quale appartengono i Dalai Lama. La guida, una bella studentessa universitaria cinese, ha una conoscenza piuttosto sommaria del buddhismo tibetano ma accompagnando un gruppo di turisti a visitare il tempio si sofferma a lungo su un particolare. Quando si arriva davanti ad un altare alla cui sinistra c’è una statua del primo Panchen Lama e alla cui destra una statua del primo Dalai Lama la ragazza si ferma e dice: «Vedete? Questa è una cosa importante. Il Panchen Lama ed il Dalai Lama sono esattamente sullo stesso livello. Nessuno dei due è più in alto dell’altro. Alcuni dicono che il Dalai Lama è più importante ma questo dimostra che non è vero!».
Nelle zone tibetane della Cina il Dalai Lama è come un fantasma. Se ne parla (apertamente) malvolentieri ma tutti sanno che c’è. E come ogni fantasma che si rispetti, alle volte si materializza inaspettatamente. Scendendo da Guo Luo verso sud sull’altopiano tibetano si arriva nella Regione autonoma del Tibet. Non lontano dal confine tra le due province sorge un altro dei grandi monasteri del buddhismo tibetano: quello di Garma Lhading, fondato nel 1185 da Dusum Kiempa, il primo reincarnato del lignaggio del Karmapa, un «Buddha vivente» che è anche il leader spirituale della setta del Kagyu-pa. I monaci hanno l’aria da contadini e portano appuntati sulla tonaca distintivi che raffigurano il Dalai Lama o l’attuale Karmapa, il diciassettesimo, che all’inizio del 2000 è fuggito dalla Cina per raggiungere «Sua Santità» nel suo esilio indiano, lasciando i cinesi con un palmo di naso. Non li ostentano ma neanche si preoccupano di nasconderli.
Le foto del Dalai Lama e del Karmapa sono esposte anche in molte delle cappelle private che le famiglie più ricche hanno nelle loro abitazioni. In questa zona – ora siamo nella regione chiamata Chamdo dai tibetani – vivono i temibili khampa, i selvaggi predatori che ancora oggi amano portare i capelli lunghi fin sulle spalle, indossare lunghe tuniche scure e tenere grossi pugnali appesi alla cintura. Il centro di questa prefettura è la città di Chamdo, la terza per grandezza del Tibet. Chamdo città ha centomila abitanti ed è attraversata da due fiumi, lo An Chu e lo Za Chu. Quest’ultimo, dopo aver attraversato le montagne, entra nel Laos dove assume il mitico nome di Mekong.
A est del centro abitato, i due fiumi si incontrano, ritagliando una piccola isola che divide in due la città e segna la separazione tra il mondo dei cinesi e quello dei tibetani. La città cinese è nuova, e simile a tutte le altre città cinesi. C’è l’edificio moderno della Agriculture Bank (una delle quattro grandi banche statali cinesi), alto 15 piani, ma che a Chamdo sembra un grattacielo. Dietro alla banca sorgono altre due costruzioni moderne, la scuola elementare e la scuola media: i funzionari cinesi le indicano con orgoglio, sono una prova dello sviluppo che i cinesi hanno portato nel medievale Tibet. Ci sono negozi con grandi vetrine e alberghi nei quali alloggiano i funzionari o gli uomini d’affari in visita alle regioni della «nuova frontiera». Sull’altra sponda stanno ammassate le piccole case dei tibetani. Alcune, lungo l’unica strada sulla quale sono stati aperti negozi gestiti da cinesi con una parvenza di modernità, sono state ristrutturate. Le altre sono visibilmente antiche, alcune cadenti. Una strada stretta e lunga è piena di tavoli da biliardo e la sera si riempie di uomini e donne di tutte le età che ridono e giocano mentre sorseggiano il tè di un vicino ristorante o rosicchiano i kebab cucinati dagli immigrati musulmani dalle province settentrionali del Xinjiang e del Gansu.
Dall’alto della montagna il monastero di Jambaling, un gioiello dell’architettura tibetana costruito nel XV secolo, domina la scena. Sull’isola non può mancare uno degli orribili monumenti frutto dell’incontro tra realismo socialista e cattivo gusto americaneggiante che deturpano buona parte delle città cinesi: nel caso di Chamdo è un’enorme aquila dorata (simbolo dello sviluppo economico del Tibet, secondo i funzionari cinesi) montata su un arco in pietra sul quale sono scolpite immagini idilliache dell’armonia che regna fra cinesi e tibetani.
Nella realtà, i due mondi vivono separati: non si vedono cinesi nei ristoranti tibetani né tibetani nei ristoranti cinesi. I matrimoni misti sono una rarità. Nessun cinese parla tibetano e solo i tibetani più istruiti – cioè pochi, dato che secondo i dati ufficiali un terzo della popolazione è analfabeta e solo il 3,4% ha frequentato le scuole medie – parlano un cinese fluente. Molti tibetani parlano della ferrovia in costruzione da Golmund, nel nord del Qinghai, a Lhasa, come di una nuova strada per l’immigrazione cinese (si tratta di una delle grandi opere infrastrutturali che negli ultimi vent’anni hanno occupato un ruolo centrale nello sviluppo economico della Cina e dovrebbe essere completata entro la fine del 2006). Forse è così, però Chamdo è già da tempo collegata a Chengdu, capitale della provincia del Sichuan, da tre voli aerei settimanali.
E già la presenza cinese è fortissima. Da Chamdo per arrivare a Lhasa, la capitale del Tibet, ci vogliono tre giorni di jeep nonostante la distanza sia di poco più di mille chilometri. Gli stessi funzionari cinesi non esitano a definire «la peggiore strada del paese» quella che collega le due città. Si procede saltando sulle buche, avvicinandosi pericolosamente, di tanto in tanto, ai precipizi in fondo ai quali scorrono impetuosi i fiumi di montagna.
Quando, spesso, si incontra uno degli scassati camion guidati da minacciosi khampa, passano delle ore prima che si possa azzardare un sorpasso.
Se la montagna è ancora dominata dai tibetani, le città sono completamente cinesi. Bayi – una città nuova che dopo un paio di giorni sui monti è una sosta obbligata – prende il nome dalla data di fondazione dell’esercito popolare cinese (vuol dire «primo agosto»; «yi» è «uno» in cinese e «ba» vuol dire «otto», quindi è la città del primo giorno dell’ottavo mese, perché in cinese si va sempre dal più grande al più piccolo e le date si scrivono indicando prima l’anno, poi il mese e infine il giorno). Gli alberghi sono decenti, l’acqua calda è disponibile e nei ristoranti ragazze in minigonna servono cibo del Sichuan. Infine, ecco Lhasa. Intorno al Jokhang, il tempio più importante del buddhismo tibetano, e nel mercatino che circonda il maestoso Potala, la città proibita sogno di tanti avventurieri dei secoli scorsi ha mantenuto il suo fascino. Il resto è Cina.
La città nuova avanza verso ovest, lungo l’arteria chiamata viale Pechino, che taglia la città da est ad ovest e ormai stringe d’assedio il quartiere vecchio del Jokhang. Il Barkhor, la strada che corre intorno al tempio e viene percorsa da migliaia di pellegrini che si sdraiano per terra, si rialzano e si sdraiano di nuovo fino ad aver completato il percorso, è un misto tra un mercato tradizionale tibetano ed un supermarket di paccottiglia per i turisti dai gusti facili. Difficile dire quanto resisterà. Oggi assomiglia alla Katmandu degli anni Settanta, con i bar con il roof top, i giovani con le biciclette ed i sacchi a pelo, i gruppi di anziani turisti europei e giapponesi. E, soprattutto, turisti cinesi a frotte.
La municipalità di Lhasa ha poco più di 500 mila abitanti, 238 mila dei quali vivono nell’area urbana. A questi vanno aggiunte quasi centomila persone della cosiddetta popolazione fluttuante. Secondo i dati forniti dalle stesse autorità, circa la metà degli abitanti della città propriamente detta sono cinesi han. In tutta la Regione autonoma, secondo le statistiche ufficiali, è di etnia tibetana il 92% della popolazione. Però solo coloro che stanno per più di nove mesi all’anno sono registrati come «residenti». I cinesi d’inverno chiudono negozi, alberghi e ristoranti e tornano nei loro paesi d’origine. La maggior parte delle imprese è familiare e spesso i membri di una famiglia si alternano nella gestione delle attività in Tibet seguendo i ritmi dettati dagli altri impegni: per esempio, d’estate gli studenti sono liberi e i genitori ne approfittano per metterli al lavoro in modo da poter tornare a casa per qualche mese.
In estrema sintesi si può affermare che nella Regione autonoma del Tibet c’è una fortissima immigrazione cinese, arrivata alla seconda generazione. L’esercito è presente in modo discreto, ma in forze. L’opposizione dei tibetani non si esprime in forme eclatanti ma è generalizzata. La cultura tibetana, con la relativa liberalizzazione religiosa degli ultimi anni e con una atmosfera generalmente più aperta (molti fatti recenti indicano che l’attuale dirigenza di Pechino sta facendo dei passi indietro) è sopravvissuta e si è rinforzata, anche al di fuori della Regione autonoma. Il buddhismo – come anche il taoismo e, in misura nettamente inferiore ma significativa, il cristianesimo – sta conoscendo una diffusione di massa in tutta la Cina. Per quanto riguarda i tibetani, questo si traduce nella conservazione di una forte identità culturale.
giovedì 13 marzo 2008
la soluzione ai problemi dei precari secondo l'ottavo nano
La battuta del Cavaliere ad una studentessa durante un programma tv
Reazioni indignate da Pd e SA. Franceschini: "Si scusi", Bertinotti: "Allarmante"
Berlusconi: "Contro la precarietà?
Sposare mio figlio o un milionario"
ROMA - La ricetta di Silvio Berlusconi contro la precarietà? Sposarsi un ricco. La battuta, cui il leader del Pdl non ha saputo resistere, era diretta ad una studentessa che ieri nel corso del programma "Punto di Vista" del Tg2 gli chiedeva come fosse possibile per le coppie giovani mettere su famiglia senza la sicurezza di un posto, e un reddito, fisso."Io, da padre - ha risposto Berlusconi sorridendo - le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere". Poi, ha elencato le proposte contenute nel programma del Pdl per aiutare i giovani, dalle agevolazioni sui mutui al piano-casa.
All'obiezione del conduttore della trasmissione, Maurizio Martinelli, che "di figli di Berlusconi in giro ce ne sono pochi" il Cavaliere, sempre sorridente, ha insistito: "Se dovessi dire qual è il consiglio più valido, penso sia quello che le ho dato all'inizio...".
La battuta ha scatenato un coro di reazioni indignate da parte del Pd e della Sinistra Arcobaleno. "Come italiano mi vergogno delle parole di Berlusconi" commenta Dario Franceschini. "Di fronte a centinaia di migliaia di giovani italiani che vivono la precarietà del loro rapporto di lavoro come un'ipoteca sul loro futuro, rispondere ad una ragazza precaria che il modo di uscire dalla sua situazione è sposare il proprio figlio, o il figlio di un milionario, suona come un'offesa insopportabile" continua il vicesegretario del Partito Democratico, aggiungendo: "Penso che in qualsiasi paese un leader politico, a prescindere da quale parte politica esso appartenga, sarebbe costretto a scusarsi per quella battuta offensiva".
Per Fausto Bertinotti, l'uscita di Berlusconi, anche se si tratta di uno scherzo, è allarmante e "indicativa di una cultura che propone ai giovani una realizzazione fuori dalla loro vita ordinaria". Per il candidato premier di Sinistra Arcobaleno viste le proposte della destra non resta che augurare ai precari "che vincano la lotteria", ma la ricetta della sinistra è quella di "cancellare l'idea della lotteria" a favore di miglioramenti concreti.
guarda il video
L'iniziativa, serissima, ha la forma di una "istanza di matrimonio"
I firmatari si dicono in possesso dei "requisiti richiesti", sorriso compreso
Precarie dal "lodevole sorriso"
chiedono la mano di Pier Silvio
E la ragazza oggetto della battuta in tv si candida col Pdl al Comune di Roma
di CLAUDIA FUSANI
chiedono la mano di Pier Silvio " width="230">
Silvio Berlusconi e Perla Pavoncello
L'ISTANZA DI MATRIMONIO
Stavolta il Cavaliere non può certo lamentarsi di mancanza di ironia e assenza di humour. Capirà, ad esempio, che la condizione di precario aiuta ad allenare l'ingegno e a sfruttare ogni minimo appiglio che può sbucare fuori all'improvviso nella fluida e incerta vita da precario. Un appiglio come una dichiarazione del candidato premier pronunciata in diretta tivù. Silvio ha suggerito alla giovane (che intanto ha candidato al Comune di Roma) che la soluzione dei suoi problemi di lavoratrice co.co.pro e part time è sposare un milionario? O il figlio di Berlusconi? Detto. Fatto.
"Così - racconta l'autrice dell'istanza - l'altro giorno mentre stavamo compilando 581 domande di stabilizzazione di altrettanti precari del ministero dell'Ambiente e dell'Apat abbiamo pensato di utilizzare più o meno lo stesso schema per le domande di matrimonio". L'idea è genialmente semplice. Ha la forma di un foglio di carta A4, la dicitura "raccomandata" ed è, nè più nè meno, che una istanza di matrimonio. Comincia così: "Oggetto: istanza di matrimonio ai sensi delle dichiarazioni del candidato premier del Pdl Silvio Berlusconi nel corso del programma Punto di vista del Tg2 del 13 marzo 2008".
Segue un modulo da riempire con nome e cognome, dati anagrafici, codice fiscale e la citazione integrale di quello che il Cavaliere ha detto in tivù alla giovane che gli chiedeva soluzioni per la sua vita co.co.pro: "Io, da padre, le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere; e credo che, con il suo sorriso, se lo può certamente permettere". A parte la consecutio dei tempi - forse era meglio un futuro invece dell'indicativo - la dichiarazione di Berlusconi, accompagnata a sua volta dal di lui da sorriso rassicurante, non fa una piega. E non lascia spazio a dubbi.
Quindi, si legge nell'istanza, "essendo il sottoscritto o sottoscritta in possesso dei requisiti (sottolineato ndr) previsti dalle suddette dichiarazioni (precari e lodevole sorriso) chiede di potersi sposare con Lei (sic)". Non c'è fretta, ovviamente. Il Cavaliere, o qualcuno dei suoi figli, Pier Silvio ma anche il più giovane Luigi e poi chissà, anche i nipoti, possono prendersi tutto il tempo che vogliono. In attesa della cerimonia infatti, i precari dal bel sorriso chiedono "di poter essere mantenuto/a con adeguato assegno di mantentimento".
A proposito del sorriso va segnalato che i precari titolari della richiesta di matrimonio precisano in un "nota bene" che "il lodevole sorriso è un requisito acquisito a seguito dei ripetuti colloqui per i rinnovi dei contratti". Insomma, caso mai il Cavaliere non lo sapesse, questi ragazzi, molti trentenni, hanno imparato a sorridere per non piangere e per distrarre il capo del personale di turno, quello che fa i colloqui, dalla monta di rabbia, speranza e disperazione che sale dal loro stomaco su fino al volto ad ogni incontro per cercare lavoro. Allegato all'istanza c'è la foto "attestante il lodevole sorriso" di cui sopra e la dichiarazione, sorta di liberatoria, che assicura che "nessuna altra analoga istanza è stata inviata ad altro milionario". L'indirizzo è in alto a destra sul foglio: "A Pier Silvio Berlusconi-vicepresidente Mediaset-viale Europa 46, 20093 Cologno Monzese- Milano".
"Meno male che Silvio c'è" recitano i 200 camper sguinzagliati per l'Italia per la campagna elettorale. Meno male che Silvio c'è e che ha parlato in tivù, dicono i precari. Resta da capire ora - avvocati sono già al lavoro - se la dichiarazione pubblica in tv ha il valore di un'impegnativa ufficiale. Un po' come successe con il contratto con gli italiani del 2001. Allora ci fu una firma. Questa volta, in effetti, no. Però chissà... Perchè se fosse, il cavalier Berlusconi e i di lui eredi maschi sarebbero costretti, come minimo, a mantenere un sacco di precarie. Con la discriminante del sorriso.
E intanto Perla Pavoncello, la ragazza oggetto della battuta di Berlusconi, si è candidata al comune di Roma con il Pdl. "D'altra parte - ha commentato Silvio Berlusconi - ha dichiarato che votava per noi. E dopo anche le sue dichiarazioni così di buon senso e con sense of humour, certamente apprezzabile e superiore a quello di tutta la sinistra, dico 'bene, viva!'".
Perla appartiene a una delle più celebri famiglie della Comunità ebraica romana e può sicuramente portare molti voti. Da sinistra sono arrivati attacchi anche alla gestione del programma del Tg2 "Sapevano che era di An, l'hanno invitata per questo" protesta Paolo Ferrero, Sa "e questo sarebbe servizio pubblico?".
e se proprio volessimo dirla tutta fino in fondo...
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