lunedì 14 gennaio 2008

Jorge Nestor Fernandez Troccoli, uruguayano: arrestato a Marina di Camerota
Partecipò all'operazione che sterminò migliaia di oppositori dei regimi latinoamericani

Condor, la vita italiana
clandestina di un torturatore

di CARLO BONINI


Condor, la vita italiana
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Jorge Nestor Fernandez Troccoli

ROMA - Raccontano che nella notte tra il 23 e il 24 dicembre, l'uomo, chino su una sedia della stazione dei carabinieri di Marina di Camerota, dopo aver capito, abbia stretto le sue palpebre di vecchio. Come a voler scacciare uno sciame di fantasmi e le loro urla innocenti, improvvisamente tornate vicine. Pronte, questa volta, ad afferrarlo per sempre. Raccontano ancora che, qualche ora dopo, entrando nell'ufficio matricola del carcere di Regina Coeli, abbia fissato il lugubre corridoio su cui si apre la cella di isolamento in cui da allora è rinchiuso ripetendo una professione di innocenza come fosse una nenia: "Non li ho fatti sparire io. Io non sapevo. Non potevo sapere...".

L'uomo è un cittadino uruguayano con passaporto italiano. Si chiama Jorge Nestor Fernandez Troccoli. E' nato a Montevideo il 20 marzo del 1947. E' uno dei 146 ex militari sudamericani cui oggi la Storia e la giustizia italiana presentano il conto di un orrore contemporaneo chiamato "Condor". La macchina dello sterminio che, tra il 1976 e il 1983, ingoiò in Cile, Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perù, decine di migliaia di oppositori politici (30 mila nella sola Argentina) alle dittature militari del cosiddetto "cono Sud".

Centoquarantasei nomi. Per lo più latitanti. Qualcuno già morto, come Augusto Josè Ramon Ugarte Pinochet e Alfredo Matiauda Stroessner. Qualcuno (pochissimi) già nei penitenziari latinoamericani o statunitensi. Sessantuno argentini. Trentadue uruguayani. Ventidue cileni. Tredici brasiliani. Sette boliviani. Sette paraguaiani. Quattro peruviani. Gli architetti dell'ingranaggio: "Videla Redondo Jorge Rafael, nato a Mercedes il 2 agosto 1925, già residente in avenida Cabildo 639, piano 6, Buenos Aires"; "Massera Emilio Eduardo, nato a Paranà il 19 ottobre 1925, domiciliato in Buenos Aires, avenida Libertador 2423, piso 12"; "Bordaberry Arocena Juan Maria, nato a Montevideo il 17 giugno 1928, ultimo domicilio conosciuto Libertador Lavallejo 1513 Montevideo".... E poi lui, Jorge Nestor Fernandez Troccoli. Uno dei suoi manovali. Ma chi diavolo è poi Jorge Nestor Fernandez Troccoli? E che ci faceva a Marina di Camerota alla vigilia di Natale?

Su 3.500 anime che lo abitano, il comune di Marina di Camerota, provincia di Salerno, di Troccoli ne fa a decine. Un abitante su quattro è nato in Sudamerica da genitori emigrati. Una enclave latinoamericana che affaccia sul Tirreno. Anche l'avvocato Adolfo Scarano fa Troccoli da parte di madre. Conosce Jorge da dodici anni. La notte di Natale ne ha assunto la difesa. Anche lui è nato dall'altra parte dell'Oceano, in Venezuela. E' un professionista garbato, dai modi affabili: "Le dice nulla la storia del "Leone di Caprera"?". Correva l'anno 1880 e in tre si misero in testa l'impossibile. Attraversare l'Atlantico su una goletta di nove metri per consegnare a Giuseppe Garibaldi - il vero "Leone" - l'album con le firme di un'intera generazione di emigrati. I tre erano italiani. Marinai partiti per l'Uruguay e mai tornati. Si chiamavano Vincenzo Fondacaro da Bagnara Calabra, Orlando Grassoni da Ancona, Pietro Troccoli da Marina di Camerota. "Ecco - dice l'avvocato Scarano - Pietro Troccoli è il bisnonno di Jorge". L'impresa riuscì.

Salpato il 3 ottobre 1880 da Montevideo, il "Leone" ormeggiò a Livorno il 9 giugno 1881. Troccoli fu l'unico a resistere alla malaria. A vedersi appuntata sul petto la medaglia d'oro dei Savoia. Il "Leone" fu messo alla fonda nel laghetto di Monza. Troccoli se ne tornò nei cantieri navali di Montevideo e mise al mondo 9 figli. L'Italia, a quanto pare, non attraversò più il cammino della famiglia. Per quasi un secolo. Fino alla notte del 21 dicembre 1977.

Quella sera - documenta la monumentale ordinanza di custodia cautelare cui il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, ha lavorato per dieci anni - a Buenos Aires, in un piccolo appartamento di via Lavalle 1494, Ileana Sara Maria Garcia Ramos de Rossetti, cittadina italiana, e suo marito Edmundo Sabino Rossetti Techeira, italiano come lei e come lei nato a Montevideo, stanno accudendo la piccola Soledad, nata sette mesi prima. Sono studenti lavoratori e militano entrambi nei "Gau" (Gruppi di azione unificata), la resistenza sindacale uruguayana repressa con violenza dalla dittatura militare. Sono riparati in Argentina da un mese perché qui ritengono di poter veder riconosciuta la loro domanda di asilo politico presentata alle Nazioni Unite. Quando bussano alla porta è troppo tardi. Degli uomini armati li picchiano selvaggiamente, li trascinano in strada. Strappano dalle loro mani Soledad (verrà salvata dal portiere dello stabile). Si abbandonano alla devastazione delle poche cose che sono nella casa, dove bivaccheranno nei due giorni successivi, come vuole la prassi della "ratonera", la trappola per topi (attendere l'arrivo di qualche inconsapevole amico per fargli conoscere lo stesso destino).

Ileana ed Emdundo condividono la stessa violenza con Yolanda Iris Casco Ghelpi e suo marito Julio Cesar D'Elia Pallares. Italo-uruguayani come loro. Come loro sindacalisti. Come loro rifugiati a Buenos Aires. In attesa di un bimbo che non vedranno mai, perché dato alla luce in un campo di detenzione e rubato da un alto papavero dei servizi militari. Scompaiono in quegli stessi giorni di vigilia del Natale 1977. Come anche Edgardo Borelli Cattaneo e Raul Gambaro Nunez. Italiani di Montevideo. Sindacalisti dei Gau.
Ileana; Edmundo; Yolanda; Julio; Edgardo; Raul. Nessuno li vedrà mai più. Transitano nel centro di detenzione e tortura di Banfield. Poi, partono per "destinazione sconosciuta".

Nel dicembre del 1977, Jorge Nestor Troccoli ha 30 anni e del bisnonno Pietro ha conservato due sole cose. Il cognome e un'uniforme da marinaio. Perché non lavora in mare, ma a Montevideo, nelle segrete dell'unità SII, l'intelligence del Fusna, i "Fusileros Navales", la marina militare Uruguayana. Ha il grado di tenente e, alla fine del 1977, è il responsabile degli interrogatori condotti da questa unità. Daniel Rey Piuma, all'epoca caporale diciannovenne, ha raccontato di quel buco nero: "Le torture venivano effettuate sia da uomini che da donne. Il mio compito era di prendere le impronte digitali dopo gli interrogatori. I detenuti, uomini e donne, venivano tenuti nudi, incappucciati e legati alla parete da un filo di lana. Periodicamente arrivava un militare e li portava in una stanza speciale. Da quella stanza ho sentito provenire botte, urli, pianti. Ho visto le persone dopo gli interrogatori. Piangevano. Spesso avevano tutte le dita delle mani spezzate". Alla fine degli interrogatori, ciò che separa la vita dalla morte è una sigla che accompagna ciascun nome. "Df" - disposicion final - significa un colpo alla nuca e la sepoltura in qualche fossa comune, coperti da calce viva.

La "destinazione sconosciuta" dei sei di Buenos Aires - Ileana; Edmundo; Yolanda; Julio; Edgardo; Raul - sono le segrete del Fusna. Gli "uffici" di Jorge Nestor Troccoli. Italiano come loro. Il loro destino è "Df". Non sono i soli. Gli accordi che, il 25 novembre del 1975, sono stati stipulati in segreto in Cile tra le allora sette dittature militari del continente (Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Cile, Perù) prevedono il sequestro clandestino, lo scambio, e l'eliminazione di massa di tutti gli oppositori politici, ovunque abbiano trovato rifugio nel continente. Il piano si chiama "Condor". Troccoli ne è uno delle centinaia di interpreti. Quando non è nel buco nero di Montevideo è a Buenos Aires, all'Esma, la scuola meccanica dell'Esercito, altra macelleria clandestina. Altro nodo della rete dell'orrore.

L'avvocato Scarano si accende: "Mi spiega lei cosa poteva fare un giovane tenente? Disobbedire forse agli ordini del governo del suo Paese? Certo, Troccoli comandava quell'unità. Certo, interrogava i detenuti. Ma non ha mai torturato nessuno. E quei sei di origini italiane non sa nemmeno chi siano. A meno che non mi si dica che, come pure Jorge ammette, tenere in piedi dei prigionieri accusati di terrorismo, incappucciati, senza cibo e senza acqua, sia tortura. E' tortura forse?".

Troccoli la chiama "politica di sparizione in accordo con l'ordine dell'esecutivo argentino di annichilire la guerriglia". Ne scrive con piglio dottorale nel 1998, quando in Uruguay una legge di amnistia fa ritenere ai generali di essere ormai al sicuro dal sangue del passato. Lo fa con un piccolo libro, "La Ira de Leviatan". Ossia, "Del método de la furia a la busqueda de la paz". Si è congedato nel '92 con il grado di capitano. Si è sposato con una professoressa di inglese. Ha due figli. Frequenta la facoltà di antropologia dell'università di Montevideo, dove si specializza in scienza del comportamento umano. Nel novembre del 2002, ottiene il passaporto italiano, in memoria del coraggio del bisnonno. Dell'antico sangue di Camerota. In Italia - pensa - tutto è cominciato e tutto può finire. In Uruguay, l'aria è cambiata. La legge di amnistia è di fatto svuotata da nuove norme che dichiarano permanente il reato di sequestro di persona e dunque ne decretano la imprescrittibilità.

Finisce sotto inchiesta e ad ottobre scorso fa le valigie. Un volo Montevideo-Malpensa. Un nuovo passaporto italiano da mostrare alla dogana. Un treno per Marina di Camerota, dove lo attendono vecchi amici. Non sa che la piccola Soledad Rossetti è cresciuta. Che, accompagnata dalla nonna, ha chiesto alla Procura di Roma che le dicano finalmente chi ha visto per l'ultima volta sua madre e suo padre. Chi ha scritto accanto al loro nome: "Df". Disposicion final. Natale 1977. Natale 2007. Ci sono voluti trent'anni. E la risposta forse è arrivata. Quell'uomo ha un nome italiano e stamattina, a Roma, quando un tribunale del riesame deciderà se lasciarlo o meno in carcere, non basterà ricordare il coraggio di un bisnonno che sognava Garibaldi e un mondo migliore.

era tutta la solita strumentalizzazione dei comunisti!

In una nota il Cavaliere ribalta il suo ultimatum sul dialogo
Che oggi dice: "Le due cose non c'entrano nulla l'una con l'altra"
Legge elettorale, Berlusconi ci ripensa
"Non c'entra nulla con la Gentiloni"

ROMA - Retromarcia completa. Dal legare indissolubilmente il dialogo sulla legge elettorale e la riforma del sistema televisivo a dire che l'una "non c'entra niente" con l'altra. Tutto in 24 ore. Il dietrofront di Silvio Berlusconi si completa, oggi, con una nota in cui il presidente di Forza Italia nega di aver "collegato" i due temi "che sono e restano separati e distinti perchè riguardano due piani diversi".

Toni diversi da quelli usati solo ieri. "Non dialogo con chi vuole la legge tv". Ma il centrosinistra replicava a muso duro. "Non ci può essere alcuno scambio fra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e il dialogo sulla legge elettorale" commentava Enrico Franceschini. E in serata arrivava la prima, parziale, correzione di rotta. Affidata al portavoce del Cavaliere, Paolo Bonaiuti: "Il progetto "anti-Mediaset di Gentiloni resta un obbrobrio giuridico e un'operazione distruttiva, ma nessuno l'ha tirato né lo tirerà in ballo in questo tentativo di dare al Paese un sistema di voto condiviso".

Oggi, infine, la conslusione del ribaltone. "Sulla Gentiloni ho risposto ad una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre affermato: l'impossibilità di una futura collaborazione con un governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia" dichiara Berlusconi. E tutto torna al punto di partenza.

paura eh?


Il Cavaliere chiude a qualsiasi possibilità di allargare la discussione al ddl Gentiloni
Poi boccia il modello tedesco: "Sarebbe un ritorno indietro al passato"

Riforma elettorale, stop di Berlusconi
"Non dialogo con chi vuole la legge tv"

Pdci: "Visione 'commerciale' della politica. Subito la legge sul conflitto di interessi"
Franceschini: "Nessuno scambio con le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese"


Massima apertura al confronto sulla legge elettorale, chiusura netta se il campo viene esteso anche a provvedimenti come il ddl Gentiloni sul riassetto del sistema radiotv. Silvio Berlusconi detta le condizioni per le riforme. "Non potremmo trattare con forze politiche che mettessero in atto una decisione criminale come il disegno Gentiloni. Non ci sarebbe alcuna possibilità di dialogo". E se An parla di "intervento positivo" e Gianfranco Fini ritiene "opportuno approfondire la questione", frena la sinistra estrema: "No ad accordi con chi ha una visione 'commerciale' della politica - dice il Pdci - subito la legge sul conflitto di interessi". Dello stesso tenore il vicesegretario del Pd Enrico Franceschini: "Non ci può essere alcuno scambio fra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e il dialogo sulla legge elettorale". Ridimensiona, in serata, il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti: il progetto "anti-Mediaset" di Gentiloni "resta un obbrobrio giuridico e un'operazione distruttiva, ma nessuno l'ha tirato né lo tirerà in ballo in questo tentativo di dare al Paese un sistema di voto condiviso".

"Il governo andrà avanti sul ddl Gentiloni". Lo dice lo stesso ministro delle Comunicazioni, che al Tg3 ribadisce che "bisogna andare avanti anche sulla riforma della legge elettorale, tenendo ben distinte le due cose", sottolinea che il ddl in discussione "porterà più pluralismo" e ribadisce: "E' bene che i due piani restino distiniti: se si pensa a scambi sottobanco, si fa un grave errore".

Berlusconi: "Eliminare frazionamento". La proposta sulla legge elettorale, osserva il leader di Fi, "deve eliminare il frazionamento che rende impossibile governare, espone i grandi partiti ai ricatti delle ali estreme e ci rende ridicoli agli occhi del mondo". Per questo "il sistema tedesco non va bene, sarebbe un ritorno al passato che sottrae ai cittadini la possibilità di scegliere premier e governo". La governabilità "è cosa necessaria, il 5% di sbarramento è il minimo".

Ideale il modello francese. Berlusconi ribadisce: il "porcellum" di Calderoli, ritoccato, andrebbe benissimo, mentre a questo punto il traguardo ideale resta il modello francese. "Sono d'accordo con Veltroni, ha dato buoni risultati. Per fare in Italia quello che Sarkozy ha fatto in Francia in poco tempo servirebbero 2-3 anni. Ci vuole un solo turno, una sola scheda, un solo voto. Speriamo si trovi l'accordo".

"Dialogo con centrosinistra, la legge, poi al voto". Per Berlusconi le "difficoltà" della situazione italiana rendono "assolutamente" necessario il dialogo col centrosinistra. "Noi lo stiamo facendo - insiste - dopo la legge bisognerà andare al voto per dare un governo condiviso dalla maggioranza del Paese. E' assurdo che un esecutivo con il 17-21% dei consensi continui a governare".

Fini: "Intervento positivo". "Intervento doppiamente positivo" per Fini, "per la sua contrarietà al sistema elettorale tedesco e il ribadito sì al sistema francese, da sempre scelta privilegiata di An. Poiché nella bozza Bianco il diavolo è nei dettagli - aggiunge - che tanto dettagli non sono, è comunque opportuno approfondire la questione della legge elettorale. Per quanto riguarda An, è doveroso farlo in uno spirito di salvaguardia del bipolarismo e dell'unità della coalizione di centrodestra".

Franceschini: "Niente scambi". Il vicesegretario del Pd parla chiaro: "Non può esserci alcuno scambio tra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese", tra cui la Gentiloni, "e il dialogo sulla legge elettorale". Ricorda "l'esigenza di mantenere due piani distinti, quello delle riforme e delle regole, sul quale servono dialogo e intesa con l'opposizione, e quello dell'azione di governo, su cui sarebbero proseguiti il confronto e lo scontro tra maggioranza e opposizione. Per questo continueremo, mentre dialoghiamo sulle regole, a impegnarci per attuare il programma di governo che, com'è noto, prevede la riforma Gentiloni".

Pdci: "Subito legge conflitto interessi". Il capogruppo Pdci alla Camera, Pino Sgobio, invoca una "risposta con fatti concreti" alle parole di Berlusconi, "non con accordicchi di basso profilo o inciuci". E sottolinea la necessità di "fare subito ciò che si è promesso agli elettori: il conflitto di interessi, punto fondamentale del programma dell'Unione, non attuarlo sarebbe tradire un impegno solenne".

domenica 13 gennaio 2008

golpe inglese 1

IL GOLPE INGLESE / 1 - I documenti degli archivi britannici, appena
desecretati gettano una luce cruda sul backstage della Guerra Fredda

Dalle carte segrete del Foreign Office
l'idea di un colpo di Stato in Italia

Repubblica ha trovato e può rendere noti testi elaborati nel 1976
in cui s'ipotizzava il "Coup d'Etat", poi scartato perché "irrealistico"
di FILIPPO CECCARELLI


Dalle carte segrete del Foreign Office
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A mali estremi, estremi rimedi. Anche questo fu la guerra fredda in Italia, là dove il male estremo, più che una generica idea di comunismo, era la concretissima possibilità che il Partito comunista italiano andasse al potere.

Era il 1976, l'anno delle elezioni più drammatiche dopo quelle del 1948. Ebbene: dinanzi al male assoluto che un governo con il Pci avrebbe arrecato al sistema di sicurezza dell'Alleanza atlantica, nel novero degli estremi e possibili rimedi il fronte occidentale, le potenze alleate e in qualche misura la Nato presero in considerazione anche l'ipotesi di un colpo di Stato. Un "coup d'Etat", letteralmente: alla francese. Eventualità scartata in quanto "irrealistica" e temeraria.

Nei documenti britannici di cui Repubblica è venuta in possesso grazie alla norma che libera dal segreto le carte di Stato dopo trent'anni, ce n'è uno del 6 maggio 1976, ovviamente super-segreto, elaborato dal Planning Staff del Foreign Office, il ministero degli esteri inglese, e intitolato "Italy and the communists: options for the West". All'inizio di pagina 14, tra le varie opzioni, si legge in maiuscolo: "Action in support of a coup d'Etat or other subversive action". Il tono del testo è distaccato e didattico: "Per sua natura un colpo di Stato può condurre a sviluppi imprevedibili. Tuttavia, in linea teorica, lo si potrebbe promuovere. In un modo o nell'altro potrebbe presumibilmente arrivare dalle forze della destra, con l'appoggio dell'esercito e della polizia. Per una serie di motivi - continua il documento - l'idea di un colpo di Stato asettico e chirurgico, in grado di rimuovere il Pci o di prevenirne l'ascesa al potere, potrebbe risultare attraente. Ma è una idea irrealistica". Seguono altre impegnative valutazioni che ne sconsiglierebbero l'attuazione: la forza del Pci nel movimento sindacale, la possibilità di una "lunga e sanguinosa" guerra civile, l'Urss che potrebbe intervenire, i contraccolpi nell'opinione pubblica dei vari paesi occidentali. E dunque: "Un regime autoritario in Italia - concludono gli analisti del Western European Department del Foreign and Commonwealth Office (Fco) - risulterebbe difficilmente più accettabile di un governo a partecipazione comunista".

In politica estera i documenti diplomatici, specie se a uso interno, hanno una loro fredda determinazione. Gli interessi sono nudi, non di rado venati di cinismo. Questi che raccontano la crisi italiana prima e dopo le elezioni del 20 giugno 1976 provengono dai faldoni desecretati dell'archivio del premier britannico e del ministero degli esteri. Sono centinaia e centinaia di fogli: corrispondenza fra i grandi del mondo occidentale, resoconti di riunioni e incontri, analisi di rischio, lettere di accompagnamento, policy papers, telegrammi, schede, studi comparati (l'Italia come il Portogallo della rivoluzione dei garofani, ad esempio), relazioni dirette alle ambasciate di Sua Maestà a Roma, Parigi, Bonn, Washington e Bruxelles, quartier generale della Nato.

In questo abbondante materiale non c'è, ovviamente, solo la rivelazione del golpe. Eppure, mai come in queste testimonianze scritte il "Fattore K", come "Kommunism", cioè l'impossibilità per il Pci di essere accettato al governo nel quadro degli equilibri decisi a Yalta, trova la sua più realistica rappresentazione. E al massimo livello. Ad esempio. Grazie all'ambasciatore americano a Londra, Elliot L. Richardson, si viene a conoscere il testo di una lettera privata che il Segretario di Stato Henry Kissinger scrive in gennaio all'allora presidente dell'Internazionale socialista Willy Brandt a proposito della crescita comunista in Italia, Spagna e Portogallo: "Ho il dovere di esprimere la mia forte preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare. La natura politica della Nato sarebbe destinata a cambiare se uno o più tra i paesi dell'Alleanza dovessero formare dei governi con una partecipazione comunista, diretta o indiretta che sia. L'emergere dell'Urss come grande potenza nello scenario mondiale continua a essere motivo di inquietudine. Il ruolo della Nato, così come la nostra immutata posizione militare in Europa, è indispensabile e cruciale. La mia ansia consiste nel fatto che questi punti di forza saranno messi in pericolo nel momento in cui i partiti comunisti raggiungeranno posizioni influenti nell'Europa occidentale".
Dalle carte segrete del Foreign Office
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Dei vari protagonisti Kissinger è senz'altro il più caparbio e intransigente. Mentre i vertici della Nato sono fin dall'inizio i più irrequieti. Scrivono il 25 marzo dal ministero della Difesa britannica ai colleghi degli Esteri: "La presenza del Pci nel governo italiano e conseguentemente l'accresciuta minaccia di sovversione comunista potrebbero collocare l'Alleanza e l'Occidente dinanzi alla necessità di prendere una decisione grave". È chiaro che la partita va ben oltre le faccende italiane: "L'arrivo al potere dei comunisti - si legge in un documento interno del Fco - costituirebbe un forte colpo psicologico per l'Occidente. L'impegno Usa verso l'Europa finirebbe per indebolirsi, potrebbero così sorgere tensioni gravi fra gli americani e i membri europei della Nato su come trattare gli italiani". Ma al tempo stesso c'è il rischio che un governo con Berlinguer sconvolga gli equilibri consolidati da trent'anni di guerra fredda creando problemi anche all'Urss, e qui i diplomatici inglesi sottolineano il pericolo che "le idee riformiste si diffondano in Russia e nell'Europa dell'Est". Il Pci di Berlinguer, e più in generale quello che allora andava sotto il nome di "eurocomunismo", costituisce a loro giudizio una vera e propria "eresia revisionista" e il suo sbocco governativo porterebbe il dibattito teorico della chiesa marxista sul terreno della politica reale. Il Pcus ha tutte le ragioni per temere il "contagio" di un "comunismo alternativo" al potere in occidente. E tuttavia, secondo altre analisi, su un piano più immediatamente geopolitico e militare per l'Urss "i vantaggi supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all'indebolimento della Nato".
Dalle carte segrete del Foreign Office
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Henry Kissinger con il premier inglese James Callaghan


E insomma, sarebbe un evento "catastrofico". La parola risuona più e più volte nei papers in attesa delle elezioni italiane. Da Bruxelles, soprattutto, fanno presente che il tempo stringe e per questo occorre prepararsi al peggio. "La presenza di ministri comunisti nel governo italiano porterebbe a un immediato problema di sicurezza nell'Alleanza - scrive a Londra l'ambasciatore inglese alla Nato, John Killick - Qualunque informazione in mano ai comunisti dovrà essere automaticamente considerata a rischio. I comunisti al potere altro non sono che l'estensione di una minaccia contro la quale la Nato si batte. Dunque, è preferibile una netta amputazione (dell'Italia, ndr) piuttosto che una paralisi interna".

La questione vitale riguarda la sicurezza nucleare, quindi la dislocazione e la custodia delle bombe atomiche: anche senza ministri comunisti alla Difesa e agli Esteri, un'Italia governata dal Pci va comunque esclusa dal Nuclear Planning Group: "Per dirla con parole crude - chiarisce il Ministero della Difesa - il rischio è che i documenti sensibili finiscano a Mosca". Altri problemi hanno a che fare con le basi militari e navali della Nato nella penisola: "Considerata l'alta percentuale degli italiani che votano Pci, è quasi certo che alcuni simpatizzanti di questo partito hanno già penetrato il quartier generale della Nato a Napoli (Afsouth). Sul lungo termine il Pci potrebbe accentuare lo spionaggio oppure spingere per rimpiazzare gradualmente i funzionari nei posti chiave dell'Alleanza con elementi comunisti". A parte gli scioperi, i blocchi e le manifestazioni che potrebbero essere organizzate attorno alle installazioni militari. In caso di guerra, possono nascere problemi seri: "La perdita del quartier generale di Napoli, ad esempio, avrebbe un effetto negativo sulle operazioni della Sesta Flotta nel Mediterraneo Orientale".

Il sistema di edifici in vetro, acciaio e cemento che ospita i National Archives a Kew Gardens, venti minuti di metropolitana a sud di Londra, sembra una via di mezzo tra una serra e una pagoda. Qui dentro sono conservati circa trenta milioni di record, dall'alto medioevo ai giorni nostri. Intorno, cottage, boschi, giardini e un piccolo lago artificiale popolato da oche e anatre. Nell'immensa reading room climatizzata, insonorizzata e strettamente sorvegliata da telecamere e dal personale in elegante giacca blu, il ricercatore Mario J. Cereghino ha passato varie settimane. Su uno dei grandi tavoli esagonali in legno scuro si sono via via ammonticchiati fascicoli su fascicoli, tutti originali, ingialliti dal tempo. Trent'anni e oltre: è attraverso queste carte che si può osservare, come mai finora, il backstage della guerra fredda.

L'Italia del 1976, come si sarà capito, è un paese in crisi. La formula del centrosinistra è morta; i comunisti hanno ottenuto un grande successo alle amministrative dell'anno prima conquistando il governo di diverse regioni e importanti città; il Psi, di cui è segretario l'anziano De Martino, ha aperto la crisi al buio; mentre ancora tramortita dalla sconfitta nel referendum sul divorzio e sotto accusa per una serie di scandali, la Dc sembra per la prima volta allo sbando, più che divisa, divorata dalle faide. A reggere le sorti del governo nei primi mesi dell'anno c'è un pallido bicolore Moro-La Malfa, cui segue, per gestire le elezioni anticipate, un ancora più esangue monocolore sempre diretto da Moro. La maggioranza è in pezzi, Berlinguer appare il personaggio del momento e da anni ormai ha posto sul tavolo l'offerta del Compromesso storico.

L'ambasciatore britannico a Roma, Sir Guy Millard, è un uomo molto sottile e per giunta dotato di una buona penna. "Berlinguer - scrive a Londra, al Segretario di Stato - è una figura attraente, ispira fiducia con la sua oratoria. Ciò che dice è credibile e lui lo afferma in modo convincente". Ma proprio per questo non c'è da fidarsi. "Il suo ingresso nel governo porrebbe la Nato e la Comunità europea dinanzi a un problema serio e potrebbe rivelarsi un evento dalle conseguenze catastrofiche". Quali Millard lo spiega in modo incalzante: la "disintegrazione" della Dc, innanzi tutto, poi il calo degli investimenti, la fuga dei capitali, la caduta di fiducia nelle imprese, l'intervento drastico del governo nello Stato e di conseguenza "la rapida fine del sistema di libero mercato". Cosa fare per tenere il Pci alla larga dal governo? "Non molto, temo". E aggiunge: "È un peccato che la difesa dell'Italia dal comunismo sia nelle mani di un partito così carente come la Dc".

Dello scudo crociato, dopo il congresso che a marzo ha visto la vittoria di Benigno Zaccagnini su Arnaldo Forlani, Millard va a parlare con l'ambasciatore americano a Roma John Volpe. Secondo quest'ultimo, Forlani "è una brava persona, ma non è un combattente", Zac invece "piace molto ai giovani", gli Usa lo appoggiano anche se preferirebbero Forlani e Fanfani che sono più anticomunisti. Parlano anche di Moro: "Qualche volta - sostiene Millard - sembra piuttosto ambiguo sul Compromesso storico". Volpe concorda: "È un pessimista, troppo incline a ritenerlo inevitabile". È questa specie di rassegnazione la colpa che gli americani attribuiscono all'astuta, ma imbelle classe di governo democristiana. In un rapporto del 23 marzo si legge che al Dipartimento di Stato Usa sono molto preoccupati: "La situazione italiana va deteriorandosi e non si sa come agire". Di qui al sospetto che la Dc faccia il doppio gioco il passo è breve: "Piuttosto che perdere il potere, preferirebbe spartirlo con il Pci".

Ai primi di aprile il rappresentante britannico presso la Santa Sede, Dugald Malcolm, va a trovare il Patriarca di Venezia, monsignor Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I: "Il Patriarca sembra aver assunto una posizione incline alla catastrofe. L'argomento trattato era sempre uno: l'avanzata del Pci". È il periodo in cui i comunisti italiani corteggiano i cattolici (alcuni di questi finiranno eletti nelle loro liste di lì a qualche mese). Su questo Luciani è intransigente: "Non si può essere al contempo cristiani e marxisti". Al diplomatico inglese racconta di aver dei problemi con alcuni sacerdoti della sua diocesi "che si sentono in obbligo di convertirsi al comunismo". In un'isola della laguna un gruppo di scout ha addirittura sostituito il crocifisso con la foto di Mao. Nel congedarsi, il prossimo pontefice sussurra: "Siamo nella mani di Dio". E aggiunge: "Che comunque sono buone mani".

golpe inglese 2

IL GOLPE INGLESE / 2 - I documenti degli archivi britannici, appena
desecretati gettano una luce cruda sul backstage della Guerra Fredda

E Kissinger diceva di Berlinguer
"E' lui il comunista più pericoloso"

A tutti sembrava ormai imminente l'ingresso del Pci nel governo
Terrorizzati all'idea che un uomo del Pci potesse conoscere i segreti della Nato
di FILIPPO CECCARELLI


E Kissinger diceva di Berlinguer
"E' lui il comunista più pericoloso"" width="230">

Stretta di mano tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro

Per i laici l'ambasciatore Millard consulta Giovanni Spadolini. Lo trova piuttosto agitato: "È un sintomo grave che il presidente Moro abbia convocato Berlinguer a Palazzo Chigi prima del Consiglio dei ministri. Così ora i comunisti fanno virtualmente parte della maggioranza, ma non sono più in grado di dare ordini alla classe operaia. Per farlo - scherza, ma non troppo Spadolini - avrebbero bisogno dell'Armata rossa". E comunque: "Il Pci è ormai parte integrante del sistema politico, che sta andando a pezzi. L'unica speranza è che sia contaminato dal potere come gli altri partiti". Parla da intellettuale, ma anche come ex ministro (dei Beni culturali, nel dicastero Moro-La Malfa): "La polizia è insoddisfatta e il quaranta per cento degli agenti sarebbe pronto a partecipare a un colpo di stato di sinistra. I carabinieri invece sono molto più affidabili". Commento di Millard: "Si percepisce un clima di profonda depressione, quasi di disperazione, per non dire di panico".

Il tempo stringe, è la formula che risuona nei documenti britannici. A Londra Henry Kissinger incontra il nuovo ministro degli Esteri di Sua Maestà, Antony Crosland. Da parte americana si avverte un indubbio nervosismo: "La questione dell'obbedienza del Pci a Mosca è secondaria. Per la coesione dell'occidente - è ora la tesi di Kissinger - i comunisti come Berlinguer sono più pericolosi del portoghese Cunhal". Ribatte Crosland: "Il Pci non avrebbe il prestigio di cui gode se gli altri partiti italiani non fossero messi così male. Ma vi sono segni di decadenza anche tra i comunisti, corruzione, come nel caso di Parma". E francamente colpisce che leader così potenti si abbassino a parlare di un piccolo scandalo edilizio che nell'autunno del 1975 coinvolse l'amministrazione rossa della città emiliana. La risposta di Kissinger, comunque, sembra stizzita: "Sembrano tutti ipnotizzati dai successi del Pci, senza avere idea di cosa fare per bloccarne l'ascesa".

Il 13 aprile un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office elabora un dossier che ha proprio il compito di stabilire la strategia operativa anticomunista, graduandone le mosse a seconda dei vari scenari. La prima parte è dedicata appunto a come impedire che il Pci vada al governo e sono indicati i vari passi da compiere: finanziamento degli altri partiti, orchestrazione di campagne stampa sul pericolo, attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure, moniti ai sovietici.

Nella seconda parte il documento offre delle soluzioni per così dire pratiche nel caso il Pci sia già riuscito a conquistare una quota di potere, cioè sia già andato al governo. A questo punto gli scenari sono cinque, e cinque di conseguenza le options, ciascuna esaminata a seconda dei vantaggi e degli svantaggi. La linea più morbida è definita "Business as usual" e prevede di "continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato". Seguono, in ordine di gravità, "misure di ordine pratico-amministrativo" per "salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell'Alleanza atlantica". Come ulteriore scelta, sempre rispetto all'Italia, gli inglesi si riservano di mettere in atto una "persuasione di tipo economico" che si traduce in una serie di pressioni anche sul piano della Comunità europea e del Fondo monetario internazionale. Entrerebbero in gioco, in quel caso, posti di potere in tali organismi, benefici, prestiti. "Occorre comunque precisare - si legge - che tali misure cesserebbero se il Pci abbandonasse il governo".
E Kissinger diceva di Berlinguer
"E' lui il comunista più pericoloso"" width="230">

La option number four ha un titolo che, anche in lingua inglese, non è che suoni proprio tranquillizzante: "Subversive or military intervention against the Pci". Ecco come comincia: "Questa opzione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l'obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall'esterno". Vantaggi: "Tali misure possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo". Svantaggi: "Vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un'operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell'occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all'interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell'iniziativa". E conclude: "Anche se l'intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l'influenza comunista e quella dell'Urss sul lungo periodo".

L'ultima opzione prevede, seccamente, "l'espulsione dell'Italia dalla Nato". Vantaggi: "Si tutelano i segreti e si elimina la possibilità che l'Italia comprometta l'alleanza dall'interno". Ma in questo caso, secondo gli analisti del Fco, si arriverebbe alla "chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l'occidente. Ma l'Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all'Urss in cambio di denaro". In ogni caso, conclude il dossier, "si renderebbe necessaria una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell'alleanza. Potrebbe anche essere compromessa la capacità americana di intervenire in Medio Oriente e di influenzare quei paesi a livello politico. Di conseguenza, il ritiro dell'Italia dalla Nato si trasformerebbe di fatto in una sconfitta dell'occidente di fronte al mondo intero".
E Kissinger diceva di Berlinguer
"E' lui il comunista più pericoloso"" width="230">

Paol VI con il capo dello Stato, Giuseppe Saragat


Dopo tanto tempo viene da chiedersi, e pure con un certo sgomento, se e in che misura nel 1976 gli italiani fossero consapevoli dei rischi che correvano. Si ha qualche scrupolo a montare un caso di golpismo postumo, per giunta irrealizzato. Eppure, c'è da dire che mai come allora l'idea stessa del golpe, la minaccia di golpe, le voci di golpe, la vigilanza e l'autodifesa in caso di golpe, erano entrate da tempo nell'immaginario politico.

C'era stata la Grecia (1967) e poi il Cile (1973); e qui il "Piano Solo" del generale col monocolo, Giovanni De Lorenzo (1964), il tentativo del "Principe nero" Junio Valerio Borghese (1970) e la Rosa dei Venti (1974). Circolavano anche film (Colpo di Stato di Salce e l'indimenticabile Vogliamo i colonnelli di Monicelli) e perfino barzellette: "Dicono a De Martino: "Sono arrivati i carriarmati", e quello: "Bene, e a noi socialisti quanti ce ne toccano?""). Umorismo in verità raffreddato dalle tante, troppe stragi di quegli anni: Piazza Fontana, Reggio Calabria, Peteano, Piazza della Loggia, Italicus.

Alla metà degli anni Settanta i capi comunisti sono prudenti e qualche volta dormono fuori casa: "Non ci prenderanno a letto", garantisce Pajetta. Ogni tanto qualche capo democristiano, ad esempio Moro, se ne esce con criptiche denunce tipo: "Sta prendendo corpo un torbido disegno eversivo". Ogni tanto finisce in prigione qualche generale dei servizi segreti, accusato di cospirazione politica e insurrezione armata: proprio nel febbraio del 1976 tocca al generale Gianadelio Maletti, mentre a maggio la magistratura di Torino chiede l'arresto di Edgardo Sogno, figura di spicco della Resistenza non comunista, poi divenuto così acceso anticomunista da farsi ispiratore di un golpe detto "bianco", para-legalitario. Scrive Pier Paolo Pasolini nell'articolo sulle lucciole, la cui scomparsa nelle campagne definiva poeticamente la grande mutazione antropologica degli italiani: "È probabile che il vuoto di potere stia già riempiendosi attraverso una crisi e un riassestamento che non può non sconvolgere l'intera nazione. Ne è un indice ad esempio l'attesa "morbosa" del colpo di Stato".

Perché si potrà anche sorridere di questa strisciante mitomania golpistica, dietrologica e pistarola; così come del comandante della Guardia Forestale Berti, con il suo spadone, che nella notte dell'Immacolata Concezione, da Cittaducale, provincia di Rieti, si lancia alla conquista del Viminale. Ma assai meno viene da sorridere leggendo il rapporto top-secret inviato a Londra dall'addetto militare dell'ambasciata britannica a Roma, colonnello Madsen, un mese esatto prima delle elezioni del 20 giugno. Titolo: "La reazione delle forze armate italiane alla partecipazione comunista al governo e l'effetto che essa può avere sul contributo dell'Italia alla Nato". Sono undici pagine fitte e dettagliatissime, dai piani di ristrutturazione appoggiati dal Pci al movimento dei "proletari in divisa" organizzato da Lotta continua. E di nuovo le conclusioni dell'indagine vanno a parare sul colpo di Stato: "Gli ufficiali delle Forze armate sono per la maggior parte di destra o di estrema destra. Tuttavia i soldati di leva riflettono le inclinazioni politiche tipiche dell'Italia attuale. In teoria, se non in pratica, il Pci potrebbe contare sul sostegno di un terzo delle Forze armate. Una eccezione importante è costituita dai Carabinieri, ottantaseimila uomini tra i quali il Pci non ha appoggi. Ma i Carabinieri sono tradizionalmente leali al governo, qualunque sia il suo colore politico".

Rispetto all'ipotesi di un governo con i comunisti, sostiene il colonnello che "il sentimento degli ufficiali è generalmente di preoccupazione. È difficile individuare nelle Forze armate un nucleo abbastanza forte o influente da promuovere un golpe. L'unica possibile eccezione è quella dei Carabinieri. Nell'attuale situazione è improbabile che i militari lo appoggino. Tuttavia potrebbe in breve crearsi una situazione tale da favorire un putsch militare "per l'ordine pubblico", soprattutto se i risultati delle elezioni del 20 giugno generassero una situazione di incertezza politica". La premessa è che si tratta di uno "scenario ipotetico". Ma al tempo stesso il colonnello Madsen segnala al suo ministro della Difesa che "nei piani di ristrutturazione, le forze armate italiane hanno di recente rafforzato le formazioni territoriali e quelle dei parà con l'obiettivo di condurre operazioni di salvaguardia della sicurezza nazionale, nel caso venga meno l'ordine pubblico".

Beato il paese che non ha paura del proprio passato. E che in nome della democrazia e della trasparenza apre regolarmente i suoi archivi a studiosi, appassionati e gente comune. Detto questo, a rileggere queste carte, si resta colpiti da un dubbio: meritava, l'Italia, la società italiana, di essere sorvegliata in quel modo? Come una repubblica delle banane in mezzo al Mediterraneo? Torna alla memoria quel 1976: "E l'Italia giocava alle carte/ e parlava di calcio nei bar" come ne La presa del potere di Gaber. Si resta un po' interdetti fronte a certe canzoni di allora: "E la Cia ci spia - questo è un Finardi d'annata - e non vuole più andare via". L'Italia degli scioperi, della guerriglia urbana, dell'austerità, della disoccupazione, dell'inflazione, dei mini-assegni al posto degli spiccioli. Parco Lambro e Porci con le ali. Ma anche l'Italia del boom di Benetton, del femminismo, della nascita di Repubblica e delle radio libere, degli ultimi Caroselli e dell'arrivo in tv della banda di Renzo Arbore, con Roberto Benigni improbabile critico cinematografico la domenica pomeriggio. E Gimondi, Panatta, la Ferrari di Niki Lauda. E il terremoto del Friuli, i matrimoni che diminuivano, Gheddafi nella Fiat, le Br che cominciano ad uccidere, il giudice Coco, a Genova, l'8 giugno 1976. Mai che le carte inglesi facciano riferimento al terrorismo rosso e nero di quella stagione di piombo.

golpe inglese 3

IL GOLPE INGLESE / 3- I documenti degli archivi britannici, appena
desecretati gettano una luce cruda sul backstage della Guerra Fredda

A Parigi l'incontro segreto
"Meglio che gli italiani non sappiano"

A Parigi una riunione a 4 (Francia, Usa, Gb, Germania) per mettere
a punto il documento sul futuro dell'Italia e per fermare la "deriva" comunista


A Parigi l'incontro segreto
"Meglio che gli italiani non sappiano"" width="230">
Insomma, non c'era solo Berlinguer. Ma in quella primavera fra Londra, Washington e Bruxelles sembra davvero che non pensino ad altro. Il 6 maggio il Fco produce un secondo documento che integra e sviluppa il manuale di metodologia anticomunista del 13 aprile. E tuttavia proseguendo nella lettura si capisce che sull'uso di questi record nei contatti internazionali con gli alleati sorgono dei problemi. Il segretario di Stato si preoccupa delle "implicazioni politiche" di una linea così rigida. Nell'ambito dell'amministrazione britannica, che è pur sempre costituita da laburisti, ci sono delle diverse valutazioni. Quelle che pone all'attenzione del Segretario di Stato il suo consigliere politico David Lipsey suonano ad esempio più moderate e molto meno interventiste: "Se diamo troppa corda ai comunisti potrebbero dichiararsi innocenti oppure impiccarsi da soli. Se invece ci imbarchiamo in un'operazione di linciaggio - è la conclusione - sarà la nostra credibilità democratica ad essere danneggiata, non la loro".

Anche per questo il governo inglese è preoccupato che studi, indagini e relazioni restino al sicuro. "La loro esistenza non deve essere rivelata - è la raccomandazione - La Gran Bretagna non deve essere vista come un governo che interferisce negli affari interni dell'Italia". Ma il 18 maggio, in vista di un vertice Nato a Oslo, qualcosa trapela: un articolo del Financial Times dal titolo "I timori del Foreign Office sull'Italia". Il giornalista rivela che l'atteggiamento degli alleati è stato riassunto in un documento ad hoc. Dalla Farnesina, a questo punto, chiedono spiegazioni, ma a Londra fanno i vaghi, ridimensionano: il caso Italia non è nell'agenda ufficiale di Oslo, non c'è nessun paper, del Pci si parlerà al massimo "nei corridoi".

Più in generale, al di là delle necessità diplomatiche, pare anche di cogliere una sottile linea di distinzione fra l'atteggiamento britannico e quello americano. Oltre una certa prudenza che porta Crosland e il premier Callaghan a non fare mosse avventate prima del 20 giugno, il Foreign office si preoccupa soprattutto dell'unità degli alleati, il che significa da un lato incoraggiare i francesi e i tedeschi a una maggiore presenza sulla questione italiana e dall'altro di frenare gli americani, soprattutto Kissinger.

Del Segretario di Stato Usa i colleghi britannici sembrano poco apprezzare certe intemperanze, sottolineano che in privato usa uno "strong language", un linguaggio forte; come pure si concedono una qualche distaccata superiorità quando gli pare che Kissinger si comporti più da professore di storia che da stratega: "Così rischia di perdere di vista le implicazioni immediate delle sue parole - nota l'ambasciatore inglese a Washington, Peter Ramsbotham - sviluppando una sorta di teoria del domino europeo sul lungo termine". Ma gli americani, imperterriti, non solo seguitano a spingere sulla loro linea, ma in un memorandum del 4 giugno si mostrano anche piuttosto seccati dal fatto che mentre gli europei sono indecisi sul da farsi, loro rischiano di figurare sempre e comunque come il "bad cop", il cattivo poliziotto della situazione, tipo in Cile nel 1973.

A pochi giorni dalle elezioni tutto è ancora incerto: "I sondaggi italiani sono notoriamente inaffidabili". Intanto Berlinguer dichiara di accettare l'ombrello della Nato e Montanelli invita a turarsi il naso e votare Dc. E con questo si arriva finalmente al 20 giugno. I risultati non potrebbero essere più ambigui. La Dc al 38,7 per cento e il Pci al 34,3 risultano i "due vincitori", come li definisce Moro. Ma questi due vincitori, secondo un'analisi del Fco, sono anche "prigionieri l'uno dell'altro".
A Parigi l'incontro segreto
"Meglio che gli italiani non sappiano"" width="230">

Aldo Moro con Henry Kissinger


Una settimana dopo, al vertice di Puertorico, riservato alle sette potenze più industrializzate del mondo, l'Italia si presenta senza un governo. Ci sono Moro e Rumor, ma solo per salvare le forme. Gerald Ford, Callaghan, Schmidt e Giscard d'Estaing si incontrano alle 12,45 di domenica 27 giugno al Dorado Beach Hotel per un pranzo di lavoro e qui si verifica un pietoso incidente. Lo descrive brutalmente Campbell, futuro ambasciatore britannico a Roma: "Quando arrivano per il lunch, ai due sfortunati ministri italiani viene impedito di entrare". È il massimo dell'umiliazione.

Appena chiuse le porte, si affronta il "problema Italia". Il verbale di quell'incontro viene redatto dal funzionario Fergusson. Pur riconoscendo che gli italiani devono decidere da soli, i quattro capi di Stato sono d'accordo che occorre fare tutto il possibile perché i comunisti restino fuori dal potere. Giscard propone di elaborare, in una prossima riunione da tenersi a Parigi, una bozza di programma di governo che gli italiani dovranno accettare in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario.

Quella riunione si tiene effettivamente a Parigi, all'Eliseo, l'8 luglio del 1976. Il padrone di casa è il Segretario generale aggiunto della Presidenza della Repubblica francese Yves Cannac. Per gli Usa c'è Helmut Sonnenfeldt, consigliere del Dipartimento di Stato e braccio destro di Kissinger; per i tedeschi arriva Gunther Van Well, alto funzionario del ministero degli Esteri di Bonn; e infine, per la Gran Bretagna, il sottosegretario del Foreign Office, Reginald Hibbert.
A Parigi l'incontro segreto
"Meglio che gli italiani non sappiano"" width="230">

Giorgio Napolitano e Nilde Jotti


È a quest'ultimo che si deve il resoconto, a tratti anche abbastanza scanzonato, di un incontro in cui "ognuno ha i suoi buoni motivi per mantenere il Pci fuori dal governo". Giscard vorrebbe un "centrodestra riformista" in Italia perché teme la spinta che a casa sua favorirebbe Mitterrand. Il rappresentante di Schmidt, d'altra parte, punta sulla rinascita del centrosinistra perché un successo di Berlinguer potrebbe spaventare il suo elettorato e aprire le porte a una vittoria dei democristiani nelle imminenti elezioni tedesche. E poi ci sono gli americani che appoggiano decisamente una Dc rinnovata. Insomma, un po' di confusione.

In più, fa notare Hibbert con evidente disappunto, mancano traduttori e dattilografi che lavorino in inglese e soprattutto c'è una gran fretta perché il rappresentante di Kissinger deve scappare all'aeroporto. Così, "Kannac ci invita a pranzo al ristorante Ledoyen, ma l'urgenza è tale che non facciamo neanche in tempo a leggere il menu". In un angolo, Sonnenfeldt si concede una battuta sul clima carbonaro di quel pranzo: "Siete sicuri che l'ambasciatore italiano non sia qui? Se ci beccano, è chiaro che è per parlare di Berlino".

Chissà che cosa sapevano Moro, Andreotti o Berlinguer di tutto questo. O che cosa immaginavano. Da quel che si capisce l'incontro di Parigi, che Hibbert definisce "sticky", cioè difficile, insidioso, appiccicoso, fa pensare in realtà a una specie di ultimo avviso all'Italia, che è anche una prova di commissariamento. Le delegazioni producono una bozza d'intenti che a distanza di trent'anni finisce per avere un certo peso storiografico. S'intitola "Democracy in Italy" e in pratica espone ai futuri governanti italiani quello che devono fare. Così comincia: "Malgrado gli ulteriori progressi del Pci, le recenti elezioni consentono di mantenere in vita la democrazia in Italia. Ma è arrivato il momento di mettere fine a questa deriva". La parola usata è "slide", uno scivolamento che porta a una caduta, al collasso italiano.

I quattro grandi dell'occidente non solo alzano il tradizionale muro di fronte all'ipotesi di un governo con il Pci, ma nella riunione segreta di Parigi intervengono anche sulla formula e sulla maggioranza che dovrà avere il nuovo dicastero: a "guida dc", con "partiti non comunisti e non fascisti". E quindi provano pure a delineare le caratteristiche della loro compagine ideale: "Un piccolo gruppo omogeneo di uomini di prestigio che lavorino in squadra". Nelle carte c'è addirittura il programma, che tocca amministrazione pubblica, giustizia, sicurezza, economia e politica estera. Si scende nei particolari: un piano a medio termine per il risanamento della finanza pubblica e riduzione dell'evasione fiscale; è indicata la necessità di tentare un accordo con imprenditori e sindacati. C'è anche la lotta alla corruzione e perfino un accenno al "nepotismo".

Ma soprattutto si fa notare, sotto un paragrafo dal titolo "The Christian democratic party", un appello che di nuovo suona come un atto di sottomissione richiesto alla classe di governo del "partito che ha esercitato il potere per trent'anni e rimane il più forte dopo le elezioni". Per battere il Pci, la Dc dovrebbe (should) ripulire la sua immagine di partito tollerante della "prevaricazione e del sotterfugio", ha il dovere di "liberarsi delle pecore nere", la necessità di "mettere ordine a casa sua", di svecchiarsi e arruolare giovani, assicurare maggiore spazio alle donne, ai lavoratori e ai sindacati. Suo compito è anche quello di contestare al Pci l'egemonia culturale "riconquistando l'intellighenzia, le università e i media". Il giorno dopo, 9 luglio, ore 23,20, l'ambasciatore inglese a Washington telegrafa a Londra: "Kissinger approva il paper "Democracy in Italy"". Da Londra, forse, il premier Callaghan un po' si spaventa a leggere quelle carte: "Dobbiamo usare molta cautela considerando il grande danno che ne verrebbe se la loro esistenza divenisse pubblica. Sarebbe un'intrusione diretta negli affari di uno stato europeo nostro alleato". E aggiunge: "Ogni fuga di notizie finirebbe per essere un regalo ai comunisti italiani".

E così potrebbe anche concludersi il grande film del 1976. Poi certo, molte altre cose accadono - e il Foreign Office le registra con la consueta diligenza. Il Pci che rimane sulla soglia del potere. I democristiani che continuano a traccheggiare inventando formule quasi intraducibili, per cui l'andreottianissima "non sfiducia" diventa "non no-confidence". C'è anche un nuovo segretario socialista, il quarantenne milanese Bettino Craxi. L'ambasciatore Millard, che ha l'occhio lungo, lo segnala subito come una luce in fondo al tunnel del caos italiano. Si stabilisce che una sua visita a Londra "sarebbe auspicabile". Arriva l'autunno e a Bruxelles, davanti a Kissinger, il Segretario di Stato britannico Crosland parla "warmly", con calore, del "Signor Craxi".

A Roma il successore di Millard è Alan Hugh Campbell. A fine anno l'ambasciatore scrive la tradizionale Christmas letter al Foreign Office: "Pur immersi nella tristezza, frustrazione, incompetenza, corruzione, gli italiani continuano a essere un popolo duttile e molto operoso. Ma condivido l'idea che non siano maturi per la rivoluzione". E c'è quasi un salto poetico: "Forse, questo spiega la sofferenza che ho osservato sul volto di Berlinguer, l'altro giorno, quando me lo sono trovato seduto vicino durante una cerimonia".

venerdì 11 gennaio 2008

lezione cinese

Niente buste di plastica,
la Cina si scopre ambientalista

La Cina, secondo quanto riporta il quotidiano londinese «Times» ha deciso di mettere al bando i sacchetti di plastica a partire dal prossimo primo giugno. Una scelta quella del governo, volta non solo a tutelare l'ambiente (i cinesi usano ogni giorno circa 3 miliardi di buste di plastica), ma soprattutto dettata da ragioni economiche. Il ministero dell'economia cinese ha infatti calcolato che smettere di produrre sacchetti di plastica consentirà un risparmio di 5 milioni di tonnellate di petrolio all'anno pari a più di 3 miliardi e 700 milioni di dollari (2,5 miliardi di euro circa). I trasgressori verranno puniti con delle multe. La Cina però continuerà a produrre i sacchetti di plastica per gli altri Paesi del mondo che ancora li impiegano, Italia compresa.
L'Italia è leader in Europa
sulle infrazioni ambientali
Un primato che non ci fa molto onore. Con oltre ottanta procedure d'infrazione in corso, l'Italia è in testa alla classifica europea. A garantirle il primato, si aggiunge ora la decisione del Tar del Lazio, che ha sospeso il decreto del ministro dell'Ambiente sull'elenco dei siti di importanza comunitaria per la regione biogeografica mediterranea in Italia. Così il nostro Paese torna nel baratro delle procedura d'infrazione comunitaria per una non corretta applicazione della direttiva habitat. La sospensione, pronunciata dalla seconda sezione bis del Tar del Lazio il 20 dicembre 2007, è stata emessa su istanza della provincia di Catanzaro e del suo presidente Michele Traversa. «Ancora una volta atti del ministro dell'Ambiente vengono bocciati dalla giustizia amministrativa», ha commentato sconsolato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza.

peccato che intanto sull'everest...
è anche morto edmund hillary, il primo a raggiungerne la cima

«Processate la Impregilo per disastro ambientale. Così si può vincere»

«Processate la Impregilo per disastro ambientale. Così si può vincere»
Parla Raffaele Raimondi, presidente emerito della Cassazione e autore della denuncia
E' una procedura ben più importante di quella in corso. L' imputazione è così grave da superare rischi di prescrizione e termini di indulto
Francesca Pilla
Napoli

Raffaele Raimondi è presidente emerito della Corte di Cassazione. In qualità di magistrato ma soprattutto di napoletano e di presidente del Comitato giuridico per la difesa dell'ambiente ha presentato ricorso contro l'Impregilo, alla Corte europea e alla Procura del Tribunale di Napoli il 7 dicembre 2007. Qui l'esposto attualmente si trova nelle mani del procuratore Aldo De Chiara. Nel capoluogo l'Impregilo è già indagata per truffa, in un processo che vede alla sbarra 28 imputati, tra cui anche i fratelli Romiti e il governatore Bassolino e che partirà lunedì, salvo imprevisti. Ma Raimondi è andato oltre e chiede che si proceda per disastro ambientale.
Presidente Raimondi ci può spiegare i termini di questo ricorso?
Certo. Visto la deriva che ha preso l'affare rifiuti in Campania abbiamo chiesto, presentando accuse circostanziate, che l'Impregilo sia processata per disastro ambientale, secondo l'articolo 434 cp, perché ha attentato alla salute dei cittadini. Questo significa come è accaduto nei disastri di Marghera e Seveso che chiunque sia stato danneggiato da questa situazione, albergatori, agricoltori, imprenditori, cittadini, si può costituire parte civile e chiedere i dovuti risarcimenti. E' dunque una procedura ben più importante di quella attualmente in corso. Il reato di imputazione è infatti così grave da superare i rischi di prescrizione e i termini di indulto.
Dunque ha ragione Vincenzo Siniscalchi del Csm quando definisce debole l'impianto accusatorio dei pm napoletani?
Non so a cosa si riferisca Siniscalchi, ma è chiaro che i reati contestai sono minori del disastro ambientale colposo. I pm napoletani, ci tengo a precisarlo, avrebbero però potuto procedere con maggiore speditezza in questi ultimi anni se non avessero avuto un ministro come Castelli che di fatto non li ha messi in condizione di lavorare. Anzi per cinque anni ha remato contro la magistratura. E non voglio nemmeno parlare del suo successore, il ministro Mastella.
Ma su quali basi si fonda questa sua denuncia?
Oltre al disastro che mi pare sia sotto gli occhi di tutti c'è un punto fondamentale nelle accuse che riguardano l'Impregilo: quando ha vinto la gara non aveva i titoli nemmeno per parteciparvi. Aveva presentato un progetto antiquato che risaliva agli anni '60. Lo stesso inceneritore di Acerra attualmente in costruzione è uno dei più grandi d'Europa, in contrasto con la stessa normativa italiana che prevede un impatto limitato e il divieto assoluto di bruciare i materiali senza la raccolta differenziata. E' chiaro che per guadagnare e bruciare tutto nei forni di Acerra, l'impresa era assolutamente interessata a mettere in crisi l'intero ciclo e a non far partire la raccolta differenziata. In questo comportamento si ritrovano anche i reati di connivenza dei vari commissari che si sono succeduti. Non ha importanza se si siano chiamati Rastrelli, Losco o Bassolino, se siano stati di destra o di sinistra. Nelle loro funzioni rappresentavano lo Stato, erano fiduciari del governo, le loro inadempienze sono ancora più gravi, così come la loro posizione.
Secondo lei questo scempio si poteva evitare?
Certamente. Nel ricorso che abbiamo presentato alla Corte europea, motivo per cui ora stanno partendo le procedure d'infrazione, noi nel 2004 già parlavamo di disastro annunciato. C'erano degli evidenti difetti di programmazione nel ciclo destinati a creare la crisi attuale. In tutti questi anni non si è voluta realizzare la raccolta differenziata. Non è stata una causalità, ma una volontà precisa.
La camorra c'entra qualcosa?
La camorra è un alibi per molti aspetti. Quando c'è cattiva amministrazione è chiaro che la delinquenza ha gioco facile. Faccio un esempio: se c'è un emergenza e la necessità di smaltire immediatamente tonnellate di immondizia, ecco che la camorra è tra le poche ad avere la possibilità di offrire vasti terreni in breve tempo. Ha infatti il potere di acquistare tempestivamente poderi a 10 per poi rivenderli allo Stato a 100. Un capitolo a parte merita, inoltre, lo smaltimento dei rifiuti tossici. Anche in questo caso: se vengono meno gli organi di controllo è evidente che la criminalità organizzata ha la capacità di offrire ampie fette di territorio alle imprese del centro-nord per sversare i materiali non a norma.
Cosa ne pensa dell'attuale piano di emergenza e della riapertura di Contrada Pisani?
Mi sembrano tutti progetti di scarsa avvedutezza. Ed è sotto gli occhi di tutti che la discarica di Pianura non è tra i siti più appropriati.

il papa come berluska

La precisazione della Santa Sede: "Non era intenzione del Pontefice sottovalutare l'azione sociale che si sta compiendo con apprezzabile impegno"

Il Papa: "Strumentalizzato il discorso su Roma"

Veltroni: "Parole molto belle di apprezzamento, e ora basta con le polemiche"

CITTA' DEL VATICANO - Il Vaticano denuncia la "strumentalizzazione politica che ha fatto seguito alle parole rivolte dal Santo Padre" a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra e rimarca che "non era certo intenzione del Papa sottovalutare l'azione sociale che i responsabili della Città di Roma e della Regione stanno compiendo con apprezzabile impegno". Lo afferma un comunicato della sala stampa vaticana, che sembra correggere il tiro dopo le polemiche suscitate dalle dichiarazioni di ieri del Pontefice.

"'Desta meraviglia - si legge nel comunicato diffuso dalla sala stampa della Santa Sede - la strumentalizzazione politica che ha fatto seguito alle parole rivolte dal Santo Padre ai Rappresentanti della Regione Lazio, della Provincia e del Comune di Roma. Non era certo intenzione del Papa - prosegue la nota - sottovalutare l'azione sociale che i responsabili della Città di Roma e della Regione stanno compiendo con apprezzabile impegno. Egli infatti, nella sua qualità di Vescovo di Roma, - spiega il testo - in diverse circostanze, e anche di recente, ha posto in luce le realizzazioni compiute al servizio della cittadinanza, realizzazioni che ha tenuto a sottolineare anche nel discorso di ieri. Ugualmente però - aggiunge il comunicato - Egli non poteva non evocare, dando voce a quanti a Lui si rivolgono, alcune problematiche umane particolarmente urgenti, che vanno affrontate con il contributo di tutti. La Chiesa, come Sua Santità ha assicurato - è la conclusione - non farà mancare il proprio apporto e la propria collaborazione".

La schiarita è stata accolta con piacere dal sindaco:( ma allora era vero, caro veltroni, che il papa aveva detto quelle cose! DOV'E' LA STRUMENTALIZZAZIONE?) “Vorrei esprimere al Santo Padre la mia gratitudine per le parole pronunciate questa mattina, che rappresentano un riconoscimento al lavoro ed all'impegno profuso in questi anni dall'Amministrazione Comunale, dalle altre istituzioni locali e da tutte quelle forze sociali che hanno collaborato a far crescere la città, a migliorarne la qualità della vita senza perdere mai di vista i bisogni ed i diritti dei più deboli, delle fasce più disagiate.

Ho definito pubblicamente il discorso pronunciato ieri dal Pontefice, durante l'incontro con gli amministratori di Roma e del Lazio, come uno stimolo ulteriore per il nostro lavoro. Oggi si possono chiudere le polemiche causate da odiose e strumentali reazioni politiche al discorso del Papa”, ha commentato Walter Veltroni.

Il monito del Papa ieri denunciava l'aumento della povertà" nelle grandi periferie urbane, la "drammatica situazione" delle strutture sanitarie cattoliche nel Lazio, cui Benedetto XVI aveva aggiunto la rischiesta di difendere la famiglia da "attacchi e incomprensioni nei confronti di questa fondamentale realtà umana e sociale".

Il sindaco Walter Veltroni aveva replicato sottolineando come il Comune sia da anni impegnato a non dimenticare "il dolore degli 'invisibili', la disperazione di chi vive ai margini, ma anche le difficoltà di molte famiglie dove lo stipendio non basta ad arrivare alla fine del mese, dei giovani che devono misurare il loro sogno di sposarsi e avere dei figli con la realtà dei prezzi di una casa o con l'insufficienza dei servizi".

giovedì 10 gennaio 2008

tutto casa, chiesa e...droga e puttane

Caso Mele, "soldi per ritrattare":
indagata la squillo del deputato Udc

Francesca Zenobi partecipò ad un
festino a luci rosse con l'onorevole:
adesso è indagata con il suo avvocato
ROMA
Nuovo capitolo nella vicenda dell’ex deputato Udc Cosimo Mele, indagato a Roma per omissione di soccorso e cessione di sostanze stupefacenti dopo la sua disavventura estiv,a avvenuta nel luglio scorso, quando all’hotel Flora ebbe un«avventurà con Francesca Zenobi. La Zenobi e l’avvocato Emanuele Antonaci, che l’ha assistita quando vennero alla luce i fatti, sono indagati a Roma per tentativo di estorsione nei riguardi dello stesso Mele.

Secondo quanto si è appreso, in cambio di una versione ’annacquatà dei fatti i due avrebbero chiesto a Cosimo Mele, per poter evitare la diffusione di ulteriori particolari della piccante vicenda, una somma di denaro imprecisata e, per la Zenobi, un contratto per apparire sulle reti Rai e Mediaset. A denunciare i fatti dopo queste richieste un avvocato civilista che assiste Mele. L’inchiesta è affidata al pubblico ministero Pietro Pollidori, che già tempo fa aveva convocato la Zenobi, che però non si è presentata, per chiarire i fatti.

Per il momento l’ipotesi di reato formulata dal pubblico ministero Polidori è quella di tentativo di estorsione. Soltanto quando i due protagonisti della vicenda cioè la Zenobi e Antonaci forniranno la loro versione dei fatti si stabilirà se possono sussistere altri ipotesi di reato. Nel frattempo, comunque, c’è da ricordare che Francesca Zenobi ha cambiato i suoi difensori. Oggi l’assiste l’avvocato Roberto Ruggiero il quale non esclude che possa essere stata messa in atto una manovra per contrastare i fatti già emersi dall’indagine e che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Mele per omissione di soccorso e di cessione di sostanze stupefacenti. In una dichiarazione Ruggiero ha detto: «Non escludo che nella sua ansia di imporre la verità, il deputato Mele avrebbe presentato una querela per violenza carnale da parte della Zenobi. Non è escluso ora che una volta esaminati i fatti i due fascicoli esistenti sulla vicenda processuale possano essere riuniti per esaminare il complessivo quadro dei fatti».
ricordate?

e l'intervento di cesa in soccorso a mele?
riporto qui sotto le frasi salienti perché sono davvero esemplari!!!

Cesa sottolinea anche il «problema» dei parlamentari che vivono a Roma da fuori sede, «e fuori dalla loro città hanno una vita abbastanza dura». Lo dice riferendosi anche alla sua vita pubblica: «Quando ero eurodeputato, stavo da solo tutta la settimana e la solitudine è una cosa molto seria». Per questo, ripete più volte, «la vita del parlamentare è molto dura» e bisognerebbe pensare, propone, all'ipotesi di un ricongiungimento familiare: più soldi a deputati e senatori, quindi, per poter permettere il trasferimento delle loro famiglie a Roma.

e cossiga?

Francesco Cossiga, vicino al «collega ingiustamente crocifisso». «Smettiamola di essere ipocriti» ha detto il senatore a vita.

che coraggio! gente che ha fatto dell'ipocrisia clericale il crocifisso delle nostre vite!!!

mercoledì 9 gennaio 2008

La prima volta di Bush in Israele
"L'Iran è una minaccia per la pace"


ma qualcosa di intelligente riesce mai a dirla, non dico a farla che è già più difficile per lui...

in gb dal 2010 pagelle on line e non solo...

Il progetto varato dal governo: comunicazioni continue anche sulle assenze
Reazioni positive, anche se c'è chi parla del rischio di creare un "Grande Prof"
Londra manda i voti sul web
"Dal 2010 pagelle on line"

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

Londra manda i voti sul web
"Dal 2010 pagelle on line"

LONDRA - Era uno dei momenti cruciali della vita scolastica, una specie di rituale giorno del giudizio che si ripeteva due o tre volte l'anno: l'arrivo della pagella, alla fine di ogni trimestre o quadrimestre, con i voti attesi ansiosamente da genitori e studenti. Sarò stato bocciato? Promosso? E se sì, con quali voti? E riuscirò, nel prossimo trimestre, a rimediare quella maledetta insufficenza in matematica? E, soprattutto, riuscirò a escogitare un modo per tenerla nascosta a papà e mamma, in modo che il sospirato motorino me lo comprino lo stesso?
Be', niente di tutto questo resterà nel futuro prossimo degli alunni e allievi britannici. Dal 2010, infatti, il ministero dell'Istruzione introdurrà la "pagella on line", un programma di comunicazione continua tra insegnanti e famiglie, con aggiornamenti sull'andamento degli studenti che verranno inviati, via email e con un sito Internet su cui collegarsi, ogni mese, ogni settimana e perfino ogni giorno, fornendo informazioni e giudizi sul profitto accademico degli scolari, sul loro comportamento in classe, sui compiti assegnati per casa, sui risultati di esami e compiti in classe oltre che delle interrogazioni, sulle assenza, giustificare o meno.

"Gli aggiornamenti in tempo reale garantiranno ai genitori la possibilità di tenere sotto controllo i successi, i progressi, la frequenza, la maturità nonché le esigenze particolari dei loro figli a scuola, ogni volta che lo desiderano e in modo sicuro", afferma il sottosegretario all'Istruzione Jim Knight.

Il progetto diventerà operativo nelle scuole medie superiori ed inferiori nel 2010, nelle elementari dal 2012. Le comunicazioni avverranno tramite email e all'occorrenza anche tramite sms telefonici. Iniziative speciali sono previste per le famiglie a più basso reddito, per assicurarsi che tutti possano disporre di un computer e di un allacciamento a Internet, o perlomeno della possibilità di consultare regolarmente il web, in maniera che nessuno sia escluso dalla possibilità di ricevere la "pagella on line". La Gran Bretagna è comunque uno dei paesi d'Europa con il maggior numero di abbonamenti a Internet in banda larga e si calcola che entro pochi anni la stragrande maggioranza della popolazione comunicherà, pagherà le bollette e per l'appunto leggerà la pagella dei figli collegandosi alla rete.

L'iniziativa, che riceverà un finanziamento pari ad oltre 40 milioni di euro, genera però anche qualche timore: "Occorre cautela quando si inseriscono dati personali e informazioni private su Internet", commenta Margaret Morissey dell'Associazione Nazionale Genitori-Insegnanti. Qualcuno parla già di un "Grande Prof", versione scolastica del Grande Fratello orwelliano, un computer che sa tutto di ogni studente, vede tutto, controlla tutto. E il computer non saprà tutto solo degli studenti ma molto, o almeno qualcosa, anche dei loro genitori, immagazzinando dati sul numero di volte che essi si collegano al sistema, così scoprendo chi si interessa di più e chi si disinteressa della vita dei figli: un modo anche quello, spiegano al ministero dell'Istruzione, per individuare situazioni di difficoltà accademica e cercare di intervenire prima che sia troppo tardi.
Infine c'è chi teme che i rapporti fra genitori e insegnanti avverranno solo per computer, e finirà per mancare il contatto diretto: se la pagella arriva tutti i giorni on line, chi vorrà andare al ricevimento dei professori?

Eppure il governo laburista di Gordon Brown ritiene che si tratti di una mossa giusta. Da padre di un ragazzo che va a scuola in Inghilterra, in una scuola sperimentale che già distribuisce "pagelle via Internet" e usa moltissimo il computer, mi sentirei di testimoniare che i succitati rischi non esistono o sono evitabili. I genitori imparano molto di più sulla vita scolastica dei figli, e quando vanno a incontrare gli insegnanti di persona non ricevono sorprese: ma ci vanno lo stesso. Gli unici a rimetterci, tutto sommato, sono gli studenti: raccontare balle a casa, nascondere un brutto voto o un "fughino" da scuola, con la pagella digitale, è molto più difficile.

viva le olimpiadi!

Cina, ucciso a bastonate da poliziotti: li aveva filmati con il suo cellulare. Le forze dell'ordine reprimevano una protesta contro una discarica .

PECHINO
Un uomo è stato ucciso a bastonate da vigili urbani per averli filmati con il suo cellulare mentre costoro stavano reprimendo una protesta popolare contro una discarica in un villaggio nel centro della Cina. Dell’episodio, accaduto lunedì scorso, parlano oggi i media cinesi. L’agenzia Nuova Cina scrive che 24 persone sono state arrestate per queste nuove violenze della polizia. La vittima aveva 41 anni ed era il direttore generale di una azienda locale di lavori pubblici. L’uomo stava filmando con il suo telefono cellulare una cinquantina di poliziotti di Tianmen, città nella provincia dell’Hubei nel centro della Cina, inviati a reprimere la rivolta degli abitanti di un villaggio che tentavano di impedire ai camion di immondizia di accedere alla discarica vicino alle loro case.

I poliziotti si sono scagliati contro Wei Wenhua prendendolo a bastonate. L’uomo è morto subito dopo il trasporto in ospedale. L’accaduto ha sollevato un’ondata di indignazione sulla stampa e su internet. «Sono dei banditi» è la frase più ricorrente sul web, mentre altri chiedono che siano definitivamente stabiliti «diritti e responsabilità di questi poliziotti incaricati di mantenere l’ordine e che invece in questi ultimi anni si sono distinti per brutalità.

martedì 8 gennaio 2008

rifiuti zero

strategia rifiuti zero

incenerire è un pò morire...

zero di tutto! shop less, live more! no consumerism!

lunedì 7 gennaio 2008

approfittatore!

Benedetto XVI nel discorso al corpo diplomatico non avalla esplicitamente
la proposta di porre un freno all'aborto ma auspica un dibattito pubblico
"Dopo moratoria pena di morte
si tuteli la sacralità della vita umana"


CITTÀ DEL VATICANO - Papa Benedetto XVI incontrando stamane il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per gli auguri di inizio anno, ha auspicato che la moratoria decisa dall'Onu sulla pena di morte possa "stimolare il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita". "Non posso che deplorare ancora una volta gli attacchi continui, perpetrati in tutti i continenti, contro la vita umana" ha detto Ratzinger.

Nel tradizionale discorso agli ambasciatori dei 176 Paesi accreditati presso il Vaticano, il Papa non avalla esplicitamente la proposta di moratoria sull'aborto che ha dominato in questi giorni il dibattito politico italiano ma denuncia gli '''attacchi preoccupanti all'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra uomo e donna". La Santa Sede, afferma Benedetto XVI, "non si stancherà di riaffermare questi principi e questi diritti fondati su ciò che è permanente e essenziale alla persona umana".

Nel suo discorso, il pontefice traccia un'ampia panoramica dei principali temi dello scenario internazionale, dal Kenya al Pakistan, dalla Birmania al terrorismo internazionale: alle molte situazioni che sono motivo di tensione e di preoccupazione, papa Ratzinger contrappone appunto il principio della speranza, che dovrebbe guidare le scelte della politica internazionale.

Benedetto XVI ha ricordato la serie di attacchi che ha preso di mira la comunità cristiana in Iraq, eventi che sottolineano la "urgenza" della riconciliazione nel paese. "Attualmente - ha osservato - gli attentati, le minacce e le violenze continuano, in particolare contro la comunità cristiana, e il nodo di certe questioni politiche resta da essere sciolto". Secondo il Papa, "in questo quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà salvaguardare i diritti delle minoranze" ed è comunque necessario "un maggiore sostegno per la popolazione", in particolare per gli sfollati all'interno e per i rifugiati all'esterno del paese.
La nuova fase dell'Unione Europea avviata dalla firma del Trattato di Lisbona, "rilancia il processo di costruzione della casa Europa che sarà per tutti luogo gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni e se non negherà le sue radici cristiane" ha detto ancora Benedetto XVI nel discorso rivolto oggi agli ambasciatori. Il Papa ha assicurato attenzione nel seguire tale processo. "Nello scorso mese di settembre - ha poi ricordato - ho compiuto una visita in Austria, che ha voluto anche sottolineare il contributo essenziale che la Chiesa Cattolica può e vuole dare all'unificazione dell'Europa".

Il Papa ha voluto quindi "esortare la comunità internazionale a un approccio globale in favore della sicurezza". E ha esortato a "uno sforzo congiunto degli Stati per applicare tutte gli impegni sottoscritti e per impedire l'accesso dei terroristi alle armi della distruzione di massa". Tutto questo, ha concluso, "sarebbe favorito indubbiamente da un regime di non-proliferazione nucleare".

Ancora una volta la chiesa cattolica entra di prepotenza negli affari di uno stato laico (o che dovrebbe esserlo) indicando ai suoi servi in parlamento qual è la via da seguire - approfittando della moratoria sulla pena di morte - e così contribuendo a creare ulteriore confusione nella mente già labile degli italiani...
Come direbbero a Roma: "C'avete rotto er cazzo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!"

franca rame lascia il senato

"Io, un’innamorata
delusa dalla politica"

"Ci chiedono di votare anche
contro le nostre convinzioni
se no torna Berlusconi.
Ma sono stufa, lascio il Senato"

ALBERTO MATTIOLI
TORINO
Senatrice, l’Ansa titola: «Franca Rame: situazione pesante, mi dimetto». Conferma?
«Le dimissioni sono decise. Sto scrivendo la lettera, che manderò solo al presidente Marini e non ai giornali».

Perché?
«Perché non voglio che sia ridotta a qualche riga con il rischio di essere male interpretata».

Ma così nessuno lo saprà.
«No, perché acquisterò spazi sui maggiori quotidiani e la farò uscire lì. È da quando sono senatrice che impegno il denaro dell’indennità nel sociale e per informare la gente del lavoro fatto».

Con il governo che al Senato rischia un giorno sì e l’altro pure, il suo telefono sarà rovente.
«Sì, è stata una giornata pesante».

Cosa l’ha delusa del governo?
«Vogliamo fare l’elenco? In diciannove mesi non ha avuto la forza di fare una legge sul conflitto d’interessi, sul falso in bilancio, sulla lottizzazione della Rai, sull’antitrust, sull’abolizione della Cirielli. In compenso ha detto sì alla base di Vicenza e ha creato le condizioni perché al pm De Magistris si scippassero le sue inchieste. E il pm Forleo è stata fatta passare per una bizzarra un po’ esaltata».

Guardi che Prodi l’ha votato anche lei...
«Sì, ma il guaio è che siamo costantemente sotto ricatto: votate così, altrimenti c’è la spallata e torna Berlusconi. Ma io sono stanca di ingoiare rospi. Sulla Finanziaria il senatore Turigliatto aveva proposto degli emendamenti. Alcuni mi trovavano d’accordo e li ho firmati. Sono stata convocata, non mi chieda da chi perché non lo direi, e mi è stato detto che se li avessi votati si rischiava di andare sotto».

E lei cos’ha fatto?
«Una dichiarazione di voto: “Ritiro la firma agli emendamenti Turigliatto, non voglio spallate da Berlusconi”. Le assicuro che mi è costato proprio molto. E giù fischi dall’opposizione».

Insomma, non salva niente?
«Ma no, Prodi qualcosa di buono l’ha fatto: la riduzione del deficit, per esempio. Ma resta il problema di fondo: che c’azzecca, per dirla con Di Pietro, l’Udeur con Rifondazione?»

E la Binetti con la Rame?
«Niente, appunto. Però io la Binetti la stimo, perché è coerente con il suo cervello. Anzi, dico di più: sul piano umano, abbiamo molto in comune. Un giorno mi misi a piangere in pieno Senato perché un bambino in difficoltà di cui stavo seguendo il caso era sparito. Letteralmente: non si trovava più. Bene: una domenica, la senatrice Binetti è partita da Roma, il senatore Tomassini, di Forza Italia, da Varese, tutti e due sono andati a Firenze e hanno rintracciato e visto il bimbo».

A proposito di azzeccarci: in novembre lei ha lasciato l’Italia dei valori, in disaccordo sul ponte sullo Stretto. I rapporti con Di Pietro oggi come sono?
«Ottimi. È un uomo imprevedibile, ma simpatico. Dopo che ho lasciato il suo partito mi ha mandato un sms: complimenti per la tua onestà».

Lei si dimette proprio nel momento in cui si chiede di ridiscutere la legge 194. L’aborto è una delle sue battaglie.
«La legge 194 non-si-toc-ca. E non si toccherà. Poi dare le dimissioni non vuol dire andarsene. Devono prima accettarle. Io non scappo. L’importante è che la pubblica opinione sappia come la penso. Ma poi è l’atmosfera generale che non mi piace».

Perché?
«Tutti parlano, ma nessuno ascolta. Non c’è comunicazione, non c’è amicizia, non c’è dialogo. Lo dissi all’Unità e il senatore Furio Colombo obiettò: ma come? Io e te parliamo. Sì, ma parlare non è chiedere come stai alla mattina. È confrontarsi, discutere, magari litigare. Ma parlare di politica, di cose concrete. Appassionarsi. Invece il Senato è il frigorifero dei sentimenti».

Questa è forte...
«Nemmeno un po’. C’è una senatore della sinistra che per almeno due mesi mi è stato seduto accanto. Sempre zitto e serio. Mai un sorriso, una parola. E che è, Tutankhamon? Una mummia. Poi una sera lo vedo in tivù da Santoro: parlava e sorrideva perfino. Il giorno dopo l’ho affrontato vincendo la timidezza: ma allora sei vivo! E quando sorridi sei anche più bello. Da quel giorno mi sorride sempre...»

Un ministro che le piace?
«Cesare Damiano. Ha fatto un bel disegno di legge sulla sicurezza sul lavoro. Era ora!»

E un parlamentare?
«Siamo talmente tanti. C’è del buono perfino nelle proposte di Dini, che è tutto dire».

Ma se hanno fatto infuriare la sinistra!
«Sì. Però ce n’erano anche di sensate. Sull’abolizione delle province, per esempio, siamo d’accordo in molti. Allora, perché non dirlo?»

Nell’opposizione chi le piace?
«Quando il senatore Malan ha lanciato il libro del regolamento contro il presidente Marini, mi ha fatto una paura tremenda. Ero sbalordita. Non lo conoscevo per niente. Ma chi è questo ragazzaccio? Poi ho scoperto che è una persona pacata, ragionevole, perfino simpatica. Certo l’opposizione spesso si mette a sbraitare, a insultare, a tirare giornali. Cosa insegneranno ai loro figli?»

Degli sprechi cosa dice?
«Si parla, si parla, ma si conclude poco. Abbiamo più sottosegretari che al tempo di Berlusconi. Ogni proposta di diminuirci gli stipendi naufraga. Ancora: quando vedi che mancano trenta senatori, ma risultano presenti perché hanno inserito la tessera nel dispositivo per votare, beh, sei disgustata. La diaria è di 258 euro e 35 centesimi. Moltiplichi per 30 e vedrà quanto un furbo costa al contribuente in un mese».

Suo marito cosa le ha detto, quando ha deciso di lasciare?
«Alla mia età mi posso permettere di decidere da sola, lo dico senza arroganza. Comunque è d’accordo, mi vede stanca e non felice».

Cosa farà, dopo?
«Quel che ho sempre fatto: tornerò a recitare. Voglio essere libera, senza paura di sbagliare, irriverente con il potere. Indipendente lo sono sempre stata, anche al Senato. Tornerò a esserlo anche nella vita. Liberaaa!»

E domani?
«Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò a Torino, al funerale dell’ultimo operaio ucciso alla Thyssen».

Con Dario Fo?
«Certo. Ci è tornata in mente una nostra vecchia canzone, che diceva: “Addio addio amore, nelle galere di Lombardia e di Torino andiamo a crepare per poter campare”...».

domenica 6 gennaio 2008

...e ci scappa da ridere!

L'ex reginetta del pop ricoverata dopo una lite con il marito
era in stato confusionale. Il giudice: "Niente custodia dei bimbi"

Britney non vedrà più i figli
"Ha assunto droga per cavalli"


Una lite furibonda con l'ex marito Kevin Federline per la custodia dei figli, la polizia, il ricovero in ospedale per essere sottoposta a esami psichici e tossicologici, l'uscita dal nosocomio perché - secondo i medici - "non è più un pericolo per se stessa". I drammi per Britney Spears non finiscono più, e oggi arriva l'ultima, clamorosa rivelazione: l'ex reginetta del pop ha assunto del clenbuterolo, una droga che viene somministrata ai cavalli per aumentarne le potenzialità. A rivelarlo è il tabloid britannico The Sun che cita "fonti vicine" alla cantante. Il farmaco le sarebbe servito - di questo era convinta - a perdere peso. Ma il mix con ecstasy e anfetamine, ingerite con grandi quantitativi di vodka, avrebbe prodotto gli effetti che l'hanno portata al ricovero. Dopo quanto accaduto, un giudice di Los Angeles ha deciso che non potrà più avere in custodia i figli neppure per poche ore, come invece stabilito dall'accordo raggiunto con l'ex marito.